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La radice dei problemi del capitalismo americano e mondiale negli anni ’70 va ricercata nella

politica monetaria portata avanti dai governi USA, tutta volta spingere il capitale ad aumentare

continuamente l’espansione dei commerci e della produzione su scala mondiale, nonostante fosse

ormai chiaro che quella stessa espansione era la causa dell’aumento dei costi, dei rischi e

dell’incertezza per il capitale.

La Belle époque come preludio alla crisi terminale

Già all’inizio degli anni ’90 Arrighi aveva descritto la nuova fase di prosperità statunitense, la belle

époque generata dalla controrivoluzione monetarista, come una fase assolutamente transitoria,

destinata a concludersi in una crisi anche più grave della precedente.

Si trattava di una diagnosi condivisa anche da Brenner, rispetto a cui, tuttavia, Arrighi individuava

due differenze:

1. Interpretava la crisi dei profitti come uno degli aspetti di una più ampia crisi dell’egemonia

2. Vedeva nella finanziarizzazione del capitale, piuttosto che non nella persistenza delle

“sovraccapacità” e “sovrapproduzione”, la nota dominante della risposta capitalistica alla

doppia crisi dei profitti e dell’egemonia.

I momenti di espansione finanziaria hanno un duplice effetto sulla stabilità del sistema: nel breve

periodo stabilizzano l’ordine delle cose e consentono ai gruppi egemoni di spostare e caricare sui

gruppi subalterni l’onere dell’inasprimento della concorrenza che sta minacciando la loro stessa

egemonia; con l’andar del tempo, l’espansione finanziaria tende a destabilizzare l’ordine delle cose

attraverso processi di natura tanto sociale, quanto politica o economica.

Si produce una rottura totale e apparentemente senza uscita del sistema, ma la novità attuale,

rispetto al passato, è rappresentata dal fatto che lo stato egemone in declino può esercitare un potere

decisamente maggiore.

Non vi sono, attualmente, potenze militari credibili e aggressive, in grado di provocare la rottura del

sistema mondiale, centrato sugli Stati Uniti. Se alla fine il sistema crollerà sarà stato per la scarsa

disponibilità di questo paese ad accettare accordi e compromessi.

PARTE III

CAPITOLO VII – Dominio senza egemonia

I concetti di “impero” e “imperialismo” sono tornati alla ribalta a partire dal 2001, quando

l’amministrazione americana guidata da Bush Jr, rispose agli attentati del 11 settembre con

l’adozione di un nuovo programma imperiale: “il progetto del nuovo secolo americano”.

Così come la “minaccia comunista globale” era servita nel dopoguerra ad alimentare politiche

aggressive nei confronti dell’URSS e dei suoi satelliti, ora la minaccia del fondamentalismo

islamico e degli “stati canaglia” era la nuova paura su cui far leva per ottenere il consenso popolare

e l’approvazione del Congresso all’invasione dell’Iraq.

Tale progetto ha mancato i suoi obiettivi in poco tempo e in maniere così evidente da rendere nullo

lo sforzo.

La persistenza della sindrome del Vietnam

Arrighi sostiene che il fallimento iracheno sia, a livello di immagine, anche peggiore di quello

vietnamita.

Come in Vietnam, anche in Iraq le crescenti difficoltà incontrate dagli USA nello sconfiggere un

avversario relativamente insignificante sul piano militare, stavano mettendo a repentaglio la

credibilità statunitense su scala mondiale.

La guerra in Vietnam è stato l’evento centrale della crisi spia dell’egemonia americana; da quella

crisi, tuttavia, a partire dagli anni ’80 e poi ’90, dove scaturire la Belle époque americana,

ulteriormente rafforzata dal crollo dell’Unione Sovietica.

L’uscita di scena dell’Unione Sovietica ha sgombrato il terreno alla legittimazione, da parte del

consiglio di sicurezza dell’Onu, delle azioni di polizia internazionale degli State (si veda a tal

proposito la Prima Guerra del Golfo).

Il fantasma della guerra in Vietnam, però, continuava a pesare: gli USA infatti non si impegnarono

più in conflitti di quella portata, ma al massimo in missioni di pochi mesi.

Lo shock dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono ha capovolto la situazione, fornendo il

casus belli necessario a smuovere l’opinione pubblica americana.

Ma ancora nella guerra in Afghanistan, che pure ha riscosso un ampio appoggio, l’amministrazione

Bush si è dimostrata poco disposta a rischiare perdite americane.

Infatti, scrive Arrighi, il vero obiettivo non era la guerra al terrorismo, ma quello di dare un nuovo

ordine geopolitico al Medioriente.

Tuttavia alla vittoriosa guerra lampo su Baghdad, a partire dal giugno 2003, ha fatto seguito un

sempre più grande numero di vittime americane, mentre il rendimento, in termini economici e

politici si è ridotto.

