Capitolo primo – Le origini storiche del Novecento
Il sistema europeo degli stati dalle origini al dominio mondiale
Il 1900 non può essere pensato in maniera distaccata da tutto quello che avvenne prima. Un problema molto sentito relativo a questo secolo è relativo a quando possiamo far iniziare il 1900. Molte interpretazioni tra cui due di spicco:
- Novecento secolo breve: il Novecento andrebbe dalla prima guerra mondiale alla caduta dell’Unione Sovietica. L’epoca delle guerre totali e della politica di massa a forte contenuto ideologico. Alcuni lo farebbero iniziare dal 1917, anno della Rivoluzione Russa; altri ancora dalla fine della prima guerra mondiale ed alle conseguenze che essa portò quindi dal 1918.
- Novecento secolo lungo: andrebbe dal 1860-1870, quando si sarebbe compiuto il processo plurisecolare di concentrazione del potere reale nella figura dello Stato moderno, fino al 1970 circa, quando questo nesso forte politica – economia – territorio sarebbe andato in crisi.
Il problema della datazione fa emergere i problemi sottostanti, la difficoltà di periodizzare un secolo così complesso che va comunque sempre collegato al processo dell’umanità nei secoli precedenti.
La nascita del sistema internazionale europeo
L’Europa del ‘900 aveva alle proprie spalle un passato peculiare: si era sedimentato nei secoli sul continente un sistema di rapporti fra entità politiche diverse, che si concepivano come sovrane e cioè come Stati moderni. Gli stati moderni erano emersi dal processo di dissoluzione e successiva riaggregazione di quell’universo medievale che era concepito come unitario e quasi universale, costituito dalla duplice matrice interconnessa tra un impero sacrale e una chiesa cristiana diffusa in tutto il continente.
Si verificò un processo di formazione di stati nazionali che rivendicavano proprie leggi, statuti e lingua. Il monopolio della forza legittima, usando un’espressione di Max Weber, indica un elemento fondamentale degli stati moderni: la capacità di regolamentare la violenza militare, imponendo la pace all’interno del territorio e la guerra eventualmente al di là dei confini.
Tutti questi processi si condensarono in un nome: affermazione di sovranità – quel potere assoluto e perpetuo che è proprio della Repubblica (Jean Bodin). L’impero sacrale perdeva dunque le sue caratteristiche universali, riducendosi al controllo, non privo di limiti, della sola area tedesca. L’assetto nuovo, di formazione degli stati nazionali, viene considerato compiuto dalla pace di Westfalia del 1648, tanto da creare l’espressione sistema westfaliano per alludere al sistema internazionale degli Stati europei.
È interessante notare come questo sistema contemplasse contemporaneamente logiche particolaristiche e tendenze universalistiche. Continuava a operare la visione pregnante di un’universalità. Edmund Burke parlava ancora alla fine del ‘700 di “repubblica democratica d’Europa”. D'altronde proprio l’autonomia assoluta che ogni stato rivendicava esigeva un orizzonte di riconoscimento reciproco, in un rapporto teoricamente paritario per non cadere nella distruttività.
Da qui si stabilirono una serie di regole di relazione: ius publicum europaeum, una serie di norme di diritto internazionale, vincolante anche se non più sanzionato da un’autorità superiore. Al concetto di trattato internazionale si associava quello di rispetto degli accordi. I rapporti fra i vari stati si fecero più regolari e stabili, formali e professionalizzati: nacque la moderna diplomazia. Nel ‘700 le sue regole si erano già formalizzate.
Comunità e competizione tra Stati: equilibrio o egemonia?
L’affermazione degli stati europei non avvenne nella totale anarchia, con la vittoria del più forte. Ma è importante contemplare anche la componente anarchica del sistema: la tendenza alla competizione e all’autoaffermazione di ogni stato a scapito degli altri. La ragion di stato portava ogni principe a voler tutelare e rafforzare il proprio dominio politico. Il ricorso alla forza militare era frequentissimo, ci sono momenti nella storia in cui non si contano più di vent’anni di pace.
