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I regni di Isabella e Ferdinando, anche se uniti, conservavano ancora propri costumi ed istituzioni.

Dal 1480, Isabella volle restaurare l’autorità del monarca; Ferdinando voleva fare della Castiglia la

“monarchia di tutte le Spagne”. Si riteneva che l’unità monarchica della Spagna risalisse al tempo

dei Goti. Alla Castiglia spettava la missione di ricomporre quel regno disgregato dagli Arabi. Strada

per realizzare l’unità fu la “reconquista” dei regni arabi: nel 1492 fu ripreso il regno di Granada,

eliminando di fatto gli arabi dalla penisola. La preservazione della fede cristiana nel regno pose il

problema degli ebrei convertiti (marranos). Ferdinando ed Isabella chiesero al papa l’istituzione in

Spagna di un tribunale dell’inquisizione. Questo venne regolato a partire dal 1483. Il suo compito

era quello di giudicare i marranos (detti anche conversos) sospettati di voler tornare all’ebraismo.

Nel 1492 un editto regio ordinò l’espulsione di tutti gli ebrei dai regni spagnoli. Il potere

monarchico tendeva a legiferare attraverso prammatiche, cioè disposizioni del re, senza le Cortes. I

conflitti fra nobiltà e re avevano portato i nobili ad abbandonare le assemblee. Senza la nobiltà, le

cortes si erano trasformate in assemblee dominate dalla componente cittadina. Le città erano

dominate da un’autocrazia di “caballeros”.

Questa trasformazione fu dovuta alle persecuzioni anti-ebraiche: infatti le numerose conversioni

avevano fatto nascere una nuova aristocrazia fatta da ebrei convertiti.

Agli inizi del ‘400 l’aristocrazia urbana era diventata il ceto prevalente nel governo cittadino.

Questo ceto, detto “regimiento”,si opponeva alla “comunidad”, cioè alla plebe.

Nel 1480 le città, insieme ad i re cattolici Ferdinando ed Isabella, produssero un Ordinamiento, che

impediva di fatto che le città stesse dipendesser dalla nobiltà. La guerra di Granada (1482-92)

rafforzò le città, che furono i migliori alleati della monarchia.

Le fratellanze (hermandades) erano formazioni municipali di origine medievale, ora al servizio

della corona. Avevano funzioni di polizia e di amministrazione della giustizia.

Dal 1492, con l’incorporazione di Granada, le città ammesse alle Cortes furono 18. Quindi, nel

regno di Castiglia, il potere fu monopolizzato dalle città. I due re, complementari al re, furono

rappresentati dai corregidores. Questo rapporto fra regno e città si logorò nel corso del secolo. Nel

1504 Isabella morì: i presupposti su cui si basava l’organizzazione del regno furono messi in crisi.

Si pose il problema della successione: Ferdinando, in attesa del ritorno della figlia Giovanna,

assunse il governo anche di Castiglia. Nel 1505 le cortes riconobbero il suo governo: decisivo fu

l’appoggio delle 18 città. I nobili non avevano più parte nelle cose dello stato ed erano sottoposti a

sottomissione ed obbedienza.

Il trattato di Blois (1505) segna il passaggio del regno di Napoli da Luigi XII di Francia a

Ferdinando. Nello stesso anno venne istituita l’inquisizione. Questi fatti contribuivano a separare

Castiglia ed Aragona. Nel 1506 Ferdinando giunse a Napoli: l’anno dopo l’iquisizione venne divisa

fra castiglia ed Aragona. Ancora nel 1506 venne fondata la “real audiencia”, il tribunale supremo

del regno. Si attuava così la politica contraria ad i grandes. Il governo del solo Ferdinando fu più

assoluto di quando Isabella era ancora in vita. Nel 1510 Giulio II diede a Ferdinando l’investitura

del regno di Napoli: nel 1512 la Navarra fu incorporata nel regno di Castiglia. Ferdinando aveva

giurato ai navarresi che avrebbero mantenuto i loro privilegi. L’annessione alla Castiglia serviva ad

impedire che questi aumentassero le loro pretese.

3: Carlo V ed i regni

Nel 1516 Ferdinando morì, lasciando 5 diversi testamenti. Fu proclamatore (prima a Bruxelles e poi

a Madrid) il nipote Carlo. Egli entrò a Valladolid nel 1517. Gli prestarono giuramento di fedeltà i

procuratori delle città, la nobiltà le dignità ecclesiastiche. Nonostante ciò, Carlo affidò molti

incarichi a personalità fiamminghe, cosa che non giovò mai alla sua popolarità in terra spagnola.

Nel 1518, a Saragozza, si celebrarono le cortes. Aragona, Catalogna e Valenza negavano Carlo

come re finchè non avesse giurato i fueros del regno. Gli aragonesi concessero a Carlo un servicio

(sussidio in denaro) in cambio della diminuzione dei privilegi dell’inquisizione. Dalla Catalogna

Carlo ottenne una donazione in denaro, ma giurò la costituzione alle cortes di Barcellona.

Nel 1519, alla morte dell’imperatore Massimiliano, Carlo venne eletto imperatore del Sacro

Romano Impero della nazione tedesca. Gli impegni politici in Germania lo costrinsero a trascurare

quelli nei regni spagnoli, e ciò gli valse la perdita d non pochi appoggi. Il cambiamento di alcuni

sistemi di tassazione provocò molti malumori. Nel 1520 Carlo convocò le cortes per sollecitare un

servicio per capire i debiti per l’elezione imperiale in Germania, ma le città, in accordo con gli

ecclesiastici, si dichiararono contrarie al servicio: inoltre erano contrarie all’assegnazione di

incarichi a stranieri.

Nacquero dei movimenti che attribuivano ai cattivi consiglieri del re il cattivo stato delle cose: in

Castiglia i comuneros, in Valenza ed a Maiorca le germanias. In difesa dei poteri del regno sorsero

le hermandades (fratellanze). In seguito a ciò, Carlo V governò in modo più consultivo. Nel 1525

egli autorizzò la creazione della diputacion (comitato) delle cortes di Castiglia. Tale organo ebbe in

seguito grande importanza nel campo fiscale. Le diputaciones sorsero anche negli altri regni, ma il

loro potere era diverso da zona a zona.

4: La monarchia ed i consigli

Carlo V dovette affrontare il problema della complessa eredità politica che aveva ricevuto. Egli, con

essa, aveva ricevuto l’obbligo di rispettare gli ordinamenti politici di ognuna delle parti dell’Impero.

In Spagna, lo stato del re si organizzò con un sistema di segretari e di consigli. Nel 1523 Carlo

istituì il consiglio delle finanze, quello delle Indie, di guerra e quello dell’inquisizione, oltre a

formare degli ordini militari. Il coordinamento di un territorio così complesso ed articolato fu

affidato a Mercurino di Gattinara, “gran cancelliere di tutte le terre e regni del re”. Il cancellierato di

Gattinara ebbe la caratteristica di on separare i compiti giudiziari, amministrativi e politici. Il

cancellierato inoltre aveva stretta relazione con il consiglio privato del re. Gattinara avrebbe voluto

riformare l’amministrazione dello stato totalmente (il consiglio privato divenne consiglio di stato).

Ma la morte segnò la fine dei progetti di Gattinara. I segretari dei consigli divennero i controllori

del cancelliere.

5: Filippo II: la polisinodia e le fazioni alla corte di Madrid

Nel 1561, sotto Filippo II (1556-1598) la corte si stabilì a Madrid. Durante il suo regno, furono

istituiti i consigli d’Italia, di Fiandre, Portogallo, di Camera. Il numero degli organismi era, per

forza di cose, molto elevato. Questa polisinodia funzionava grazie al ruolo del monarca.

L’accumulo di lavoro era notevole, e ne derivava perciò il bisogno di far accumulare poteri in mano

a svariati consigli. Nel 1579, Filippo decise di porre fine alle due fazioni che a corte si

fronteggiavano, ossia quella del duca d’Alba contro quella del segretario Antonio Perez. Nello

stesso anno Filippo fece venire a corte il cardinale di Granvelle. I consiglieri più intimi di Filippo

erano 4, 3 dei quali dal 1586, organizzavano una giunta di stato ed una giunta grande: questa aveva

funzioni di coordinamento generale. La giunta di notte si occupò delle questioni più importanti.

L’inquisizione ebbe un ruolo primario nel rafforzamento della monarchia; i moriscos presenti in

alcuni regni furono oggetto di particolare attenzione. In Aragona ciò portò a conflitti con i signori

che avevano i moriscos al loro servizio.

Nel 1547 il regno di Napoli, come altri regni, rifiutò di accettare la giurisdizione dell’inquisizione.

Qui la vita amministrativa fu governata attraverso lo strumento della “visita”.

Inquisizione e visita erano 2 istituzioni del diritto canonico, e confermavano l’attributo di

“cattolica” dato alla monarchia spagnola.

