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Riassunto esame Storia contemporanea, prof. Formigoni, libro consigliato La politica internazionale del Novecento Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La politica internazionale del Novecento di Guido Formigoni
Società Editrice Il Mulino vertente sui seguenti argomenti: Un problema molto sentito relativo a questo secolo è relativo a quando possiamo far
iniziare il 1900. Molte interpretazioni tra cui... Vedi di più

Esame di Storia contemporanea docente Prof. G. Formigoni

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Soltanto le nazioni sconfitte e ridimensionate come la Bulgaria e l’Ungheria potevano

vantare un’omogeneità etnica e in linea con il principio di nazionalità.

All’Austria, ormai omogeneamente tedesca, venne impedito di essere annessa alla

Germania, richiesta che voleva essere in linea con il principio di nazionalità ma che

non era vista di buon occhio da nessuna potenza vincitrice.

Tutti questi stati, vecchi o nuovi, si accostarono nel dopoguerra a modelli

liberal-democratici occidentali, in modo coerente al modello wilsoniano. In molti casi si

trattava però di democrazie deboli e minate dall’interno.

Il ruolo politico dell’Italia in questo quadro poteva essere importante. Essa infatti

aveva di fronte due scelte:

perseguire decisamente una propria politica di potenza per fini particolaristici;

 inventare una nuova prospettiva per svolgere questo ruolo di quarta potenza

 europea in modo coerente al disegno di ordine internazionale, esercitando una

politica di guida, tutela e promozione.

La maggioranza della classe dirigente del paese era per la prima visione, e si

concentrò soprattutto sulla questione adriatica: cercare di far rispettare gli accordi

presi con il Patto di Londra del 1915. Ma Wilson era poco incline alle richieste, non

avendo firmato il patto.

L’Italia ottiene il Sud Tirolo, contro il principio di nazionalità, ma le richieste di Fiume di

essere annessa all’Italia per il principio di nazionalità, anche se essa era esclusa dal

patto, non fu accolta.

Nell’aprile 1919 il presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando e il ministro

degli Esteri Sidney Sonnino abbandonano il tavolo delle trattative di Parigi. Un

mese dopo sono costretti a tornare al tavolo di trattative e a firmare la vittoria

mutilata, ottenendo alcuni porti in Dalmazia e con la proclamazione di Fiume città

libera.

Nel settembre 1919 Gabriele d’Annunzio occupa la città di Fiume con la sua

milizia e la annette simbolicamente all’Italia, occupandola per 15 mesi. Inizio della

presa di potere del nazionalismo borioso e aggressivo che nemmeno le parentesi dei

governi Nitti e Giolitti tra il 1919 e il 1921, sotto cui si trovò una sistemazione

provvisoria ma accettabile dei confini orientali, tramite un diretto negoziato con lo

stato serbo-croato-sloveno (trattato di Rapallo del 1920) non portò con sé una

duratura versione d tendenza.

3. I problemi extraeuropei e l’abbandono americano della Società delle Nazioni

Discutere il problema coloniale, soprattutto la sorte delle ex colonie tedesche e di

molti territori staccati dall’Impero ottomano  idea wilsoniana di avviare queste

nazioni all’indipendenza, condizione di compromesso che metteva queste nazioni sotto

la tutela di stati membri della Società delle Nazioni.

Francia e Gran Bretagna accettarono il metodo, opponendosi soltanto all’idea,

inizialmente sostenuta da Wilson, di affidare i mandati a piccole potenze  realizzarono

i propri progetti di spartizione in zone di influenza nel Medio Oriente ex ottomano,

anche per un nuovo motivo di interesse, il petrolio.

La Francia si impose come mandataria in Siria e Libano; la Gran Bretagna in Palestina,

Transgiordania e Iraq. Nella penisola araba si affermò invece un autonomo governo

saudita. I francesi seguirono una politica rigida verso i movimenti nazionali e religiosi;

gli inglesi cercarono mediazioni, concedendo inoltre l’indipendenza ad una monarchia

costituzionale in Egitto nel 1922, che garantiva il controllo militare inglese a Suez, e

definendo una sorta di protettorato alla Persia.

Un motivo di complicazione era nato però dalla dichiarazione del ministro degli Esteri

britannico Balfour, che per ottenere il sostegno del neonato movimento sionista,

promise la costruzione di un Jewish national home in Palestina, con conseguenti flussi

di immigrazioni ebraiche coordinate dall’Agenzia ebraica e spinte anche dalla

discriminazioni razziali e dai pogrom.

Turchia: il trattato di Sèvres del 1920, aveva previsto lo spezzettamento della

penisola anatolica, con la costituzione di uno stato armeno e di un Kurdistan

autonomo, prevedendo poi la colonizzazione greca di Smirne e quella italo-francese in

Cilicia. Di fronte a questa situazione si sviluppò un movimento di eredi dei giovani

turchi che riuscirono ad abbattere il sultanato-califfato, proclamando una repubblica

laica e respingendo le pretese il territorio anatolico, pena una guerra con la Grecia 

revisione degli accordi di pace nel Trattato di Losanna del 1923.

Giappone: fu ricompensato con le ex colonie tedesche in Cina e gli fu data la

possibilità di sostituire la sfera di controllo russa in Manciuria. Wilson anche in questo

accettò una condizione lontana da quella del principio di nazionalità, mentre si

delineavano resistenze del movimento nazionale cinese. Con il Trattato di Washington

del 1921 tutte le potenze si impegnarono a rispettare la sovranità cinese ma di fatto la

Cina diventò una sorta di colonia economica giapponese.

Tema del disarmo: pochi risultati  alla conferenza di Washington si fissarono i limiti

quantitativi proporzionali per le marine di guerra delle grandi potenze.

Wilson, impegnato con trattati di pace, perse il consenso dell’oltreoceano. Già la

partecipazione alla guerra non era stata vista di buon occhio; il vincolo permanente

alla partecipazione alla Società delle Nazioni, ebbe gli stessi riguardi. Il 19 marzo

1920 il Senato respinse definitivamente la ratifica del trattato. Le successive elezioni

presidenziali videro la vittoria del repubblicano Harding  gli Stati Uniti decisero di

rimanere fuori dalla Società delle Nazioni e di avere una linea di internazionalismo

politicamente disimpegnato.

