Stati nazionali e imperi globali
Il vertice dell'influenza europea e la prima guerra mondiale (1890-1918)
La politica e l’economia europea conobbero una svolta competitiva verso la fine del 1800. L'epoca di incertezza economica indusse tendenze protezionistiche, e sulla scia del successo del modello britannico si diffondeva la pulsione di realizzazione imperiale, grazie al trionfo economico-industriale e delle applicazioni militari europee. La crescita del commercio internazionale, che doveva durare fino alla guerra mondiale, iniziò però ad essere vissuta come competizione tra le potenze, spingendo tra le masse spirito di nazionalismo.
L’apparire sulla scena della potenza americana e di quella giapponese tolse l’esclusiva delle relazioni mondiali all’Europa, poiché la gara instaurata tra le potenze europee per controllare il mondo causava le prime reazioni dei popoli soggetti oltre che l’equilibrio continentale in quanto il nuovo equilibrio doveva costruirsi sulla base di imperi mondiali. Il bipolarismo di alleanze creato dopo gli anni '90 non era più stabile. Il precipitare dei contrasti all’interno dell’Europa, innescati dalla polveriera balcanica, condusse ad una guerra da caratteri inediti per profondità, distruttività, durata e dimensione geografica. La grande guerra scoppiata nel 1914, la prima globale da cent’anni a questa parte, sarebbe appunto rimasta alla storia come Prima Guerra Mondiale.
La concentrazione territoriale crescente: protezionismo e nazionalismo alla fine del secolo
Negli ultimi decenni dell’800, iniziò un processo di concentrazione territoriale del potere che dominerà una “epoca lunga” che qualcuno ha appunto chiamato il lungo XX secolo. Territorio, nazione, stato, sistema economico: una integrazione di questi ultimi sarà un modello acquisito proprio di questi anni. Qualunque modello federale o confederale sarà sconfitto a favore dei modelli sovrani ed indipendenti. I maggiori conflitti dell’epoca, come ad esempio le vicende svizzere del decennio del ’40, misero a capo soluzioni di questo tipo. Nuovi mezzi tecnici frutto del progresso come la ferrovia ed il telegrafo, furono strumenti fondamentali per il trasferimento e l’esecuzione di ordini e di decisioni.
Il concetto francese di intendente-prefetto fece scuola tra i nuovi Stati nazionali. Essa prevedeva una efficiente amministrazione periferica gerarchizzata e controllata dal centro. Poi, a differenza di quanto accaduto nel 1848, stava avvenendo una importante evoluzione interna ai singoli paesi in cui dai ceti borghesi alle aristocrazie popolari si stavano integrando negli assetti politici dominanti. Questo però comportava un rafforzamento simbolico ed ideologico delle strutture statuali. L’idea di nazione doveva però sposarsi con il concetto di una politica “democratica”. In tal senso vi fu un preciso disegno degli Stati che miravano a radicare quanto più possibile il concetto di “nazione” nella mente di persone che fino a quel momento erano totalmente estranee a questo concetto.
Per diffondere questo pensiero si fece uso al simbolismo con bandiere, lapidi, celebrazioni, cortei ma anche tramite mezzi di comunicazione più moderni come lo sport e la moda. Questo processo fu tutt’altro che facile, ma piano piano i risultati cominciarono a vedersi, ad esempio in Francia, la Terza Repubblica contribuì a trasformare le masse rurali da “contadini” a “francesi” ed in Russia vi fu un analogo processo di trasformazione. Il concetto di “nazionalismo” era in pratica un ponte tra la democrazia e la conservazione.
Non si deve poi dimenticare che il processo di “democratizzazione” sopra esposto era solo agli albori. Nell’ambito degli affari internazionali, anche su ispirazione da quanto previsto dalla costituzione americana (che prevedeva di avere i 2/3 del senato per poter ratificare i trattati internazionali) fece sì che diverse costituzioni liberali cominciassero a prevedere il voto parlamentare almeno per la ratifica dei trattati internazionali. Altre, per un discorso di anonimato, preferivano altri sistemi come lo “scambio di lettere” tra governi. Neanche in Gran Bretagna a onor del vero l’intero gabinetto era informato di tutti gli aspetti inerenti la politica estera. I sovrani, anche quelli meno autoritari, continuavano ad avere un ruolo centrale in tale ambito.
