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Riassunto esame Storia del Cristianesimo, prof. Monaci, libro consigliato Immagini di Cristo, von Dobschà¼tz

Riassunto per l'esame di Storia del Cristianesimo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Immagini di Cristo di von Dobschütz consigliato dalla docente Monaci.

Esame di Storia del cristianesimo docente Prof. A. Monaci

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ESTRATTO DOCUMENTO

All’inizio del III sec Abgar bar Manu re di Edessa si converte al cristianesimo, che

L’icona di Cristo di Edessa in breve conquista tutto il piccolo regno. Presto si forma la leggenda che fa

(mandylion) risalire la fede addirittura ai tempi di Cristo.

La leggenda narra come re Abgar soffra un male incurabile e decida di ricorrere all’aiuto di Gesù. Attraverso un

messaggero lo prega di venire da lui per guarirlo, offrendogli allo stesso tempo la possibilità di restare per sempre

presso di lui così da sottrarsi alle persecuzioni dei giudei. Gesù gli risponde per iscritto, rifiutando l’invito e promettendo

però che avrebbe inviato, dopo la sua morte e ascesa al cielo, uno dei suoi discepoli. E così accade. Taddeo è mandato

dall’apostolo Tommaso a Edessa, dove il re lo onora come si deve, esprime la propria fede in Gesù e si dichiara pronto a

vendicarne la morte contro i Giudei, cosa che però Taddeo rifiuta. Subito il re è guarito tramite l’imposizione delle mani

in nome di Gesù, e seguono altre guarigioni. Taddeo inoltre predica pubblicamente e tutti si convertono.

Ad un certo punto, a Edessa la credenza che la benedizione di Cristo dai tempi di Abgar protegga la città prende la forma

concreta della nella quale è assicurata l’inviolabilità della città. Immediatamente alcuni

lettera di Cristo ad Abgar,

esemplari della lettera iniziano a circolare, compreso il presunto originale. In seguito, il fatto che fino al 609 Edessa non

abbia subito alcun assedio può aver contribuito a rafforzare e consolidare la credenza nell’inviolabilità della città.

Nel frattempo, penetra nella leggenda un elemento del tutto nuovo, destinato a oscurare la considerazione per la

lettera di Cristo: la credenza nell’esistenza di un’icona di Cristo di origine miracolosa.

(dopo il 593) è il primo a nominare questa icona miracolosa rifacendosi apertamente a Procopio (che però non

Evagrio

nomina mai tale icona). Racconta brevemente la storia di Abgar e accenna anche al dubbio sull’autenticità della frase

finale della lettera di Cristo ( ). Parla poi dell’assedio della città da parte dei persiani, e afferma

la promessa di protezione

che il fuoco acceso in una galleria sotterranea dai cittadini di Edessa per far crollare le macchine da guerra persiane che

si avvicinano alle mura della città non ha abbastanza aria per bruciare il legno. Allora è presa l’” icona fatta da Dio, non

”,

prodotta da mano umana, quella che Cristo aveva inviato ad Abgar quando questi aveva espresso il desiderio di incontrarlo

portata nella galleria, lavata con acqua che viene poi spruzzata sul fuoco e sulla legna. Subito la legna prende fuoco e

distrugge tutto. Evagrio è evidentemente inferiore a Procopio nelle descrizioni, che forse per lui non hanno grande

importanza. Ciò che lo interessa è narrare la miracolosa salvezza di Edessa e dell’icona di Cristo creata da Dio.

Presupponendo che tutti ne conoscano la storia, vi accenna solo brevemente.

nell’omelia pronunciata in occasione di una festività dopo il 944, descrive gli stessi fatti. Qui

Costantino Porfirogenito,

l’icona non è famosa, ma deve ancora essere scoperta. Cmq si ritiene che sia quella che Cristo ha miracolosamente

creato lasciando l’impronta del suo volto su un panno e che poi ha mandato a re Abgar. È a causa di un infedele nipote

di re Abgar che perseguita i cristiani che il vescovo la mura con una lampada accesa di fronte e un mattone come

protezione. In questo racconto è importantissima l’aperta ammissione di non far risalire la conoscenza dell’icona

miracolosa di Cristo di Edessa oltre l’epoca dell’assedio della città da parte di Cosroe nel 544.

