Introduzione: il potere delle immagini e l'impotenza dei teologi
Il potere delle immagini: quando una immagine acquista importanza i teologi si sentono minacciati e la loro prima reazione è di vietarla. Se ciò non ha alcun effetto, la circolazione viene concessa ma vincolata alla spiegazione ufficiale, che ribadisce la priorità della Chiesa sull’immagine e regola l’accesso alle immagini da parte dei fedeli. Le immagini si prestano ad essere esposte e venerate, ma anche vilipese e distrutte. Reagiscono piangendo e sanguinando come fossero persone viventi. Così, quando un’immagine di culto comincia a diffondersi nel loro circondario, le minoranze temono sempre di essere denunciate come attentatrici. Nelle controversie, le fazioni non si schierano pro o contro un’immagine: la contesa riguarda il possesso dell’originale che rappresenta l’identità di una religione.
Le vere immagini sacre
- Leggende sulla genesi: riconoscono l’origine soprannaturale di un’immagine caduta dal cielo o la riproduzione meccanica del volto del modello dal vivo.
- Leggende della visione: l’osservatore riconosce in un’immagine i personaggi apparsegli in sogno.
- Leggende dei miracoli: insistono sulla presenza sovratemporale del santo che con la sua effigie opera miracoli anche dopo la morte.
Che cosa vuol dire “sacro”: inizialmente vengono considerate sacre le cose che vengono trasformate dalla consacrazione dei sacerdoti. Ma se ogni cosa può essere consacrata, le immagini perdono il loro status particolare e i sacerdoti ne risultano allora gli effettivi creatori. Invece, il merito delle immagini si basa sulla volontà di Dio. Anche i santi taumaturghi non sono consacrati, sono le voci di Dio e il loro merito consiste nella virtù. Ma se è Dio stesso a produrre le immagini, non si serve della gerarchia da lui istituita.
Perché le immagini: gli ebrei non devono formarsi alcuna immagine di Dio che abbia qualcosa di umano, tantomeno somigliante agli idoli delle etnie vicine. L’icona ebraica è la sacra scrittura, perciò il rotolo della Torah è venerato come un’immagine di culto. Ma per i cristiani, se Dio è divenuto visibile come uomo, si può rappresentare.
Religione e Stato
Inizialmente si perseguitano i cristiani poiché essi rifiutano di rendere atti di culto all’effigie statale dell’imperatore, immagine vivente del dio del sole. In seguito, Costantino vede in sogno il segno di quel Dio in nome del quale avrebbe vinto. Così l’imperatore rimane l’immagine vivente di Dio, ma adotta a scopo militare la croce come segno della maestà del Dio cristiano. Dal VI sec, sul dritto delle monete si scorge l’effigie dell’imperatore, sul rovescio il segno del trionfo della croce. Quando alla fine del VII sec l’immagine di Cristo soppianta sul dritto delle monete quella dell’imperatore, si ha una svolta di grande portata. Durante la controversia iconoclasta, gli imperatori cercano di riportare la propria immagine là dove era posta quella di Cristo. Se l’unità dello Stato consiste in quella della fede, si deve decidere pro o contro le immagini che la favoriscono o minacciano. Il contrasto che ne segue si sviluppa con lo scambio tra l’immagine di Cristo e il segno della croce privo di essa.
Ritratto e memoria
La superiorità dell’immagine sulla narrazione: la religione cristiana è religione della scrittura. Ma il ritratto o imago è sempre di rango superiore alla narrazione o historia. Il presente si colloca tra due realtà di rango essenzialmente superiore: l’autorivelazione passata e quella futura di Dio nella storia. L’immagine rappresenta la presenza passata e futura di Dio nella vita degli uomini mentre condivide il presente con l’osservatore.
L’immagine rettificata: le immagini devono essere non solo guardate ma anche credute. Così l’“immagine rettificata” è una conseguenza di quella “giusta” che si doveva avere nel santo. Ad esempio, l’immagine di Francesco d’Assisi è stata sempre rinnovata, poiché deve rappresentare sempre lo stato più recente dell’ideale dell’ordine.
