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Introduzione

Geoffrey Barraclough sosteneva che se l’attenzione degli studiosi si rivolgesse ad una prospettiva di ampio respiro riguardo la storia della prima metà del XX secolo, la rivolta dei popoli extraoccidentali contro il dominio coloniale avrebbe una valenza centrale. Arrighi sostiene che se l’attenzione fosse spostata alla seconda metà dello stesso secolo, a divenire centrale sarebbe il tema della Ri-nascita dell’oriente asiatico. L’autore precisa che l’utilizzo del termine “rinascita”, in questo contesto, è da attribuirsi al fatto che l’Oriente asiatico aveva vissuto una lunga (oltre due millenni) fase di intenso sviluppo, durata fino al XVIII secolo, quando poi la sua potenza era venuta meno, eclissata dall’emergere di nuovi centri.

Questa “rinascita” si è concretizzata in Giappone (anni ’50 e ‘60), Corea del Sud, Taiwan, Hongkong, Singapore, Malesia, ma soprattutto in Cina, a partire agli anni ’90. Secondo numerosi studiosi, come Martin Wolf, a questo ritmo di crescita delle tigri orientali l’Europa e gli USA dovranno presto dire addio a oltre due secoli di dominio mondiale. Se dovesse avere ragione, sostiene Arrighi, allora quell’equilibrio finale tra Occidente espansivo e il resto del mondo, oggetto della sua espansione, previsto da Adam Smith, sarà finalmente attuato.

Tuttavia, i due secoli successivi alla pubblicazione de “La ricchezza delle nazioni” hanno visto un netto predominio di forze da parte europea prima, americana poi, esercitata spesso brutalmente, a scapito dei popoli extra-europei. A partire dalla I guerra dell’oppio (1839-1842) si è verificata quella che Ken Pomeraz ha definito “grande divergenza” tra due aree che avevano goduto di condizioni di sviluppo pressoché simili: l’Europa e la Cina.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Cina era tra i paesi più poveri del mondo e il Giappone viveva in stato di semi-sovranità: le previsioni di Smith apparivano quanto mai lontane. I primi segnali di mutamento del sistema, con perno intorno agli USA, si sono riscontrati negli anni ’70, quando la più grande potenza militare del mondo è stata sconfitta in una guerra asiatica, la guerra del Vietnam.

Proprio in quella rivalità tra blocco occidentale e blocco comunista che nel dopoguerra aveva diviso il vecchio continente, l’Asia aveva trovato gli stimoli per una lenta, ma inarrestabile ripresa. Sembrava l’inizio del cambiamento: il flusso di capitali dal primo mondo verso il terzo era in espansione e i paesi di questo blocco sembravano intenzionati a superare le divergenze ideologiche, per approdare ad una comune richiesta di un nuovo ordine economico e internazionale.

Tuttavia, negli anni ’80, gli Usa diedero il via ad un’aggressiva competizione sui mercati finanziari internazionali, che ebbe l’effetto di prosciugare l’afflusso di capitali nel II e III mondo, causando una contrazione della domanda dei loro prodotti su scala mondiale. Il mondo sovietico, disorientato dalle turbolenze dell’economia globale e intrappolato in una dispendiosa corsa agli armamenti, crollò.

I paesi del III mondo si trovavano ora a confrontarsi e scontrarsi con quelli dell’ex blocco sovietico per contendersi l’accesso alle risorse finanziarie e ai mercati del Primo Mondo. Dal canto loro, gli USA (e gli alleati occidentali) poterono rivendicare una sorta di monopolio del legittimo impiego coercitivo della forza, nella convinzione che la loro superiorità militare fosse irresistibile.

Arcipelago capitalista asiatico

Non si trattava, tuttavia, del semplice ritorno ai rapporti di forza precedenti il 1970. A tutti i fattori sopraelencati va aggiunta la crescita progressiva di quello che Bruce Cunnigs ha definito “arcipelago capitalista asiatico” (Giappone, Singapore, Corea del Sud, Taiwan ecc.). Sebbene nessuna di queste entità politiche potesse essere definita un’autentica “potenza”, globalmente questo arcipelago iniziò a svolgere un’importante funzione di “officina del mondo” e “fonte di liquidità” su scala mondiale, giungendo così a condizionare i tradizionali epicentri del comando nel mondo capitalistico, costringendo USA e Europa a ristrutturare e riorganizzare i loro sistemi industriali, la loro struttura economica e perfino il loro stile di vita.