6: Gli ordinamenti dei regni

I regni di Spagna seguivano ordinamenti diversi nel tentativo di ribadire la loro autonomia

giurisdizionale. Ciò si scontrava con i propositi autoritari di Filippo II. Gli ordinamenti avevano

come principio ispiratore la consuetudine e la loro concezione era pattista. La legge si anteponeva al

re. In Aragona “vi furono prima le leggi e poi il re”. I conflitti fra stato e governo della monarchia

portarono alla ribellione aragonese del 1591-92. Filippo II intervenne con l’esercito. La rivolta

diede inizio ad un dibattito fra “potere assoluto” e “libertà”. Nonostante ciò, i regni non diventarono

spazi di un’amministrazione territoriale decisa dal governo di Madrid. Alla fine gli Asburgo

dovettero tentare di rispettare gli ordinamenti degli stati senza rinunciare a mantenere il controllo

sui territori. La configurazione fu quindi quella di giurisdizioni varie, incrociate e di difficile

coordinamento.

Filippo aveva sempre cercato di aumentare le entrate fiscali; quando il ricorso alle cortes non era

precisato, egli agiva senza di loro, Nel 1575 fece la seconda bancarotta del suo governo. Nel 1588

l’invincibile armata subì una clamorosa sconfitta dagli inglesi. Filippo fu costretto di nuovo a

ricorrere alle cortes per incamerare denaro. Le città consideravano le cortes l’unico luogo in cui

poter concedere servicio (tassa regia). Il principio era sempre quello di una monarchia sottomessa al

diritto (princeps subest le gibus, non leges principi). Anche in campo giuridico, il sovrano doveva

lasciare la parola a consigli e tribunali. Sotto Filippo III, nel 1619, le città con voto nelle cortes

avevano acquistato posizioni vantaggiose con gli accordi fiscali. Le città esercitavano il controllo

sulle loro province, si occupavano delle cause civili e penali nonché dell’amministrazione del

servicio. Il tribunale era composto dal corregidor e da 2 commissari detti regidores eletti

annualmente a sorte tra i membri del consiglio. Il servicio era considerato un contratto in cui il re

aveva l’obbligo di osservare le condizioni del regno. Era il regno e non le cortes a sottoscriverlo,

sottolineando così che era il regno ad essere il centro d’imputazione di obblighi ed accordi.

7: Il “valimiento” e la conservazione della monarchia.

Filippo II muore nel 1598, 2 anni dopo la sua terza bancarotta. Nel 1621 scoppia la guerra con le

Province Unite dei Paesi Bassi, proprio allo scadere della tregua dei 12 anni. Alla morte di Filippo

III, sempre in quest’anno, scoppia il fenomeno del valimiento. I validos erano nobili favoriti del re,

con funzioni simili a quelle del segretario. Il loro rapporto con il re era diretto, senza consultare

consiglieri e cortigiani, Il regno di Filippo IV (1621-1665) fu dominato dal governo del valido

conte-duca di Olivares per 22 anni.

Nel 1624 Olivares presentò al re il “gran memoriale”, un piano di governo che tendeva

all’omogeneizzazione giuridica ed all’estensione del diritto casigliano a tutti i regni e territori.

Carichi e benefici dell’Impero, fino ad allora incentrati sulla Castiglia, dovevano essere distribuiti

anche ai sudditi non casigliani, Olivares ottenne l’assenso delle cortes di Castiglia. Le proposte

delle città non furono ascoltate dal governo, e così quest’ultimo perse il loro appoggio. Olivares

prospettò anche un progetto di “unione delle armi”, una collaborazione militare difensiva, di

coordinamento di tutte le forze armate presenti sui territori della corona di Spagna. Nel 1626 le

cortes riunite nei vari territori diedero risposte diverse: Aragona e Valenza votarono forme di

contributi in denaro molte alte rispetto al solito, per vari progetti di sviluppo economico; la

Catalogna invece non arrivarono mai ad una decisione (si sciolsero più volte). Nel 1632 l’idea del

conte-duca di incrementare le tasse sul sale provocò una rivolta a Vizcaya. Nel 1640 ci fu una

rivolta in Catalogna da parte dei contadini, a causa dello stanziamento dei soldati in quella zona per

lottare con i francesi: si arrivò all’assassinio del vicerè, segnale questo molto forte del disprezzo per

le politiche del conte-duca. Addirittura in quest’area le cortes si riunirono senza il re e, sotto la

guida di Pau Claris (un canonico) si misero sotto protezione francese. Solo nel 1652 Filippo IV

riuscirà a riprendere Barcellona.

A questa rivolta ne seguì una in Portogallo, nel 1647 ci fu una nuova bancarotta e l’anno dopo si

rivoltarono la Sicilia e Napoli.

8: Le cortes alla fine del governo degli Asburgo

Il regno fu definito in una consulta nel 1656 “corpo universale”; un’altra consulta (1662) lo definì

“grande comunità composta di molte città”. La forza delle città si era sviluppata nelle e sulle cortes:

“nelle” perché era tramite esse che si esprimevano le volontà locali; “sulle” perché la città come

organo amministrativo si impone sulle cortes. I comuni con voto in cortes erano parte essenziale

dell’amministrazione del territorio; ciò fu reso possibile dalla necessità di entrate da parte della

corona. Infatti la corona, nel XVII sec., aveva venduto giurisdizioni a privati e titoli di municipio a

località che prima dipendevano da municipalità maggiori. Alla fine del secolo risultò che gli

Asburgo avevano trasferito parte del governo del regno ad entità signorili o municipali, concedendo

così un considerevole margine di autonomia locale. Anche nei confronti della corona d’Aragona, la

politica fu di non intervento, anche dopo il ritorno della Catalogna a Filippo IV nel 1659.

Le rivolte delle campagne catalane del 1687-90 furono represse con durezza e con l’appoggio del

ceto dirigente catalano. Ma il vero problema della corona era risanare le finanze. Così l’Aragona

potè fare cortes nel 1677 e nel 1686 producendo misure legislative per lo sviluppo economico.

9: La “planta” di governo riformata: da regni a province

Il conte di Oropesa, dopo la guerra con la Francia (1689-97) tentò di ridurre il carico fiscale e

tagliare le spese di governo. Ci fu anche un esperimento amministrativo che divise la Spagna in 3

grandi unità regionali, ognuna con un proprio governo. Queste riforme provocarono un aumento

degli scontri tra consigli e tribunali. Con il cambiamento della dinastia regnante, il rapporto fra

monarchia e regno mutò. Dopo Carlo II si presentarono come eredi al trono tre pretendenti:

Giuseppe Ferdinando di Baviera (sostenuto da Inghilterra ed Olanda); l’arciduca Carlo (Austria);

Filippo d’Angiò (Francia). La nomina andò a Filippo d’Angiò (1700-1759) che salì al trono col

nome di Filippo V. La guerra di successione spagnola (1702-13) fu dovuta allo scontento delle

potenze che appoggiavano i delusi ed al timore del potere francese. Nel suo testamento, Carlo II

aveva voluto che la planta del governo fosse mantenuta e che si osservassero le leggi, i fueros, le

costituzioni e le consuetudini. Filippo V sembrò seguire queste indicazioni, ma poi l’inizio delle

contese modificò questo percorso. Nel 1705 la Catalogna proclamò re Carlo d’Asburgo, col nome di

Carlo III: fu guerra civile. Si decretò che tutti i regni di Spagna avessero stesse leggi, usi,

consuetudini e tribunali. La forma di governo di Castiglia si stava affermando con i decreti di

“nueva planta”, l’anno è il 1707. Il termine di “provincia” si sostituì a quello di regno. Il consiglio

d’Aragona e dei vicerè si estinse.

La guerra di successione spagnola si concluse quando inglesi ed olandesi accettarono la successione

borbonica, ma Filippo V dovette rinunciare al trono di Francia.

L’impero costruito dagli Asburgo si smembrava. La Spagna acquistava forme e funzioni dello stato

francese. Nel 1714 Filippo V non fu più solo re di Castiglia e conte di Barcellona ma “Filippo il Re

di Spagna”: è la prima volta che burocraticamente abbiamo questa asserzione.

La nueva planta fu notificata nel 1716. In Catalogna furono abolite anche le università, al loro posto

sorse un’università di istituzione regia. Vi fu una divisione in distretti amministrativi ad ognuno dei

quali venne preposto un corregidor. Il vicerè fu sostituito da un capitano generale, da cui dipendeva

il governo politico, economico, e militare.

Il regno fu diviso in “partidos” (distretti) al cui capo si trovava un governatore militare: ciò

ricalcava il modello francese. Il capitano generale governava in sintonia con l’ “audiencia”, una

sorta di piccolo parlamento che presiedeva egli stesso. In Aragona e Catalogna l’amministrazione

divenne sempre più militarizzata: tra il 1717 ed il 1808 il 96% dei corregidores furono militari.

Applicando il modello castigliano, a capo del municipio si collocava il corregidor detto anche

“alcalde maior” (ndr: tipo quello di Zorro); costui designava i regidores, cioè i membri più

importanti del municipio stesso. Si impediva così che l’elezione di qualsiasi carica avvenisse dal

basso.

La realizzazione della nueva planta comportava l’adozione di nuove misure finanziarie. Venne

istituita così la “superintendencia general de rentas” (sovrintendenza generale delle tasse), a partire

dal territorio di Valenza. Con i decreti della nueva planta veniva abolita il sistema “foral” (gli statuti

che contenevano libertà e privilegi del territorio): così il sovrano poteva disporre liberamente dei

beni del patrimonio reale, senza dover rendere conto alle cortes e senza nessun vincolo.