La “presa del potere” da parte dei teologi e l’esperienza di sé nell’arte dell’età moderna
La Riforma e la censura delle immagini religiose
Con la Riforma le immagini perdono potere. Ciò che fino a quel momento è stato uso, viene censurato come abuso. Liberarsi delle vecchie istituzioni è uno dei motivi più importanti che inducono i riformatori a trasformarsi in nemici delle immagini. Già S. Paolo ha opposto resistenza alla pratica idolatrica dei pagani: l’immagine non è all’altezza dell’autentico tenore letterale e utilizzarla al posto della scrittura presenta il pericolo di una comprensione falsa o poco chiara. Nell’atteggiamento liberale di Lutero, è loro riservato ancora uno spazio purché dottrinalmente utili per rafforzare l’annunzio della parola.
La nascita dell’arte
Improvvisamente al posto dell’immagine subentra l’arte. L’immagine è affidata all’osservatore: forma e contenuto cedono il loro senso immediato a quello mediato di un’esperienza estetica e di un argomento nascosto. Nasce la collezione d’arte in cui le immagini rappresentano temi umanistici. La Chiesa romana invece dà importanza e preferenza alle immagini antiche, che agiscono come reliquie di un’epoca trascorsa.
L’icona in una prospettiva moderna e nello specchio della sua storia
Il “manuale di pittura del Monte Athos” e il romanticismo
Nel 1839 il francese Adolphe Napoléon Didron sale sul Monte Athos e scopre l’arte religiosa della Chiesa orientale. La sua eccitazione aumenta quando osserva alcuni pittori eseguire un affresco procedendo liberamente sulla parete, senza modelli, ma con grande precisione. Trova la risposta nel “manuale di pittura del Monte Athos”, da lui pubblicato in lingua francese; l’opera contiene alcune istruzioni di natura tecnica, ma l’attenzione maggiore è riservata agli aspetti tematici, alla riflessione sul luogo in cui i soggetti devono essere collocati e al modo in cui devono essere raffigurati. In realtà, il manuale è stato compilato dal monaco Dionigi di Furni alla fine del XVIII sec, meno di due generazioni prima della sua scoperta. Scopo dell’opera è impedire un’ulteriore deformazione della tradizione pittorica.
La riscoperta in Russia
La situazione nazionale: la tradizione autoctona è abolita ex lege dopo la fondazione di Pietroburgo, per favorire un processo di europeizzazione guidato dall’alto. Nel XIX sec, la crisi di questo modo di intendere la propria identità favorisce la riflessione sul proprio passato. Solo nel 1913, in occasione della grande mostra per il 300° giubileo del regno dei Romanov, l’opinione pubblica si rende conto della portata delle ricerche sulla pittura russa su tavola. In quel periodo, inoltre, vengono riaperte le chiese dei Vecchi Credenti, chiuse da molto tempo, ove sono ritrovate alcune antiche icone perfettamente conservate. Per i Vecchi Credenti le icone diventano il simbolo della loro fede perseguitata, per i letterati quello dell’identità russa perduta. Per molto tempo l’icona russa sarà il modello di riferimento della pittura d’icone.
La pittura italiana su tavola come erede dell’icona
Mentre nella Chiesa orientale la trabeazione bizantina delle icone (templon) chiude le grate del coro coronandole, in Occidente il dossale (una delle forme originarie del retablo) è il risultato dell’adattamento alle dimensioni della mensa dell’altare. Sotto finte finestre ogivali riunisce una serie di santi a metà figura. A Bisanzio non ci sono pale d’altare, perché il modello di esposizione prevede la collocazione della trabeazione delle icone e della tavola d’altare su uno stesso piano. Anche altri tipi di pale d’altare sono inaugurati da icone, come il retablo di grande formato con chiusura a cuspide. Il retablo contenente il ritratto a figura intera del santo titolare, corredato da scene di accompagnamento, ha ripreso alcuni spunti della cosiddetta icona della vita, così chiamata perché le raffigurazioni delle cornici sono tratte dalla biografia dell’eroe.
Ritrovamenti a Roma e sul Sinai
Sinai: lungo l’itinerario che conduce i pellegrini ai luoghi santi, il chiostro greco fondato nel VI sec con le risorse dell’Imperatore Giustiniano rappresenta una stazione con due poli di attrazione: il monte di Mosè al di sopra del chiostro e i luoghi del roveto ardente dove Mosè ha incontrato Dio.