Alla Società delle Nazioni non rimase che il debole supporto di Francia e Gran

Bretagna. Nonostante la pochezza di questo organo, ad esso si deve la creazione,

dopo il 1919, di un tessuto di scambi internazionali e di interazioni civili che cercò di

superare i traumi della guerra.

4. Dalla tensione postbellica alla stabilizzazione senza guida

Il clima plumbeo della guerra sembrava perseverare nei primi anni di dopoguerra. La

Francia si irrigidì nei confronti della Germania, avviando una politica di imposizione

della pace al paese vinto.

Fissazione nel 1921 delle riparazioni finanziarie tedesche. La Germania di Weimar che

non voleva né poteva piegarsi a tali richieste, inizialmente rispose con una linea di

“resistenza passiva” con una pratica dilatoria e ostruzionistica sui pagamenti. La

Francia rispose a sua volta con l’occupazione del bacino della Ruhr, nel gennaio

1923 per estrarre il carbone direttamente come pagamento. La mossa fu appoggiata

dal Belgio, morbidamente anche dall’Italia, mentre gli inglesi furono apertamente

contrari. La crisi andò avanti per diversi mesi senza apparenti vie d’uscita, portando

all’esplosione della dinamica inflazionistica dell’economia tedesca.

Intanto nacquero autoritarismi nazionalisti precoci un po’ ovunque, un quadro che

modificava molto le aspettative wilsoniane sul nesso nazionalità-democrazia.

La nascita di una “sistema francese” in Europa orientale rappresentò il tentativo

diplomatico più articolato di stabilizzare l’assetto di Versailles. La Francia iniziò una

serie di alleanze: alleanza difensiva franco-belga del 1920, alleanza difensiva

franco-polacca del 1921, accordo stretto nel 1920 tra Romania, Cecoslovacchia e

regno jugoslavo (Piccola Intesa). La trama di accordi si legò tra il 1924-26 ad un

ampio progetto di influenza economica, con la ripresa di investimenti e prestiti in tutta

quell’area.

Strategicamente il sistema francese ambiva a ricreare una sorta di legame stile quello

franco-russo per accerchiare di nuovo la Germania, ma apriva così un gioco complesso

e delicato su scala continentale, rispetto a cui le risorse finanziarie e militari del paese

erano sottodimensionate per reggere una sistemazione semi-imperiale dell’Europa.

URSS: restava ai margini di questo assetto diplomatico. Si era costituita Unione delle

repubbliche socialiste sovietiche per volere di Lenin nel 1922 e non solo uscì

vittoriosa da una guerra civile, ma riuscì anche a mantenere legata a sé buona parte

dei territori non russi che avevano fatto parte dell’impero zarista. Finiti i primi

entusiasmi, sostanzialmente il regime si comportò come il vecchio impero zarista,

sottolineando un orgoglioso isolamento dalla vecchia società internazionale,

abbandonando le ipotesi rivoluzionarie mondiale, lasciandole solo al Comintern con la

Terza Internazionale Comunista, che aveva tradotto il credo rivoluzionario comunista,

dopo il 1928, in una guerra di classe contro classe che contrapponeva i comunisti

anche ai socialisti.

Italia: l’incapacità autoritaria dello Stato liberale a gestire l’esplosione della società di

massa si collegò alle disillusioni sugli effetti della vittoria militare. Dopo l’avvento del

potere di Mussolini, nel 1922, la linea di governo di coalizione a guida fascista fu

inizialmente prudente sul terreno della politica internazionale. La svolta autoritaria

del 1925 rafforzò il quadro con la battaglia antidemocratica e antiliberale del fascismo

che si colorò di una nuova tensione “totalitaria”.

Nel 1924 fallì l’ultimo sforzo di rafforzare la Società delle Nazioni  Protocollo di

Ginevra del 2 ottobre 1924, negoziato dai nuovi governi inglese di Mac Donald e

francese di Herriot, prevedeva un’integrazione molto più stretta di

sicurezza-disarmo-arbitrio.

Intanto il clima economico era pericolosamente negativo. Ciò nonostante, la metà

degli anni ’20 vide il successo di un’effimera stabilizzazione: chiave del successo fu la

decisione di porre su basi negoziabili la contrapposizione franco-tedesca  accordi fra il

ministro degli Esteri francese Aristide Briand e il capo del governo tedesco Gustav

Stresemann. La Germania maturò una strategia di accettazione parziale dei trattati,

in quanto riteneva questa l’unica strada per aprire qualche spiraglio di revisione sugli

aspetti ritenuti peggiori. La nuova strategia riguardava prima di tutto le riparazioni,

instradate su prospettive più realistiche, con pagamenti scaglionati nel tempo:

Piano Dawes 1924.

 Patto di Locarno 1925: la Germania accettava definitivamente almeno una

 parte dei sistema di Versailles.

Piano Young 1929: ulteriore riduzione e rateizzazione delle riparazioni

 tedesche.

Nuova situazione di stabilizzazione economica dal 1925:

Germania: massiccio intervento di capitali americani, che aiutò il nuovo

o Rentenmark;

Francia: la stabilizzazione aurea del franco rilanciò la potenza finanziaria del

o paese e fu riaccompagnata dal rilancio consistente del settore industriale e da

una bilancia dei pagamenti in attivo.

Italia: taglio autoritario del regime fascista.

o Gran Bretagna: difficoltà del sistema industriale.

o Stati Uniti: obiettivi economici nazionali, nessun intervento politico in Europa.

o Per ottenere il rientro degli ingenti prestiti di guerra e una progressiva ai mercati

in un clima di stabilità, gli Stati Uniti dovevano farsi carico di innescare e

sostenere un sistema economico internazionale funzionante e non segmentato.

Questo fu appunto lo scopo di una serie di iniziative integrate come i piani

sopracitati.

Nel 1927 fu completata la ricostituzione del regime monetario internazionale basato

sull’oro. Si riavviò il sistema commerciale internazionale. Per agevolare tutte le

questioni legate alle riparazioni nacque a Ginevra una Banca dei regolamenti

internazionali che collegava le banche centrali europee. Ma tale sistema aveva molti

limiti, primo dei quali quello dell’assenza di un regolatore.

L’allargamento progressivo della Società delle Nazioni, con l’integrazione delle

potenze vinte (Germania entrò nel 1926), fu un altro segnale di apparente stabilità.