Si tendeva così a cambiare la concezione del regno, in modo che il sovrano avesse piena

disponibilità del patrimonio e della popolazione del paese.

10: Il “dispotismo tirannico” delle riforme

Nel 1760 le cortes si riunirono a Madrid per confermare l’erede al trono. I deputati dei regni

dell’Antica Corona d’Aragona presentarono una petizione che chiedeva la revisione delle relazioni

con la monarchia dopo la nueva planta: il tono era moderato. La questione della decadenza dei

municipi era trattata dal ministro del re Esquilace. Questi agiva solo in nome di propri interessi, il

popolo precipitava sempre di più nella miseria. Nel 1761 il ministro tentò di istituire il libero

commercio del grano. Nel 1765 il commercio fu liberalizzato: a causa di ciò a Madrid scoppiarono i

moti popolari. Il paese viveva sotto un “dispotismo tirannico”: questa è una definizione trovata

anche nei documenti dell’epoca. Il popolo, il clero ed i grandes si opponevano al ministro Esquilace

ed al suo disegno amministrativo. In seguito, il solo responsabile di questi moti rivoltosi fu ritenuto

il volgo; il clero, il comune di Madrid (ndr: la gestline dell’epoca :-P) ed i nobili bloccarono il

riformismo governativo. Essi sostenevano che la rappresentanza spettava alle cortes o, in loro

assenza alla deputazione od al consiglio.

11: Un progetto di “dispotismo costituzionale”

Nel 1717 le regione basche di Guipuzcoa, Vizcaya ed Alava avevano ottenuto il riconoscimento di

“province esenti”, ossia di una certa specificità. Per questo precedente, nel 1760, esse evitarono

l’introduzione di intendenti e commissari che controllassero la fiscalità. I fueros delle 3 città erano

riconosciuti dalla monarchia. Sui fueros si articolavano i “corpi di provincia”, cioè delle

corporazioni territoriali. Nel “real provision” del 1780, la monarchia riconobbe la loro legittimità.

La priorità di Carlo III e dei Borbone era il mantenimento della struttura imperiale. A questo scopo

fu combattuta la guerra dinastica contro l’Inghilterra (1779-83).

Il regno di Carlo IV subì le conseguenze finanziarie del finanziamento di quel conflitto. La

concezione giurisdizionalista cedette il passo alla strada governativa; si conferivano maggiori

attribuzioni alla giurisdizione della hacienda. Nel 1787 venne creata la junta de estado (giunta di

stato, altro organo amministrativo. Ndr: il testo non ne spiega i poteri). Il giurista dell’epoca Leon

de Arroyal nelle sue “Cartas Economcopoliticas” credeva che lo sviluppo dello stato dovesse partire

da uno dei suoi enti, ed infatti questo progetto è stato definito “dispotismo costituzionale”. I

Borbone, con Carlo III, seguono solo la via dispotica, senza velleità costituzionali.

3: La Francia

1: Riformare il regno

Carlo VII (1430-61) si era convinto che non ci fosse più bisogno della consultazione degli stati

generali in materia fiscale: fu conseguenza del trattato di Arras (1435) e della conquista di Parigi

(1436). I Valois avevano così recuperato tutto il territorio di Francia grazie alla vittoria contro

l’Inghilterra. Il 1439 fu l’ultimo anno in cui il re chiese l’autorizzazione ad imporre la taille

(imposta regia che gravava sui contadini). Nel 1452 l’imposizione di questa tassa si era estesa a

tutto il regno. Anche per Ursins (giurista ed antico avvocato del re) il principe era legibus solutus,

ma doveva almeno sottomettersi a quelle leggi che non poteva modificare senza causa giusta e

ragionevole.

Con Carlo VII la monarchia francese vedeva la sua autorità ben più consolidata che in Spagna od in

Germania. Dopo di lui Luigi XI (1461-83) attuò una politica anti-feudale; molti territori (Provenza,

Angiò, Borgogna, Bretagna) furono annessi al demanio. Ciò portò ad una guerra intestina, la

“guerra del bene pubblico”. Luigi XI aveva abrogato la prammatica sanzione (legge che poneva le

basi dell’indipendenza della corona francese dal papato), aveva abolito parecchie pensioni, nonchè

la cour des aides (il tribunale per il contenzioso fiscale). Il re così si trovò contro i nobili, il clero e

l’università. La guerra del bene pubblico (1465) durò 6 mesi. I membri della lega del bene pubblico

volevano obbligare Luigi XI ad abdicare in favore del fratello Carlo. Il comportamento dispotico di

Luigi XI aveva provocato una dura reazione; egli era accusato di non avere a cuore il bene pubblico.

Si chiedeva al re di tornare al vecchio sistema per cui clero, nobiltà e 3° stato si riunivano ed alle

riunioni partecipasse anche il sovrano. L’intransigenza di Luigi portò alla guerra che lo vide

sconfitto. Il re dovette firmare un accordo che riconosceva la legittimità della rivolta; veniva

formata una commissione di 36 membri detti riformatori del bene pubblico (composta da 12 prelati

e notabili ecclesiastici, 12 notabili cavalieri e scudieri, 12 notabili membri di consiglio e corti di

giustizia). Luigi XI cercò poi di riconquistarsi la simpatia della popolazione: ristabilì la prammatica

sanzione, richiamò i consiglieri di Carlo VII. Con l’ordinanza del 1467 proclamò la perpetuità degli

uffici regi: queste cariche amministrative divengono per la vita (inamovibilità dei pubblici

funzionari). Alla morte di Luigi salì al trono Carlo VIII (1483-92), ma, per la sua minore età,

l’amministrazione cadde nelle mani della sorella Anna. La tutela rese necessaria la convocazione

degli stati generali, riuniti a Tours nel 1484. Fu ribadito il concetto che ogni imposta dovesse essere

autorizzata da una riunione degli stati.

2: Le guerre di religione

Nel 1519 viene stampata la “Monarchie de France”: il suo autore, Claude de Seyssell, sosteneva che

vi fossero 3 limitazioni al potere regio: religione, iurisdictio, police. Con la iurisdictio si

intendevano i parlamento; la police era un complesso di leggi fondamentali della monarchia.

Proprio in quegli anni la religione era interessata da un processo di divisione: i cattolici della chiesa

gallicana ed i riformati della chiesa calvinista. La contrapposizione tra le due chiese si intrecciò con

quella fra le grandi famiglie rivali dei Guisa e dei Borbone; ampi strati di popolazione furono

coinvolti in una spirale di violenza. La repressione contro l’ “eresia” calvinista ebbe inizio

ufficialmente nel 1557. La Francia era già in una situazione difficile a causa delle guerre contro

l’Italia e gli Asburgo. Le entrate fiscali non erano sufficienti a sostenere le attività belliche. Nel

1559 alla morte di Enrico II, lo stato si venne a trovare in una situazione di fragilità. Il giovane

Francesco II era completamente dominato dai Guisa: toccava dunque ai 3 stati stabilire se Francesco

dovesse essere trattato come “pupillo”, cioè incapace ad agire responsabilmente. Gli Ugonotti (i

calvinisti francesi) erano d’accordo per far riunire gli stati. Essi speravano nella fine delle

persecuzioni a cui erano sottoposti; la tirannide dei Guisa, loro persecutori, avrebbe così potuto aver

termine. Nel 1560 i crimini di eresia erano stati dichiarati di competenza esclusiva del parlamento

invece che del tribunale ecclesiastico. Nel 1561 un editto proclamava una tolleranza relativa nei

confronti della religione riformata. I membri del parlamento francese (di Parigi?), che aveva

funzione di corte d’appello, disponevano soprattutto di 3 strumenti: la registrazione

(enregistrement); le sentenze regolamentari (arrets de reglement); i giudizi di equità (jugements en

equité). I membri erano detti robins, (da robe=toga): tali consiglieri avevano il compito di verificare

legalità ed equità delle misure adottate; se l’orientamento generale era per la bocciatura dell’editto, i

robins presentavano al re “umili rimostranze” (l’editto non passa non avviene la registrazione).

Se il re non voleva accogliere tali rimostranze inviava il testo al parlamento con una lettera di

comanda (lettre de jussion). Il parlamento poteva reiterare le rimostranze, ma comunque il re aveva

l’ultima parola: poteva recarsi al parlamento personalmente e rendere obbligatoria la registrazione. I

parlamenti di Parigi e delle province diventarono un nemico per gli ugonotti, perché si atteggiavano

a “campioni dell’antica religione”.

Nel 1560 alla morte di Francesco II salì al trono un re 11enne, Carlo IX. La reggenza fu affidata alla

madre, Caterina de’ Medici. Il 3° stato, così come una parte della nobiltà, chiedeva una

convocazione più frequente degli stati generali. Nel 1562 il parlamento di Parigi rifiutò di registrare

l’editto di St. Germain, che avrebbe autorizzato le assemblee del gruppo protestante. La Sorbona, i

parlamenti di Bordeaux, Tolosa, Grenoble, Parigi, credevano che la molteplicità di religioni

portasse alla fine del regno. Dopo 2 mesi il parlamento di Parigi si piegò alla registrazione. Intanto,

per mano dei seguaci del duca di Guisa, si consumò il massacro degli ugonotti a Vassy.