Scenari futuri

La divaricazione tra potenza militare e potere economico può dar vita a tre scenari:

  • Usa e EU usano la forza militare come “pizzo” nei confronti dei centri emergenti dello sviluppo capitalistico (impero globale)
  • L’Oriente potrebbe diventare la culla di una società di mercato, come preconizzato da Adam Smith
  • Caos a livello planetario.

Recentemente il fallito tentativo di Bush Jr di ricreare “il secolo americano” ha fortemente ridotto le possibilità di realizzazione di un vero e proprio impero globale. Le conseguenze del pantano iracheno sono, per Arrighi, l’aumento delle probabilità di un generalizzato caos sistemico, e la possibile creazione di un mercato globale imperniato intorno alle tigri dell’Asia orientale. Questa ipotesi appare avallata dall’incredibile sviluppo economico vissuto dalla Cina, a partire dalla metà degli anni ’90.

La tesi proposta dall’autore è allora quella per cui la combinazione del fallimentare progetto di Bush e il contemporaneo, travolgente, successo cinese, stia rendendo l’ipotesi di Smith di una società del mercato globale, basata su una maggiore equità fra le parti, più vicina alla realizzazione di quanto lo sia mai stata.

Capitolo I – Marx a Detroit, Smith a Pechino

Le liberalizzazioni avviate dal governo di Deng, a partire dagli anni ’80, in Cina, hanno portato alla progressiva creazione di una vera e propria economia di mercato di tipo capitalistico, ponendo allo stesso tempo interrogativi riguardo la conciliabilità dei principi marxisti (su cui la R.P.C. è fondata) e questa nuova ventata di capitalismo occidentale. Certo, questa è stata l’occasione, per molti marxisti occidentali, per affermare la fine di qualsiasi tipo di socialismo (di mercato o di altro tipo) del sistema cinese.

Nessuno nega che le riforme di Deng abbiano introdotto elementi di capitalismo, eppure la loro vera natura e le loro conseguenze sono ancora oggi oggetto di discussione anche in ambito marxista. Con l’avvento del nuovo millennio i vertici del governo cinese hanno trasformato la politica statale puntando ad attenuare le disuguaglianze nello sviluppo.

Così il Congresso Nazionale del popolo si è impegnato in un dibattito ideologico su socialismo e capitalismo, senza tuttavia arrivare a mettere in discussione la scelta del meccanismo di mercato, ma cercando piuttosto di contenere le disuguaglianze ricchi/poveri, la corruzione diffusa, il “lavoro selvaggio” ecc.

Nel 2005 il PCC ha lanciato una campagna fra i propri dirigenti e fra i professori universitari, affinché si operasse una rilettura del pensiero marxista, alla luce di nuove sfide poste dalla liberalizzazione economica. Vale comunque la pena di sottolineare che, come sostiene Samir Amin, studioso di impronta marxista: “la partita del comunismo in Cina non è affatto conclusa e il capitalismo non ha ancora trionfato”.

La confusione generata dalle riforme Deng è sintomo, secondo Arrighi, dei diffusi equivoci, sia teorici, sia pratici, che sorgono in tema di rapporti fra economia di mercato, capitalismo e sviluppo economico. L’obiettivo della prima parte dell’opera è proprio quello di porre luce, attraverso un’analisi teorica, su questi equivoci.

Marxismo neosmithiano

La rinascita economica della Cina ha condotto gli studiosi alla consapevolezza della sostanziale differenza fra processi che portano alla costituzione di nuovi mercati (come nel caso cinese) e processi di sviluppo capitalistico. Alla metà degli anni ’60 del secolo scorso Mario Tronti aveva “riscoperto” Marx a Detroit, sostenendo che negli USA, molto più che in EU, le relazioni tra capitale e lavoro si presentano come oggettivamente marxiane: sebbene qui l’influenza marxista sia stata sempre piuttosto marginale, i lavoratori erano riusciti con più successo che altrove a spingere il capitale a ristrutturarsi in risposta alle loro pressioni.

Negli stessi anni in cui Tronti collocava “Marx a Detroit”, Andre Gunder Frank varava la metafora dello “sviluppo del sottosviluppo”: processo di espansione capitalistica globale, capace di generare, allo stesso tempo sviluppo e ricchezza al centro e sottosviluppo e povertà nel resto del pianeta.