Il potere militare comportava notevoli spese che gli stati non sempre potevano sostenere: si delineò quindi un sistema basato su debiti organizzati dei poteri pubblici, che chiedeva un’efficiente raccolta di prestiti e soprattutto il mantenimento di un credito per i governi. I monarchi che consideravano lo stato come una proprietà personale, cercarono anche di organizzare le economie al servizio della sua potenza. D’altra parte una spinta dal basso, da parte di una rete di iniziative imprenditoriali e commerciali indipendenti stava dando il suo contributo alla crescita della ricchezza e della capacità tecnologica europea, creando isole capitalistiche di libertà economica (piccole repubbliche oligarchiche come quella veneziana o le Province Unite).
L’economia conduceva anche al rafforzamento della cooperazione interstatale: nuovi accordi, convenzioni e regolamenti. Questo processo di apertura ai rapporti internazionali comportò una diversità strutturale dei vari paesi europei.
Le diversità strutturali erano importantissime. All’inizio dell’800 venne formalizzato il concetto di “grande potenza”: una categoria di attori del sistema diversi da tutti gli altri; stati territorialmente estesi, solidi militarmente ed economicamente e quindi con grandi capacità di gestione del sistema complessivo delle relazioni europee. Questi stati erano cinque: Inghilterra, Francia, Impero, Russia e Prussia. Altri grandi monarchie, influenti nel passato, entrarono in un lento declino, così come le potenti repubbliche oligarchiche marinare e commerciali.
Tra questi stati maggiori era consueta la ricerca dell’egemonia. In Europa si era sempre attestata una condizione in cui era sempre sottinteso il sogno della ricostituzione di una sorta di monarchia universale. Ma la nuova situazione fece parlare di equilibrio pluralistico, codificata già con il trattato di Utrecht del 1713. Ma era un equilibrio solo teorico: se è vero che attraverso delle alleanze si cercava di contrastare l’egemonia di uno stato, è altrettanto vero che ciò non valeva quando uno stato maggiore voleva rapportarsi a uno minore.
Il sistema europeo era inoltre i rapporti con altri stati del mondo: una rete di rapporti commerciali allargava e sosteneva il quadro dell’influsso europeo, portando la competizione egemonica anche oltre i confini europei.
L’età delle rivoluzioni e l’impatto dell’egemonia napoleonica
Questo sistema fu scosso dai cambiamenti politici ed economici dei decenni finali del ‘700: Rivoluzione francese – Rivoluzione americana – Rivoluzione industriale – ciclo di guerre distruttive e sanguinose (1792-1815). In termini di potere immediato questi avvenimenti non cambiarono di molto la situazione vigente. Nella cultura fondamentale del sistema invece i cambiamenti furono più forti e duraturi.
Nel contesto rivoluzionario francese si cominciò a usare in senso politico il termine nazione che alludeva alla comunanza di nascita di un gruppo sociale su un territorio: il popolo diveniva un soggetto politico unitario e organizzato, di fronte al potere del sovrano. Questa nuova ideologia si proiettava nei rapporti fra gli stati. La Francia diventava così la Grand Nation: politicamente forte in quanto capace di veicolare a tutta Europa la spinta originale della libertà. Il contagio rivoluzionario metteva in crisi la spontanea solidarietà tradizionale tra stati europei: espansionismo francese e missione universale rivoluzionaria.
Fu Napoleone imperatore che dopo il 1804 radicalizzò l’espansionismo francese verso l’egemonia europea. Solo Gran Bretagna e Russia riuscirono a tenere testa alla potenza francese; stati anche piuttosto forti come Austria e Prussia, iniziarono a gravitare sotto l’egemonia francese. Napoleone non fu però in grado di stabilizzare il suo impero: la sua sete di espansione lo portò a prendere scelte sbagliate come la campagna di Russia che decisero per la sua disfatta.
La nuova coalizione europea antinapoleonica nata nel 1813, si impegnò a ricondurre la Francia nei suoi storici confini, ma dichiarava anche di voler cooperare per vent’anni con gli altri contraenti per controllare la pace europea (trattato di Chaumont, 1814). Si comprese che dal punto di vista internazionale era necessario un salto di qualità: congresso di Vienna: idea di un progetto di ristabilizzazione consensuale capace di imporre un ordine condiviso e presentabile di fronte all’opinione pubblica nascente. Restaurazione dei sani principi tradizionali, della monarchia di diritto divino alla morale cristiana. Si parlò di legittimismo.
La revisione della carta d’Europa condotta al congresso di Vienna provò comunque che le esigenze delle diverse potenze non erano affatto facili da contemperare, nonostante duttili compromessi.