Cominciavano così le guerre di religione (1562-98). Gli ugonotti lamentavano nei loro pamphlet

l’abbandono subito da chi avrebbe dovuto proteggerli. D’altra parte, i cattolici accusavano i

calvinisti di voler fare della Francia una federazione di cantoni e di preferire la repubblica.

Michel de l’Hospital, cancelliere della monarchia, sosteneva una politica di tolleranza: senza alcun

dubbio, il potere rimaneva nella persona del re; la iurisdictio era indivisibile, i parlamenti erano solo

poteri delegati che esercitavano la giustizia secondo la legge emanata dal re. La non obbedienza del

suddito era però giustificata quando aveva come obiettivo la restaurazione della giustizia. Al

contrario, Carondas le Caron sosteneva che i parlamenti dovessero interloquire negli affari che

riguardavano la vita dello stato. Il parlamento era in origine un’assemblea straordinaria di nobili;

con la dinastia capetingia si era trasformato in un corpo permanente, formato da duchi e

governatori. Gli uomini d’arme lasciarono poi il posto ai giuristi e furono introdotte le elezioni.

Jean Bodin fu giurista e magistrato. Negli anni tormentati dalle guerre di religione egli studiò la

storia antica della Francia e sviluppò la tesi della monarchia regia, intesa come una monarchia

temperata; fare leggi era funzione del sovrano. L’antica consuetudine comportava però che i re non

potessero mutare niente senza il consenso dei 3 stati. Le leggi fondamentali del regno (justice e

police) limitavano il potere assoluto del re. Secondo Bodin il re era soggetto alla legge e non poteva

nulla contro di essa; gli editti regi dovevano essere verificati da parlamenti. Gli uffici dei magistrati

dovevano essere perpetui: in questo modo si era sicuri che i giudici limitassero il potere sovrano e

quindi si evitasse la tirannide. Bodin non era né cattolico né protestante, ma “moderato”, o come si

definiva lui, “politique”. Bodin manifestava preoccupazione per l’eccessiva potenza del re, così

come la manifestavano gli ugonotti. Le violazioni dell’editto di Amboise erano per gli ugonotti

violazioni da parte del sovrano della parola data. La monarchia antica francese, temperata

dall’autorità della nobiltà, delle comunità, delle province e delle città veniva così tradita.

Il pamphlet del 1567 « Mémoires des occasions de la guerre appellée le Bien-public, rapportez a

l’estat de la guerre presente » rinnova la richiesta di convocazione degli stati generali per far

mantenere al re quanto detto agli stati tenutisi ad Orléans nel 1560. Lo stato ed il governo di Francia

non potevano essere cambiati senza il consenso di chi venisse governato, non poteva mancare il

rapporto reciproco di diritti-doveri tra sovrano e sudditi. Per i cattolici, in vece, l’istituzione del

potere escludeva ogni patteggiamento tra re e sudditi.

L’editto di Saint-Maur del 1568 proibiva l’esercizio della religione riformata: il re si arrogava

l’unico diritto di stabilire la religione del paese. Tutti i ministri del culto calvinista avrebbero dovuto

lasciare il paese entro 15 giorni, e tutti gli ufficiali regi dal quel momento dovevano essere cattolici.

Durante la 3° guerra di religione, il giurista Jean de Coras, nel libello “Question Politique, s’il est

liciite aux subjects de capituler avec leur Prince” sosteneva che impedire che i patti e le

capitolazioni tenute tra re e sudditi venissero applicati era come rompere il legame della società

pubblica: chi lo avesse fatto si sarebbe mostrato ignorante in diritto pubblico e naturale. Per Coras il

re aveva tali poteri perché datigli dal popolo: a negoziare i patti con lui erano 3 istituzioni

fondamentali, gli stati generali, gli antichi parlamenti ed i pari del regno.

3: La monarchia regia

Dopo il massacro di San Bartolomeo del 1572, tra gli ugonotti si svilupparono le posizioni dei

monarcomachi - individui fortemente antimonarchici - e di contro tra gli stessi ugonotti anche

posizioni di forte difesa dell’autorità regia, che peraltro si manifestò come polemica contro il

malgoverno, il cosiddetto “antimachiavellismo”, cioè una posizione contraria al modo di fare

autoritario e non rispettoso verso le tradizioni. Si riteneva che un governo senza il controllo delle

assemblee pubbliche usasse la sovranità a tutto svantaggio dei sudditi.

Con Enrico III al trono (1574-89) si tradusse in progetto l’ideale di sovrano di Bodin. Tale

monarchia, secondo i “Six livres de la République” di Bodin (1576) non doveva essere né signorile

(re che governa come il pater familias comanda gli schiavi) né tirannica, dove il re non rispetta le

leggi di natura. Per i politiques, la monarchia funzionava bene tramite coloro che erano ufficiali del

re, unici garanti del bene pubblico. In questo periodo crebbero molto i poteri dei segretari di stato, la

cui firma era necessario per dare valore giuridico a qualsiasi atto, lettere del re comprese. Gli uffici

regi venivano venduti e resi ereditari dietro il pagamento di una tassa, cosa che rese molto scontenti

i funzionari che per mancanza di denaro si vedevano esclusi dalle cariche più importanti. Agli stati

generali tenuti a Blois nel 1576 vennero denunciati tutti i problemi dei sudditi, come le tasse

eccessive e il non accordare la cittadinanza agli stranieri, come pure le richieste dei robins di

partecipare all’amministrazione pubblica.

I tentativi di riavvicinamento tra cattolici ed ugonotti del 1584 furono fondamentali per risolvere il

problema della successione al trono. Alla morte del successore di Enrico III ci si chiese se gli

potesse succedere un ugonotto, viste le ambizioni di Enrico di Lorena, duca di Guisa. In tale

situazione, vennero detti politiques tutti quelli che difendevano l’autorità regia su base giuridica

universitaria.

4: Gli ufficiali regi e la monarchia bene ordinata

Gli eventi dopo l’assassinio di Enrico III e del duca di Guisa portarono sul trono il Borbone

ugonotto Enrico di Navarra, noto poi come Enrico IV (1589-1610). La sua conversione al

cattolicesimo del 1593 portò ad un’apparente pacificazione religiosa: con lui lo stato potè delinearsi

come “economico”, nel senso della forte difesa patrimoniale. Dopo l’editto di Nantes (che

concedeva libertà di culto agli ugonotti), Enrico tolse poteri ai governatori delle province (facendoli

tornare al loro ruolo militare) a favore di commissari con specifiche funzioni amministrative. I

legami tra governo ed amministrazione passavano attraverso funzionari appositi, i maitres de

requetes. Con l’editto di Paulet del 1604 vennero rese patrimoniali le cariche degli officiers, e fu

rafforzato il potere della monarchia, specie grazie all’opera del ministro ugonotto Sully.

La scienza politica dell’epoca considerava il 3° stato diviso in 2 gruppi, quello di chi aveva accesso

agli uffici e chi no.

5: Gli stati generali del 1614

Dopo l’uccisione di Enrico IV da parte di un “tirannicida” cattolico, salì al trono Luigi XIII (1610-

53) che portò subito una forte incrinatura tra potere regio e ufficiali: infatti negli anni di reggenza di

Maria de’ Medici furono estromessi tutti i ministri del re precedente. La riunione degli stati del

1614 fu importante perché nel secolo e mezzo successivo essi non furono più convocati: vennero

inviate lettere patenti in tutto il regno per far sì che venissero designati ovunque rappresentati dei 3

stati per redigere dei cahiers de doléances. A Parigi il 22/10 di quell’anno vennero accolti 140

ecclesiastici, 132 nobili e 192 deputati del 3° stato per ascoltare il re. Il re parlò dell’affermazione

della sua autorità indiscussa e sulla venalità degli uffici, che molti volevano sopprimere. Si chiedeva

inoltre l’inviolabilità della persona del re e la sua indipendenza davanti al potere pontificio. Per i

nobili, la venalità delle cariche impediva al re di scegliere i propri ufficiali, e pertanto andava

abolita: il 3° stato chiedeva la periodicità degli stati. Dopo la chiusura della riunione (1615), il re

sembrava accettare molti punti degli stati (specie in tema di finanza), ma il parlamento di Parigi si

voleva porre come unico interlocutore del potere regio, e tentò di aggirare le decisioni degli stati,

fallendo.

6: L’assemblea dei notabili del 1617 e lo “stato” ugonotto

L’assemblea dei notabili era un allargamento del consiglio del re a vari personaggi ritenuti esperti in

materie politiche e finanziarie, usato in precedenza pure da Enrico IV. Aperta nel dicembre del

1617 e chiusa nel gennaio 1618, e composta da 11 vescovi, 26 magistrati e 15 grandi signori, tentò

di applicare la revoca della paulette. In quell’anno, Luigi XIII si era liberato della reggenza della

madre. Nel 1616 Richelieu entra nel consiglio, e ne diviene capo nel 1624. Egli riteneva che la

presenza ugonotta sul territorio fosse dannosa per l’affermazione del potere regio e per l’ unità

nazionale, perché i protestanti formavano una sorta di “stato nello stato”, forti delle loro 200 places

de sureté con propri governatori e guarnigioni sparse su tutto il territorio, e del fatto che le

conversioni verso questa religione erano numerose. Le tensioni tra le fazioni religiose si fecere

sentire nel 1620, e culminarono in vari conflitti, con l’importante sconfitta della roccaforte ugonotta

di La Rochelle. Con l’editto di Alés (1629) questo nuovo ciclo di guerre si chiuse, stabilendo che

quanto detto a Nantes anni prima venisse mantenuto, con l’esclusione di tutti i privilegi per gli

ugonotti.