[Questo processo veniva descritto tramite una serie di relazioni metropoli-satelliti, in cui la metropoli si appropriava del sovrappiù economico dei suoi satelliti utilizzandolo per il proprio sviluppo economico e lasciando, allo stesso tempo, i satelliti in uno stato di perenne sottosviluppo, a causa dell’impossibilità di accedere al loro stesso sovrappiù e a causa delle condizioni di disuguaglianza e di sfruttamento che la metropoli introduceva e manteneva nella loro struttura sociale interna.]

Il modello di Frank è stato oggetto di numerose critiche: Robert Brenner, ad esempio, sostiene che nel suo modello, Frank faccia giocare alla classe un ruolo di “fenomeno di riflesso”, generato direttamente dalla necessità di massimizzare i profitti. In quel modello sarebbero così la domanda del mercato e la necessità del profitto a determinare la struttura di classe. Per Brenner due sono le condizioni necessarie allo sviluppo capitalistico generalizzato:

  • I ceti che organizzano la produzione devono aver perso la capacità di riprodursi, conservando la propria consolidata posizione di classe
  • I ceti che producono devono aver perso il controllo dei mezzi di produzione.

La prima condizione è necessaria alla permanenza della competizione, che costringe ad organizzare la produzione, a tagliare i costi e a massimizzare i profitti, mentre la seconda è necessaria affinché i ceti produttivi siano costretti a vendere la propria forza lavoro. Per Brenner queste due condizioni non si producono spontaneamente, con la semplice espansione globale degli scambi di mercato: la ragione del fallimento della previsione di uno sviluppo generalizzato del capitalismo fatta nel Manifesto va ricercata nel concretizzarsi solo in alcuni paesi delle precondizioni necessarie.

Brenner oppone il suo modello a quello di Adam Smith. La ricchezza di una nazione, nel modello di Smith, dipende dalla specializzazione nelle mansioni nella produzione, derivante dalla divisione del lavoro. In un modello di questo tipo è l’espansione del mercato a costituire il motore dello sviluppo, indipendentemente dalle due condizioni.

Il modello di Smith è capostipite di tutti quelli (compreso il modello di Frank) che Brenner definisce “marxismo neosmithiano”. Il modello di Brenner risulta compatibile con l’analisi di Amin, secondo cui una sterzata in direzione non capitalistica dell’odierno sviluppo cinese rimane ancora possibile se il principio dell’accesso egualitario alla terra continua ad essere riconosciuto e praticato. Finché si mantiene quella condizione, viene meno, la seconda delle condizioni poste da Brenner come fondamento del capitalismo generalizzato.

La dinamica smithiana dello sviluppo e la grande divergenza

Negli ultimi anni molti studiosi hanno fatto emergere come fino al XVIII secolo compreso i commerci e il mercato fossero più sviluppati nell’Oriente Asiatico (e in Cina in particolare) che in Europa. Questi studiosi (tra cui anche Wang) evidenziano (proprio come era accaduto col marxismo con Tronti) la discrepanza fra il fervore ideologico occidentale per il libero mercato e il solido dato empirico della vitalità dell’economia di mercato del tardo impero cinese. Scrive Arrighi che, parafrasando Tronti, questi autori hanno riscoperto Smith a Pechino.

Sorge, allora, un dubbio: se Europa e Asia seguivano le stesse tappe di sviluppo, quale fattore ha determinato le differenze? Per Wong il fattore chiave è costituito dalla Rivoluzione Industriale, che egli interpreta come una contingenza storica essenzialmente discontinua rispetto allo sviluppo storico precedente. Per Frank l’assenza di una Rivoluzione Industriale in Cina (e in Asia) sarebbe da attribuirsi ad una dinamica smithiana: in Asia l’espansione economica avrebbe portato ad un eccesso nell’offerta di lavoro in concomitanza con una carenza di capitali – trappola di sviluppo ad alto equilibrio.

In Europa, invece, si sarebbe verificato un netto calo dell’offerta di lavoro, in presenza di un’abbondanza di capitali. Proprio ciò avrebbe prodotto la Rivoluzione Industriale in occidente. Rimane però da spiegare come mai la dinamica smithiana abbia avuto due esiti tanto diversi. Pomeranz ha spiegato la “Grande divergenza” sottolineando la differenza nei rapporti centro/periferia: i paesi chiave dell’Europa nordoccidentale ricevevano materie prime dal continente americano e vi esportavano manufatti in misura di molto maggiore rispetto a quanto i paesi guida asiatici riuscissero a fare con le proprie periferie.