Il patto finale che sancì superficialmente il disteso clima internazionale fu il patto

Briand-Kellog del 1928, che divenne un’altisonante dichiarazione di principi firmata

da molti stati, che si impegnavano a evitare il ricorso alla guerra come strumento di

politica nazionale.

5. L’impatto internazionale della Grande crisi economica

Grande depressione del 1929  il mercato statunitense, certamente avanzato ed

esteso ma con non pochi problemi di distribuzione dei redditi e di difficoltà di alcuni

settori come quello agricolo, non riusciva più ad assorbire l’aumento continuo della

produzione industriale. L’economi drogata dal boom della borsa e dalla liquidità facile

fu travolta dallo scoppio della bolla speculativa sgonfiatasi alla borsa di Wall Street: il

crollo dei valori borsistici si tradusse in un panico diffuso.

 fortissima depressione, con una catena di fallimenti bancari e industriali, il drastico

rallentamento di ogni dinamica economica e l’impennata drammatica del tasso di

disoccupazione e dei debiti contratti nel periodo dell’allegria.

La crisi si propagò in tutti gli altri paesi per i numerosi e stringenti patti economici. Il

suo veicolo cruciale fu l’immediata chiusura dei rubinetti degli investimenti e del

credito americano.

La Grande Depressione volle dire anche la fine die governi liberali: i mercati non

sapevano come reagire, ma nemmeno i governi che si limitarono generalmente a

procedure di difesa della moneta, che erano modalità consuete per affrontare i

momenti critici negativi, aspettando che questi passassero. In questo caso tolsero

ancora più ossigeno alla situazione  era chiaro che servivano altri metodi, che

contemplassero anche l’intervento dello stato in economia, come sostenuto

dall’economista inglese John Maynard Keynes = gli stati avrebbero dovuto assumere

ruoli incisivi di stabilizzazione e di sostegno della domanda tramite la manovra dei

tassi d’interesse, la creazione di occupazione e la redistribuzione dei redditi.

La crisi portò al centro la chiusura nazionalista, un inasprimento della rivalità fra stati

e il protezionismo.

Stati Uniti: posizioni espresse dallo slogan America first. Tali posizioni non furono

minate nemmeno con l’andata al potere del democratico Franklin Delano

Roosevelt, che lanciò l’idea di un New Deal, un nuovo patto: vennero introdotte forme

di controllo, incentivo e stabilizzazione istituzionale delle dinamiche economiche in

chiave nazionale. Egli fece sganciare il dollaro dall’oro per permetterne la

svalutazione, arginando così la crisi del sistema bancario americano travolto dalla

speculazione, ma isolando ancora di più l’economia statunitense.

Gran Bretagna: la crisi condusse a rafforzare il nazionalismo imperiale. La spaccatura

dei laburisti porto nel 1931 a un nuovo fronte nazionale, egemonizzato dai

conservatori con minoranze di laburisti e liberali, guidato ancora da Ramsey Mac

Donald. Nel 1931 venne proclamata l’inconvertibilità della sterlina in oro, collegata a

una sua cospicua svalutazione. Venne abbandonato anche il liberoscambio: fu creata

la Commonwealth of British nations, una nuova comunità formale degli ex dominions,

ormai indipendenti, che creavano una grande area economica di libero scambio chiusa

verso l’esterno e preferenziale all’impero, sancita dalla conferenza imperiale di Ottawa

del 1932.

Francia: resse meglio di altri i primi anni della crisi, mantenendo il franco legato

all’oro fino al 1936.

URSS: il modello di Stalin, salito al potere dopo le numerose vittorie su Trockij prima e

sui deviazionisti di destra poi, intraprese l’idea del socialismo in un solo paese. tale

modello divenne sempre più credibile, perché reggeva bene i colpi della crisi

attraverso il modello di industrializzazione forzata, i piani quinquennali che portarono

aduno slancio produttivo notevole. Andava in controtendenza alla situazione del

mondo capitalista.

Giappone: effetti drammatici della crisi economica. Furono dapprima tentate strategie

economiche come la svalutazione dello yen e un’aggressiva politica di dumping

industriale (esportazione sottocosto).

Crisi della Manciuria del 1931: i nazionalisti cinesi tentavano di riunificare la Cina, i

vertici del presidio militare giapponese in Manciuria, crearono ad arte un incidente alla

ferrovia giapponese per avere un pretesto per un intervento armato. Si creò lo stato

fantoccio del Manchukuò nel 1932, costruito come una base per ulteriori

espansioni nell’entroterra continentale.

Il governo cinese fece appello alla Società delle Nazioni, che manifestò la sua

debolezza con solo alcune note di condanna. Tokyo lasciò la Società nel 1939 senza

ricevere sanzioni per il suo operato in Cina.

Si profilava intanto l’idea che le nuove esperienze autoritarie potessero essere un

buon metodo per uscire dalla condizione di crisi. Mussolini si aprì a una diversa politica

estera. In Germania la Repubblica di Weimar arrivò al suo tracollo, furono proprio gli

effetti della grande crisi a sconvolgere il paese sul piano sociale e politico, portando in

auge un piccolo partito nazionalista: il Partito Nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi,

detto Partito Nazista, guidato da Adolf Hitler, un ex caporale dell’esercito che

aveva tentato nel 1923 un colpo di stato in Baviera, aiutato dal generale

Ludendorff, che era poi fallito e gli era costato la galera.

6. Hitler al potere: revisionismo e prospettiva imperialistica

L’abile iniziativa hitleriana riuscì ad accreditare le proprie posizioni come premesse del

riscatto tedesco in un mondo di egoismi imperiali contrapposti.

Hitler si richiamò alla tradizione del Volksgemeinschaft (comunità del popolo)  il capro

espiatorio della condizione difficile in cui vessava la Germania erano gli stranieri della

nazione, e poté quindi utilizzare l’antisemitismo come elemento di rassicurazione

popolare: l’ebreo era il simbolo perfetto dell’uomo senza fedeltà nazionale, del

cosmopolita affarista che tramava ai danni dell’operoso popolo tedesco.

Solo una nazione forte e compatta, senza nemici interni, avrebbe potuto superare gli

ostacoli dell’ostilità internazionale.

La Nsdap crebbe alle elezioni del 1930 e divenne partito di maggioranza relativa nelle

elezioni del 1932, in parallelo con la crescita del partito comunista, che non aveva

nessuna intenzione di collaborare con i partiti “borghesi”.