7: Intendenti e rivolte contadine

Dal 1627 molte epidemie e carestie colpirono la Francia: si avvio così un trend di indebitamento per

tutte le campagne, che si rafforzò per le spese militari (per i conflitti voluti da Richelieu nel 1635)

che dovevano sostenere le amministrazioni locali. La taille risultò quasi triplicata, fino al 1648,

anno in cui serviva a riempire le casse statali per il 62%: alla sua raccolta provvedevano gli

intendenti. Fu introdotta poi una tassa indiretta sui beni di prima necessità, e si ricorse poi agli

affaires extraordinaires, un insieme di tasse forzose su città ed ufficiali.

Gli intendenti avevano poteri di justice, police et finances: giudicavano contese riguardo il

pagamento delle tasse, oltre a riscuoterle. Con queste tasse, il re portò l’organico del suo esercito a

250.000 uomini nel 1643.

Le rivolte contadine iniziarono nel 1637 con i croquants, guidate da curati e giudici di villaggio,

stanchi dei soprusi. Nel “Manifesto per la giustizia dei principi della pace” del 1641 si

denunciavano le politiche oppressive e militaristiche di Richelieu, che aveva tolto ogni potere alle

comunità locali.

Nel 1642 Richelieu morì e fu rimpiazzato da Mazzarino, e l’anno dopo, a soli 4 anni, salì al trono

Luigi XIV: al seguente lit de justice, il parlamento riconobbe la regina madre Anna d’Austria come

reggente. Mazzarino venne sostituito al parlamento di Parigi come ruolo di consigliere in tutti gli

atti di governo. Tutte le spinte degli altri parlamenti e dei vari ufficiali per diminuire il peso delle

tasse furono respinte da Mazzarino, che sciolse assemblee ed esiliò chiunque gli fosse contrario. Il

lit de justice del 1648 fece registrare (sotto costrizione) al parlamento di Parigi una nuova tassa per

sostenere lo sforzo bellico.

8: La “Fronda”

Anna nel 1648 sciolse un’assemblea, la chambre Saint-Louis, formata da membri della Cour des

Aides, della chambre des comptes e del grand conseil, ritenendola “atto insurrezionale”, perché fatta

senza autorizzazione.

I nobili che l’avevano fatta erano inoltre in disaccordo con i precedenti lit de justice, ritenuti

tirannici, e nonostante il disprezzo della corona, proseguirono con le riunioni, fino a riuscire ad

ottenere l’autorizzazione il 30 luglio di quell’anno. Il movimento di questi nobili fu in seguito

chiamato la “fronda”. Tra il 1648 ed il 1653 furono scritti quasi 5.000 pamphlet denigratori di

Mazzarino, le “mazarinades”, che tentò di rispondere al disprezzo popolare con vari colpi di forza:

nel 1648 tentò di far arrestare dei parlamentari (fallì), nel 1649 fece assediare il parlamento di Parigi

da 10.000 uomini del principe di Condé, dando il via ad una vera e propria guerra civile di 2 mesi.

Poi fece arrestare i principi di Condé, Longueville e Conti per assicurasi i pieni poteri, ma a causa

della rivolta dei sudditi di questi nobili dovette abbandonare il proposito (1650). Ancora, nel 1651,

liberò i 3 nobili per “usarli” contro i suoi avversari, che però si rifiutarono.

Infine, la reggente decise di convocare gli stati: nei cahier vennero già preparate le richieste per

alleggerire le pressioni del re ed il potere degli intendenti (che avevano subito già un bel colpo nel

1648), ma in seguito Luigi XIV, divenuto maggiorenne (a 13 anni :-P) decise di rinviarli. Nel 1652

ripartì la guerra civile, ed il re riuscì a controllare la situazione nonostante l’opposizione di Condé

ed altri nobili. Il re decise poi che i ministri non potessero più giudicare il suo operato. Tutte le

libertà provinciali vennero più o meno apertamente smantellate.

9: Luigi XIV

Il re viene consacrato a Reims nel 1654, ma già da prima il potere aveva ripreso ad esprimersi in

pieno, con gli intendenti che tornavano in gran numero e le rivolte contadine che già dal 1656

ripartivano in forze. Il re sposo l’infanta di Spagna Maria Teresa nel 1660, continuando ad essere

sordo alle richieste di convocazione degli stati. Il re fa disperdere le memorie della Fronda nel1668

(fece distruggere i loro cahiers e documenti), ma sembra sensibile alle richieste fiscali della

popolazione: dopo l’arresto del ministro delle finanze Fouquet fu creata un’apposita camera di

giudizio per i finanzieri, e nuovo ministro fu Colbert. Il governo di Luigi XIV (1661-1714) viene

ritenuto il livello massimo dell’assolutismo, con poteri accentrati e forte struttura amministrativa.

Tra i suoi obiettivi era quello di minare l’alta autoconsiderazione dei parlamenti, in grado di opporsi

troppo al suo potere, ma al contempo contribuì a rafforzare la magistratura. Per il marchese di

Chastelet, nel “Traité de la Politique de la France” (1669), ai parlamenti non era concesso opporsi al

re “padrone assoluto di tutti i tempi”, perché li aveva fondati lui.

Per Claude Joly (nel Recuil de maximes véritables, 1652), i parlamenti erano i soli contrappesi alle

ambizioni regali ed unici eredi degli stati generali. Egli riteneva che la venalità delle cariche ne

avesse sminuito di molto il ruolo.

Per Michel Lavassor (Les soupirs de la France enclave qui aspire après la liberté, 1689-90) i

parlamenti erano un residuo del governo dei capetingi per sottomettere il popolo : bisognava

pertanto tornare ad un parlamento generale composto da rappresentanti dei 3 stati. Per lui, come

pure per Saint-Simon ed il conte di Boulanvilliers, erano gli stati generali e non i parlamenti a

somigliare al parlamento inglese. Fénelon fu un forte oppositore del re, pur essendone l’ex

precettore: fu allontanato dalla corte.

10: Monarchia amministrativa e Parlamenti nel XVIII sec.

Morto Luigi XIV (1715) e con Luigi XV minorenne, reggente fu Filippo d’Orléans, che fu poi 1°

ministro fino al 1723. Nel 1715 Filippo ridiede ai parlamenti il diritto di rimostranza tolto dal re

sole nel 1673: riottenuti i poteri, il parlamento di Parigi si proclamò difensore dalle oppressioni e

garante legale delle proteste del popolo. Una volta che Luigi XV fu ufficialmente al trono (1723-74)

sia col duca di Borbone (fino al ’26) e col cardinale Fleury (fino al ’43) come ministri si tornò al

clima conflittuale tra potere regio ed assemblee. Alla morte di FLeury il re dichiarò apertamente di

voler governare da solo come il suo predecessore, dando il via allo scontro tra egli ed il suo conseil

privé ed i parlamenti, che svolgevano propaganda a favore dei giansenisti, invisi al re (costoro dai

tempi di Luigi XIV erano condannati dal papato con la bolla Unigenitus).

Il 18/4/1752 il parlamento di Parigi pubblicò un extrait des registres, ossia il brano di un atto: vi si

diceva che se il re fosse andato avanti nel sottrarre le cause al loro giudice naturale, si sarebbe

indebolita l’autorità della magistratura e l’immagine della giustizia. Di contro, il conseil privé

decise che poteva fare uso del suo potere sovrano per togliere le cause “rilevanti” alla magistratura

parlamentare. Il re ed i suoi sostenevano di essere l’unico “corpo politico dello stato”.

11: Sovranità del re e sovranità dei parlamenti

Louis Adrien de la Page (1712-1802) fu leader filogiansenista ed avvocato al parlamento di Parigi.

Intendeva la sovranità come comprensiva del potere dei supremi organi giudiziari accanto a quello

del re.

Nel luglio 1752 una remontrance del parlamento di Tolosa lamentava il rifiuto dei sacramenti ad

una donna giansenista, e la persecuzione dei confessori che non chiedevano l’abiura ai giansenisti: a

tali cose si poteva rimediare solo col “braccio vendicatore della giustizia”: tale remontrance su

soppressa dal re. L’anno dopo apparivano molte opere di denuncia della bolla Unigenitus, e del

fatto che i magistrati da quel momento avessero pochissimo potere.

Nel 1753 arrivò in Bretagna il duca d’Aiguillon, rappresentante amministrativo regio: le sue misure

fiscale lo misero in conflitto col parlamento di Rennes. Il duca fece arrestare nel 1765 il mediatore

tra le parti La Chalotais, assieme al figlio e 3 parlamentari: tutti i parlamenti protestarono contro il

processo speciale che si apriva contro costui, e così il consiglio del re suggerì al sovrano di zittire i

parlamenti con un atto di forza. Nella seduta “della flagellazione” del 1766 il re respinse ogni critica

dei parlamenti, ma loro proteste continuarono.