A partire dal 2005 l’esercito americano ha cominciato ad attraversare una fase di deterioramento

qualitativo e morale del tipo di quello sperimentato a suo tempo in Vietnam.

La superiorità di forza delle truppe di invasione americane rispetto alla resistenza locale irachena è

assai maggiore che in Vietnam e proprio su questo si fondavano le speranze dell’amministrazione

Bush di poter rovesciare quel verdetto. Allo stesso tempo questa superiorità rende il fallimento in

Iraq assai più pesante di quello in Indocina.

La strana morte del progetto della globalizzazione

L’idea che ci si trovi di fronte alla crisi terminale dell’egemonia americana si fa più pregnante se

passiamo a considerare gli effetti della guerra in Iraq sul ruolo centrale degli Usa nell’economia

politica globale. L’invasione dell’Iraq doveva essere la prima mossa di una tattica che si proponeva

di utilizzare la forza militare per imporre il controllo degli Stati Uniti sul rubinetto delle riserva

globali di petrolio e quindi sull’intera economia globale.

L’inatteso risultato ha portato a domandarsi cosa vi fosse di così minaccioso per gli USA negli

sviluppi della globalizzazione, da spingere i neo conservatori a correre i rischi dell’avventura

irachena.

La presidenza Bush e l’orientamento neo cons in generale, ha mostrato una netta avversione nei

confronti del concetto di “globalizzazione”. Vista come un insieme di regole che possono limitare la

discrezionalità della presidenza e indebolire gli USA.

Nial Ferguson, paragonando le condizioni della finanza statunitense con quelle della finanza inglese

di un secolo prima, ha sottolineato che ne caso inglese “egemonia” significava anche “supremazia

monetari”. Gli Stati Uniti oggi sono, invece, il maggior debitore a livello mondiale.

Possiamo dunque riassumere così la condizione di dominio “senza supremazia finanziaria” degli

USA: come per l’Inghilterra a un corrispondente livello di declino, l’aumento del deficit della

bilancia dei pagamenti degli USA segnala un peggioramento della competitività delle aziende

americane, sia all’estero, sia sul mercato interno.

Eppure l’Inghilterra aveva un impero coloniale da cui estrarre le risorse necessarie al mantenimento

della propria supremazia.

Quando, però, ha incominciato a incontrare difficoltà nel far pagare alle colonie i costi dell’impero,

essa ha finito con l’indebitarsi con gli Stati Uniti. Col tempo questa situazione ha costretto Londra a

liquidare il proprio impero e ad arrendersi al ruolo di “socio di minoranza”.

Tutto ciò è però avvenuto a seguito di due guerre disastrose per la Gran Bretagna, sul piano

economico.

Invece gli Usa si sono indebitati molto più rapidamente e in misura assai più rilevante.

Washington ha dovuto competere aggressivamente sui mercati finanziari mondiali per attirare

capitali; tuttavia i capitali, a differenza dei contributi indiani alla bilancia dei pagamenti

dell’Inghilterra, non arrivavano a titolo gratuito.

Tale meccanismo ha generato un flusso crescente di reddito a favore di investitori residenti

all’estero, che a sua volta ha reso più difficile il raggiungimento del pareggio della bilancia dei

pagamenti.

Prima dello scoppio della bolla borsistica, alla fine degli anni ’90, i capitali che affluivano negli

States erano essenzialmente privati.

Allo scoppiare della il flusso di capitale ha assunto un connotato politico e i governi che hanno

scelto di finanziare l’espansione del deficit delle bilance dei pagamenti degli USA hanno potito

godere di un forte potere contrattuale nelle loro scelte economiche.

Ad oggi i maggiori detentori di quote di debito americano sono il Giappone e la Cina.

All’amministrazione Bush si presentava il problema di come finanziare il “progetto per il nuovo

secolo americano” partendo da una posizione di pesante indebitamento con l’estero.

C’erano quattro possibilità:

1. Aumentare le tasse: era fuori discussione poiché Bush aveva vinto le elezioni con un

programma di forti riduzioni fiscali

2. Aumentare ancora di più l’indebitamento estero: questa scelta era ostacolata da ragioni

economiche (necessità di mantenere bassi tassi di interesse per stimolare la ripresa

dell’economia dopo il crollo di Wall Street tra 2000-2001) e politici (l’amministrazione

Bush non voleva concedere a governi stranieri ulteriori armi di pressione sulle scelte

politiche americane).

3. Rendere la guerra economicamente autosufficiente: impossibile da realizzare

4. Sfruttare la posizione di privilegio del dollaro: operare svalutazioni.

Lo sfruttamento del privilegio valutario del dollaro da parte degli USA può al massimo ritardare, ma

non certo evitare, un loro drastico riposizionamento strutturale che tenga conto della forte riduzione

di competitività del sistema americano nel quadro dell’economia globale.