Conseguentemente, risulta intuibile che l’opinione pubblica risultasse essere facilmente condizionabile dai governanti nei confronti degli organi di stampa e degli ambasciatori, piuttosto che dal contrario. Del resto, alleanze permanenti ed intese impegnative richiedevano una stretta conservazione dei segreti e delle clausole che le caratterizzavano. Un esempio di controllo dell’opinione pubblica fu ad esempio la pubblicazione dei cosiddetti “libri di colore” (in Gran Bretagna ad esempio erano Blu, i cosiddetti “Blue Books”) che contenevano degli spezzoni di corrispondenza diplomatica.
Anche nell’ambito della crescente economia Industriale, i vari Stati cominciarono ad esercitare un controllo sempre maggiore in tal senso. (Ad eccezione della Gran Bretagna) Gli stessi grandi finanzieri per concedere i prestiti ai governi di paesi in qualche modo dipendenti, chiedevano però in cambio delle commesse statali per le industrie pesanti. Era sempre più evidente l’intreccio tra la forza finanziaria e l’influenza politica.
Il miglioramento poi del fisco e dei sistemi di debito pubblico metteva a disposizione sempre più risorse per il sostegno infrastrutturale della crescita, senza però dimenticare la cosiddetta “grande depressione”, ossia il periodo di incertezza iniziato nel 1873 con il crack finanziario viennese e continuato per circa 25 anni in un clima di difficoltà e di stagnazione dei prezzi, aggravata da una crisi agricola a causa delle derrate acquistate a basso prezzo dagli USA e dall’Argentina.
Oltre ad elementi congiunturali, vi erano poi elementi strutturali, nonché politico-strategici, ossia quelli di privilegiare i settori che sarebbero stati decisivi in ambito militare e che avrebbero permesso la completa autonomia nella costruzione di armamenti in caso di guerre, puntando quindi su una siderurgia nazionale. L’autosufficienza alimentare era poi un altro elemento molto delicato ed ovviamente osteggiato da una impostazione liberoscambista. Questo determinò un atteggiamento decisamente protezionistico dei vari stati, facilmente intuibile dall’istituzione della tariffa generale tedesca del 1879 o la tariffa generale Méline del 1892 o per l’Italia dopo il 1887 rafforzando tale tendenza anche negli USA dove da tempo era già stata introdotta. Si era in presenza di una evidente e generalizzata sconfitta del libero scambio tuttavia questo contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non portò ad una riduzione importante degli scambi commerciali.
È però evidente che il commercio estero subì una profonda ingerenza da parte dei vari governi. Persino la Gran Bretagna (unico paese a mantenere la posizione liberoscambista) dovette alfine adattarsi a questa nuova forma di relazioni economiche internazionali. A poco a poco questo stava determinando una crescente rivalità tra i vari stati allontanando sempre di più il precedente concetto secondo cui vi dovesse essere una consensualità per mantenere la stabilità nei rapporti stessi. In tal senso, stava sempre più prendendo corpo una crescente corsa alle armi. Ci si era resi conto che per vincere le guerre, l’elemento più importante era quello di applicare agli eserciti quanto prima possibile le varie innovazioni tecnologiche anziché puntare solo sull’aspetto demografico e finanziario. Vennero in tal senso sostenute da parte di ogni paese le proprie industrie siderurgiche/militari con grosse commesse pubbliche cercando anche di indirizzare i flussi commerciali verso i paesi alleati e proibendone la vendita ad avversari. Il modello prussiano (che poteva contare su 1.500.000 uomini armati di tutto punto) faceva scuola. In questa comunità di intenti solo la Gran Bretagna si dimostrava in controtendenza rifiutando persino ed ostinatamente ad istituire il servizio di leva obbligatorio. Si stava a poco a poco diffondendo un nuovo pensiero collettivo verso la guerra, non più a servizio di uno specifico obiettivo di potenza, ma di una competizione nazional-statuale. Era una deriva che avrebbe poi prodotto semi pericolosi.
