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Dal Grand Tour al Touring

1. Il Grand Tour

A partire dalla fine del Cinquecento fino agli inizi dell’Ottocento, i pellegrini vengono sostituiti da un altro tipo di viaggiatori: i grandtouristi. Questi sono viaggiatori laici il cui viaggio non ha lo scopo di ottenere le indulgenze ma quello di dotarli di una nuova sensibilità mediante lo studio dell’arte e della scienza e di tutte quelle caratteristiche che hanno cambiato il mondo nell’età umanistico-rinascimentale. I grandtouristi hanno rispetto ai pellegrini un orizzonte più ampio ed una mentalità più aperta. Per loro non esiste solo Roma ma anche Milano, Venezia, Padova. Questa sorta di viaggio formativo compiuto dai rampolli delle aristocrazie europee (inglesi in primis) si interromperà a causa delle guerre napoleoniche che renderanno difficile viaggiare attraverso l’Europa.

2. La vacanza

I viaggi riprendono a partire dagli anni Venti dell’Ottocento. Grazie alla rivoluzione dei trasporti, cavalli e carrozze (mezzi di trasporto tipici del Grand Tour) vengono sostituiti da navi a vapore e treni mentre i tutori che accompagnavano i giovani rampolli vengono sostituiti da guide turistiche. Infine nascono le prime agenzie di viaggi. Per il viaggiatore dell’epoca romantica il viaggio da Londra verso Roma diventa un rito di passaggio dalla vita cerebrale a quella emotiva.

Per gli scrittori del periodo, se Londra si identifica col buio e con la nebbia, il Mediterraneo diventa il simbolo della luce e della solarità. Per autori come Byron, Shelley e Wilde, l’Italia è il luogo dove si respirano atmosfere di libertà e di euforia sconosciute o represse nella conservatrice Inghilterra vittoriana. Il clima mite dell’Italia non nutre solo lo spirito dei romantici ma diventa una vera e propria cura per malattie come la tisi o la tubercolosi. Numerosi sono i trattati medici che consigliano lunghi soggiorni in località marine dando così il via alla moda della vacanza balneare. Nella seconda metà dell’Ottocento gli stabilimenti balneari si trasformano da luoghi di cura in luoghi di piacere modificando ulteriormente la moda della vacanza. Vediamo quindi come muta lo scopo del viaggio: se il Grand Tour nasceva da motivazioni pedagogiche e culturali, il viaggio del turista ottocentesco ha lo scopo di evadere dalla vita quotidiana.

3. L’Italia scoperta dagli italiani

Gli italiani cominciarono a viaggiare molto tardi rispetto agli europei, un po’ a causa delle tensioni politiche presenti sulla penisola un po’ perché mancava nel popolo italiano la cultura del viaggiare. La prima forma di villeggiatura praticata dalle classi aristocratiche italiane era quella in campagna. Solo con l’Unità d’Italia, l’abbattimento dei confini dei vari stati e l’espansione della rete ferroviaria gli italiani cominciarono a viaggiare. Tuttavia l’alto borghese italiano non si dimostra un curioso viaggiatore come i suoi omologhi francesi e inglesi e questo è dimostrato anche dal fatto che fino all’inizio del Novecento non esistevano guide turistiche in lingua italiana della Francia, dell’Inghilterra e della Germania.

La prima guida italiana è quella pubblicata nel 1900 che ha per oggetto la Francia la quale grazie alle sue esposizioni internazionali del 1889 e 1900 fu eletta centro di irradiazione delle novità del nuovo secolo. La pubblicazione di questa guida ci fa capire a quale categoria appartenevano i primi viaggiatori italiani: essi erano uomini d’affari che giravano la penisola o l’Europa alla ricerca di occasioni per migliorare i propri interessi. Quindi possiamo affermare che per tutta la seconda metà dell’Ottocento la forma di viaggio più diffusa tra gli italiani era quello che li portava oltreoceano e verso il settentrione alla ricerca di migliori opportunità di vita oppure era il viaggio dei bambini tisici e scrofolosi che venivano ospitati negli ospizi marini da società benefiche e filantropiche.

4. L’Italia del Touring

Il Touring Club Ciclistico Italiano fondato nel 1894, sostituisce ad una visione dell’Italia vista da fuori (attraverso i diari di viaggio di stranieri) quella di un’Italia vista da dentro, scoperta e visitata non solo da coloro che la abitano ma soprattutto da coloro che fino ad allora erano rimasti esclusi dalla villeggiatura. La geografia del turismo italiano del TCI non tocca le mete esclusive dell’aristocrazia o dell’alta borghesia ma le mete più paesane parlando un linguaggio più popolare che rinvia i soci a città come Chiari, Erba e Barlassina.