L’attualità dell’analisi di Smith

Un qualsiasi modello di spiegazione della “Grande divergenza” deve saper spiegare non solo l’origine, ma anche seguirne l’evoluzione nel tempo ed evidenziarne limiti e prospettive. Kaoru Sugihara, che fa suo il concetto di Rivoluzione Industriosa. Tale concetto fu introdotto per la prima volta da Hayem Akira a proposito del Giappone Tokugawa (1600-1868). La Rivoluzione Industriosa per Sugihara non presenta alcuna tendenza intrinseca alla via ad alta intensità di capitali e consumi energetici aperta dall’Inghilterra e poi pienamente sviluppata dagli USA. Nella Rivoluzione Industriosa si è privilegiato, a differenza di quanto avvenuto in quella industriale, l’impego di risorse umane rispetto a quelle materiali.

La rinascita dell’oriente non è da attribuirsi ad un allineamento al canone di sviluppo occidentale, fatto di elevata intensità di capitale e alti consumi energetici. Essa è più il frutto dell’integrazione di questo modello, con quello di sviluppo tradizionale asiatico, basato su un più ampio ricorso alla manodopera.

Capitolo II – La sociologia storica di Adam Smith

L’obiettivo di questo capitolo è quello di mettere in chiaro la natura dello sviluppo economico secondo l’ottica smithiana. Smith, sostiene Arrighi, è probabilmente, insieme a Marx, uno dei pensatori allo stesso tempo più citati e più fraintesi di sempre. Tre sono gli assunti erronei che riguardano il suo pensiero:

  • Teorico dell’autoregolazione del mercato
  • Teorico e sostenitore del capitalismo come motore di espansione senza fine
  • Teorico della divisione tecnica del lavoro.

Innanzitutto, sostiene Arrighi, Smith non è il teorico del mercato autoregolato, come di lui è stato detto: l'economia è anzi subordinata agli interessi dello Stato, i vincoli sociali hanno la priorità sulla totale libertà economica. Smith è stato definito un sostenitore del capitalismo come motore di espansione economica senza fine. Però egli sostiene che l'aumento della concorrenza tra capitalisti, esito inevitabile dell'accumulazione di capitale in un ambito produttivo e commerciale circoscritto, trascina al ribasso i profitti, riducendo man mano gli impieghi profittevoli del capitale medesimo.

In un aumento delle concorrenza (e quindi calo dei profitti) l’apertura di nuovi settori produttivi e nuovi canali commerciali può arrestare temporaneamente questa tendenza. Questa, tuttavia, finirà col ripresentarsi a causa del costituirsi di una nuova concorrenza. Il livello generale cui si riducono i profitti può essere alto o basso a seconda che i mercati o i proprietari delle manifatture siano o meno in condizione di impedire, nel proprio settore, l’ingresso di concorrenti.

Se non possono impedire nuovi ingressi, i profitti scenderanno fino al livello minimo considerato “tollerabile”. Se, invece, hanno il pieno controllo dell’ingresso nel mercato e possono contener l’offerta, allora i profitti si manterranno al di sopra di quel livello minimo tollerabile. Nel primo caso lo sviluppo produttivo si arresta “naturalmente” a causa dei bassi profitti; nel secondo è, invece, artificialmente bloccato.

In entrambi i casi, comunque il processo economico non è in grado di generare spontaneamente alcuna tendenza capace di superare il limite alla possibilità di crescita ulteriore, introdotto dalla riduzione del tasso del profitto. Per Smith il compito fondamentale del governante è quello di far sì che i capitali entrino in competizione tra loro cosicché i profitti si riducano al minimo sufficiente per garantire il rischio d’impresa.

Infine si è detto che lui fosse il teorico della divisione tecnica del lavoro, ma, al contrario, proprio ne La ricchezza delle nazioni, egli ne tratteggia gli aspetti negativi. L’occupazione di una grande maggioranza delle persone risulta limitata a pochissime operazioni, con la divisione tecnica del lavoro, e questo impedisce di utilizzare inventiva e creatività o semplicemente l’intelligenza umana in maniera più propria.

Percorsi alternativi verso la ricchezza

Ma qual è il percorso che le nazioni devono seguire per raggiungere la ricchezza? Arrighi riporta a questo punto del suo testo, la descrizione fatta da Smith ne La ricchezza delle nazioni della Cina come esempio di maturità economica raggiunta attraverso il “corso naturale delle cose”: una via naturale lungo la quale la maggior parte del capitale e degli sforzi produttivi è prima diretto verso l'agricoltura, poi alla manifattura e infine al commercio.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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