L’avvio dell’età dell’imperialismo e la sfida all’isolamento britannico
Verso la fine dell’800, il crescente controllo del mondo extraeuropeo da parte delle grandi potenze compreso tra il 1880 e 1914 stava assumendo un profilo politico militare. Fu questo il periodo dell’imperialismo. Nella cultura europea le giustificazioni intellettuali per l’imperialismo si basavano sulla superiorità culturale europea rispetto al resto del mondo arretrato da civilizzare. Famosa la poesia pubblicata sul Times da Kipling nel 1899 che spiegava della gravosa responsabilità di comunicare il proprio maggior grado di civiltà rispetto ai popoli arretrati “fardello dell’uomo bianco”. Anche la chiesa, cattolica o protestante, ebbe un ruolo primario per la diffusione della civiltà cristiana. Anche la teoria darwiniana fu applicata per la specie umana con il necessario dominio dei più forti nella competizione per la sopravvivenza. A questo punto fu breve il passo verso il razzismo, identificando l’europeo bianco come “razza padrona” portando nel mondo conseguenze lunghe e pesanti e la creazione di nuovi sistemi di potere.
Parallelamente nel campo giuridico si ebbero evoluzioni che fissavano distanze tra categorie diverse di soggetti politici nel mondo. Gli europei tradizionalmente riconoscevano l’esistenza di altre comunità politiche, tale dottrina divenne più restrittiva sulla base di uno “standard di civilizzazione” requisito indispensabile per essere riconosciuto soggetto internazionale. Tale standard non era definito sulla base di termini religiosi o culturali, bensì da uno “status” riducendo l’elasticità mentale, favorendo il controllo o protettorato su regimi politici extraeuropei da potenze europee. Oltre al dominio economico già determinante si aggiunsero annessioni formali da parte di singole potenze in territori dell’Asia meridionale e centrale oltre che dell’Africa. Dopo il 1880 molti paesi extraeuropei entrarono in regime coloniale, configurandosi in cessioni di sovranità rispetto alla semplice egemonia economica garantita dalla “pax britannica” nei decenni centrali del secolo, e come definito dal Times “la zuffa per l’Africa”, in 15 anni di tutta l’Africa restarono indipendenti l’Etiopia (sotto pressione italiana) e il debole sultano del Marocco. I poli decisivi dell’interesse europeo erano in Asia, Cina ed India, nell’ultima si muovevano nuove serie di conquiste inglesi legate al controllo delle vie di comunicazione, mentre la Cina dovette cedere ampie aree territoriali al controllo amministrativo europeo, la spartizione degli arcipelaghi del Pacifico ad opera di Germania, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti completò il quadro.
La spiegazione è dovuta in primo luogo allo sviluppo di volontà imperiali, lo sgretolarsi dei vecchi imperi dell’ “ancien regime” a favore di nuovi termini imperiali, la competizione imperiali tendeva a sostituire la stabilità nazionale nel sistema internazionale, il ministro delle colonie inglese “Chamberlain” sosteneva che i giorni delle piccole nazioni sono finiti da un pezzo, sono arrivati i giorni degli imperi, di fatto ad eccezione della Francia tutte le potenze europee si definivano imperi.
L’equilibrio instabile e competitivo imponeva alle maggiori potenze di cercare altri sbocchi alle proprie mire espansionistiche, proprio la competizione accesa tra le grandi potenze proiettava fuori d’Europa la ricerca di spazi di compensazione analoghi a stati minori europei che avevano funzionato da cuscinetto tra le maggiori potenze, il solo fatto che si moltiplicassero gli interessi in campo favorì occupazioni preventive per evitare che altre potenze guadagnassero posizioni o viceversa concedere l’occupazione di territori extraeuropei per allentare tensioni interne. L’antagonismo crescente nei confronti della posizione dominante inglese spinse la gara per l’influenza mondiale, si diffuse una certa insoddisfazione nei confronti dei benefici economici derivanti dalla “pax britannica”, la crescente competizione per i mercati in depressione dei prezzi portò i nuovi paesi economicamente emergenti a imporre sovranità formali su paesi extraeuropei, che nonostante la colonizzazione non potevano escludere totalmente gli interessi economici di altre potenze, ma di esclusione di influenze non gradite, capitava che forti interessi economici privati o alcune lobbies di mercanti, armatori sollecitassero i propri governi ad annessioni per essere tutelati dai concorrenti.