Nel caso si dovesse verificare un nuovo crollo del dollaro, paragonabile a quello occorso negli anni

’70, sarebbe molto più difficile (per non dire impossibile) per gli Stati Uniti riguadagnare il

predominio sul sistema monetario globale.

Se l’abuso del privilegio valutario da parte degli americani dovesse sfociare in un nuovo crollo del

dollaro, i governi europei e quelli dell’Oriente asiatico si troverebbero in una situazione assai più

favorevole, rispetto a 25 anni fa, per indirizzare i capitali verso valute alternative al dollaro.

Insomma l’occupazione dell’Iraq, lungi dall’inaugurare un nuovo secolo americano, ha anzi messo

a repentaglio la credibilità della potenza americana, ha deteriorato la centralità degli USA e del

dollaro e ha rafforzato la tendenza della Cina a proporsi come alternativa agli USA come ruolo di

paese guida, soprattutto nell’area dell’oriente asiatico.

CAPITOLO VIII - La logica territoriale del capitalismo

Il concetto di imperialismo indica, in termini generali, un’estensione o un’imposizione di potere o

influenza su altri stati o comunità prive di un ordinamento statale. Quello americano però è stato

definito “imperialismo capitalistico”, inteso come fusione di logica di dominio territoriale e potere

economico in cui è questo secondo aspetto a prevalere.

Harvey interpreta il progetto di Bush come il tentativo di prolungare l’egemonia degli USA, pur

nelle condizioni di integrazione economica globale controllare Iraq, Iran e le riserve petrolifere

del Caspio consentirebbe agli USA di mantenere il controllo di fatto dell’economia globale.

Sovraccumulazione ed espansione finanziaria

Arrighi delinea qui quelli che vengono chiamati cicli di accumulazione sistemica, che hanno avuto

nel passato 4 centri di riferimento: Genova, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti. Nessuno di questi

soggetti, che di volta in volta ha guidato la formazione e l’espansione del capitalismo mondiale,

corrisponde al modello di stato-nazione.

La sua analisi vuole richiamare l’attenzione sul processo che trasforma organizzazioni capitalistiche

di volta in volta crescenti negli attori principali dell’espansione di un sistema di accumulazione e di

governo che sin dal principio comprende una molteplicità di stati.

Il I° ciclo sistemico (che va dal XV fino ai primi anni del XVII secolo) prende il nome di “genovese

iberico” poiché si riferisce alla rete transcontinentale di commerci e intermediazione finanziaria che

consentiva alla classe capitalistica genovese di trattare con i maggiori sovrani europei, soprattutto

portoghesi e spagnoli, i quali a loro volta ottenevano così i fondi per intraprendere campagne

militari che avrebbero portato alla formazione di un impero e di un mercato su scala mondiale.

II° ciclo (dal tardo XVI secolo al tardo XVIII secolo) : Olanda. Il paesaggio geopolitico creato in

Europa dalla riorganizzazione spaziale di dimensioni planetarie posta in essere dai regimi iberici

non lasciava più spazio per strategie di potere capitalistico del tipo che aveva fatto le fortune dei

genovesi. Se gli olandesi riuscirono a creare una rete internazionale di commercio e compagnie per

azioni, fu solo perché si dotarono di una piena autosufficienza sul piano bellico e dell’ordinamento

statale SPARTIACQUE: epoca delle città vs epoca dello stato territoriale. La sua strategia si

basava non sull’espansione territoriale, ma sulla capacità di controllo ai capitali liquidi e sul sistema

internazionale del credito. Utilizzava questi mezzi finanziari per trasformare le guerre fra stati

europei in un motore della propria espansione capitalistica. Con il tempo la crescente gravità di

conflitti finì per logorare questa strategia aprendo la strada a una nuova egemonia.

Braundel individua un limite dell’Olanda nelle sue stesse dimensioni e nella sua cronica carenza di

manodopera: quando l’Inghilterra ne imitò la struttura finanziaria, Londra, con le sue popolose

colonie nel nord America finì per sostituirsi ad Amsterdam come centro del commercio mondiale.

III° ciclo (metà del XVIII fino ai primi anni del XX secolo) : Inghilterra. In questo caso si ebbe una

fusione di capitalismo e imperialismo. Si apre quello che Polony chiama “secolo di pax britannica”

1815/1914 2 condizioni.

 • principio dell’equilibrio in Europa

• ruolo centrale di GB nel commercio globale

inoltre, mentre il sistema olandese era innanzitutto commerciale, quello inglese era anche

industriale “officina del mondo”. ruolo potenziato dalla creazione di reti ferroviarie e dallo

 

sviluppo del commercio marittimo.