12: Il “colpo di stato” di Maupeou

Il cancelliere Maupeou studiò un “regolamento” per il comportamento dei parlamenti, ritenuti

troppo sovversivi, nel 1770-71: si proibì il rinvio delle pratiche da un parlamento all’altro, la

sospensione delle funzioni giudiziarie, la riapertura di editti già registrati. Maupeou accusava i

parlamenti di voler abbattere “la costituzione monarchica” del paese, e fece molta propaganda per

demolire la loro immagine. Questo provvedimento fu registrato (in maniera imposta) con un lit de

justice.

Nel 1771 il cancelliere fece promulgare un editto con cui riformavo l’ordinamento politico-

giudiziario del regno: si poneva 6 consigli nel parlamento di Parigi con membri revocabili dal

governo, più abolizione venalità ed ereditarietà degli uffici. In seguito a ciò Malesherbes, presidente

della cour des aides, chiese la convocazione degli stati. Molti philosophes si opposero a questi

cambiamenti, ma nessuno sembrò dare peso all’unica cosa innovativa, ossia l’abolizione della

venalità.

13: Dalle riforme alla convocazione degli stati generali

Dalla sua incoronazione, Luigi XVI (1774) cacciò Maupeou e ridiede potere al parlamento di

Parigi. L’approccio fisiocratico col ministro Turgot (1775) non fu gradito alle campagne, che

preferivano il sistema impositivo detto “di ripartizione”, considerato obsoleto dai fisiocratici. In

questo sistema lo stato diceva anno per anno l’ammontare di cui avesse bisogno, ed affidava alle

autorità locali l’incarico di ripartirlo localmente. Malesherbes inoltre denunciava la soppressione

delle autorità locali.

Turgot e Dupont de Nemours tentarono una ristrutturazione costituzionale del paese, fatta come una

piramide di amministrazioni, a partire dal livello parrocchiale. Si volevano togliere i privilegi fiscali

alla magistratura, costituire un sistema di bilancio trasparente ed un sistema elettorale nazionale

senza distinzione di ordini. Turogt cadde nel 1776, il progetto non fu attuato, e salì in carica il

banchiere svizzero Necker. Egli non volle fare cambiamenti radicali, solo far funzionare meglio il

sistema in vigore, tramite una rete di uffici amministrativi locali. Cambiò i rapporti di forza nelle

assemblee, dando più rappresentanti a 3° stato e nobili rispetto al clero. Fallì pure lui e fu licenziato

nel 1781. Tutti i suoi successori durarono poco e fallirono. Il governo di Brienne non riuscì ad

imporre il nuovo sistema delle assemblee provinciali, ed in seguito deliberò per l’istituzione di una

cour plenière con lo scopo di rimpiazzare i parlamenti. La sostituzione dei magistrati delle

assemblee locali fu mal vista dai cittadini, che protestarono ampiamente (giornata delle tegole di

Grenoble, 1788, nella regione del Delfinato): i magistrati così riuscirono a restare al loro posto.

Accadde lo stesso in Bretagna, dove le assemblee locali si opposero alle decisioni di governo,

ritenendole lesive dei loro diritti. Brienne fu sostituito nel 1788 da un redivivo Necker, che ci

riprovò con la teoria delle amministrazioni: i cahiers dell’epoca chiedevano al governo delle

assemblee locali con poteri certi e riconosciuti, e libere elezioni dei propri rappresentanti, senza il

rischio di rimozione governativa. Iniziò la rivendicazione di certezza delle leggi e dei poteri delle

istituzioni, una prima vera richiesta di “costituzione”.

4: L’Inghilterra

1: Una monarchia “politica e regale”

Il paragrafo inizia con una citazione da un’opera di John Fortescue (chief justice - giudice anziano -

sotto Enrico VI), in cui egli rammenta al principe Edoardo le condizioni disagiate della Francia,

paese descritto come estremamente povero e sull’orlo del collasso politico a causa di un governo

militarista e dispotico. L’opera, intitolata “De Laudibus Legum Angliae”, prosegue parlando delle

“buone leggi inglesi”, superiori a quelle di ogni altro paese. Erano “leggi del paese” quelle di

natura, le consuetudini e gli statuti, talvolta detti costituzioni: quando le prime 2 sono redatte e rese

pubbliche dal re divengono costituzioni, e vanno pienamente osservate dai sudditi. Gli statuti erano

migliori delle leggi straniere perché discussi in parlamento assieme ai rappresentanti del popolo,

senza essere imposte da un tiranno.

Nel XIV sec. il parlamento si riunì 151 volte, ma vi furono anche lunghi periodi senza alcuna

assemblea. Tra il 1390 ed i l 1461 vi furono solo 20 parlamenti, e solo 6 nel periodo di Edoardo IV

(1461-83)

2: La monarchia “regale” dei primi Tudor

Dopo la battaglia di Carnet del 1471 la corona iniziò a non convocare più il parlamento, perché

avendo ormai riunito il regno riusciva ad assicurarsi proventi finanziari da altre risorse.

Il primo re Tudor Enrico VII (1485-1509) diede forza alla monarchia amministrando attraverso la

“real casa”. Le funzioni erano ripartite tra real casa, camera (uffici di governo) e camera privata,

dove risiedeva e lavorava il re.

Riccardo III (1483-85) curò particolarmente le finanze, chiedendo che lo Scacchiere presentasse

annualmente un rapporto dettagliato delle spese, che divenne ancora più preciso nel 1508, con la

“dichiarazione dello stato del tesoro” annuale.

Sin dal 1471 furono stabiliti forti controlli nelle contee per assicurare i confini dei territori e le

obbligazioni feudali alla corona, di cui la più importante era la wardship. Le questioni dei wards

(pupilli della corona) furono affidate dal 1503 ad un apposito master of the wards. Fu riportato ala

real casa il diritto di amministrare le finanze, sottratto al parlamento.

Per evitare che i loro consigli fossero spinti a fare gli interessi dei nobili, i re fecero in modo da

comporli con pochi membri scelti. L’amministrazione regia era composta solo da laici, che spesso

cercavano il modo di assicurarsi tale posizione a vita, per poi venderla o farla ereditare.

Le politiche militari (e non) sbagliate di Enrico VIII lo portarono a progettare nel 1522-24

“l’amichevole sovvenzione”, cioè una tassa senza la consultazione del parlamento, per sostenere la

campagna di Francia assieme a Carlo V. Il ruolo del parlamento tornò importante, anzi

fondamentale, nella decisione dello scisma anglicano.

3: Il parlamento “corpo di tutto il regno”

Verso il 1528 lo statute era concepito come legge comune di tutti gli uomini in accordo con diritto

divino e naturale: dopo la riforma lo statute poteva pure occuparsi del campo di normazione prima

riservato alla chiesa. Enrico VIII decise formalmente la supremazia del sovrano sulla chiesa. Il

parlamento legiferò in tema di conseguenze economiche della riforma (passaggio proprietà

cattoliche agli anglicani). Durante il lungo reformation parliament (1529-36) il parlamento acquisì

molta importanza, come al suo interno pure la camera dei comuni. Re e parlamento legiferano

assieme (il re poteva farlo da solo solamente via proclami regi). La più alta autorità spettava al king-

in-parliament. Gli atti di uniformità del 1549 e del 1552, ponenti i fondamenti giuridici della

riforma, furono emanati dal parlamento. Il parlamento iniziò a basarsi sempre più sugli statutes e

meno sulla consuetudine: sua funzione era di dichiarare diritto, non di fare la legge.

Il controllo maggiore che la common law ed i suoi interpreti potessero fare sulle leggi del

parlamento era al massimo di rifiutarne l’applicazione in un caso, per motivi di ragione naturale o

giustizia.

4: Elisabetta I

Dopo Maria Tudor (1553-58) salì la sorellastra Elisabetta I (1558-1603). Vi furono molte tensioni

religioso-politiche, con i protestanti che temevano un riavvicinamento al papato. Religioni e politica

erano temi di discussione che la regina teneva per sé come “questioni di prerogativa), scatenando

così la polemica di molti sulla libertà di parola. Dopo il settlement del 1559 e l’unificazione della

chiesa, vi furono molte critiche, che vedevano la chiesa come ancora troppo “papale”: una protesta

ci fu nel 1563, dove dei prelati chiesero 6 articoli di riforme. Non furono cagati minimamente. I

puritano tentarono allora le conversioni dal basso, collaborando con le gentry ed i consigli di città,

ispirandosi al modello di Ginevra. La presenza nel regno di Maria Stuart dal 1568 (in fuga dalla

Scozia dove era perseguitata dai protestanti perché cattolica e sospettata di omicidio del 2° marito)

rese la situazione ancora più instabile. Con la bolla di papa Pio V del 1570, che deponeva Elisabetta

e liberava i sudditi cattolici dalla obbedienza, iniziarono in Inghilterra persecuzioni e massacri di

cattolici. La politica pro-protestanti (con l’aiuto agli olandesi dal 1576) portò allo scontro con la

Spagna, che fu battuta con lo smacco alla Invincibile Armata nel 1588. Queste azioni militari

richiedevano più fondi, che andavano discussi col parlamento: il quale, prima di approvarli,

pretendeva diritto di parola in materia bellica e di religione. Dal 1598 l’Inghilterra sospese gli aiuti

all’Olanda, e nel 1594 si ribellò l’Irlanda.