Nel gennaio 1933 fu nominato cancelliere dal presidente Hindenburg, e gli

bastarono pochi mesi per costruire uno stato dittatoriale sulle macerie istituzionali

dello stato parlamentare, facendo chiudere il parlamento, assumendo su di sé i suoi

poteri, azioni che Mussolini fece in anni, a Hitler ci vollero pochi mesi.

 nuova fusione totalitaria fra stato e nazione, fra popolo e Führer.

L’impegno del nuovo regime si traduceva in un disegno di politica estera, che già nel

libro Mein Kampf, scritto nel 1923 durante la prigionia, Hitler aveva ben in mente in tre

tappe strategiche progressive:

1. Liberare la Germania dal regime di schiavizzazione di Versailles;

2. Riunificare tutti i popoli di origine tedesca sotto il Terzo Reich, denominazione

che alludeva al recupero imperiale ottocentesco, riprendendo quindi il modello

pangermanista;

3. Costruire il Lebensraum tedesco in Europa, assoggettando i popoli inferiori

dell’Europa orientale slava e ottenendo rifornimenti e manodopera servile.

Per il progetto di espansione imperiale c’era da calcolare lo scontro diretto al sistema

francese, mentre Hitler sperava di non dover muovere guerra per lungo tempo alla

Gran Bretagna, perché credeva fosse stato questo il grande errore che costò la

sconfitta tedesca nella guerra 1914-18.

Hitler si mosse con una certa abilità tattica: all’inizio cercò di non farsi fermare dalle

altre potenze, mentre ancora la Germania era in condizioni di debolezza, anzi

cercando di sfruttare le loro debolezze a suo vantaggio  il governo tedesco dopo il

1933 iniziò ad alternare fatti compiuti contro il trattato ad offerte rassicuranti e gesti

difensivi.

Nel novembre 1933 la Germania abbandonò la Società delle Nazioni dopo aver

lasciato la conferenza sul disarmo, e accettò formalmente il Patto a Quattro  sorta

di direttorio continentale tra Germania, Italia, Gran Bretagna e Francia, voluto da

Mussolini per la stabilità europea, che però non entrò mai in vigore.

Anche Mussolini dopo gli anni ’20 aveva iniziato ad accentuare la sua politica

propagandistica, espansionistica e antisocietaria, ma ciò non si tradusse subito con un

sodalizio con la Germania, nonostante la convergenza ideologica  molte divergenze,

che toccarono l’apice con la questione austriaca: la Germania voleva l’Anschluss

dell’Austria, ma ciò preoccupava l’Italia, sia per timore di una Grande Germania al

Brennero, sia per simpatie con il regime cattolico-autoritario e antinazista del

cancelliere austriaco Dollfuss. Nel 1934 ci fu un momento di crisi internazionale

quando con un tentativo di colpo di stato, i nazisti austriaci assassinarono Dollfuss: ma

la reazione ferma di Mussolini e l’intervento del regime austriaco fecero fallire il

progetto.

Hitler perseguì anche una politica del riarmo, prima insabbiata, poi palese dal 1935,

con il ripristino dell’aviazione e della coscrizione obbligatoria. Intanto l’economia

tedesca riuscì a risollevarsi. Ma deficit pubblico, carenza di mezzi finanziari e difficoltà

di approvvigionamento spinsero Hitler ad accelerare i progetti di espansione

territoriale.

Francia e Gran Bretagna erano ormai rimaste da sole nella Società delle Nazioni e la

loro risposta all’espansionismo tedesco fu debole e incerto  politica

dell’appeasement: accettare quei passi di Hitler ritenuti compatibili con l’equilibrio

europeo, con la speranza che ottenuto ciò che voleva egli si sarebbe placato.

Il governo francese voleva opporsi più duramente alla politica di Hitler ma non ne

aveva le forze ne politiche ne economiche. Strategia rigorosamente difensiva

dell’esercito, arroccato dietro le fortificazioni della Linea Maginot sul confine

franco-tedesco.

La via d’uscita da questa situazione fu per un certo periodo cercata nel miglioramento

dei rapporti con l’Italia fascista e nel prudente tentativo di riportare l’Urss nel gioco

della sicurezza europea.

L’Urss chiese nel settembre 1934 l’adesione alla Società delle Nazioni,

aderendo verbalmente al concetto di sicurezza collettiva. Sul piano diplomatico, firmò

il patto franco-sovietico di assistenza e di non aggressione nel maggio 1935.

Dal punto di vista internazionale, la svolta del VII congresso del Comintern,

nell’agosto 1935, fissò la priorità assoluta dell’antifascismo e la strategia dei “fronti

popolari”, cioè alleanze fra comunisti, socialdemocratici e partiti

democratico-borghesi.

Dal canto suo Mussolini voleva far valere anche le esigenze italiane, che non potevano

essergli negate per la necessità di avere l’Italia dalla parte della stabilità, di fronte alla

nuova aggressività tedesca  invasione dell’Etiopia ottobre 1935.

Francia e Gran Bretagna perseguirono inizialmente ipotesi di compromesso, poi non

poterono che dichiarare l’Italia paese aggressore e punirla con delle sanzioni

economiche che non cambiarono la situazione, tanto che nel maggio 1936, Duce

fece la proclamazione italiana dell’impero.

Marzo 1936: Hitler decide di rimilitarizzare la Renania. Francia e Gran Bretagna

non riuscirono a reagire, in particolare la Francia vacillò, per la decisione belga di

tornare alla neutralità e per il crescente orientamento dei paesi della Piccola Intesa a

trovare un modus vivendi con la Germania. Inoltre c’era stato un avvicinamento di

fascismo e nazismo dopo i richiami per la questione d’Etiopia all’Italia  asse

Roma-Berlino. tale coalizione ideologica si allargò con il patto anticomintern,

mirato alla lotta al comunismo internazionale, stretto fra Germania e Giappone  asse

Berlino-Roma-Tokyo.

Pesava intanto l’assenza degli Stati Uniti. Solo all’inizio del 1938 doveva manifestarsi

una lenta correzione di rotta da parte dell’Amministrazione Roosevelt, con la

presentazione di alcune leggi per il riarmo navale ed aereo. Preoccupava soprattutto in

nuovo slancio espansivo del Giappone in Estremo Oriente, con l’apertura nel 1937 di

una vera e propria guerra di conquista non dichiarata della Cina.