In seguito (calcedonesi, monofisiti, nestoriani) le altre

ogni confessione crede di possedere l’unica autentica icona;

possono essere all’occorrenza solo buone copie. Una leggenda narra l’origine della prima di queste copie il re

persiano Cosroe, che si è dovuto ritirare di fronte al potere distruttivo dell’icona, deve conoscerne anche il potere di

soccorso. La sua figlioletta è posseduta da un demonio che si sarebbe ritirato solo se fosse giunta da Edessa l’icona

santa. Il re scrive alla comunità di Edessa chiedendo l’onnipotente icona divina per guarire sua figlia. I furbi abitanti di

Edessa però intuiscono che si tratta di uno stratagemma dei persiani per sottrarre il palladio, ma poiché non vogliono

neppure offendere il re, fanno preparare una copia dell’icona del tutto fedele all’originale e la mandano a Cosroe. Non

appena gli ambasciatori oltrepassano i confini del regno persiano, il demonio è preso dallo spavento e promette

solennemente di lasciare libera la figlia del re se solo la temuta icona venga tessuta lontana dal regno persiano. La figlia

è guarita e il re fa riportare subito l’icona con ricchi doni a Edessa, che ha da allora una doppia icona.

In seguito alla traslazione della santa icona a Costantinopoli, il 15 agosto sera l’icona giunge alla chiesa di Blacherne, il 16

mattina viene imbarcata per un giro attorno alla città in segno della benedizione che da quel momento avrebbe

garantito. Infine viene trasportata a palazzo dove trova la sua collocazione definitiva nella cappella principale.

Alle sorgenti del Giordano c’era un paese chiamato nella lingua locale e

Paneas

L’icona della Veronica ribattezzato Cesarea di Filippo. Si narra che qui nel IV sec davanti a una casa si

erga una scultura in bronzo: lo storico della Chiesa la descrive come un uomo dritto, con un largo pallio

Eusebio

indossato con modestia e la mano destra distesa; davanti a lui è una donna inginocchiata, le mani tese verso di lui,

supplichevole; accanto una pianta medicinale che raggiunge l’uomo fino all’orlo della veste.

Chiaramente è una stele votiva raffigurante una donna adorante al cospetto di una divinità, forse Asclepio. Ma i cristiani

interpretano la casa come quella dell’emorroissa guarita miracolosamente dalla sua malattia durata 12 anni dopo aver

sfiorato la veste di Gesù. Per gratitudine ella ha onorato con il gruppo bronzeo la grazia ricevuta. Fino a tutto il VI sec

disponiamo di una serie di testimonianze che ci fanno pensare che Paneas sia in possesso della figura bronzea di Cristo.

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L’icona di Cristo, col tempo, viene tralasciata e l’attenzione si sposta sulla pianta medicinale ricordata da Eusebio.

Sembra tuttavia alquanto dubbio il fatto che lo stesso Eusebio la consideri come parte integrante del gruppo bronzeo. I

posteri interpretano la descrizione in modo diverso: ritengono che la pianta sia davvero cresciuta spontaneamente sul

basamento della statua e abbia raggiunto l’orlo della veste di Gesù, dove ha ricevuto un miracoloso potere di

guarigione. Questa pianta miracolosa, che nessun medico esperto di piante ancora conosce, e di cui alcuni cronisti +

tardi sanno solo per sentito dire, aiuta contro la tubercolosi, la cecità e soprattutto l’emorragia. Si ritiene che questa

pianta sia la prova tangibile della compiacenza divina per il gesto di riconoscenza della donna che ha innalzato

un’immagine di Cristo per venerarla. Avvolta dai 2 miracoli del potere di guarigione e della protezione divina, la statua

di Paneas è uno dei principali testimoni del diritto divino e dell’antichità del culto delle icone nella cristianità.

Nella forma + antica la Veronica, che Gesù guarisce dall’emorragia, fa dipingere la sua immagine per amore verso di lui.

Andando dal pittore col panno di lino incontra Gesù che, saputo il motivo del di lei viaggio, le prende il panno, vi

imprime il proprio volto e lo restituisxe alla donna. Questa semplice e chiara spiegazione viene ripetuta dalla maggior

parte dei testi che seguono → alcuni testi attribuiscono l’impronta al sudore per la fatica del cammino, altri all’acqua,

altri non menzionano nulla. Ora è un asciugamano, ora una tela da pittore, ora il velo della Veronica ad essere usato

Un solo testo, la rielaborazione latina

da Gesù. L’idea comune è che si tratti sempre e solo dell’impronta del viso. de

sembra alludere a un’immagine a figura intera. I racconti qui presentati concordano tutti nel collocarla

Veronilla

all’epoca del libero peregrinare di Gesù e non fanno alcun accenno a un legame con la Passione.