Roma: negli anni ’50 a Roma vengono scoperti una serie di reperti che risalgono fino al VI sec e tra i quali si annoverano pezzi d’importazione bizantina e repliche locali. Scopriamo che Roma, nella tarda antichità e nel primo Medioevo, dal punto di vista della venerazione e del culto delle icone, costituiva una provincia bizantina.
I problemi ricorrenti nella storia dell’icona e i difetti di una storia delle forme
L’uso dell’icona è ammesso in un primo tempo nella cerchia privata, poi in quella ecclesiastica e infine in quella statale. La sua popolarità attira molti avversari tra i teologi e agli inizi del VIII sec viene proibita per legge, scatenando una guerra civile che si conclude con la sua riammissione ufficiale nel IX sec, assumendo stabilmente un posto nella vita dei bizantini.
Storia delle icone
- Nell’antichità, Bisanzio è la parte orientale dell’impero romano. Quando il potere imperiale dell’occidente romano cessa di esistere, a Roma i papi oppongono resistenza all’amministrazione bizantina. L’icona concentra su di sé tutti i problemi riguardanti l’immagine cristiana di culto, che rimane ancora a lungo oggetto di controversia: è un’immagine su tavola del periodo tardo-antico, che si sviluppa nella triplice successione di immagine degli dei, effige dell’imperatore e ritratto mortuario. Non ha sviluppato né forme specifiche né una propria estetica. L’unico tabù rimane l’immagine plastica a tre dimensioni (le statue).
- Dal IX sec si profila la separazione tra le Chiese di Oriente e Occidente. La lingua dell’amministrazione è il greco, non più il latino. La Chiesa ortodossa assume una solida configurazione che anche l’icona è chiamata a testimoniare. Dopo gli scontri iconoclasti, l’icona è reintrodotta con premesse e definizioni nuove e contemporaneamente adottata per la prima volta nell’uso ufficiale: deve farsi garante della vera tradizione, in cui la Bisanzio medioevale cerca la sua identità. Nel 1204, Costantinopoli viene espugnata da un esercito di Crociati sotto il comando veneziano e la pronta reazione greca porta nel 1261 alla riconquista della città imperiale.
- Bisanzio lotta all’esterno contro i turchi e all’interno per la sua vera identità. L’icona si apre ad una visione personale. La conquista turca mette fine all’esistenza di Bisanzio nel 1453. L’arte delle icone non ha più un’evoluzione ma si limita ormai a sopravvivere, prima di tutto in Russia e a Creta.
Perché le immagini, le questioni che le riguardano e le pratiche religiose alla fine dell'antichità
L’immagine di Maria a Bisanzio: tipi e storicità delle icone
Caratteristiche di un’icona:
- Venerabile è solo una persona o un mistero della fede. Nel primo caso l’autorità dell’immagine deriva dalla sua antichità e dall’autenticità dell’aspetto del santo, nel secondo dalla “correttezza” della descrizione teologica di un avvenimento della storia della salvezza. In entrambi i casi occorre il consenso generale.
- Nel primo periodo l’icona non dispone di alcun titolo riferito all’immagine ma al massimo del nome del santo da essa rappresentato. Dopo la controversia iconoclastica per la prima volta all’icona di Maria è attribuito il titolo teologico di “madre di Dio” (Theotokos, Mētēr Theou), un fatto che in quel periodo equivale a proclamare ufficialmente lo status di Maria nella storia della salvezza. Per il resto essa si limita a portare il nome della chiesa in cui è collocato il suo “originale”, o un titolo che si riferisce alla sua origine o alla sua funzione o ad una sua qualità eminente.
Gli albori della figura di Maria: madre di Dio e madre degli dei
Maria Madre di Dio:
- Nei primi sec ci si interroga sul rapporto tra la fede del cristianesimo in una madre di Dio e il politeismo dei greci che parlano di una madre degli dei (“Grande Madre” o Cibele venerata in Frigia e a Roma intorno al 200 a.C.). Isidoro di Pelusio, morto nel 435, insiste soprattutto sulle differenze: la maternità verginale di Maria è priva di paralleli poiché riguarda una gravidanza umana.