Guerra civile spagnola, 1936  prova simbolica di ciò che avverrà dopo con la

Seconda Guerra Mondiale. Scontro mondiale fra fascismo e antifascismi. Scatenata dal

generale Francisco Franco, che insorse contro il Fronte popolare che vinse le elezioni

del febbraio 1936, si definì come uno scontro tra i paladini nazionalisti della Spagna

cattolica e tradizionale e un governo che proclamava l’anticlericalismo separatista.

• Con Franco si allearono la Germania, che mandò soprattutto una forza area per

testarne tecniche e armamenti; l’Italia con un corpo di spedizione militare;

• Con il Fronte popolare si schierarono l’Urss con qualche sostegno e moltissimi

volontari provenienti da tutta Europa.

Il governo inglese impose una linea di non intervento, cui formalmente si adeguò

anche il governo del fronte popolare francese guidato da Léon Blum. Da queste

decisioni Stalin aumentò il suo livello di diffidenza nei confronti di Francia e Gran

Bretagna. Il conflitto si concluse nel 1939 con la vittoria di Franco.

Nel frattempo, in tutta Europa si definivano altri regimi di destra radicale:

Austro-fascismo di Schuschnigg;

→ Dittatura corporativa dell’Estado Novo di Salazar in Portogallo;

→ Governo delle Croci frecciate di Szalasi in Ungheria;

→ Dittatura monarchica di Carol II in Romania;

→ Gli ustascia fasticizzanti in Jugoslavia;

→ Collaborazionismo con la Germania della Polonia.

7. La discesa verso la guerra nell’Europa degli anni ‘30

Colpi di mano per annettere tutte le popolazioni tedesche.

Marzo 1938: Anschluss con L’Austria.

 Settembre 1938: annessione Cecoslovacchia. Fu sottoposta a crescenti

 pressioni per cedere la regione dei Sudeti. La Francia aveva un’alleanza con la

Cecoslovacchia ed era pronta a muovere guerra, ma la paura per una guerra

tedesca da non poter vincere bloccò sia il governo conservatore francese di

Daladier, sia il premier inglese Neville Chamberlain  conferenza di Monaco,

convocata da Mussolini, che si fece garante della pace internazionale, in cui

tutti accettarono le pretese di Hitler, ma non fu convocato il governo di Praga.

Hitler andò oltre, manifestando ora una libera politica espansionistica. Nella primavera

del 1939 egli impose lo smembramento della Cecoslovacchia, con l’occupazione

militare tedesca di Praga. Alcuni piccoli nazionalismi tentarono di prendersi qualche

regione.

Intanto l’Italia fascista annetteva l’Albania.

Questi nuovi sviluppi modificarono lentamente l’incerto atteggiamento britannico.

Nuove garanzie furono offerte nell’aprile 1939 all’indipendenza polacca e di altri paesi

est-europei mentre si rafforzavano le iniziative di riarmo e venivano avanti timidi

negoziati con l’Urss.

Hitler, che aveva in mente una guerra a occidente nel giro di quattro-cinque anni,

prese a cuore la questione del corridoio di Danzica che la Polonia non voleva cedere.

Hitler decise quindi di sbrigare militarmente la questione e invase la Polonia a fine

agosto 1939. L’ 1 settembre 1939 Francia e Gran Bretagna dichiararono

guerra alla Germania.

Intento nell’agosto 1939 Urss e Germania firmarono il Patto Ribbentrop- Molotov

 patto di non aggressione tedesco-sovietico unito ad una serie di trattati segreti che

definivano le rispettive zone d’influenza est-europee, con la spartizione della Polonia

ed altri vantaggi territoriale per l’Urss: annessione della Bassarabia romena, riduzione

a satelliti degli Stati baltici, inglobamento della Finlandia, che riuscì solo parzialmente,

perché si tratto per una precaria indipendenza.

Allo scoppio della guerra, Mussolini riuscì a convincere Hitler dell’opportunità di

dilazionare l’intervento italiano proclamando la non belligeranza.

Dopo un periodo di stallo nell’inverno 1939-40, la guerra entrò nella fase calda

nell’aprile 1940, con la conquista tedesca di Danimarca e Norvegia, e dei patti

economici con la neutrale Svezia.

Nel maggio-giugno 1940 i tedeschi riuscirono a superare la linea Maginot cogliendo

di sorpresa l’esercito francese ed occupando Parigi. La Francia si spezzò in due, una

parte sotto il diretto controllo tedesco, l’altra sotto il governo fantoccio tradizionalista,

autoritario e antisemita del maresciallo Pétain, che istituì la Repubblica di Vichy, che

sostanzialmente collaborava con il Reich, fino all’estensione dell’occupazione tedesca

nel 1942.

La Gran Bretagna si trovò in grave difficoltà, rimanendo isolata e costantemente

bombardata dai tedeschi che cercavano di trattare una pace di compromesso. Ma la

situazione disperata provocò l’andata al governo di Winston Churchill, che mostrò una

determinata intenzione a resistere con tutte le forze dell’Impero.

Intanto la prospettiva di una conclusione rapida convinse l’Italia a entrare in guerra.

Nel 1940 l’Italia attaccò la Grecia, ma fu necessario l’intervento tedesco che annetté la

Jugoslavia e la Grecia stessa nella primavera del 1941.

Intanto il Giappone occupo l’Indocina francese nel luglio 1941, e ciò gli costò lo

stringere un patto di reciproca neutralità con l’Urss per non avere problemi futuri.

8. Trasformazione ideologica e mondializzazione della guerra nel 1941

Gli Stati Uniti iniziarono a uscire dal loro isolazionismo più marcatamente a partire dal

1941, allentando la presa sull’embargo per il trasporto di armi, scambiando vecchi

cacciatorpediniere con alcune basi strategiche inglesi sull’Atlantico, ma soprattutto

con la legge Lend-Lease (affitti e prestiti) con cui il presidente era autorizzato ad

affittare o a prestare equipaggiamenti militari a tutti quei paesi in guerra la cui

sopravvivenza fosse ritenuta fondamentale per gli Stati Uniti stessi.

Nell’agosto 1941 Churchill e Roosevelt firmarono la Carta Atlantica, che designava

una cooperazione dei due paesi nel dopoguerra, seguendo più o meno i principi

wilsoniani di autodeterminazione dei popoli, libertà di commercio, pace e

collaborazione fra stati, rifiuto di ingrandimenti territoriali, libertà dei mari. Vi si

leggeva già l’intenzione di egemonia mondiale degli Stati Uniti.