La spinta al capitalismo e all’estensione dei mercati ebbe il suo corollario nelle espansioni

territoriali in India gli indiani da produttori tessili diventano consumatori di prodotto britannico

 creazione di un esercito “a costo zero”

L’accumulazione di capitali si trovò inserita in una riorganizzazione spaziale di dimensioni

maggiori rispetto alle precedenti e questo provocò una sovraccumulazione di capitali in entità

maggiore.

IV° ciclo: USA di dimensioni continentali”

”isola

Rispetto alla GB non disponevano di un complesso di risorse extraterritoriali, ma avevano dalla loro

una forte integrazione territoriale e interdipendenza economica e politica maggiore dell’Inghilterra e

delle sue colonie.

CAPITOLO IX – Lo stato mondiale che non vide mai la luce.

All’indomani della fine della guerra mondiale (o poco prima) Roosevelt ipotizzò di estendere il

New Deal a tutto il mondo, secondo il principio per cui gli USA avevano il compito di portare fuori

il mondo dal caos in cui la guerra l’aveva precipitato.

Infatti al centro delle sua concezione stava l’idea che la sicurezza mondiale dovesse basarsi sulla

potenza degli Stati Uniti, gestita però con la mediazione delle istituzioni internazionali.

Nel dopoguerra l’idealismo di Roosevelt venne rimpiazzato dal realismo dei suoi successori, che

vedevano nell’istituzionalizzazione del controllo statunitense sulla finanza mondiale lo strumento

dell’egemonia americana.

Durante l’amministrazione Truman il governo americano, nel ruolo quasi di banca centrale

mondiale, immise l’eccesso di liquidità dell’economia statunitense verso paesi amici, in modo tale

da alimentare i commerci e la produzione in tutto il mondo, facendoli crescere a tassi senza

precedenti.

La vera novità dell’attuale ripresa imperialistica rispetto a quella di un secolo fa sta, secondo

Arrighi, nel tentativo della potenza egemonica in declino di contrastare il proprio declino

trasformandosi in uno stato mondiale.

Perché allora, nonostante una più accentuata centralizzazione in mani statunitensi della potenza

militare globale, il progetto Neo Cons è fallito?

Cambia il tipo di protezione offerto dagli Americani

Lo studioso inglese Tilly sostiene che i governi si distinguono da ogni altra organizzazione per la

loro tendenza a monopolizzare l’uso della forza per mezzo di strutture centralizzate.

Si tratta di una tendenza che si articola in 4 attività: protezione, costruzione dello stato, guerra ed

esazione.

La protezione offerta dai governi può, tuttavia, anche configurarsi come vero e proprio racket, nella

misura in cui le minacce che pretende di eliminare sono inesistenti o sono frutto dell’azione stessa

del governo.

La differenza fra la protezione offerta da un racket inefficiente e da un legittimo protettore, ci

permette di comprendere perché l‘amministrazione Bush abbia fallito nell’emulare i risultati

ottenuti da Truman.

Il progetto di governo mondiale portato avanti da Truman si presentava (ed era percepito) come un

caso di protezione legittima, favorita da 2 condizioni:

• presenza di un nemico da cui difendersi: i conflitti mondiali erano stati scatenati dalle

rivalità e conflittualità tutte interne all’Europa; gli USA potevano, a buon diritto, presentarsi

cime “pacieri”.

• protezione a prezzi stracciati

La situazione cambia a partire dalla guerra in Vietnam muta la percezione che si ha all’estero

degli USA. Questo conflitto aveva dimostrato che la protezione degli Usa non era così efficace

come da loro dichiarato e come tutti si aspettavano.

Allo stesso tempo il sistema valutario basato sul dollaro era crollato.

Dopo un decennio di crisi sempre più grave, l’amministrazione Reagan diede l’avvio alla

conversione dell’offerta di legittima protezione, in un meccanismo estorsivo per cui i costi della

protezione europea venivano fatti pagare dagli europei.

Il Giappone fu costretto a ridurre le esportazioni per rilanciare la competitività delle aziende

statunitensi; venne rilanciata una poderosa accelerazione nella corsa agli armamenti in chiave

anti-sovietica; vennero arruolati despoti (come Saddam Hussein) e fondamentalisti religiosi (come

Bin Laden) nella lotta per il ridimensionamento della potenza sovietica nelle aree del III mondo.

Questo slittamento dalla protezione legittima all’estorsione andò, in realtà, avanti per molto tempo,

anche sotto la presidenza Clinton.

Si può fare a meno degli Stati Uniti?

Dunque non sono stati i conservatori dell’amministrazione Bush ad avviare la trasformazione degli

Stati uniti da legittimo protettore a estorsore.

Quando essi giunsero al potere la trasformazione era già in atto; ma, cercando di spingersi troppo

avanti in quella direzione, ne hanno, di fatto, messo allo scoperto limiti e contraddizioni.

