L'eredità del passato
Una polemica sulla democrazia italiana
La democrazia moderna non è una forma spontanea di organizzazione della società, è il frutto di una conquista così come lo è stato in America (sacro esperimento). Se il processo di costruzione della democrazia si interrompe o peggio si spezza, l’impresa diventa ancora più ardua, così come in Italia dove a seguito del fascismo questo processo è dovuto ricominciare. Ci furono tanti elementi un’incertezza dell'eredità del passato che condizionarono la rinascita della democrazia, tra questi nella classe politica antifascista sulla stessa idea di democrazia legata alle diverse premesse ideologiche oltre all’incertezza ancora più profonda sullo statuto democratico dei partiti. Infine, il complesso e contraddittorio vissuto dagli italiani. L’idea della democrazia che aveva la classe politica dopo il fascismo la si può chiarire da una concreta polemica avvenuta alla Consulta nazionale.
La Consulta Nazionale Italiana fu un'assemblea provvisoria, istituita dopo la fine della seconda guerra mondiale con lo scopo di sostituire il regolare parlamento fino a quando non fosse stato possibile indire regolari elezioni politiche. Convocata dal governo di Ferruccio Parri (la prima riunione si tenne il 25 settembre 1945), fece le veci del Parlamento fino alle elezioni nazionali del 2 giugno 1946 quando venne votato il referendum sulla Repubblica e contestualmente vennero eletti i membri dell'Assemblea Costituente. Fra il presidente del consiglio Ferruccio Parri e Benedetto Croce nel settembre/ottobre 1945. La Consulta era stata costituita con decreto legislativo luogotenenziale del 5 aprile 1945 con il compito di fornire al governo pareri sui problemi generali e provvedimenti legislativi, i consultori erano nominati dal governo sulla base di designazioni dei partiti politici tra ex antifascisti, organizzazioni sindacali, professionali o reduci. Con successivo decreto del 30 aprile 1945 fu fissato il numero dei consultori in 304, che divenne successivamente di 430. In sostanza si trattava di un parlamento non elettivo, fu infatti contestata oltre che dai partiti esclusi anche dall’Uomo Qualunque.
Il 25 settembre la Consulta si insediò, il giorno successivo, presidente del consiglio dal giugno 1945, presentò davanti alla stessa un’esposizione programmatica. Nel discorso Parri fa riferimento alla situazione generale di malcontento del paese contro il governo, contro il regime dei partiti, ma lo definisce come fenomeno fisiologico, naturale, dovuto alla situazione italiana, con miseria, dolore ed incertezza. Ma il cuore del discorso muove principalmente sulla causa democratica, Parri sostiene che la democrazia italiana sia appena agli inizi, non accettando come democratici i regimi prima del fascismo. Parri insiste sulla definizione tecnica di democrazia, raccogliendo commenti, interruzioni, malumori dai presenti in aula.
Il giorno successivo, Benedetto Croce, dopo aver ringraziato Parri per l’opera svolta contro il fascismo, dichiarò di voler ribattere nettamente al giudizio storico che aveva tanto stupito. Croce sostenne che l’Italia tra il 1860 ed il 1922 fu uno dei paesi più democratici d’Europa, ed affermò che la Democrazia doveva essere liberale, altrimenti avrebbe aperto la via a dittature. In questa discussione o dibattito politico emerse chiaramente l’incertezza sul modo di concepire la democrazia. Infatti Parri non la propone come concetto definito bensì accenna ad un regime di partiti e ad un significato tecnico, che sembra implicare un suffragio universale. In definitiva, le parole di Parri manifestavano la coscienza di un fallimento della democrazia italiana, auspicando un superamento del passato.
Croce nel suo intervento sottolineava invece il legame necessario tra libertà e democrazia, accentuando il motivo della continuità con il passato. Sembra quasi che la visione di Croce intenda la democrazia solo come progresso oggettivo, economico e sociale e non anche un dato soggettivo di partecipazione popolare. Per comprendere la contrapposizione Parri/Croce, che può apparire artificiale, occorre riprendere il clima politico del momento, che vedeva l’immagine di Parri ormai logorata agli occhi dell’opinione pubblica e degli alleati. La fiducia riposta nel leader della Resistenza era venuta scemando, vi erano preoccupazioni per l’ordine pubblico, al Nord nei mesi successivi alla liberazione si erano verificati seri episodi politicizzati di giustizia sommaria nei confronti di fascisti o presunti tali, uomini e gruppi della Resistenza si erano sostituiti allo Stato. Nel Sud episodi di violenza meno politicizzati ma altrettanto preoccupanti. La preoccupazione di cui Croce si fa portatore è quella di un esito rivoluzionario della crisi italiana, con conseguente spostamento a sinistra del delicato equilibrio raggiunto. Croce sarebbe addirittura giunto a parlare (secondo la testimonianza di Giulio Andreotti) del governo Parri come quello di una seconda marcia su Roma.