Il concerto europeo della prima metà dell’800
Nelle decisioni di Vienna non c’era però solo la volontà di sistemare i problemi relativi al passato: c’era un esplicito sguardo al futuro – le grandi potenze europee assumevano reciprocamente un impegno comune per la stabilità e la pace europea. Lo zar Alessandro I propose una Santa Alleanza dei sovrani cristiani europei, un reciproco sostegno in nome della giustizia, dell’amore e della pace. La Gran Bretagna sosteneva invece una più sobria e pratica interpretazione del concerto europeo, e infatti non aderì all’alleanza russa.
Al di là di queste divergenze, in questa promessa di cooperazione si trovano le basi di un originale meccanismo di consultazioni, autolimitazioni, decisioni comuni, elaborazione di compromessi, che venne definito concerto europeo. Questo meccanismo funzionò con alterne vicende per quarant’anni, sostenendo delle regole che portavano le potenze europee a godere degli stessi diritti sul piano internazionale. In quel periodo si diffusero nuovi movimenti culturali e politici che facevano delle identità nazionali la loro cifra caratterizzante. La ricerca culturale, linguistica e storica di età romantica poneva in luce o costruiva nuove identità nazionali. Tutto ciò era un principio avverso all’ordine tradizionale fissato a Vienna: divergenze nei concetti di nazione e stato.
La giovane repubblica degli Stati Uniti prese una prima rilevante posizione internazionale con la famosa dottrina di Monroe (1823): il principio della diversità dei due mondi, europeo ed americano, escludeva alleanze anche con gli inglesi, ma dichiarava con forza di volersi opporre al ripristino di un controllo coloniale europeo in America, dove gli Stati Uniti si candidavano alla guida di un nuovo sistema continentale che difendesse una specifica politica marcata rispetto all’Europa. Negli ambienti della democrazia jecksoniana si iniziò a parlare nel 1845 di un Manifest Destiny (destino manifesto) che attribuiva agli Stati Uniti un ineludibile compito di civilizzare le terre americane.
Dai disordini in Grecia negli anni ’20, contro il dominio turco, nacque la questione d’Oriente, cioè quella pluridecennale situazione di tensione in cui si manifestava il problema della lenta dissoluzione dell’Impero Ottomano a fronte della frammentazione nazionale in area balcanica in cui si inseriva uno scontro di potenze fra la Russia zarista e la Gran Bretagna. Alcuni compromessi vennero raggiunti sia nel 1829-30 sia nel 1840.
Nel frattempo le crisi si susseguivano con una nuova ondata di disordini, nel 1830-31, con la rivoluzione in Francia, le rivoluzioni nazionali in Polonia e Belgio e i disordini in area tedesca e italiana.
L’Europa alla conquista del mondo: la pax britannica e la prima mondializzazione
Cresceva intanto verticalmente l’influsso europeo verso il mondo esterno: epoca del carbone e dell’acciaio con supremazia europea da punto di vista industriale e delle comunicazioni. Lo sviluppo economico richiedeva l’intervento dello stato come contributo decisivo. L’espansione al di là dei confini nazionali veniva considerata una condizione necessaria della crescita.
Ebbe inizio la prima stagione di mondializzazione: crebbe l’emigrazione di europei che colonizzarono altre terre; si completarono le esplorazioni geografiche; migliorarono i trasporti e le comunicazioni postali e telegrafiche; si sviluppò monetario internazionale integrato alla base aurea; crebbe il commercio mondiale. La Gran Bretagna era il centro di questo percorso di crescente dominio: era l’economia più produttiva, e quindi commercialmente dominante, e stava creando un mercato finanziario sempre più cruciale per tutto il mondo.
Si sviluppò un’egemonia mondiale di tipo nuovo nel Regno Unito, che mostrava un’spiccata coscienza imperiale, espressa nel motto della Pax Britannica, riallacciato al modello di Roma classica. Attorno alla metà dell’800 la classe dirigente inglese si convertì definitivamente al liberoscambismo, abbandonando per sempre protezionismo e mercantilismo e chiedendo un’analoga apertura ai partner commerciali. La Gran Bretagna disponeva anche di una potente flotta navale militare e una commerciale che gestiva scambi a tutti gli angoli della terra. La visione inglese era quella di limitare l’uso della forza in modo da far rispettare interessi e per affermare contro sovrani riluttanti la stessa logica commerciale della porta aperta.