La prova del fallimento di questa politica sta anche nelle difficoltà degli Usa di ottenere appoggi

finanziari presso i propri principali alleati per uscire dal pantano iracheno.

La forte riduzione nel pagamento dei tributi si deve anche alla convinzione che la protezione

americana non fosse poi così necessaria.

Per di più nell’Oriente asiatico la capacità statunitense di esigere tributi dai propri vassalli è stata

ulteriormente ridotta dall’aumento della dipendenza degli Usa dai capitali proveniente dai paesi di

quella regione e dalla riduzione della dipendenza dei paesi asiatici dal mercato americano.

Eppure Bush, nel 2004, venne rieletto alla Casa Bianca.

Ciò che gli era valso altri quattro anni di presidenza fu, a parte la mancanza di idee in campo

democratico su come rimediare al disastro da lui creato, l’escamotage del suo consigliere Karl

Rove, che aveva diffuso l’idea che era meglio combattere la guerra al terrorismo all’estero, piuttosto

che aspettare di essere attaccati in patria.

Il punto di svolta fu determinato dalle devastazioni dell’uragano Katrina, del settembre 2005:

l’assenza di più di un terzo della guardia nazionale della Louisiana, impegnata in Iraq, paralizzò sin

dall’inizio le operazioni di salvataggio e soccorso.

Insomma il fallimento è stato tale che il Financial Times ha scritto che tutto sommato gli USA sono

una nazione di cui si può fare a meno.

PARTE IV

CAPITOLO X – La sfida della “Pacifica Ascesa”

Oggi la Cina ha preso il posto degli USA come potenza economica con il più alto tasso di sviluppo

al mondo e il sempre maggiore peso che essa esercita sulla finanza USA, ha creato un allarme per

cui si sono vagliate soluzioni diverse

Offerte CNOOC (China National Offshore Oil Company) per Unocal

La politica dei Neo Cons ha portato ad una dimostrazione di maggiore aggressività verso la Cina sul

terreno geopolitico –riarmo- salvo poi rettificare in parte questa rotta e causa esiti disastrosi delle

guerre in Iraq, che hanno fatto aumentare il debito pubblico americano e dunque l’ingerenza cinese

nelle questioni di politica internazionale.

Fra gli stessi conservatori c’era (e tutt’ora c’è) disaccordo su cosa si debba intendere per “realismo”

nelle relazioni con la Cina.

• KAPLAN -strategia di contenimento della potenza cinese per mezzo di una coalizione

 antagonista

-accordi bilaterali con nazioni del Pacifico (Giappone, Corea del Sud,

Australia, Taiwan… PACOM)

-“mettere nuovi paesi contro la Cina”

Egli partiva però dal presupposto che la sfida lanciata dalla Cina fosse di tipo militare e quindi

potesse essere affrontata attraverso un sistema di alleanze militari.

• KISSINGER non riteneva che lo scontro strategico con la Cina fosse inevitabile. La Cina

 non è l’URSS e la sua attuale spesa militare si avvicina appena al 20% di

quella USA; dunque la sfida cinese sarà economica e non militare.

Per fare il vero interesse Usa occorre cooperare con la Cina alla ricerca di

un sistema di stabili relazioni internazionali. E ciò si pone in accordo

con la politica scelta dalla Cina di crescere e progredire senza stravolgere

l’ordine mondiale, in quella che è stata definita “pacifica ascesa”.

[Da quando è stata pronunciata per la prima volta, l’espressione “pacifica ascesa” è stata attaccata

da opposti punti di vista, sia dentro, sia fuori il Partito comunista. Da un lato c’è chi è convinto che

il solo parlare di un’ascesa, seppur pacifica, alimenti l’idea di una minaccia cinese.

Dall’altro c’è chi teme che il parlare di una “pacifica” ascesa possa venir letto dagli USA e da

Taiwan come un’autorizzazione a trattare la Cina con prepotenza.

Negli anni successivi si è preso a parlare di “sviluppo pacifico” o “coesistenza pacifica”, ma la

dottrina sottesa è rimasta sempre la stessa. ]

• PINKERTON rifiuto di tutte e due le precedenti visioni. Egli sostiene che gli USA

 dovrebbero operare una strategia di equilibrio di potenza, approfittando

delle rivalità fra le 3 maggiori potenze asiatiche: 1. Cina, 2.Giappone,

3.India.

Un commento pubblicato nel 2004 dall’”International Herald Tribune” lamentava l’assenza di una

strategia chiara e coerente degli Usa verso la Cina.

Le regioni di ciò sono molteplici. Da un lato occorre tener presente che gli Usa soffrono ormai di

una cronica dipendenza dagli acquisti cinesi di dollari.