In queste condizioni la politica estera britannica accentuò la sua distanza dal sistema europeo, in particolar modo nei confronti della diplomazia di Bismark, fu per questo motivo che il governo liberale nei primi anni '80 definì “splendido isolamento”, tanto che il leader liberale Gladstone dopo il fallimento delle sue ipotesi di cooperazione delle potenze civili per gestire l’emergenza umanitaria nei Balcani derise Bismark, dando alla Gran Bretagna una collocazione di garante prudente della pace internazionale in termini meno interventisti e rifiutando ogni vincolo o alleanza sul continente europeo. La Gran Bretagna per adattarsi alla crescente competizione internazionale, diede spazio a forme di centralizzazione statuale inedite per l’esperienza della prima metà del secolo, la volontà di tutelare i propri investitori all’estero e la prassi di promuovere interessi commerciali del paese furono rafforzate, nel 1880 fu creata la figura dell’addetto commerciale presso le ambasciate, “sir” Crowe fu inviato a Parigi per facilitare il commercio inglese in tutta Europa.
La nuova urgenza competitiva condusse principalmente a rafforzare le posizioni imperiali del paese, il leader conservatore Disraeli fece dell’imperialismo un elemento di identità programmatica del suo partito, trovando consenso popolare a discapito del cosmopolitismo liberale. La Gran Bretagna si identificò in un sistema sempre più razziale, infatti la proclamazione della Regina Vittoria come imperatrice delle Indie nel 1876 rafforzò queste convinzioni, facendo dell’impero il credo di tutta la classe dirigente. I liberali non presero una posizione avversa ai conservatori, Gladstone, leader dei liberali prese anch’egli misure per consolidare l’impero. In questi anni il modello di autonomia interna sperimentato sul Canada, fu gradualmente esteso a colonie a maggioranza bianca, vennero chiamate “dominions”, e inserite in un sistema simile a quello federale con politica estera garantita dall’unità monarchica, si affacciò il tema della “Imperial Federation” per collegare tutte le realtà dotate di autogoverno per reggere la sfida di nazioni come gli Stati Uniti e la Russia.
La questione irlandese era una prova di difficoltà, rilanciata dal nuovo movimento nazionalista, infatti la proposta di Gladstone (liberale) di concedere l’home rule (un parlamento separato a Dublino) spaccò il partito, la questione doveva ancora rimanere aperta. Crescevano intanto responsabilità imperiali nuove, il caso egiziano con la rivolta del 1879-1882 nata in nome di una modernizzazione islamica aveva assunto tratti antioccidentali nei confronti degli interessi finanziari europei, Gladstone nel settembre 1882 decise un intervento militare a tutela degli interessi europei, chiedendo senza ottenerlo un aiuto alla Francia, in questo modo la Gran Bretagna ottenne il controllo di tutto l’Egitto in maniera duratura, la conquista della Birmania allargò l’impero indiano.
Nel 1895 il governo subentrò alla British East Africa Company che era fallita dopo aver colonizzato il Kenya, si configurò una direttrice nord-sud a Città del Capo di Buona Speranza, il peso del mondo sottosviluppato crebbe di importanza commerciale a fronte di una diminuzione europea che si chiudeva protezionisticamente, creando un’economia imperiale su una politica imperiale. All’interno della politica inglese, la crisi del 1886, creò una coalizione tra conservatori e i liberali contrari all’autonomia irlandese che governò 20 anni, le occupazioni non furono sempre segnali di crescita, piuttosto forme di difesa di un prestigio declinante per evitare vantaggi nella gara imperiale, il paese fu costretto a barattare il dominio economico informale su gran parte del mondo con il dominio effettivo su un solo quarto di esso, si crearono tensioni con la Francia per l’Africa settentrionale ed i confini tra India e Indocina, con la Germania in Cina ed il Pacifico, infine con la Russia in Asia.
Ottenere lealtà dalle élite locali in colonie grandi e popolose come l’India tramite un esile strato di amministratori britannici divenne un dilemma, si perse il controllo dei mari a causa della divisione delle attenzioni strategiche nello scacchiere mondiale. L’eccesso di investimenti all’estero rallentarono la modernizzazione industriale interna, facendo perdere la seconda rivoluzione industriale basata su settori moderni come la chimica e l’elettricità dove la facevano da padrone Stati Uniti, Germania ed in seconda battuta Giappone, alimentando il timore che la struttura statuale e militare elastica non fosse all’altezza di nuove sfide.
Il secondo impero coloniale che cominciò a delinearsi fu quello francese, nel 1830 occuparono Algeri, nel 1860 la Cocincina (attuale bassa Indocina), Senegal, Annam e Tonchino.
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