Dal dibattito della Consulta, sia favore di Parri l’Unità, l’Avanti e La Voce Repubblicana, prese invece le difese di Croce il Risorgimento Liberale. Pur nella differenza delle opinioni e di toni, gli organi di stampa introdussero un nuovo elemento della democrazia, ovvero l’esigenza di diritti sociali, che si erano sviluppati soprattutto durante i regimi totalitari. Al termine del dibattito alla Consulta, il presidente del consiglio (Parri) torna brevemente sul tema per tentare di smorzare i toni della polemica, spostando verso il futuro l’ideale di democrazia, accentuando quell’elemento prescrittivo che ne è un connotato essenziale, non soddisfacendo Croce che rafforza la polemica rivelando le sue preoccupazioni politiche, ovvero il timore che Parri sia sotto l’influsso dell’uso Sovietico, come le Democrazie Popolari del blocco URSS, ma con un senso opposto a quello di libertà, cioè come sinonimo di dittatura.
Liberalismo, fascismo e democrazia
Per comprendere meglio la portata di questo conflitto, è necessario conoscere a fondo i giudizi e le interpretazioni sul liberalismo italiano ed il fascismo, e come tali giudizi abbiano assunto un rilievo politico, per proposte e iniziative, per la ricostruzione democratica, condizionando la classe politica e i partiti italiani della rinascita democratica in Italia. Per i loro effetti politici, i due giudizi sono uno solo, la democrazia italiana che rinasce dopo il fascismo riprende un cammino interrotto o si avvia su una strada del tutto nuova? Il fascismo ha segnato una totale rottura dal passato o non ha nella storia dello stato liberale le sue radici?
Nel giudizio di Croce è centrale il richiamo all’Italia giolittiana, ma il giudizio di Croce su quell’inizio del secolo non lo ritenne positivo, infatti, fu contrario alla discesa in guerra, stabilita nel 1915, dove Giolitti non fece fare le cose giuste a Sonnino e Salandra, stimati invece da Croce, nonostante questo appoggiò comunque il governo Salandra e la guerra, rendendo difficile cogliere nelle sue parole una visione del liberalismo aperta a sviluppi democratici. Del resto a l’Unità aveva espressamente dichiarato: “È necessaria la democrazia?”. La polemica antigiolittiana lo spinse ad un profondo ripensamento, nella sua “Storia d’Italia”, 1927, il fascismo appariva all’interno dell’Italia liberale come un’interruzione, comparsa nel compiersi del processo verso la democrazia. Il giudizio sul fascismo che Croce darà nel secondo dopoguerra, è coerente con il giudizio dell’età giolittiana come punto più alto del processo verso la libertà, interpretando il fascismo come una parentesi di smarrimento morale e intellettuale.
Questa interpretazione di Croce aveva un doppio intento, il primo era quello di distinguere agli occhi dei vincitori l’Italia dal fascismo, evitando di far cadere sull’intero paese le responsabilità del regime (come fece Meinecke con il nazismo in Germania), il secondo era quello di riaccreditare la vecchia classe dirigente liberale per la nuova stagione politica. Toccò a Croce nel dopoguerra ad assumere, in ragione del suo grande prestigio, una sorta di rappresentanza del liberalismo italiano, anche se la sua visione era una delle meno idonee per i tempi nuovi di un'integrazione fra liberalismo e democrazia, se confrontato con un più maturo e meditato De Viti de Marco che parlava invece delle disfunzioni dello Stato liberale, nel quale era già anticipata l’idea di una democrazia incompiuta.
