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Storia dei movimenti femministi nel mondo islamico

Riassunto dettagliato della storia dei femminismi mediterranei, basato sullo studio autonomo della rivista storica Genesis (I, 2013 "Femminismi nel Mediterraneo"). Integrato con lo studio del saggio "Femminismo islamico" di R. Pepicelli, il riassunto prende in considerazione la storia e l'evoluzione moderna del femminismo turco, marocchino, egiziano e iracheno, con particolare attenzione alla distinzione... Vedi di più

Esame di Storia delle donne e dell'identità di genere docente Prof. M. Casalena

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gli uomini a quella pubblica. Il ruolo delle donne è essenziale nella società islamica in quanto

madri ed educatrici dei futuri musulmani, quindi le islamiste rivendicano a gran voce il diritto

all’istruzione femminile. Non sono contro il lavoro e la partecipazione pubblica delle donne a

priori, ma devono essere subordinati alle priorità della famiglia.

Per le islamiste il velo non è un obbligo bensì un dovere della donna musulmana e rappresenta il

simbolo della riappropriazione dell’identità pubblica delle donne in quanto le rende visibili.

Allo stesso modo le comunità afroamericane sfoggiano simbolicamente caratteri fisici “neri” (rasta,

treccine) prima considerati negativi, gridando “black is beautiful”. Secondo Nadia Yassine non è

solo il simbolo di conquista femminile dello spazio pubblico islamico ma anche un simbolo di

dissidenza contro il pensiero unico che considera il velo come un segno di oppressione.

Gli unici punti di contatto con le femministe islamiche riguardano la decostruzione delle

interpretazioni misogine attraverso l’Ijtihad, ma Nadia Yassine sostiene che non deve essere una

battaglia delle donne contro gli uomini ma una rivoluzione culturale e sociale realizzata di comune

accordo.

La principale voce dell’islamismo femminile è rappresentata dalla marocchina Nadia

- Yassine, leader del movimento islamista Giustizia e Spiritualità. Rifiutando il femminismo

islamico in quanto troppo progressista ed esclusivo nei confronti degli uomini, sostiene che

il miglioramento della condizione femminile sia possibile soltanto con l’islamismo puro.

Eppure le sue posizioni portano molti a includerla tra le femministe islamiche: secondo

Yassine l’Islam esorta la liberazione di tutti gli individui (maschi e femmine) dalla

duplice oppressione delle società islamiche, sia da parte del potere politico che da parte

del potere patriarcale. In quest’ottica la fusione tra monarchia e religione risulta il

principale ostacolo all’egualitarismo dei diritti, poiché la stessa società patriarcale

desidera mantenere le discriminazioni per alimentare il proprio potere.

Dello stesso avviso è l’egiziana Heba Raouf Ezzat, fondatrice di “Islam online” (sito

- dedicato alla divulgazione della conoscenza islamica in molti campi). Rifiutando ogni

ingerenza occidentale, ribadisce che la famiglia è il nucleo della società islamica e che il suo

funzionamento è nelle mani della donna in quanto madre ed educatrice. Non mette in

discussione il patriarcato ma difende il principio di consenso democratico teorizzato nel

Corano nei confronti dei califfi ingiusti: allo stesso modo in cui un popolo può ribellarsi al

califfo ingiusto, la donna può divorziare dal marito se si comporta male.

STORIA DEL FEMMINISMO NEL MONDO ISLAMICO

A cavallo tra Ottocento e Novecento nel mondo islamico femminile vige una generale situazione di

discriminazione e di ignoranza. Le donne delle classi alte subiscono una segregazione assoluta,

vista come simbolo di status sociale elevato, mentre le donne delle classi subalterne, costrette a

lavorare, escono ma completamente coperte. Le contadine, al contrario, non portavano neanche il

velo in quanto ostacolo al lavoro.

In questa situazione di disuguaglianza sociale si sviluppa, in ambito riformista e nazionalista, il

dibattito sull’emancipazione femminile, visto come baluardo del progresso e della

modernizzazione della nazione. Sia in Egitto che in Turchia la figura della donna moderna è il

simbolo della modernizzazione del paese.

Nel 1899 Qasim Amin, considerato l’iniziatore del femminismo arabo, scrive La liberazione della

donna, il primo testo femminista nel mondo arabo. In esso sostiene che l’arretratezza dell’Egitto

(e del mondo islamico in generale) dipende dall’arretratezza della condizione femminile: difende

l’importantissimo diritto all’istruzione femminile per formare madri migliori, propone l’abolizione

del velo e della poligamia e la riforma del divorzio. Per questo viene accusato di occidentalismo, di

aver strumentalizzato le donne per screditare la cultura islamica in favore di quella occidentale.