L’Urss intanto veniva coinvolta nella guerra, con un inaspettato attacco tedesco 

operazione Barbarossa, 22 giugno 1941: azione che venne più volte considerata

suicida. Si basava su una fiducia nella propria superiorità militare, quantitativamente e

qualitativamente, già sperimentata in Francia, e soprattutto sul timore che i rapporti di

forza potessero peggiorare col tempo.

I primi mesi di offensiva portarono i tedeschi fino a Mosca.

Intanto peggioravano i rapporto nippo-americani, dopo l’invasione giapponese

dell’Indocina, con la guerra economica statunitense che bloccò i rifornimenti petroliferi

essenziali verso il Giappone. La risposta fu l’attacco di Pearl Harbor nel Pacifico, nel

dicembre 1941, che convinse gli Stati Uniti ad entrare in guerra a fianco della

Gran Bretagna. Germania e Italia dichiararono subito guerra agli Stati Uniti.

I fallimenti sul fronte russo, furono i primi segnali che il piano di Hitler non era così

infallibile. Stalin, nonostante le ingenti difficoltà, riuscì ad assestare il suo esercito su

una linea di resistenza nel dicembre 1941.fece ampiamente appello al nazionalismo

russo per far forza al suo popolo.

Gli angloamericani, che nutrivano poche speranze ormai nell’Urss, cambiarono

prospettiva e avviarono alcuni passi verso la cooperazione. Stalin si affrettò a firmare

la Carta Atlantica per dare segnali di buona volontà. Il 1 gennaio 1942 la

Dichiarazione delle Nazioni Unite formalizzava il fronte politico e militare

antifascista, impegnandosi a rifiutare ogni pace separata.

Intanto il Giappone confermava il patto di non aggressione con l’Urss, permettendo a

Stalin di concentrare le sue forze nel fronte occidentale.

Dopo un’ulteriore offensiva tedesca nella primavera-estate 1942, la sanguinosa

battaglia di Stalingrado di inizio 1943 segnò il punto di svolta e l’avvio della

controffensiva sovietica.

Il secondo fronte, chiesto da Stalin, arrivò dopo lo sbarco in Normandia degli Alleati

americani nel giugno 1944.

Intanto dalla fine del 1941, Hitler aveva dato avvio alla “soluzione finale”:

l’antisemitismo nazista si precisò come politica di sterminio pianificato degli ebrei. Si

arrivò a concepire la distruzione di massa dell’intera comunità europea ebrea, con

deportazioni di circa sei milioni di ebrei nei campi di sterminio.

Intanto il Giappone cercava di legittimare il suo espansionismo nel sud-est asiatico

come un’alleanza di popoli asiatici oppressi, in modo anticoloniale. La caduta dei

capisaldi occidentali in oriente fu rapida. La marina statunitense riuscì però a salvare il

grosso delle sue forze e a riorganizzarsi, ottenendo l’arresto dell’avanzata giapponese

con la battaglia di Midway nel giugno 1942.

Un altro motivo di debolezza dell’Asse era dovuto all’Italia e alla fine della guerra

parallela. Dopo la cacciata delle truppe italo-tedesche dall’Africa settentrionale e lo

sbarco anglo-americano in Sicilia il regime fascista entrò nella sua crisi finale, il 25

luglio 1943, e l’Italia chiese l’armistizio l’8 settembre 1943.

I tedeschi occuparono l’Italia, liberando Mussolini dalla sua prigionia e costringendolo a

creare uno stato fascista fantoccio nel nord Italia con il nome di Repubblica di Salò. Ne

nacque una guerra civile con la Resistenza che contrastava fortemente il potere

nazista e gli alleati che salivano la penisola.

Il 18 giugno 1940 il generale De Gaulle lanciò per radio un appello contro la

cooperazione con la Germania e per l’avvio del movimento della France Libre. Tale

impegnò si incontrò con i gruppi armati di resistenza partigiana interni al paese, fino

alla creazione di un Conseil National de la Résistance all’inizio del 1943.

Rimasero molte contrapposizioni all’interno degli stessi gruppi di resistenza

soprattutto tra comunisti e nazionalisti. Anche in Italia, il nascenti Comitati di

Liberazione Nazionale detti Cln ebbero difficoltà a collaborare fra loro, con la

monarchia e col governo Badoglio. Nella primavera 1944 però un’intesa tattica poneva

la priorità nella cacciata dell’invasore tedesco e nella liberazione nazionale.

9. I progetti del dopoguerra

La Dichiarazione delle Nazioni Unite del gennaio 1942 doveva restare il punto di

riferimento generale della guerra antinazista.

Dall’inizio del 1943, quando le sorti della guerra iniziarono a delinearsi, le tre grandi

potenze alleate manifestarono l’intenzione di definire in anticipo l’orizzonte futuro

della pace. Furono tenute alcune conferenze, come quella di Teheran nel dicembre

1943 e quella di Jalta nel febbraio 1945 che delinearono una sorta di direttorio dei

vincitori.

Stalin chiedeva una sistemazione delle frontiere, una sorta di cordone sanitario che

stavolta era pensato per le esigenze sovietiche. Inoltre voleva ampliare la sua sfera di

influenza nell’Europa orientale e non voleva cedere territori annessi nel 1939.

Churchill era preoccupato dell’espansione del comunismo in Europa. Per questo tentò

di rilanciare l’idea nel 1943 di costituire un secondo fronte europeo nei Balcani,

partendo dal previsto sbarco in Italia, per poi proseguire verso Vienna e Praga. L’idea

fu bocciata da Roosevelt ma poi come sappiamo si avverò ugualmente. Dopo la

definitiva inversione della condizione dell’est, Churchill cambiò tattica cercando di

negoziare con Stalin l’estensione delle sfera sovietica in Europa orientale (Conferenza

di Mosca, ottobre 1944).

Roosevelt e i suoi consiglieri elaborarono un originale grande disegno, secondo cui gli

Stati Uniti dovevano assumersi la responsabilità di guida mondiale per far fronte della

crisi, considerata irreversibile, del sistema europeo consegnato dalla tradizione.