Quello del Touring è un viaggio senza fregi e stucchi, è il viaggio nell’Italia provinciale su distanze brevi cioè è l’Italia delle prime gite fuori porta. Come dichiara il suo fondatore Luigi Bertarelli il TCI avrebbe dovuto adoperarsi affinché gli italiani conoscessero davvero l’Italia. Le differenze fra il turista alto borghese o aristocratico e quello del Touring erano notevoli cominciando dall’abbigliamento. Infatti se i capi utilizzati dal buon borghese che va in vacanza sono costume da cavallo, da velocipede, da bagno, da scherma, da polo ecc. per non contare l’innumerevole quantità di oggetti che questi portavano in spiaggia, l’abbigliamento del socio Touring è composto solo da una maglia a rete da mettere sulla pelle, un maglione a collo alto e dritto, un panciotto e una giacca comodi.

Il Touring oppone la fatica della pedalata e l’abbigliamento popolare del ciclista a tutta una serie di sfarzi inutili ostentata dalle classi alte. Con la nascita del Touring cambia il modo di viaggiare e di guardare all’Italia. L’Italia del Touring è un’Italia che affonda le sue radici nella cultura urbana e che vuole unire le cento città attraverso ideali e sentimenti comuni ma è anche un’Italia che sostituisce i dipinti e gli schizzi dei grandtouristi con le fotografie che non ritraggono tanto monumenti e piazze quanto aspetti del costume e della vita sociale.

Attraverso la fotografia il Touring si propone di far conoscere l’Italia a quegli italiani che non sono abituati a viaggiare o che non possono farlo. Per il Touring la fotografia è una sorta di allenamento pratico agli ideali della patria e della nazione ed in quest’ottica anche il viaggio assume un carattere pedagogico volto a formare gli italiani.

5. Fare gli italiani

In questo paragrafo si ribadisce la funzione del TCI di creare una coscienza nazionale e interclassista nei cittadini italiani.

L'Italia del Touring

1. Una borghesia che “pedala”

Il TCI nasce a Milano l’8 novembre del 1894 sulla scia di altre associazioni identiche nate in Olanda, Belgio e Germania. Fondatrice del TCI è una borghesia che si sente responsabilmente investita delle esigenze dei lavoratori e che promuove opere di assistenza e sperimenta forme istituzionali tese a ridurre la distanza fra classi agiate e classi lavoratrici. La passione per la bicicletta, vero e proprio marchio del TCI, esprime quello spirito di modernità di cui la borghesia milanese è portatrice ma diviene al tempo stesso, veicolo di una filosofia popolare improntata all’etica della fatica e del sudore.

Il TCI venne visto con sospetto dai socialisti i quali vedevano nell’impronta borghese del club una forma di inquinamento dello spirito proletario della classe operaia. Proprio per questo motivo anche se contrari alle organizzazioni del tempo libero (considerate un’invenzione del capitalismo borghese) anche i socialisti crearono un proprio club dei “ciclisti rossi”. Ancora più ostile nei confronti del TCI fu la Chiesa che vedeva nell’uso della bicicletta un fare secolaresco e modernizzante incompatibile con il carattere austero del ministero sacerdotale.

La bicicletta infatti fu vietata a tutti gli uomini di chiesa e molti furono coloro che vennero diffidati per non aver ubbidito a questa regola. Uno fra tutti don Luigi Turconi che, insieme ad altri venti sacerdoti, costituì un comitato “pro bicicletta” con il quale rivendicava l’uso del mezzo nel ministero sacerdotale. La protesta di don Luigi Turconi divenne pubblica mediante la stampa di un numero unico intitolato “Preti in bicicletta” che gli costò la diffida da parte dell’autorità ecclesiastica. Per questi motivi lo Statuto del TCI ribadisce che il suo scopo principale è quello di “incoraggiare, proteggere e facilitare l’uso della bicicletta sulle pubbliche strade”.

2. Una borghesia sempre più veloce

In Italia i primi ciclisti compaiono nel 1860. Questi sono nobili e alto borghesi che cavalcano rudimentali attrezzi meccanici tra la curiosità e a volte il panico dei passanti. Lo sviluppo del ciclismo non è dovuto solo a motivi etici e salutistici ma anche ad una serie di interessi commerciali. Infatti l’invenzione della bicicletta e il suo conseguente successo misero in moto tutta una serie di industrie come quella della gomma, la crescita della stampa specializzata, la pubblicità su giornali e manifesti ecc.

Tuttavia nonostante questo successo molti furono anche coloro che erano contrari all’uso di questo mezzo. Numerosi furono i comuni italiani che emanarono divieti contro la bicicletta mentre altri più aperti e progressisti si limitarono ad emanare delle norme affinché non si verificassero incidenti. Ben presto la mania per bicicletta influenzò anche la moda che propose un abbigliamento adatto proprio per questo genere di attività. Il galateo della bicicletta elargiva consigli soprattutto alle donne alle quali il moto del pedale creava dei forti inconvenienti a causa della lunghezza delle gonne imposti dall’etichetta del tempo.

Per le donne italiane in particolare l’approccio con la bicicletta fu molto difficile in quanto l’opinione perbenista vedeva sconveniente la donna in bicicletta.

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sidney81 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del turismo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof Gissi Alessandra.
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