Disponeva anche di numerose colonie che costituivano un importante completamento della pax britannica: India, sotto il dominio diretto della corona; le vecchie colonie di popolamento a crescente maggioranza bianca come Nuova Zelanda, Australia e Canada che però stavano approdando verso forme di autogoverno sempre più marcate; acquisizioni selettive di alcuni territori e basi marittime sparse per il pianeta, punti d’appoggio indispensabili per le navi mercantili e la flotta imperiale. Secondo la visione inglese un sistema di mercato mondiale autoregolato secondo le nuove idee liberiste avrebbe favorito rapporti pacifici fra i popoli.
L’estensione progressiva fuori Europa comportò un disinteresse britannico nei confronti della situazione europea e le questioni europee incominciarono ad essere considerate sempre meno cruciali.
Il trionfo degli stati – nazione e la modificazione del sistema di Vienna
La crisi liberal-nazionale si generalizzò infine in tutta Europa nel 1848: la rivoluzione dilagò con ampiezza e profondità, soprattutto dopo i cedimenti di alcune monarchie che dovettero fare promesse e concedere costituzioni. L’obiettivo comune era quello di far realizzare la sovranità nazionale per attuare finalmente il principio di nazionalità.
- Rivoluzione parigina del febbraio 1848, che instaurò la Seconda Repubblica: assestamento moderato con la presidenza di Luigi Napoleone Bonaparte.
- Sollevazioni nell’Impero Asburgico: ripresa del potere asburgico con una sorta di dittatura militare.
- Prima guerra d’indipendenza italiana: seconda restaurazione del 1849.
- Guerra liberale rivoluzionaria di Francoforte: rifiuto del trono da parte del re di Prussia; problema del principio di nazionalità, Austria teme il nazionalismo tedesco.
La scossa rivoluzionaria non cambiò il sistema internazionale di Vienna, ma contribuì a indebolirne molte premesse. Bastava un momento di crisi ulteriore per farne crollare tutte le premesse. L’occasione fu la guerra di Crimea (1853-1856): intervento zarista sulla questione d’Oriente con intervento di Francia e Gran Bretagna che appoggiarono la resistenza turca contro le rinnovate pressioni russe fino ad una guerra di scarsa importanza militare ma di alta valenza politica: prima guerra dopo quarant’anni che vedeva alcune grandi potenze europee scontrarsi.
Portò alla rottura fra Austria e Russia, umiliò la potenza militare russa, isolò ulteriormente la Prussia e fece tornare in primo piano il ruolo europeo della potenza revisionista francese. Congresso di Parigi del 1856 fissò le regole della pace del Mar Nero e dei Balcani. Si ebbero 17 anni di guerra, dal 1854 al 1871, in quattro episodi distinti, che ebbero molta importanza nei cambiamenti dell’assetto europeo stabilito a Vienna.
- Caso italiano: Cavour riuscì a tradurre il problema italiano in termini di dinamiche internazionali, e con il consenso ideologico inglese, l’impotenza delle altre potenze isolate e il contributo dei Ducati italiani, nel 1861 giunse a costituire il Regno d’Italia.
- Caso tedesco: il cancelliere prussiano Bismarck operò una sapiente sintesi del tradizionalismo dinastico e del nazionalismo romantico tedesco per aggirare le frustrazioni del movimento liberal – popolare e affermare per gradi un disegno di unificazione tedesca. La sua iniziativa si basò sull’uso spregiudicato della forza laddove necessario. Guerra della Prussia all’Austria, 1866: escluse gli Asburgo dagli affari tedeschi. Guerra con la Francia, 1870: permise la definitiva unificazione sotto la corona prussiana. Il nuovo Reich rinverdiva la tradizione imperiale, piegandola a disegni di potenza totalmente moderni. Lo stato tedesco eserciterà un ruolo egemonico in Europa.
Il 1870 è stato ritenuto una svolta simbolica di grande portata, dalla classica storiografia etico-politica. Le altre grandi potenze intanto reagivano ai cambiamenti europei: La Russia si accontentò dei modesti miglioramenti del suo status nel Mar Nero e del sostegno bismarckiano alla repressione delle rivolte polacche, mentre continuava...
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