La prima preoccupazione dei pianificatori americani fu quella di costituire nuovi

specifici organismi che avrebbero dovuto garantire la cooperazione economica

internazionale. La promessa implicita era che la potenza finanziaria più solida doveva

garantire il proprio contributo alla crescita e alla stabilità economica internazionale.

Conferenza monetaria e finanziaria di Bretton Woods, luglio 1944  nascita di

due organismi:

La Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo;

→ Il Fondo monetario internazionale, che doveva sorvegliare i movimenti finanziari

→ a breve termine e i rapporti fra le monete.

Il loro intreccio avrebbe dovuto strutturare un sistema finanziario internazionale aperto

ma governato e quindi stabile.

Sarebbe stata necessaria anche una struttura istituzionale politica. In primo luogo, gli

Stati Uniti si sarebbero dovuti impegnare in prima persona a mantenere la pace,

essendo lo stato con la potenza militare più preponderante. Fu riproposta l’ipotesi di

una nuova organizzazione internazionale che riunisse tutti i paesi del mondo  la

nuova Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) cominciò a prendere piede e

venne istituzionalizzata nell’apposita conferenza di Washington del 1944.

La struttura prevista ricalcava quella della Società delle Nazioni, con un’assemblea

generale degli Stati membri e un Consiglio di sicurezza di 15 membri. Cinque membri

erano permanenti: Gran Bretagna, Stati Uniti, Urss, Cina e Francia, e avevano il diritto

di veto, che rendeva tutta l’organizzazione un po’ dittatoriale.

Tale impalcatura fu approvata alla conferenza di San Francisco nell’aprile –

giugno 1945. Firmarono lo statuto, il 26 giugno 1945,50 paesi.

Le decisioni sul futuro della Germania erano le più pressanti. Si parlo di uno

smembramento del paese e ci si accordò per un periodo di occupazione militare

provvisoria da parte die vincitori, che si divisero le zone d’occupazione. Molto

controversa fu anche la questione polacca, discussa a Jalta.

La fine della guerra portò alla resa incondizionata e alla distruzione totale

dell’avversario: gli alleati entravano a Berlino, mentre l’Armata Rossa stava già

accerchiando il potere nazista. Hitler si suicidò con altri gerarchi nazisti in un bunker.

Le due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, il 6 e 8 agosto 1945, fecero

ragionare il Giappone per una resa totale e senza condizioni. Fu una mossa strategica

per fermare la guerra a oltranza nipponica.

Capitolo quarto – Due imperi mondiali? Il sistema bipolare della guerra

fredda (1945-1968)

1. Le superpotenze e la crisi della grande alleanza

L’idea che si delineava alla fine della guerra era quella di un nuovo potenziale

universalismo. Simbolo di tale nuovo clima fu la punizione dei crimini di guerra dei

gerarchi nazisti, al processo di Norimberga tra il 1945-46, in parallelo a quello ai

gerarchi giapponesi  si intendeva fissare il principio per cui esistevano dei diritti

internazionali che non potevano essere calpestati dalla sovranità degli stati né dagli

ordini ricevuti.

Un altro momento importante fu l’approvazione della Dichiarazione universale dei

diritti dell’uomo nel 1948.

Lo sviluppo politico di questa cooperazione tra i vincitori era però sempre stato

problematico e dopo la fine della guerra doveva irreversibilmente consumarsi. Lo

stesso antifascismo si sfaldò quando il nemico fu cancellato, a testimonianza che era

nato solo per reazione.

Si delineò il concetto di superpotenza, che era diverso da grande potenza  stati di

dimensioni e potenzialità demografiche ed economiche semi-continentali, con un

raggio d’azione globale e disegni politico-ideologici di portata complessiva, capaci di

gerarchizzare gli stati attorno alle proprie mete.

La prima vera superpotenza erano gli Stati Uniti: situazione economica in continua

ascesa, slancio demografico, nuova ondata di innovazione tecnologica, forte aumento

della produttività, redistribuzione dei redditi, prospettiva diffusa al consumismo di

massa.

Gli effetti in politica internazionale di questo assoluto primato erano evidenti.

In Estremo Oriente avevano il primato con l’occupazione militare del Giappone e lo

smantellamento delle sue posizioni imperiali.

In Europa gli Stati Uniti dovevano fare i conti con le richieste degli alleati. Soprattutto

spiccavano problemi con l’Urss.

L’Urss è da considerare l’altra superpotenza del periodo. Il paese era in condizioni

pietose, per le immense perdite, la produzione dimezzata rispetto al 1939, la

situazione della popolazione vessata dalla guerra e dall’occupazione nazista. Stalin

riprese la concentrazione assoluta sull’industria pesante e sulle infrastrutture di tipo

strategico.

D’altra parte il ruolo strategico internazionale dell’Urss non era da sottovalutare. Ma

Stalin si concentrò sul suo paese, a costo di limitare la rivoluzione ideologica esterna ai

suoi confini. Assoluta centralità continuò ad avere la sicurezza militare del paese.

Scelse anche l’isolamento economico rispetto al resto del mondo.

In termini territoriali le sue conquiste furono estese con l’inglobamento di nuovi

territori. La creazione di una sfera d’influenza nell’Europa orientale era un secondo

punto importante per Stalin. Inizialmente cercò di realizzare questo obiettivo cercando

di non imporre il proprio modello, parlando di democrazie popolari. Ma per le ingenti

difficoltà passo alle maniere forti, con azioni militari che aiutavano le minoranze

comuniste ad avere la meglio nei propri paesi: colpo di mano in Bulgaria nel 1944;

imposizione di un governo comunista in Romania nel febbraio 1945; elezioni

manipolate in Polonia e Ungheria nel 1947.

Questa politica generò negli stati occidentali molta apprensione per la paura di

espansione sovietica, anche perché i partiti comunisti erano in forte crescita un po’

ovunque.

Le potenze europee vincitrici intanto cercarono di perseguire autonomi disegni politici,

anche se non avevano la forza di costruire una reale autonomia rispetto al great

design americano.

Gran Bretagna: braccio di ferro con USA per difendere la particolarità del proprio

sistema imperiale nonostante non ce la facesse. Nell’estate 1945 l’ascesa del nuovo

governo laburista di Attlee portò ad un ampio e dispendioso progetto di

nazionalizzazioni e di realizzazione di un sistema Welfare State.