Prima del XII sec né il culto dell’immagine della Veronica a Roma né la sua leggenda sono testimoniate in fonti datate in

modo certo. Eppure già nel XII sec esiste una tale quantità di varianti che fanno pensare a un periodo di sviluppo +

lungo, e possediamo anche rielaborazioni anonime della leggenda che in forma manoscritta possono essere ricostruite

in base alla paleografia fino al VIII sec. Sono 2 le descrizioni nella quale cercare la + antica forma della leggenda: la Cura

e la In entrambe lo schema di base è del tutto conservato: malattia di Tiberio, pieni

Sanitatis Tiberii Vindicta Salvatoris.

poteri di Volusiano, interrogatorio a Gerusalemme, esilio di Pilato, Veronica costretta a cedere l’icona, Volusiano si

imbarca con Veronica e Pilato in catene, imperatore guarito grazie alla visione dell’icona, battezzato e che muore felice,

mentre Pilato viene brutalmente ucciso.

① Tutto mira alla punizione di Pilato, come indica il titolo alternativo

Cura Sanitatis Tiberii → De damnatione Pilati.

Come nella leggenda di Paneas, si presenta Berenice-Veronica come detentrice di un’icona di Cristo, un ritratto fatto da

mano umana, con l’unica differenza che lì si pensa a una statua di metallo e qui a un dipinto su panno di lino.

Per una leggenda così formata, ricca di informazioni dettagliate, la fine del V sec è il limite temporale minimo, l’inizio del

VIII quello massimo. Il luogo d’origine potrebbe essere l’Italia, + precisamente la Toscana ( ).

cfr. Ameria Tusca

② Ci fa fare un passo avanti nella serie degli sviluppi. Qui compare la vendetta sui giudei, molto +

Vindicta Salvatoris →

colpevoli del procuratore romano per la morte di Gesù. L’autore attinge così tanto dal racconto della Cura Sanitatis

che presuppone semplicemente il come qualcosa di noto.

Tiberii voltus Domini

Proprio a Roma fino all’inizio del XII sec non si sa nulla né della leggenda né dell’icona. Solo dal XII sec si è capito che la

leggenda parla di una nota reliquia romana. Come si sia arrivati a ciò ci sfugge. Superando ampiamente per importanza

tutte le altre reliquie, con la sua presenza l’icona eleva la basilica di S. Pietro al di sopra di tutte le chiese terrene. L’icona

viene chiamata santo sudario di Cristo, + di rado l’icona di Cristo: Veronica è una denominazione popolare, dal momento

che l’emorroissa Veronica-Berenice è nota come detentrice di un’icona di Cristo. Troviamo accennata già in Gervasio di

Tilbury l’etimologia divenuta celebre successivamente grazie a Mabillon e Papebrock.

vera icona,

Il panno su cui Gesù ha impresso il suo volto è ripiegato 3 volte e così sono spuntate contemporaneamente 3 impronte.

Oltre a Roma, possiedono tale originale Gerusalemme e Caen in Spagna. Ma anche le icone ritenute copie sono

tutt’altro che esatte riproduzioni dell’originale romano. Come in generale per l’idea di ritratto, a quest’epoca è estranea

anche la visione secondo cui l’icona originale debba essere copiata in modo esatto. Solo indirettamente, attraverso la

leggenda, l’immagine miracolosa diviene oggetto della riproduzione artistica, e anche il riconoscimento dell’originale

stesso è sempre abbastanza vago. Le prime

Né l’originale né le libere riproduzioni + antiche sanno qualcosa delle gocce di sangue o della corona di spine.

appaiono sporadicamente a partire dal 1400, la seconda si incontra innanzitutto su stampe e xilografie a partire dalla

seconda ½ del XV sec. Le icone della Veronica di epoca + antica sono eseguite con la massima libertà, come pure le icone

di Cristo bizantine, per conferire alla rappresentazione grande magnificenza e sublimità. La tendenza a mettere l’icona in

relazione alla Passione del Signore emerge nelle aggiunte alla poesia latina del XII sec. Essa assume però una forma

inequivocabile solo nell’ambito della tradizione francese alla fine del XII sec. Veronica è in questo caso lebbrosa: di certo

ella adora il Signore, ma non osa avvicinarsi a lui. Solo quando viene appeso alla croce, lei accorre. Anche ora però resta

lontana, finché Maria non le fa cenno di togliersi il velo dal capo e sfiorare con esso il volto di Gesù. Non appena Maria

glielo restituisce, Veronica lo indossa e guarisce. 5


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AUTORE

moondrop

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher moondrop di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del cristianesimo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Monaci Adele.

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