Femminismo laico egiziano (UFE)

Negli anni Venti nascono le prime associazioni per i diritti femminili, associazioni laiche che

prevedono l’uguaglianza di genere in un’ottica nazionalista e anti-colonialista. In Egitto

l’Unione Femminista Egiziana, fondata nel 1923 da Hoda Sha’rawi, cerca di conciliare il

nazionalismo secolare con il modernismo islamico, rifiutando sia le tradizioni patriarcali

indigene, sia il colonialismo occidentale. È un femminismo laico, secolare e votato

all’uguaglianza di genere: si batte per l’istruzione e il lavoro femminile, per il diritto di voto alle

donne e, come tutti i femminismi in area mediorientale, per la riforma del Codice di Statuto

Personale.

Femminismo di stato in Turchia, Iraq e Marocco

Nello stesso periodo anche in Turchia e in Iraq si assiste ad una fase di forte militanza femminista.

La retorica nazionalista e anti-coloniale si serve dell’immagine della donna per rafforzare il

messaggio di modernizzazione e laicizzazione della nazione. La questione femminile diventa

prioritaria, sfociando in una sorta di femminismo di stato.

In Turchia Ataturk, considerato “liberatore delle donne”, indirizza il protagonismo politico

femminile nell’Unione delle Donne Turche, conferendo loro i diritti politici nel 1934 e

considerando così chiusa la questione femminile. L’immagine della donna turca come virile e

combattente si basa sul quadro di valori kemalista fondato su militarismo e cameratismo maschile:

si sviluppa un sistema di relazioni politiche tra uomini e donne basato sull’esclusione totale

della sessualità (metafora della società come una grande famiglia in cui ci si rivolge alle donne

chiamandole sorelle, figlie, madri).

Anche in Iraq viene data la priorità alla questione femminile (soprattutto per il diritto

all’istruzione in quanto responsabili dell’educazione dei figli) nel segno della modernizzazione, del

nazionalismo arabo e della liberazione delle donne dagli invasori coloniali. Anche in Iraq si arriva al

femminismo di stato con Abdel Karim Qasem, il quale realizzando una nuova riforma

progressista del Codice di Statuto Personale dà il via all’età dell’oro delle femministe irachene

(1958-63). In seguito con l’avvento del potere baathista l’Unione Generale delle donne irachene

(1968) diviene portavoce dell’ideologia del partito unico, che nella sua prima fase dal 1970 al 1985

vive un periodo di modernismo laico che porta ad una nuova riforma in senso progressista ma

anche paternalista del Codice di Statuto Personale. L’autorità del capofamiglia viene rimpiazzata

dallo Stato e vengono messe in discussione le norme patriarcali su divorzio, matrimoni forzati,

crimini d’onore e poligamia. Inoltre vengono prese misure per incoraggiare la partecipazione

femminile allo sviluppo economico del paese tramite il lavoro.

Anche in Marocco si assiste ad una sorta di femminismo di stato dovuto all’abilità del Makhzen

(apparato di potere marocchino) nell’assimilare le rivendicazioni femminili nel proprio sistema,

fungendo da equilibrio tra le spinte democratiche e islamiste del paese.

L’islamizzazione della società in Egitto e in Iraq

In Egitto l’Unione Femminista Egiziana di Hoda Sha’rawi aveva ottenuto dei parziali risultati, come

l’accesso femminile all’università e la riforma del Codice di Statuto Personale, ma era considerato

un movimento troppo elitario e laico. Già negli anni Quaranta il paese era sufficientemente

islamizzato da far propendere le femministe per la versione islamista. Nel 1936 nasce

l’Associazione delle donne musulmane di Zaynab al-Ghazali, vicina ai Fratelli Musulmani: in

un’ottica tradizionalista e patriarcale predica la complementarietà e la divisione dei ruoli. Gli anni

Cinquanta con Nasser sono contraddittori: da una parte viene concesso il suffragio universale

femminile (1956) ma dall’altra si riduce al silenzio il femminismo laico. Negli anni Settanta-Ottanta

si arriva definitivamente al monopolio islamista sul discorso di genere: il Concilio Nazionale

delle Donne (istituzione governativa di Suzanne Mubarak) manipola l’opinione pubblica contro il

femminismo definendo i “gender issues” come problemi dei ricchi occidentali.

In Iraq, dopo i passi avanti verso la modernizzazione laica del paese compiuti nella prima fase del

partito baathista, dalla metà degli anni Ottanta si assiste ad un recupero dei valori patriarcali,

tradizionali e tribali, che diventano la base del potere di Saddam una volta isolato dalla comunità

internazionale. Per riconquistare la popolarità nell’opinione pubblica islamizzata, asseconda la

volontà di “rimettere le donne al loro posto” ribadendo il ruolo sacro della maternità e del

matrimonio, criminalizzando l’aborto e applicando misure restrittive sui contraccettivi. Nella fase

più acuta della guerra (1991-2003) l’islamizzazione della società irachena è totale, enfatizzata

dall’impatto della catastrofe umanitaria: aumentano i matrimoni precoci e la poligamia, vengono

legalizzati i crimini d’onore e imposte norme sul vestiario, viene proibito il divorzio e la

prostituzione criminalizzata in modo estremo (pubbliche esecuzioni di prostitute).

