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Storia dell'America del Nord

Le società coloniali fino al 1763

Alla fine del Settecento era presente una divaricazione di opinioni in merito all’America: per alcuni gli insediamenti europei erano un affare inutile, la terra era invivibile e abitata da esseri umani inferiori; per altri l’America era luogo di ricchezze e meraviglie, occasioni per la crescita della civiltà e l’espansione della cristianità. Gli opinionisti statunitensi consideravano la storia coloniale come anticipazione della storia nazionale, storia del trapianto oltremare della civiltà anglo-europea e della sua trasformazione in una nuova distinta e superiore civiltà.

Gli europei non incontrarono in America la natura selvaggia e disabitata, ma una molteplicità di popoli nativi con cui dovettero confrontarsi e scontrarsi, derubando antiche civiltà dei propri territori e distruggendole. Altro fattore molto negativo è stata la schiavitù, che divenne istituzione centrale della vita e dell’economia. Le colonie inglesi facevano parte di un incontro tra quattro continenti: Europa occidentale, Africa occidentale, Nord e Sud America, che comportò uno dei più massicci incontri di culture di sempre.

Per più di tre secoli la tratta degli schiavi costituì la norma, mentre gli americani nativi, quando non venivano uccisi dai colonizzatori, venivano sterminati dalle malattie che gli stessi portavano con loro. Gli inglesi, tuttavia, giunsero sulla scena americana tardi, insieme a olandesi e francesi, mentre i portoghesi e gli spagnoli erano presenti da un secolo soprattutto al sud ma anche al nord dove gli spagnoli fondarono la comunità di Saint Augustine in Florida e Santa Fe nell’attuale New Mexico. Gli olandesi invece si diedero al commercio e al contrabbando e conquistarono basi in Brasile e nei Caraibi e fondarono nuova Amsterdam.

I francesi aggredirono l’estremo nord con avamposti in Acadia (1605) e tre anni dopo in Canada. Nel 1635 occuparono Martinica e Guadalupa e nel 1677 Haiti. Nel 1682 giunsero al Mississippi e crearono la Louisiana. Per gli inglesi la Spagna era sia un modello che una minaccia, e perciò decisero di creare avamposti in aree non occupate che fornissero basi di attacco contro gli spagnoli. La prima colonia fu Terranova, e dopo un iniziale fallimento di colonizzazione all’interno del continente, conquistarono Bermuda, Barbados, Bahamas e la Giamaica (colonie delle Indie occidentali) e le coste nordamericane, cominciando da Jamestown.

Gli insediamenti inglesi non erano tutti uguali fra loro, quelli delle Indie occidentali erano di sfruttamento con prodotti tropicali e schiavistiche, altri di popolamento, anche se le colonie settentrionali e centrali non erano estranee alla schiavitù, ma la componente schiavistica era minima a causa del tipo di economia basata sul lavoro libero di popolazione europea in rapida crescita. Nel 1607 gli inglesi si insediarono stabilmente per la prima volta, fondando nel sud il villaggio di Jamestown e diedero origine alla colonia della Virginia alla quale nel 1634 si affiancò la colonia del Maryland, fondata da un cattolico. Nel 1662 gli insediamenti si espansero verso sud quando venne creata la Carolina. Da questo territorio tra la Florida spagnola e la Virginia nacquero: North Carolina, South Carolina e Georgia.

Nel 1620 si insediarono a settentrione, dove protestanti intransigenti in fuga dalla madrepatria crearono Plymouth Colony a Cape Cod; vi arrivarono per caso poiché il Mayflower, la loro nave, venne portata fuori rotta dalla tempesta. Altri protestanti, i puritani, fondarono Salem e Boston da cui fondarono il Connecticut, il Rhode Island e il New Hampshire.

La terza area di colonizzazione fu la regione intermedia del Middle Atlantic, dove per primi erano giunti gli olandesi, ma nel 1664 il duca di York si impadronì di quest’area chiamandola New York e cambiando il nome a Nuova Amsterdam in New York City. L’area poi fu divisa in New Jersey che venne venduta ai quaccheri e i newyorkesi si espansero verso l’interno. Nel 1681 nacque la Pennsylvania, da cui poi si staccò la colonia del Delaware nel 1704.