La seconda ragione è da ricercare nel duplice patto stretto dall’amministrazione Bush con la grande

industria da un lato e la base elettore conservatrice dall’altro: il suo governo doveva coniugare la

volontà del capitale americano di trarre profitto dall’espansione cinese con i sentimenti

nazionalistici e militaristi della propria base elettorale.

CAPITOLO XI – Stato, mercato e capitalismo

Uno dei grandi miti delle scienze occidentali è quello che vede nella nascita degli stati nazionali e

nella loro organizzazione in un sistema interstatale, due invenzioni europee.

In realtà le principali formazioni politiche dell’Oriente asiatico (Giappone, Corea, Cina, Vietnam,

Laos, Cambogia, Thailandia) erano già stati nazionali quando in Europa esisteva nessuna struttura

simile; essi inoltre erano collegati tra loro o attraverso la Cina tramite una rete di commerci e

relazioni diplomatiche.

La dinamica del sistema europeo era caratterizzata da una continua competizione militare fra le

singole entità nazionali e da una tendenza all’espansione geografica sia del sistema nel suo

complesso, sia nel suo mutevole epicentro.

In Europa lunghi periodi di pace sono stati l’eccezione più che la regola: il sistema europeo ha

prodotto una pace di 100anni (1815-1914) in cui comunque gli stati europei sono stati coinvolti in

conflitti per il dominio extracontinentale.

Al contrario del sistema di stati nazionali, tranne che per poche eccezioni, prima di essere assorbiti

in posizione subordinata nel sistema interstatale europeo, gli stati dell’Oriente asiatico sono rimasti

in pace tra loro per quasi 300 anni, 500 nel caso della Cina.

È vero che vi fu concorrenza: il Giappone tentò spesso di assumere il ruolo della Cina, ma lo fece

soprattutto attraverso il tentativo di estendere il proprio traffico commerciale.

La grande differenza tra i due sistemi consiste poi nella quasi totale assenza di guerre di espansione

in Asia, dove anche le guerre di frontiera Qing possono essere interpretate come conflitti per

l’assestamento dei confini. Inoltre se già nel ‘400 il potere politico, economico e culturale in

Oriente appare accentrato nel grande impero cinese, alla stessa epoca in Europa è assai più difficile

individuare un vero centro.

Il sistema degli stati europei aveva prodotto (fino al XIX secolo) scontri continui tra gli stati

nazionali e una poderosa corsa agli armamenti dopo che l’Inghilterra ebbe instaurato la sua

egemonia. Queste differenze, per Arrighi, devono essere attribuite alla natura più estroversa dello

sviluppo europeo, rispetto a quello asiatico: il peso economico e politico dei traffici sulle lunghe

distanze rispetto a quelli di breve raggio era maggiore nel sistema europeo. La natura “introversa”

del processo di sviluppo dell’Asia orientale può trovare spiegazione nelle politiche attuate dalle

dinastie Ming e Qing.

Durante la dinastia dei Song del Sud (1127-1276) si ebbero:

- forti spese militari la corte incoraggia i traffici marittimi

- emigrazione a sud crescita demografica e forte produzione di riso

i traffici marittimi privati ricevettero forti impulsi dall’insediamento di comunità cinesi in tutto il

sud-est asiatico.

Dinastia Yuan (1277-1368) formazione nei mari del sud e dell’Oceano Indiano di reti

 commerciali marittime cinesi

Dinastia Ming fiorì il commercio interno

 -il cuore dell’impero venne spostato al nord

-restrizioni al commercio marittimo privato e all’emigrazione

-corruzione interna e pressioni alle frontiere disordine sociale

Riforma fiscale introduzione di monete d’argento per pagare le tasse

Eliminate restrizioni al commercio marittimo

Dinastia Qing (dal 1644) ritorno alla politica Ming per favorire il commercio interno

Annessione e pacificazione di terre di frontiera tasse miti

Azione vs corruzione

Ridistribuzione e bonifica della terra

Intreccio di pace, prosperità e crescita demografica, che avrebbe fatto della Cina

il modello di sviluppo esemplare per Smith.

Il motivo per cui l’economia di mercato cinese ha continuato il suo sviluppo in modo diverso da

quello europeo è dovuto al fatto che a differenza di questo, non ha assunto una connotazione

capitalistica.

Questa non dipende dalla presenza di “disposizioni capitalistiche” ma dal rapporto stato-capitale.

Finchè lo stato non è subordinato all’interesse dei capitalisti, l’economia di mercato mantiene il suo

carattere non capitalistico.

Insomma in Asia era assente quella fusione tra militarismo, industrialismo e capitalismo che ha

invece diretto la rotta espansiva europea. Così gli stati asiatici hanno goduto di periodi di pace

molto più lunghi di quelli europei, ma la loro assenza nell’espansione coloniale e nelle corse al

riarmo europeo hanno reso la Cina e l’intero sistema dell’Asia orientale facili prede: essi vennero

incorporati in posizione subordinata all’interno del sistema Europa.