Nel suo regno, Elisabetta convocò 13 parlamenti, dovendo ricorrere ad una tassazione quasi

annuale, aumentando il malcontento del parlamento. Nonostante questo, la posizione della corona

era forte nel paese perché i suoi interessi combaciavano spesso con quelli della gentry e dei ceti che

gestivano il governo locale. Le spese per gli ufficiali regi erano basse, perché molte funzioni erano

svolte da giudici di pace e simili, che non avevano stipendio statale. Nel XVI sec. la corona non

creò nuovi uffici: nel 1552 fu emanato un atto che proibiva il traffico degli uffici.

5: I primi Stuart e il “diritto divino del re”

Con Giacomo I Stuart (1603-25) si scatenò una forte competizione per gli uffici, a causa del nuovo

entourage del re e della sua liberalità. Le spese per i nuovi uffici si fecero subito sentire sul bilancio

reale. Già re di Scozia (come Giacomo VI), egli vide unificate sotto la sua persona 2 corone. Nel

1598 aveva scritto un trattato, “The Trew Law of Free Monarchies”, in cui si formulava la teoria del

diritto divino del re: servì a legittimare la posizione regale davanti alle varie religioni ed a negare le

pretese papali di superiorità sulla chiesa inglese. Fu sostenuta dai civilians, che si basavano sulle

tesi giuridiche del Corpus Iuris Civilis e su di uso della sovranità simile a quanto detto da Bodin. I

common lawyers invece erano la guida dell’opposizione parlamentare, e dicevano che il potere del

re fosse solo un’emanazione limitata della legge fondamentale del regno.

Per la teoria del diritto divino, il re era appunto legittimato da Dio a governare, e tutte le altre teorie

andavano rifiutate. Il re però riconosceva di essere legato al paese dal diritto del regno, e pertanto

doveva legiferare ed emanare tasse assieme al parlamento. Il re definiva il suo ambito di poteri

“mistery of state”, e lo espandeva a piacimento: fu spesso ostacolato dalla camera dei comuni.

Il complotto delle polveri del 1605 (ndr: “ricordatevi il 5 novembre”…l’avete visto o letto “V per

Vendetta?”) , in cui si tentò di uccidere il re spinse molti civilians a parlare di inviolabilità del re e

di bisogno di diritto simile a quello romano per punire i colpevoli di lesa maestà. Partendo dal caso

di una tassa sulle importazioni, il re iniziò a tentare di assumere il potere per emanare tasse senza

ascoltare il parlamento. Il cancelliere del tesoro lord Salisbury tentò di sfruttare altri cavilli giuridici

per aggirare il parlamento in tal senso dal 1608. Il parlamento tentò di opporsi ricordando al re che

poteva disporre solo delle entrare che gli spettavano per consuetudine. Questo atteggiamento regale

era pericoloso perché minava le basi della buona monarchia inglese ed il concetto di king-in-

parliament.

6: Lo scontro tra corona e parlamento

A causa dei dissesti finanziari dovute alle guerre e ad alte spese di corte, Carlo I Stuart (1625-49)

decise di alzare di nuovo le tasse, puntando pure su dazi più alti. Riuscì sia a mettersi in contrasto

col consiglio privato che con i comuni: aggirava il parlamento sfruttando al massimo le imposte

degli affittuari. Nel 1627-28, il dibattito politico e teologico vide 2 nuovi attori, i chierici Robert

Sibthorpe e Roger Manwaring. In un sermone, ritenevano facente parte del diritto divino la

possibilità del re di tassare a piacimento, con i sudditi che dovevano sottostare pure a tasse

palesemente ingiuste. Manwaring fu sottoposto ad impeachment dal parlamento nel 1628, per le sue

posizioni a favore della tirannide. Il regno di Carlo fece perdere fiducia nella common law, che

pareva incerta ed incapace di tutelare i cittadini.

Su questa linea, il re proseguì col caso dei “5 cavalieri”, dove si negò l’habeas corpus e 5 persone

furono imprigionate per “semplice volontà del re”.

7: La petition of right

La difesa di diritti dei sudditi si manifestò nel 1628 con la petition of right del parlamento, seguita

alla decisione dei 5 cavalieri. In essa, che alla fine approvata pure dal re, furono garantiti i diritti di

proprietà e libertà dei sudditi, fu proibito di tassare senza l’ ok del parlamento e di imprigionare

senza processo. Il riconoscimento della petition non impedì però al re di oltrepassare le sue

prerogative ogni volta che lo volesse.

La corona continuò ad essere in conflitto con il parlamento, con le posizioni sull’estero pro Francia

e Spagna del duca di Buckingham Gorge Villiers (uomo di corte) e dell’arcivescovo di Canterbury

William Laud, che voleva fare della chiesa anglicana uno strumento del re mettendo da parte il

parlamento.

8: La crisi della common law

Nel 1637-41 si ripresentò il conflitto politico interno del 1626-28. Il re impose la ship money (tassa

che consisteva in: o fate più navi o mi pagate, con la scusa della difesa del regno) a tutto il paese, e

fece imprigionare lo squire John Hampden che non voleva stare a questa tassa. La sconfitta di

Hampden in tribunale dimostrò come la common law non fosse assolutamente capace di difendere i

cittadini. Lo scontento esplose in Scozia dopo l’imposizione di una nuova liturgia: prese in breve

dimensioni militari e nel 1640 gli scozzesi, forti di 18.000 uomini, attraversarono il confine e

battendo l’esercito regio.

9: L’assolutezza del re dichiarata illegale

Intanto, lo stesso anno John Pym fece notare al parlamento che in un sermone del dr. Beale si

parlava di potere indiscusso del re e del suo potere di fare leggi a piacere. Prima che il parlamento si

potesse muovere per fare o dire qualcosa, fu sciolto (short parliament, durò 3 settimane). La

riapertura del parlamento nel 1641 (long parliament) servì a metter in stato d’accusa Beale, per aver

mosso contro la libertà dei sudditi. Il popolo iniziava a muoversi, stimolato dall’azione

parlamentare: l’Irlanda si ribellò all’imposizione del protestantesimo iniziata in Ulster, muovendosi

con le modalità degli scozzesi.

Il parlamento riuscì nel 1641 a far approvare il triennal act (che gli dava la possibilità di riunirsi

ogni tre anni): così riuscì a far emanare varie leggi per limitare il potere assoluto regio degli anni

precedenti e tutte le sue tasse extra. Il parlamento era preoccupato dalla rivolta irlandese, che

minacciava l’Inghilterra e la sua “vera” religione. La divisione del parlamento sull’affidare al re

l’organizzazione dell’esercito creò il clima per la guerra civile.

10: La guerra civile (1642-49)

Al centro della guerra civile vi erano prettamente i problemi religiosi. Nel ’42 le camere deciso per

prendere le armi a difesa dal sovrano: il parlamento pretese di agire contro il re per la difesa dei fini

del diritto (libertà e la vera religione), anche con mezzi illegali. Fu il culmine della crisi della

common law. La necessità richiedeva che si abbandonasse la ancient constitution e si agisse contro

il re.

11: Il commonwealth

Nel 1649 una fazione dei parlamentari condannò a morte Carlo I, abbandonò la monarchia e la

house of lords e stabilì il commonwealth britannico. Il 1645 vide la creazione del new model army,

un esercito di nuova concezione basato quasi interamente sulla mobilità e sull’abbandono della

cavalleria pesante: fu finanziato da una nuova tassa ad hoc, l’accisa sulla domestic commodities.

In politica, i comuni finalmente entravano nelle prerogative regie. Il sistema amministrativo locale

restò invariato, ma con la popolazione molto più propensa alla collaborazione. Il fanatismo religioso

portò Cromwell alla guerra - ed alla vittoria - contro Irlanda (1649-50) e Scozia (1650-51). Nel

1653 il barebones parliament fu sostituito dal protettorato presieduto da Cromwell, come scritto

nella costituzione scritta ed autografata da Cromwell (lo instrument of government). Egli convocò

un solo parlamento, eletto tra Scozia, Inghilterra ed Irlanda. Dopo la sua morte nel 1657, il governo

cadde due anni dopo e nel 1660 fu restaurata la monarchia con Carlo II Stuart.

12: La restaurazione

Carlo II (1660-85) tentò di governare subendo meno interferenze possibile. Con l’appoggio del

consigliere Clarendon, il re iniziò a restaurare tutti i benefici regi esistenti prima del 1642, con tutta

la struttura clientelare che ne era parte. Il primo parlamento doveva stabilire l’ammontare dei fondi

del re, ma a causa di vari errori di calcolo ci si trovò presto in mutande. Il successivo parlamento

(1662, cavalier parliament) non era intenzionato a fare correzioni, a causa dell’eccessivo sfarzo

della corte. Per trovare la liquidità necessaria, il re fece di nuovo ricorso a dazi ed accise varie.