  • Desiderio di ricchezza
  • Vivere la religiosità senza costrizioni (cattolici nel Maryland, puritani in New England e quaccheri in Pennsylvania)
  • Speculazioni
  • Fuga dagli sconvolgimenti politici e sociali inglesi, a causa dell’irrigidirsi della monarchia protestante degli Stuart e dell’anglicanesimo

Tipi di governo nel Seicento

I tipi prevalenti di forme di governo nel Seicento erano due:

  1. Corporation, che servivano per raccogliere risorse e finalizzarle a uno scopo collettivo. Istituite con decreto regio che ne dettava lo statuto, le forme di autogestione e le forme di governo. Avevano governatori e consigli eleggibili.
  2. Colonie proprietarie del sud (Carolina e Maryland) e del Middle Atlantic (New York, New Jersey e Pennsylvania), dove la corona dava il potere a lord proprietari che potevano scegliere le forme di governo più adatte.

Il controllo dell’Inghilterra sulla politica delle colonie nel corso del Seicento fu blando, poiché l’importante era il commercio, per il quale fu istituito il Board of Trade nel 1696, che stabilì le Navigation Acts, leggi che imponevano che tutte le merci nell’impero dovevano circolare su navi inglesi, i manufatti consumati dovevano provenire dalla madrepatria e che i prodotti cambiati tra colonie non passassero per l’Inghilterra. Quest’ultimo punto era particolarmente oneroso per i mercanti che quindi scelsero la via del contrabbando, al quale Londra rispose creando colonie regie ovvero un terzo tipo di governo dove i governatori erano scelti e dipendenti dalla corona.

Alla fine del Seicento il popolamento del Nord America fu un’estensione dei processi di mobilità europei, a cui contribuirono il governo inglese, mandando galeotti, le compagnie di navigazione, gli speculatori e gli agenti che cercavano manodopera qualificata. Gli emigranti erano principalmente inglesi, ma di provenienze diverse: del sud, del nord e della Scozia, scozzesi-irlandesi, irlandesi cattolici e anche ugonotti francesi.

Le colonie del New England erano omogenee sia dal punto di vista etnico che religioso, con un’economia varia, così come le colonie del Middle Atlantic. Le colonie del sud erano invece diverse, vi dominava la chiesa anglicana intollerante, la speranza di vita era molto bassa e la popolazione quasi del tutto maschile. Erano colonie agricole e rurali, con monocolture finalizzate all’esportazione caratterizzate da piantagioni enormi. L’istituzione centrale era la schiavitù africana: gli europei ritenevano questi popoli meno civili e però più adatti rispetto agli schiavi indiani poiché più resistenti alle malattie, convenienti e efficienti. I numeri e l’organizzazione che gestiva questo fenomeno erano enormi. In molti casi erano gli stessi governatori africani che si procuravano schiavi, per poi rivenderli agli europei. Gli schiavi erano stipati in navi fetide per molti giorni, con un tasso di mortalità elevato. Le colonie del nord assorbirono una quota molto ridotta del traffico, ma si radicò come se fosse una cosa normale. Nelle colonie del sud invece la schiavitù era presente nella sua forma più estrema e venne legalizzata: i neri subivano violenze dai loro padroni senza poter dire niente, non potevano sposarsi coi bianchi e avere proprietà. Dal 1680 fu tolto loro ogni diritto residuo. I loro comportamenti erano regolati da norme severissime denominate “slave codes” che vietavano il movimento e l’assembramento. A ciò si accompagnò la crescente separazione sociale. Si formò quindi una società schiavistica a base razziale. Pur vivendo in questi ambienti gli africani continuarono a far rivivere le loro tradizioni. Essi provarono a resistere, fingendosi malati o folli o avvelenando il padrone e scoppiarono anche delle dure rivolte; gli europei divennero sempre più ossessionati dalle cospirazioni.

L’insediamento dei colonizzatori significò per gli indiani d’America conquista, esproprio e rovina. Le epidemie, le guerre e le migrazioni forzate decimarono la popolazione, che moriva di fame o di malattia, la trasmissione del sapere venne interrotta. All’inizio, tuttavia, gli indiani sfamarono i coloni, insegnarono loro come comportarsi con animali e piante e le vie di comunicazione. Gli europei avevano superiorità schiaccianti in risorse tecnologiche e pressione demografica, mentre gli indiani avevano un forte senso di indipendenza, autostima e superiorità, ma le due civiltà erano diverse in tutto. A volte fu il contatto con gli europei che spinse i nativi a assumere un sistema decisionale capace di trattare coi coloni e elaborare un atteggiamento comune e si dotarono di un imperatore che parlasse a nome di tutti.