Nel dopoguerra e durante la guerra fredda, gli USA, attraverso l’occupazione militare del Giappone

e gli accordi bilaterali con altri paesi del sud est asiatico crearono un’organizzazione che per certi

versi era simile alla “supereconomia cinese” di qualche secolo precedente. Essa, però aveva una

marcata accezione militaristica e cominciò a sgretolarsi prima ancora di essersi completamente

affermata. La crisi del regime militaristico USA e la contemporanea espansione industriale

giapponese, ha aperto nuovi scenari.

Quando le aziende americane iniziarono a ristrutturarsi per competere con maggior efficacia con i

giapponesi nello sfruttamento delle ricche risorse di forza-lavoro e di capacità imprenditoriali

presenti in Estremo Oriente, assimilarono dal Giappone la struttura industriale sviluppata per reti di

appalti.

A beneficiare principalmente della rete di appaltatori dell’Estremo Oriente fu la diaspora dei

capitalisti cinesi d’oltremare.

Le maggiori opportunità di crescita per la diaspora dei cinesi d’oltremare si erano presentate con

l’incorporazione in posizione subordinata dell’Asia centrale entro le strutture del capitalismo

inglese.

Alla vittoria comunista degli anni ’20 era seguita una nuova diaspora cinese in tutta l’Asia

sudorientale, specialmente ad Hong Kong e Taiwan , ma anche negli States.

Così nel dopoguerra il capitale cinese d’oltremare si trovò in un’ottima posizione per trarre profitto

dall’espansione transazionale del sistema giapponese di appalti multilivello e dalla crescente

richiesta da parte di multinazionali americani di partner d’affari nella regione.

Man mano che la competizione per le risorse umane a basso costo e alta qualità, reperibili in

Estremo Oriente, veniva facendosi più intensa, i cinesi d’oltremare emergevano sempre più come

una delle più potenti reti capitalistiche della regione.

CAPITOLO XII – origini e dinamica dell’ascesa cinese.

Convinzione diffusa è che la Cina attragga i capitali stranieri principalmente grazie alle sue grandi

riserve di manodopera a buon mercato.

La tesi sostenuta da Arrighi in questo capitolo è che la Cina attiri capitali soprattutto per l’alta

qualità della sua forza-lavoro in termini di salute, istruzione e autonomia, unitamente alla rapida

espansione delle condizioni di domanda e offerta per la mobilitazione produttiva di queste risorse di

queste risorse all’interno del paese.

Ma come ha fatto la Cina a diventare così importante da essere il primo creditore degli USA?

Per comprendere lo sviluppo dell’odierna Cina occorre innanzitutto smentire le teorie del cosiddetto

“Washington Consensus” (BM, FMI…) secondo cui la riduzione delle disuguaglianze di reddito e

della povertà che ha accompagnato la Cina nella sua crescita a partire dagli anni ’80 sarebbero da

attribuire alla decisione del paese di origine di seguire un indirizzo di sviluppo basato sulle loro

direttive (il che è smentito dagli insuccessi nell’Africa sub-sahariana di tali indirizzi).

Sebbene la Cina abbia accolto sin dall’inizio del periodo delle riforme i consigli e l’aiuto della

Banca Mondiale, la ha fatto sempre anteponendo l’”interesse nazionale” cinese a quello del Tesoro

degli States o del capitale occidentale.

La Cina di Deng ha operato con gradualismo sulle modifiche e nelle privatizzazioni (senza usare le

terapie d’urto prescritte da WC), ha operato puntando a una suddivisione del lavoro sociale e non

tecnica, ha aumentato esponenzialmente il livello di istruzione di massa e ha agito mettendo in

concorrenza i capitalisti e non i lavoratori. Molte delle caratteristiche del ritorno della Cina

all’economia di mercato combaciano con le idee di sviluppo di mercato di Smith, piuttosto con

l’idea di sviluppo capitalistico di Marx.

Il rapporto fra il governo cinese e i capitalisti della diaspora ricorda lo scambio politico fra la

Spagna e il Portogallo del XVI secolo e la diaspora dei capitalisti genovesi.

Tuttavia, in questi rapporti, il governo cinese ha badato a tenere il coltello dalla parte del manico,

trasformandosi in uno dei principali creditori dello stato capitalistico-guida e accettando quei servizi

solo sulla base di termini e condizioni tali da favorire l’interesse nazionale cinese.

Accumulazione senza spoliazione

Le riforme di Deng avevano come obiettivo primario l’economia interna del paese e l’agricoltura.

Esse hanno dato il via alla nascita di imprese di municipalità e villaggio, favorite dal decentramento

fiscale, che aumentava l’autonomia delle amministrazioni locali nella promozione dello sviluppo

economico e nell’impiego di eventuali avanzi fiscali come incentivi; e il passaggio a un sistema di

valutazione dei quadri del partito in base ai risultati economici del loro territorio, cosa che

incentivava fortemente le amministrazioni locali a sostenere la crescita economica.