Dopo il 2003, con la fine di Saddam e l’invasione americana del paese, l’ascesa dei partiti

islamisti causa un estremo aumento dei segni di religiosità nello spazio pubblico, specialmente

sul corpo delle donne (controllo sistematico della condotta e dell’immagine femminile) e della

violenza di genere, anche di tipo politico-confessionale: aumentano rapimenti, stupri, crimini

d’onore, violenza domestica e matrimoni precoci, le donne sono impossibilitate ad agire nella sfera

pubblica.

Il movimento delle donne turco: da femminismo di stato a comunismo (dall’articolo di Lea

Nocera)

Si è visto come fino alla metà del Novecento il movimento delle donne turche fosse essenzialmente

inquadrato nel femminismo di stato kemalista, inscindibile dal processo di costruzione nazionale. A

partire dagli anni Sessanta si assiste ad un periodo di forte vivacità intellettuale e politicizzazione

(attivismo e lotta armata da parte di movimenti operai, sindacati e gruppi universitari),

contemporaneamente alla nascita delle prime formazioni islamiste politicizzate e i primi gruppi

paramilitari di destra come i Lupi Grigi. Una forte repressione statale verso i movimenti socialisti

culmina con il golpe del 1971 per poi allentarsi con l’amnistia concessa dopo le elezioni del 1973.

Nel 1975 viene fondata l’Associazione delle donne progressiste (IKD) su iniziativa del partito

comunista turco (TKP), chiusa solo quattro anni dopo in seguito alla brutale oppressione delle

organizzazioni di sinistra per continuare la sua attività clandestina fino alla chiusura definitiva con il

golpe del 1980. L’associazione, che si dichiara apolitica nel suo statuto, rifiuta il femminismo

borghese in favore di una lotta comune di maschi e femmine per il rovesciamento del

capitalismo. In quest’ottica la rivendicazione dei diritti femminili è inscindibile dal socialismo: le

attiviste turche chiedono l’uguaglianza dei diritti economici e sociali, facendo leva sul lavoro

come fonte di indipendenza femminile. Evitando di trattare questioni come aborto, divorzio e

violenza domestica spostano l’attenzione dal corpo femminile al vero problema, che secondo loro è

l’esclusione delle donne dal sistema di produzione sociale. I membri dell’associazione sono

lavoratrici, operaie, contadine, madri e intellettuali mentre le fondatrici sono di classe medio-alta,

spesso compagne di leader studenteschi socialisti.

La riforma della Mudawwana e i femminismi marocchini (dall’articolo di Sara Borrillo)

In Marocco convivono diverse anime femministe: femminismo di stato, femminismo laico/secolare

(finanziate da organizzazioni internazionali), islamismo al femminile e femminismo islamico,

quest’utlimo rappresentato dalle voci di Asma Lamrabet e Fatima Mernissi.

Si è visto come il punto di contatto di tutti i femminismi di area MENA (Medio Oriente e Nord

Africa) sia la volontà di riforma del Codice di Statuto Personale. In Marocco è particolarmente

evidente il contrasto tra l’impostazione patriarcale della Mudawwana e l’uguaglianza dei

diritti sancita formalmente dalla costituzione. Nel 1992 si riesce ad ottenere una parziale riforma

della Mudawwana, i cui principali contributi riguardano la desacralizzazione simbolica del codice

e la creazione di un dibattito pubblico sul tema. Nel 1999 viene presentato il Piano nazionale per

l’integrazione della donna allo sviluppo, il quale genera un dibattito che spacca in due la società

civile tra progressisti e passatisti (l’opposizione islamista contraria alla prevalenza

dell’universalismo occidentale dei diritti sui valori islamici).

Tra il 2000 e il 2004 vengono fatti importanti passi avanti per il riconoscimento dei diritti politici,

civili e religiosi delle donne marocchine. La riforma della legge elettorale del 2002 sancisce le

quote rosa per l’elettorato passivo femminile. La nuova Mudawwana progressista del 2004

elimina la centralità del marito-padre affermando la responsabilità congiunta dei coniugi, sancisce il

diritto femminile al divorzio, fissa l’età minima del matrimonio a 18 anni (lasciando però le porte

aperte alla discrezionalità del giudice) ma mantiene la poligamia e la discriminazione nel diritto

successorio. Nello stesso anno viene favorita la partecipazione femminile alla divulgazione del

sapere islamico in quanto si consente alle donne l’accesso alla professione di murshida


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elib.

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9 mesi fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto dettagliato della storia dei femminismi mediterranei, basato sullo studio autonomo della rivista storica Genesis (I, 2013 "Femminismi nel Mediterraneo"). Integrato con lo studio del saggio "Femminismo islamico" di R. Pepicelli, il riassunto prende in considerazione la storia e l'evoluzione moderna del femminismo turco, marocchino, egiziano e iracheno, con particolare attenzione alla distinzione tra femminismo laico, femminismo islamico e islamismo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze storiche
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elib. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle donne e dell'identità di genere e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Casalena Maria Pia.

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