L’atteggiamento degli indiani nei confronti dei bianchi variò nel tempo; inizialmente gli incontri erano pacifici ma perché basati su un fraintendimento, i bianchi erano troppo curiosi e pochi per attaccarli. L’atteggiamento cambiò quando i bianchi cominciarono a lasciare segni della loro presenza ovunque e a rinominare qualsiasi cosa e quando gli indiani capirono che volevano restare e sfruttare le loro ricchezze cominciarono a vederli come spiriti maligni da scacciare. Agli occhi degli europei gli indiani si comportavano ora da selvaggi, e cominciarono a aggredire e distruggere villaggi ma gli indiani risposero per le rime. Tutte le aree di contatto tra indiani e europei furono segnate da guerre di resistenza, trattati di pace disattesi, tregue, sottomissioni.

Nel 1753 il governatore del Canada, il marchese Duquesne, inviò gruppi armati di indiani e francesi che fece sloggiare gli inglesi creando Fort Duquesne, nell’Ohio. Gli indiani per sfuggire agli inglesi erano caduti sotto il controllo dei francesi, e si entrò in un conflitto conosciuto come guerra Franco-indiana o guerra dei sette anni (1756-1763).

I rapporti ravvicinati di conflitto, dominio e antagonismo coi nativi e i neri svilupparono nei coloni europei un’identità razziale di appartenenza alla medesima razza bianca. La coscienza si sviluppò gradualmente, diventando coscienza di superiorità. Schiavitù e razzismo si rafforzarono a vicenda, giustificandosi a vicenda. La strenua resistenza indiana rese costosa la conquista: si doveva fare affidamento alla madrepatria o collaborare militarmente contro un nemico divenuto comune.

Il commercio con la Gran Bretagna crebbe di continuo; le colonie vendevano materie prime e acquistavano articoli di ogni tipo. Avevano istituzioni politiche sempre più omogenee tra loro a causa del maggior controllo imperiale inaugurato alla fine del Seicento. Tutte avevano assemblee provinciali bicamerali con almeno una camera elettiva. Il diritto di voto era legato alla proprietà, il governatore era di nomina regia tranne che nelle due corporations e nelle due proprietarie rimaste. Si basavano tutte sul diritto comune inglese per i bianchi e sugli slave codes. Tutti si consideravano figli della rivoluzione puritana e di quella del 1688 che aveva sancito il Bill of Rights.

I movimenti religiosi che infiammarono le colonie dopo il 1735, noti come Il Grande Risveglio, non divisero l’America dalla madrepatria ma gli angloamericani fra loro e gli inglesi fra loro.

Le comunità coloniali nella loro interezza erano più gerarchiche di quella inglese, in quanto includevano una massa di schiavi neri senza diritti, delle non persone; la mobilità sociale era più elevata che in Gran Bretagna. I ceti sociali riconosciuti dagli angloamericani erano tre:

  1. Classi superiori o better sort: Proprietari terrieri, grandi mercanti, alti funzionari imperiali, uomini d’affari, agricoltori ricchi e professionisti.
  2. Classi intermedie o middling sort: Agricoltori, negozianti e artigiani.
  3. Classi inferiori o lower sort: Braccianti, lavoranti e servi a contratto.

Le distinzioni sociali erano rigide e implicavano una certa deferenza e dipendenza dalla classe superiore alla propria, esistevano in tutte le colonie con proporzioni diverse. Tutte le città erano porti oceanici e quindi luoghi di comunicazione transatlantica e continentale; al loro interno nacquero i giornali e i primi centri di istruzione superiore. I legami intercoloniali e quelli fra colonie e madrepatria sembrarono rafforzarsi ancora di più in occasione delle guerre imperiali con cui gli inglesi combatterono i francesi e li espulsero dal Nord America. Dopo il 1763 per vari motivi l’unità intercoloniale cominciò a essere pensata dalle colonie in una logica diversa, sempre di meno come unità all’interno dell’impero ma come unità contro gli interessi e le direttive della Gran Bretagna.

Rivoluzione e costituzione (1763-1789)

La rivoluzione americana è interpretabile secondo tre griglie:

  1. Rivoluzione come un movimento di indipendenza nazionale, nella quale i coloni forgiarono col tempo delle comunità coloniali autonome dalla Gran Bretagna che venne definita agente di dominio esterno.
  2. Rivoluzione come un movimento di cambiamento sociale. La guerra d’indipendenza decise una questione cruciale, ovvero che gli americani sarebbero stati padroni a casa loro, ma mise in discussione anche il fatto di chi avrebbe governato. La dichiarazione d’indipendenza pose termine al dominio britannico in nome di principi rivoluzionari tra i quali quelli di uguaglianza. Ma le società nordamericane non erano affatto egualitarie. Si creò anche una spaccatura all’interno della società tra i patrioti e i lealisti, che si accusavano vicendevolmente di tradimento.
  3. Rivoluzione in funzione al suo sbocco, cioè la costruzione di un nuovo stato nazionale. Il processo iniziò nel 1776 ma ci vollero anni prima che si concludesse con le colonie erette a Stati sovrani distinti.