La posizione di Parri è assai diversa, meno elaborata, è un’altra lettura del fascismo, come una “rivelazione” di mali preesistenti nella storia del paese, teoria esposta da Giustino Fortunato, uomo legato alla Destra storica, che già nel 1921 aveva denunciato “la politica arruffata” del liberalismo italiano, incapace di fare di trentacinque milioni di uomini senza disciplina civile e morale, e del loro paese, uno stato diverso da quello che venne fuori, uno stato pericoloso ed insofferente. Fortunato anche nel 1926, in un saggio, indicava le ragioni del successo del fascismo basate sui mali antichi della storia italiana.
L’interpretazione del fascismo come “rivelazione”, venne ripresa e sviluppata anche da Gobetti, Salvemini, Sturzo, i fratelli Rosselli, Donati, Ferrari. Essi partirono da una constatazione paradossale, ovvero la crisi della democrazia dopo il primo dopoguerra era seguita all’introduzione del suffragio universale, tipica conquista della democrazia rispetto allo stato liberale, tale tema si era sviluppato nel pensiero degli antifascisti.
Nell’analisi di Carlo Rosselli (Socialismo liberale), il fascismo affonda le sue radici nel “sottosuolo italiano”, il fascismo esprime i vizi profondi, le debolezze latenti, le miserie del nostro popolo. La riflessione di Piero Gobetti si era spinta ad evocare tra le cause, la riforma religiosa mancata, mentre merita attenzione particolare Francesco Luigi Ferrari, con il suo saggio “Il regime fascista italiano”, egli traccia un lucido, per molti aspetti attualissimo quadro della decadenza parlamentare e vede in essa la premessa per l’avvento del fascismo al potere.
Secondo Ferrari, le ragioni del successo del fascismo sono dovute soprattutto alle disfunzioni del sistema parlamentare dello Stato liberale, così come lui la pensava Silvio Trentin, sulla base di questa visione, il Partito d’Azione e alcuni settori della nuova generazione democratico cristiana, si faranno portatori di una ricostruzione democratica, non come ritorno al passato, ma come discontinuità e innovazione. Se il fascismo era nato e si era affermato in ragione delle carenze culturali e morali radicate nella società italiana, solo una minoranza, fedele delle ragioni dell’antifascismo poteva assumere il compito della ricostruzione, gli azionisti avevano un’idea della democrazia nella quale giustizia e libertà si saldavano, non nutrivano fiducia sullo spontaneo evolvere del liberalismo in democrazia, si contrapponevano pertanto alla proposta liberale, ma anch’essi facevano riferimento ad una iniziativa elitaria.
Alcuni anni dopo il dibattito alla Consulta, ci fu un significativo intervento di Gaetano Salvemini sulla rivista “Il Ponte” con il titolo: “Fu l’Italia prefascista una democrazia?”, quando il processo di ricostruzione democratica era già avviato. L’intervento fu importante, innanzitutto per la personalità dell’autore, testimone protagonista giolittiano, poi esule durante il fascismo, questa esperienza culturale e politica permette al Salvemini di porre il problema delle origini della democrazia in più ampia prospettiva, egli si distacca dalla tradizione culturale del Risorgimento come rivoluzione fallita, come fu la riflessione di Alfredo Oriani.
Questa tradizione si era distinta in due filoni, attraverso Gobetti era arrivata al Partito d’Azione, mentre attraverso Gramsci al Partito comunista. Salvemini quindi contesta che il Risorgimento venga considerato una rivoluzione mancata, demitizza il concetto di rivoluzione, se la si deve considerare un rinnovamento profondo di una situazione tradizionale, il Risorgimento fu una rivoluzione vittoriosa, ma non una rivoluzione popolare, bensì una rivoluzione che aveva dato il via ad un regime borghese, quindi ad una oligarchia, non ad una democrazia.
Salvemini affermava che un regime politico poteva definirsi democratico quando riconosceva tutti i diritti personali, politici, sociali a tutti i cittadini senza distinzione di classe sociale, razza, religione o opinione politica. Salvemini prende infine le distanze dagli equivoci della democrazia progressista denunciato da Croce, ma al tempo stesso si distacca dalla visione di uno spontaneo passaggio dal liberalismo alla democrazia. Nella sua critica si intrecciano due temi, la denuncia dei guasti prodotti dall’accordo tra centralismo e regime parlamentare, dall’altro la denuncia di una fiacca coscienza giuridica e morale nei governanti e nei governati.