Nel 1651 fu promulgato il navigation act per danneggiare la potenza marittima olandese. Per

arginare il potere francese, si ritenne necessario fare alcune riforme sia del sistema di incamerare

denaro, sia del potenziamento della flotta. Tra i fautori di tale riforma, il cassiere dello scacchiere

Gorge Downing e Samuel Pepys.

Vari atti politici, come il trattato di Dover con la Francia (1671), l’attacco Francese all’Olanda

(stesso anno) e quello britannico ai francesi (1672), poi la sospensione delle leggi penali contro

cattolici e dissenzienti vari (Dichiarazione d’indulgenza) causarono la rabbia della gentry anglicana.

Carlo ritirò la dichiarazione d’indulgenza nel ’73, rimpiazzandola col Test Act che imponeva agli

ufficiali di essere anglicani. Dopo questo evento, il parlamento sembrò più propenso ad una politica

“di forza” antifrancese e ad un’alleanza con l’Olanda, con cui si fece pace nel 1674.

Gli oppositori parlamentari del re (da questo momento detti “whigs”) erano per l’esclusione dei

cattolici dalla linea di successione: quelli a favore del re furono detti tories. Alla morte del re Carlo

salì al trono il fratello Giacomo (come Giacomo II, 1685), rientrato dall’esilio 3 anni prima. Dopo

anni tornava al trono un cattolico.

13: La gloriosa rivoluzione e la monarchia parlamentare

Giacomo si alienò le simpatie dei tories per la sua pratica di governo, la repressione della ribellione

del conte di Monmouth (1685), la presenza di cattolici a corte. I whigs ripresero forza. Guglielmo

d’Orange, marito di Maria (figlia di Giacomo) fu invitato sia da whigs che tories ad assumere il

governo. Nel 1688 Giacomo abbandonò Londra, si insediò sul trono Guglielmo che convocò il

parlamento riunitosi nel 1689; nello stesso anno, i comuni dichiararono che Giacomo aveva

sovvertito la costituzione rompendo il contratto tra re e popolo. Anche i lords finirono per accettare

questa posizione, abbandonando così la teoria del diritto divino del re. Guglielmo e Maria sono al

trono, ma ai sovrani vennero posti dei limiti: perdita del diritto di sospendere l’osservanza di una

legge, di mantenere un esercito permanente senza permesso del parlamento. Il common law ha la

supremazia, gli eredi cattolici vengono esclusi dalla successione. Un “atto di tolleranza” liberava

dalle pene previste chi non frequentava il servizio anglicano: era la “gloriosa rivoluzione”, la

monarchia costituzionale. Interesse di Guglielmo era salvare l’Europa da Luigi XIV. Iniziarono 20

anni di guerra con la Francia. Il governo dovette sopportare una tremenda pressione finanziaria ed

amministrativa. I parlamenti del 1689-90 non votarono ai sovrani un reddito permanente che fosse

sufficiente a vivere e questo comportò che il parlamento si riunisse regolarmente ogni anno.

La commission of public accounts effettuò un costante controllo sull’attività dell’amministrazione

centrale. Dopo il 1689 la stampa diede notevole supporto al parlamento ed alla commissione nelle

indagini su corruzione, cattiva gestione ed inefficienza. Nel 1695 il parlamento rifiutò di rinnovare

la legge sulla censura. Molti degli autori di articoli politici erano dotati di ampie conoscenze

tecniche (tra cui Jonathan Swift e Daniel Defoe). Il governo cercò soluzioni basate sul mercato per

risolvere i problemi finanziari. Nel 1694 fu autorizzata dal parlamento la costituzione della banca

d’Inghilterra. Nel 1698 nacque la East India Company: nello stesso anno la vecchia tassa diretta

sulla ricchezza fu sostituita da una sulla terra. Ogni contea raccoglieva e rimetteva allo scacchiere

una somma fissa mensile.

Anche se la tassazione risultava così iniqua, lo scacchiere poteva contare su di una quantità di

denaro fissa mensile. Tale sistema durò per tutto il ‘700: tutti i membri più in vista della gentry

entrarono nelle commissioni di contea della land tax. Nel 1707 ci fu l’annessione della Scozia, con

lo Act of Union, con cui nacque di fatto la Gran Bretagna. Il governo era costituito insieme da re,

lords e comuni; nel parlamento si aggiunse una rappresentanza scozzese. Nel 1720 il governo

britannico venne definito “monarchia limitata” o parlamentare, in contrapposizione alla monarchia

assoluta del resto d’Europa.

Cap. 5: Problemi comuni: la forma di governo

1: Monarchie, repubbliche, governo misto

Il paragrafo esordisce con una citazione da Machiavelli, in cui il simpaticone toscano afferma che

tutti gli stati esistenti ed esistiti sono stai o repubbliche o principati. La discussione sulla forma di

governa era sempre molto aperta nell’ampio lasso temporale che stiamo considerando: dalla fine del

medioevo si teneva ancora la concezione della scolastica (con punti di riferimento i filosofi

classici), che individuava le tre forme di governo - monarchia come governo di uno, aristocrazia

come di pochi, democrazia come di molti - e le loro degenerazioni (rispettivamente tirannide,

oligarchia e demagogia).

Il termine “repubblica” designava proprio qualcosa di diverso da monarchia ed aristocrazia, perché

significava soprattutto res publica, ossia cosa pubblica: occuparsi della cosa pubblica per il bene

comune escludendo i benefici e gli interessi privati era la capacità di governare secondo i requisiti

moralmente necessari, ossia la virtù repubblicana.

In Italia erano presenti varie repubbliche, come Genova e Venezia, in cui veniva prodotta

un’abbondante letteratura politica: gran parte di questa si rifaceva alle dottrine classiche di cui

sopra, con riferimenti ad Erodono ed alla proposta di una forma di governo che incorporasse le 3

forme buone (utile ad esempio ad impedire che il capo del governo accentrasse su di sé il potere).

Anche Fortescue si rifaceva a quest’idea, come pure nel 1535 Thomas Starkey (cappellano alla

corte di Enrico VIII) che proponeva come modello lo stato misto della costituzione veneziana. Per

John Ponet (1516 ca. - 1556), vescovo inglese in esilio in Francia, nello stato misto anti-tiranno si

poteva arrivare fino a deporre il monarca in casi estremi. Diversa l’opinione di John Aylmer (1521-

94), che vedeva lo stato misto utile a tener fuori le donne (sic!): in esso, monarca e parlamento

stavano per monarchia, aristocrazia e democrazia.

Le forme miste confermava la non-assolutezza del sovrano, il cui potere era sempre limitato da

un’assemblea o simile.

Thomas Smith (1513-77) ambasciatore in Francia di Elisabetta, scriveva che la più alta espressione

della forma inglese consisteva nel parlamento: la monarchia inglese era da lui definita non come

absoluta potestas, ma come respublica anglorum. Il ministro scozzese John Craig ricordava che ogni

regno era o avrebbe dovuto essere una repubblica, per quanto ogni repubblica non fosse un regno.

C’erano analogie anche tra governo della chiesa e governo del regno: Thomsa Cartwright (1535-

1603), rappresentante del presbiterianesimo, ricorda come anche l’organizzazione della chiesa

debba seguire le 3 forme. I calvinisti sembravano invece molto vicini ad un modello repubblicano,

motivo per cui vennero ulteriormente perseguitati in Francia, dove la monarchia vedeva forme

democratiche come “mostrose”: anche il rischio della divisione in cantoni come la Svizzera era

visto dai reali di Francia come inquietante. Per Caron, anche se era positivo lo stato misto, il re

poteva sempre e comunque derogare al diritto civile. Loys Le Roy nel 1568 presentava una sua

traduzione dei testi di Aristotele, in cui spiegava che la monarchia francese era un ottimo modello di

forma mista. Bernard de Girard du Haillan nel 1570 invece, sempre d’accordo sulla forma mista

della Francia, diceva che la sovrana libertà del re avesse dei limiti, consistenti in buone leggi ed

ordinanze.

2: Jean Bodin contro lo stato misto

Jean Bodin (1529-96) era contrario alla forma di governo mista, perché la riteneva caotica e facile a

generare disordini tra la popolazione. Lo proponeva già dal 1566 (in Methodus ad facilem

historiarum cognitionem), ed approfondisce nei Six Livres de la Republique (1576), dove parla del

fatto che la distinzione vada vista non nelle forme di governo ma di stato, e nega di nuovo con forza

l’idea delle 3 forme della scolastica: non si possono catalogare governi in base alla loro bontà (come

assenza di difetti “morali”) perché si rischia di dividere troppe categorie. Il problema di

individuazione di “governo” si elimina, dividendo solo le forme base a seconda di chi abbia la

sovranità. Uno stato misto per Bodin crea una forma nuova, pertanto non esiste nessuno stato misto

secondo le distinzioni antiche. Solo Impero e Svizzera possono rifarsi ad una sorta di esempio

pratico di stato misto. Il regime francese non è assolutamente una forma mista: è solo una pura

monarchia, in cui c’è solo il sovrano (che detiene la sovranità) ed i suoi sudditi che gli devono

obbedienza. Nelle vere monarchie il potere regio non viene mai sospeso.

3: La Confederazione Elvetica


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Jacko

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Jacko di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia costituzionale dell'Europa moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Muto Giovanni.

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