La dichiarazione era la dichiarazione unanime dei tredici Stati Uniti d’America, che nel 1777 formarono un’unione in quanto lega di amicizia. Solo nel 1787 crearono una struttura federale di governo con una sovranità ad essi superiore. Gli Stati Uniti furono costruiti contro l’Inghilterra, ma anche contro le popolazioni indiane indipendenti e questo fu un conflitto che non terminò nel 1783. I motivi dello scontro erano visibili alla fine della guerra Franco-indiana con la pace di Parigi del 1763 che espulse i francesi dal Nord America. I francesi scomparvero sia come minaccia per l’impero inglese sia come minaccia agli insediamenti angloamericani, che si sentirono quindi meno dipendenti dalle armi imperiali. I coloni pensarono di poter dilagare all’interno del continente incontrando solo la resistenza dei nativi ormai privi di alleati e quindi più deboli. Senza i francesi la politica dell’equilibrio non funzionava più e i nativi dovettero sopportare senza mediazioni la pressione inglese. Il governo inglese cercò di regolare la questione del movimento verso ovest, con la Royal Proclamation del 1763, e vietò ai coloni di attraversare la linea dei monti Allegheni, la Proclamation Line. Ciò fece infuriare i coloni, che videro in essa un tentativo illegale del re di porre un limite all’espansione che, per loro, era un diritto riconosciuto dagli statuti coloniali. La guerra tra angloamericani e nativi costituiva un costo importante per Londra, che decise di riorganizzare il sistema fiscale imperiale; ciò fece maturare nei coloni il pensiero di fuoriuscire dal sistema economico britannico anche a causa dell’espansione di manufatti inglesi verso le colonie in quantità superiore alla domanda, minacciando fallimenti.

Malgrado le crisi commerciali, l’economia coloniale era prospera. Questo miglioramento di condizioni era dovuto all’introduzione di nuove tecnologie, al maggior capitale disponibile, alla diversificazione dei prodotti, all’aumento del loro valore di mercato e all’esplosione demografica. Nel quindicennio successivo al 1760 arrivò anche la più consistente ondata di emigranti fino a quel momento. La crescita economica e demografica dava ai residenti di origine europea un senso di dinamismo, di proiezione verso il futuro e di fiducia in se stessi. Ma fu tra il 1763 e il 1775 che gli americani cominciarono a sentirsi tali. Dall’altra parte dell’oceano, gli inglesi erano furiosi perché i coloni si erano fatti beffe dell’impegno bellico imperiale, e avevano continuato a commerciare di nascosto coi francesi; inoltre, altre leggi dell’impero venivano disattese. C’era una diversa percezione della legalità che gli inglesi attribuivano all’incapacità dei coloni di autogovernarsi, e che i coloni attribuivano invece alla volontà di Londra di intromettersi. Alle origini della nuova politica inglese c’era dunque un problema di reperimento delle risorse finanziarie e le misure imperiali che vennero attuate furono:

  • Il Revenue Act 1764 che intendeva rendere più difficile il contrabbando e riorganizzare la struttura dei dazi sui prodotti d’importazione, da cui la denominazione di Sugar Act;
  • Lo Stamp Act 1765 che prevedeva che documenti, transazioni e prodotti dovessero essere accompagnati da bolli appropriati da comprare presso rivenditori autorizzati.

In modo intuibile, i coloni si risentirono moltissimo; si chiedeva loro di pagare di più, lo Stamp Act imponeva bolli su tutto e colpiva tutti in maniera fastidiosa. Il malcontento degli angloamericani acquistò subito un carattere politico-costituzionale che andava oltre la questione dell’opportunità dei provvedimenti, per investire quella della loro legittimità. Le reazioni si mossero su due piani: da una parte si disse che le nuove tasse erano sbagliate e ingiuste, dall’altra si sostenne che fossero incostituzionali: il parlamento di Londra non aveva l’autorità di approvare simili leggi sulle colonie perché le colonie non vi erano rappresentate.

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Scienze politiche e sociali SPS/05 Storia e istituzioni delle americhe

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MartinaRadaelli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'America del Nord e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Barcella Paolo.
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