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Femminismo islamico (a partire dagli anni Ottanta-Novanta)

Il termine “femminismo islamico” non indica indistintamente tutte le correnti femministe nella storia del mondo islamico, accomunate dalla comune rivendicazione dei diritti femminili, bensì si riferisce a quella corrente, definita da Asma Lamrabet “la terza via” tra islamismo e filo-occidentalismo, che sostiene che l’Islam sia la cornice ideale in cui le donne possono rivendicare i loro diritti. L’attuale subordinazione della donna islamica non deriva direttamente dal messaggio del Profeta, considerato invece baluardo di giustizia sociale ed eguaglianza di genere, bensì dalle interpretazioni maschiliste e misogine dei testi sacri nel corso della storia (le donne, infatti, erano escluse dall’esegesi e dalla giurisprudenza). Non è quindi l’Islam la principale causa della subordinazione femminile e del sottosviluppo del mondo islamico, bensì la società patriarcale derivata dalla fallace interpretazione del messaggio divino. Si divide quindi il messaggio sacro dalle interpretazioni temporali dello stesso.

Le teologhe come Riffat Hassan, Amina Wadud e Asma Barlas, e le esegete come Fatima Mernissi e Asma Lamrabet cercano di decostruire le interpretazioni misogine del Corano attraverso una rilettura delle scritture da una prospettiva di genere. Per farlo esse si servono, oltre che del Tafsir (esegesi coranica), dell’Ijtihad, un lavoro esegetico indipendente sulle fonti religiose (anche Sunna e hadith) integrato da studi di storia sociale e cultura islamica.

Il ruolo femminile nella prima era islamica

Per avvalorare la tesi dell’effettivo messaggio di uguaglianza e di giustizia sociale nel Corano, le femministe islamiche sottolineano l’occultamento del ruolo femminile nella prima era islamica: a quel tempo infatti non vigeva una rigida suddivisione dei ruoli di genere, le donne erano considerate alla pari degli uomini (Amina Wadud spiega che entrambi sono nafs agli occhi di Dio, Fatima Mernissi sottolinea che le sahabiat sono le compagne del profeta insieme ai sahaba maschi): c’erano donne guerriere, ascete, consigliere.

Le esegete e le teologhe studiano la vita del profeta e delle sue mogli, concentrandosi soprattutto sulla figura di Aisha in quanto non solo ottima moglie ma teologa, esegeta esperta di giurisprudenza della condizione femminile, leader politico e anche militare. Fatima Mernissi sostiene che nel primo periodo islamico le donne erano attratte da Medina proprio a causa di quella religione che garantiva loro l’eguaglianza e la giustizia sociale. Dello stesso avviso è Asma Lamrabet quando spiega che nelle prime comunità musulmane tutti erano uniti dalla fede, ma gradualmente vi è stata una regressione della condizione femminile a causa della sete di potere maschile (causa interna) e della colonizzazione (causa esterna). In seguito, gli esegeti hanno scelto di ignorare o descrivere come casi isolati i contributi delle donne di potere nella prima era islamica.

L’Islam come cornice ideale per la rivendicazione dei diritti femminili

Il femminismo islamico si afferma non soltanto in opposizione alla società patriarcale portata avanti dal modello islamista, ma anche in opposizione al femminismo universalista occidentale. Si rifiuta la visione orientalistica e stereotipata della donna musulmana come debole creatura oppressa da salvare. Seguendo un atteggiamento diffuso in tutto il mondo islamico e arabo, eccetto che nel femminismo laico/secolare, si rifiuta categoricamente l’emulazione di qualsiasi modello occidentale e l’appello alle convenzioni internazionali. Le femministe laiche, al contrario, ritengono le convenzioni, in particolare la Convenzione per l’eliminazione della discriminazione femminile (CEDAW), emanata dall’ONU nel 1979.

Le femministe islamiche cercano quindi di rivendicare l’uguaglianza di genere rimanendo all’interno della cornice islamica. Tra gli anni Ottanta e Novanta, le teologhe e le esegete propongono una nuova ermeneutica femminista.

La teologa pakistana Riffat Hassan sostiene che il Corano non sancisce affatto la superiorità maschile: le differenze tra gli esseri umani derivano solo dalla rettitudine agli occhi di Dio. Uomini e donne sono diversi solo dal punto di vista biologico e devono assumere ruoli diversi solo in casi particolari come la procreazione. Spiega l’obbligo di mantenimento maschile e la destinazione della donna alla cura della casa e dei figli affermando che in quell’ottica non vi era subordinazione ma una semplice complementarietà dei ruoli con lo scopo comune del benessere sociale. A difesa dell’Islam, Hassan afferma che il Corano permette la pianificazione familiare e non vieta l’uso di contraccettivi (diritto delle donne ad avere controllo sul proprio corpo). Inoltre, non vieta l’aborto nei primi 120 giorni della gravidanza, fase in cui l’anima non ha ancora raggiunto il feto.

La teologa afroamericana Amina Wadud, convertita all’Islam in quanto in esso trova la giustizia sociale che la comunità nera non riusciva a trovare nell’America razzista, attua un percorso di decostruzione dell’esegesi maschile che a lungo ha ridotto al silenzio una delle due voci del Corano, quella femminile. Nel Corano, sostiene, Dio si rivolge ai fedeli senza distinzioni di genere (sono tutti nafs, anime): eventuali differenze derivano da fattori sociali e culturali. Bisogna perciò dividere la parte eterna e sacra del Corano, contenente la parola divina inneggiante all’eguaglianza di genere e alla giustizia sociale, dalla parte storicamente contestualizzata, con valori diversi rispetto a quelli della modernità.

Contestando l’interpretazione letterale del versetto 34 della Sura IV, che autorizzerebbe la violenza dei mariti sulle mogli, Wadud sostiene che i principi etici e morali del tempo erano diversi da quelli odierni. La studiosa irano-statunitense Laleh Bakhtiar approfondisce la questione traducendo il verbo “battere” con “andare via”, teoria avvalorata dal comportamento pratico di Maometto, che invece di picchiare le mogli lasciava la stanza per calmarsi.

In Inside the Gender Jihad (2006) sostiene che per cogliere il messaggio di giustizia nel Corano è necessario compiere uno sforzo interiore per avvicinarsi alla sua sacralità e uno sforzo esteriore, consistente nella lotta al patriarcato per realizzare l’uguaglianza di genere, vero pilastro dell’Islam.

La studiosa pakistana Asma Barlas, la quale rifiuta l’etichetta di femminista, sostiene che nel Corano non siano contemplate forme di supremazia maschile sulle donne e che ogni parallelismo tra l’autorità di Dio e quella del padre/marito sia da considerare un’eresia teologicamente infondata. Afferma inoltre che la poligamia non è un lusso maschile, ma un’usanza limitata ai tempi del profeta per garantire i diritti delle orfane: gli uomini erano esortati a sposarne le madri vedove di guerra.

Le esegete marocchine

Il Marocco diventa un importante centro di esegesi femminista grazie al lavoro di Fatima Mernissi e Asma Lamrabet. Entrambe cercano di decostruire le interpretazioni misogine ricostruendo le biografie delle donne di potere della prima era islamica. Il Marocco è il perfetto esempio di come al femminismo progressista si preferisca scegliere una cornice islamica per riuscire.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elib. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle donne e dell'identità di genere e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Casalena Maria Pia.
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