- Una madre umana è irrinunciabile per i teologi, e solo essa può garantire la vita umana di Gesù. Perciò nel Concilio di Efeso del 431 i teologi di Alessandria impongono alla madre il titolo letterale di “genitrice di Dio” (Theotokos, Deipara, Deipartrix). Forse il timore di istituire una divinità è tra le ragioni dell’evidente riserbo con cui i primissimi teologi trattano la figura di Maria.
- Le madri celesti sono oggetto di religioni misteriche, in cui gli iniziati cercano la redenzione e seguono pratiche di devozione personale. Hanno anche la funzione di fonti oracolari, portatrici di pioggia e protettrici dei campi. Oltre ai suoi santi, il cristianesimo ha poco da offrire per questi ruoli pratici di protezione che presentano una molteplicità di culti locali. All’interno della Chiesa si sviluppa un culto di Maria che adotta le forme del preesistente culto dei santi. È solo la decisione del concilio di Efeso di riconoscere Maria come genitrice di Dio ad introdurre la venerazione universale in forma autonoma.
La letteratura su Maria
- Deve essere “recuperata” la biografia di una persona realmente vissuta, che però nei Vangeli compare poco e svolge un ruolo solo nei testi apocrifi; icone e reliquie delle vesti acquisiscono senso storico.
- Deve essere reso popolare il “mistero” del ruolo cosmico di Maria come massimo miracolo della creazione; la metafora del ponte verso Dio.
- Deve essere sottolineato il ruolo di Maria come interceditrice universale presso Dio; include l’idea di una nuova signora del mondo.
Nel sec VIII gli iconoclasti rifiutano non solo le icone, ma anche lo status troppo potente di Maria.
Immagini degli dei e icone
Le immagini di culto:
- I cristiani devono confrontarsi con il culto statale romano, ma anche con il divieto mosaico delle immagini sancito nell’Antico Testamento. Ad esempio, Paolo deride i pagani per aver scambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con il ritratto e la figura dell’uomo corruttibile.
- Nell’immagine di culto la divinità è presente e operante, sicché rivolgersi a lui con una preghiera equivale a comparire innanzi alla sua persona.
- I luoghi di culto diventano rapidamente centri di pellegrinaggio. I trasferimenti di culto da un luogo ad un altro si verificano per lo più mediante lo scambio dell’immagine degli dei, attuato con un’accurata messa in scena che prevede la sottrazione agli sguardi dell’originale, per farlo apparire solo durante i riti festivi. Immagini divine sono istituite anche come offerte votive, per le quali si scelgono repliche dell’immagine ufficiale di culto.
- Se nella chiesa della comunità è possibile rinunciare all’immagine del tempio, in privato ci si attiene al consolidato culto domestico degli dei cui ricorrere per soccorso. Sono appunto le funzioni di queste divinità ad essere trasferite ai santi cristiani, per cui (a parte il nome) le forme subiscono cambiamenti poco percepibili.
- La doratura delle mani è un modo per rendere onore al santo e nello stesso tempo per indicare ciò per cui è onorato. Nell’antichità la doratura di una statua è spesso il segno del ringraziamento per la salvezza procurata; nel Medioevo il motivo auratico della mano guaritrice si trasmette anche a sovrani e a capi di movimenti spirituali.
Il motivo della mano taumaturgica indica una continuità nell’uso dell’immagine di culto, che tocca le funzioni rimaste inutilizzate una volta eliminati gli antichi dei guaritori. Idee e pratiche universali, profondamente radicate nella natura umana, si impongono nel cristianesimo non appena cessa di essere sulla difensiva e diviene la religione di tutto l’impero.
L’icona di Maria serve a dare un volto alla sua persona, e anche a supplire alla mancanza di reliquie corporali dovuta alla sua assunzione in cielo. L’epigrafe “Santa Maria”, tipica delle prime immagini, dimostra l’associazione con l’immagine dei santi già da molto tempo consolidata. La trasformazione di Maria in madre universale favorisce l’adozione di formule caratteristiche di immagini delle divinità materne come Iside. All’occasione, l’immagine di Maria opera anche come sostegno di quella di Dio e viene mostrata come un’arca dell’alleanza.
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