Il risultato fu una crescita esplosiva della massa di forza-lavoro rurale impiegata in attività non

agricole. Fra il 1980 e il 2004 le imprese di municipalità e di villaggio hanno creato un numero di

posti di lavoro quadruplo rispetto a quelli persi nello stesso periodo nelle città dalle imprese statali o

collettive.

Il dinamismo delle imprese rurali ha colto di sorpresa anche gli stessi dirigenti cinesi. A un’analisi

retrospettiva, il ruolo giocato da queste strutture potrebbe rivelarsi altrettanto cruciale di quello che

viene attribuito alle grandi aziende a integrazione verticale nello sviluppo economico degli Usa nel

secolo scorso. Infatti, in quanto strutture ad alta intensità di manodopera hanno potuto assorbire gli

esuberi e aumentare così i redditi dell’agricoltura senza migrazioni di massa nelle aree urbane.

Inoltre reinvestendo profitti e rendite a livello locale, le imprese hanno aumentato le dimensioni del

mercato interno e creato le condizioni per i nuovi cicli di investimento.

Inoltre nelle aree urbane il principale vantaggio competitivo dei produttori cinesi non sta nel basso

livello salariale in quanto tale, ma nell’adozione di tecniche basate sull’impiego di lavoro

qualificato, anziché di costosi macchinari e dispendiosi dirigenti.

Insomma le fabbriche cinesi cercano il risparmio sul capitale e accrescono il ruolo giocato dal

lavoro.

La stretta corrispondenza tra le trasformazioni in corso nell’economia politica cinese e la

concezione smithiana di sviluppo su basi di mercato non significa che le riforme di Deng si siano in

qualche modo ispirato a Smith.

Esse sono state prodotte, più che dalle teorie, da un’impostazione pragmatica dettata dalla

tradizione cinese per la soluzione dei problemi di governo nella Cina del periodo Qing. Esse

sarebbero sorte dalla volontà di ristabilire le conquiste della rivoluzione cinese, minacciati dagli

effetti della rivoluzione culturale.

Le riforme crearono una quantità di opportunità per lo spostamento di energie imprenditoriali dalla

sfera politica a quella economica, di cui approfittarono quadri e funzionari di partito per arricchirsi

e aumentare il proprio potere.

Rimane tuttavia non chiaro se questi arricchimenti e questi accumuli siano sfociati nella formazione

di una vera e propria classe capitalista.

Se non è ancora chiaro il successo delle riforme in ordine di ridare al partito presa sulla società, in

ordine di aumento delle potenza della RPC sono stati un autentico successo.

EPILOGO

A livello generale l’ascesa economica cinese appare determinata da due direzioni economiche:

- localizzazione: il riconoscimento, cioè della necessità di tarare lo sviluppo sulla base

delle necessità locali

- multilateralismo: il riconoscimento dell’importanza della cooperazione fra stati per

la costruzione di un nuovo ordine globale, basato sì sull’interdipendenza economica,

ma anche su un rispetto delle differenze politiche e culturali.

L’egemonia degli Usa, intesa come distinta dal dominio puro e semplice è, con ogni probabilità già

finita, ma proprio come la sterlina ha continuato a funzionare da mezzo internazionale di pagamento

per tre o quattro decenni dopo la fine dell’egemonia inglese, lo stesso può accadere col dollaro.

Il punto veramente importante non è tanto se i paesi dell’Asia e del Sud continueranno a usare il

dollaro come mezzo di pagamento, ma piuttosto se continueranno a investire l’avanzo delle loro

bilance dei pagamenti attraverso le istituzioni finanziarie controllate dagli Stati Uniti, consentendo

così che queste ne facciano uno strumento di dominio del Nord, invece di impiegarlo loro stessi in

modo funzionale all’emancipazione del sud.

La controrivoluzione monetarista degli anni ’80 ha finito condizioni favorevoli per la nascita di una

nuova Bandung, che potrebbe fare oggi ciò che non fu possibile alla Bandung originale: trasformare

il mercato mondiale in uno strumento per riequilibrare i rapporti di forza fra Nord e Sud.

La Bandung originale era nata su un terreno squisitamente politico-ideologico; le basi di quella oggi

possibile sono, invece, essenzialmente economiche e quindi anche molto più solide.

È importante che i gruppi dirigenti del sud globale, e quelli di Cina e India in particolare, sappiano

prendere una strada che porti all’emancipazione non solo delle loro nazioni, ma del mondo intero

dalle devastazioni sociali ed ecologiche prodotte dallo sviluppo capitalistico occidentale.


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PorporaK

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher PorporaK di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Mantelli Brunello.

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