Di Giolitti riconosce le doti superiori ma traccia un bilancio severo della sua politica soprattutto in temi di brogli elettorali, culminata nel famoso pamphlet “Il ministro della mala vita”. Egli attenuò i toni antigiolittiani nel periodo fascista, ma a fascismo caduto, tornò duro, accostando Giolitti a Mussolini, sostenendo che la differenza tra i due fosse di tipo quantitativo e non qualitativo. Salvemini propone una concezione non solo formale ma anche sostanziale della democrazia, comprendendo i diritti sociali, accentua il ruolo delle elite, sostenendo che la storia non è fatta dalle maggioranze buone a niente bensì dalle minoranze attive, egli insiste sul punto di vista istituzionale e quello etico, le istituzioni non funzionano per forza propria, senza un impegno e una responsabilità degli uomini, ma favoriscono o scoraggiano i comportamenti morali o immorali degli stessi.
La posizione liberale di Croce e quella azionista, espressa da Parri alla Consulta, e sviluppata con rigore storico da Salvemini, si oppongono tra loro, ma per certi aspetti rimangono interne ad una stessa concezione della politica, quella degli eredi del Risorgimento, nelle sue componenti, quella moderata e la democratica. Si manifesta così un doppio disaccordo tra le forze politiche, vi è una discriminante sul tema della libertà e del suo rapporto con la democrazia, ma vi è anche un’altra profonda contrapposizione che riguarda i protagonisti della democrazia, e il ruolo dei gruppi di elite legati alla tradizione del Risorgimento e dei partiti che rappresentano le realtà popolari.
Alla ricerca di un'idea di partito
Il problema della democrazia si intreccia con i soggetti politici della democrazia e del ruolo dei partiti. L’affermazione dei partiti popolari come primari protagonisti della ricostruzione democratica, è il frutto di un lungo e sotterraneo processo che emerge nel secondo dopoguerra. In questo periodo, vi era una forte divaricazione tra un dibattito come quello della Consulta citato in precedenza ed i nuovi rapporti di forza porranno in evidenza.
Alla fine del ’44, in pratica un anno prima della discussione alla Consulta, il Partito d’Azione, in una lettera al Cln (Comitato di Liberazione Nazionale della Resistenza Italiana), aveva sollecitato una ridefinizione del compito della Cln stessa, quest’ultima aveva però ricevuto una fredda accoglienza sia da parte della Dc che da parte dei liberali, democratici del lavoro ma anche dai comunisti. La disputa era comunque stata troncata grazie all’accordo raggiunto tra i rappresentanti della Cln Alta Italia ed i rappresentanti del comando alleato o meglio, dalle condizioni imposte da questi ultimi: il Cln poteva agire solo in rappresentanza del governo del Sud e ad esso avrebbe riconsegnato tutti i poteri a liberazione avvenuta.
La continuità dello Stato, sulla base degli accordi di Salerno, era stata confermata ed un mutamento degli equilibri istituzionali e politici era stato rinviato a future libere elezioni. In quel dibattito, si era confrontata la proposta azionista di una guida giacobina (politica estremista ai tempi della rivoluzione francese) della ricostruzione democratica con quella di una continuità formale in cui i partiti popolari avrebbero potuto esprimere le loro future potenzialità.
In definitiva, i partiti popolari, assumeranno un ruolo centrale nella ricostruzione democratica e si affermeranno in ragione di una necessità storica più forte, di ogni consapevolezza critica. Tuttavia, solo recentemente la storiografia ha manifestato nuovo interesse per il problema del ruolo dei partiti: la ricerca si era concentrata a lungo sulla storia dei singoli movimenti e partiti divenuti poi protagonisti nella politica nazionale, solo quando, recentemente, la politica dei partiti ha rivelato i segni della crisi.
Già verso la fine dell’800, l’emergere dei movimenti popolari di massa, operaio e cattolico, aveva posto il problema dei partiti in termini nuovi. La reazione fu un rifiuto della nuova realtà, della ricerca in pratica di “un’alternativa al partito politico”: il confronto tra le parti, accettato nella concezione liberale come elemento dialettico dentro il parlamento, si era corrotto nella prassi del trasformismo ed appariva come una sorta di attentato all’unità dello Stato e della nazione se si fosse collocato fuori di esso.
Sul piano giuridico (che fosse in pratica conforme al diritto), il problema era quello di capire come fosse possibile riconoscere ai partiti una dimensione costituzionale. A tal riguardo, Vittorio Emanuele Orlando (politico e giurista italiano 1860-1952) nella sua concezione della rappresentanza politica come “designazione di capacità”.
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