L’economia faticava a ripartire e non c’erano finanziamenti. Ne venne chiesto uno

maxi agli USA che lo diedero a patto che si potesse riconvertire la sterlina: nel giro di

poche settimane il prestito era stato consumato e la sterlina era di nuovo

inconvertibile. Gli Stati Uniti capirono che ormai la Gran Bretagna non poteva essere

altro che un piccolo partner del suo dominio.

In questo clima complesso, il governo Attlee perseguì un elaborato tentativo di

ridimensionamento del sistema imperiale senza perdere un ruolo di grande potenza:

Indipendenza dell’India 1947.

 Situazione complessa nel Mediterraneo dove voleva mantenere gli interessi

 petroliferi e le vie di comunicazione marittime da penetrazioni sovietiche, ma

dovette rendersi conto di non riuscire a controllare i punti di crisi crescenti.

Problemi con la neocostituita Lega degli Stati arabi: non volevano più essere

 sotto il controllo occidentale.

Abbandono del mandato in Palestina: formazioni paramilitari di immigrati ebrei

 che agivano contro gli inglesi e contro gli arabi.

La rivendicazione sionista di uno stato ebraico fu sottomessa all’Onu, dove un

comitato speciale e l’assemblea del novembre 1947 proposero una spartizione

dell’ex mandato britannico tra israeliani e palestinesi. Ma i palestinesi né la Lega

Araba accettarono questa soluzione e scoppiò una guerra civile tutt’oggi aperta. Gli

arabi erano molto frammentati rispetto alla potenza ebraica che avanzò oltre i confini

dettati dall’Onu.

Francia: molto in difficoltà. Intesa fra De Gaulle e partiti della resistenza durò poco.

Parigi acquisì, grazie agli inglesi, una serie di indicazioni di status di potenza. I governi

mirarono a ripristinare il controllo coloniale ma con aperte crisi: guerriglia in Indocina

nel 1946; rivolta in Madagascar nel 1947; tensioni in Africa, la Francia dovette

abbandonare il Libano e la Siria.

Gli ultimi atti condivisi dalle potenze furono i trattati di pace con gli alleati minori

dell’Asse nel 1947. Gli stati nazionali minori o intermedi furono tutti ricostruiti e non

cambiarono l’assetto europeo rispetto al pre guerra. La questione tedesca rimase

aperta e lasciata là, nonostante fosse militarmente occupata e vi si volesse agire

anche economicamente.

La guerra fredda prese quindi avviò dalla situazione in cui vessava l’Europa, dal

clima di sconfitta e preoccupazione. Già nel marzo del 1946, l’ex premier britannico

Churchill disse che era scesa una cortina di ferro da Stettino a Trieste.

Dopo qualche incertezza, gli USA adottarono rapidamente il loro progetto complessivo:

oltre a una supervisione economica ne era necessaria una politica, in risposta

all’azione dell’Urss che veniva considerata nettamente aggressiva. La preoccupazione

era più per l’influenza che poteva avere l’Urss in Europa che per una vera e propria

guerra. Venne adottata una nuova strategia prudente ma inflessibile nei punti di crisi

che via via si delinearono.

2. La guerra fredda: blocchi rivali in Europa e divisione della Germania

Il vero punto di non ritorno nel peggioramento rapido dei rapporti fra le due

superpotenze fu la crisi del 1947  contrapposizione non più solo politico-ideologica

ma corposamente istituzionale dei due mondi.

Venne popolarizzata per questa condizione l’espressione guerra fredda dal

giornalista americano Walter Lippmann: il concetto indicava uno stato di alta tensione

internazionale, con uno scontro globale ai limiti della guerra fra le due superpotenze e

i due blocchi contrapposti. Da qui il carattere quasi religioso del conflitto,

l’impossibilità di una mediazione, la convinzione che solo la distruzione, politica o

fisica, dell’avversario avrebbe potuto porre fine allo scontro.

Un passo cruciale fu fatto con la “dottrina Truman” nel marzo 1947, un primo

manifesto ideologico della contrapposizione globale: gli Stati Uniti promettevano di

aiutare tutti i popoli liberi che intendessero opporsi ai tentativi di asservimento

compiuti da minoranze armate o da pressioni che provenissero dall’esterno.

5 giugno 1947, proposta del segretario di Stato americano, il generale George

Marshall per lo stanziamento di fondi americani per i paesi che fossero disposti a

cooperare tra loro per la ricostruzione integrata d’Europa  piano Marshall.

La Russia disse che avrebbe accettato gli aiuto, ma rifiutando interferenze nella loro

utilizzazione, alla risposta negativa americana, il piano fu rifiutato da Mosca e a

malincuore dai suoi satelliti. La risposta sovietica alzò ulteriormente il livello di

contrapposizione ideologica con la fondazione, nel settembre 1947, in Polonia, di un

nuovo Ufficio di informazione dei partiti comunisti europei, da parte dei paesi non

gravitanti intorno all’Urss  Cominform.

L’altro scopo del piano Marshall, oltre a mantenere la sicurezza europea contro il

comunismo, era di continuare a perseguire il disegno americano di rimodellare il

Vecchio Mondo a immagine del Nuovo. Gli Stati Uniti avevano trovato la chiave per

offrire al mondo stabilità e pace, ma ciò per funzionare doveva essere esteso anche ai

paesi sconfitti. Il piano aveva anche lo scopo di riconvertire l’economia americana:

tutti traevano vantaggi. Nacque anche un organismo occidentale per la gestione degli

aiuti Marshall nel luglio 1947.

Nelle società europee avvenne l’estromissione dei partiti comunisti dal governo di

Francia, Belgio e Italia nel corso della primavera-estate 1947.

Il fallimento della conferenza interalleata di Londra sulla Germania del novembre

1947 segnò la chiusura del dialogo diplomatico ufficiale tra Est e Ovest che non si

riaprirà fino al 1955.

La Germania fu divisa a metà: vi fu la fusione delle aree di influenza occidentale e

un’omologazione dell’area sovietica, con un unico partito dominante. La questione di

Berlino era spinosa: essa si trovava nella zona di influenza sovietica, ma era divisa.

I sovietici tentarono nel giugno 1948 di costringere gli antagonisti ad abbandonare le

posizioni tramite un blocco stradale e ferroviario, aggirato dagli americani con un

complesso ponte aereo durato un anno. La tensione crebbe angosciosamente, fino a

prospettive vicine allo scoppio di una nuova guerra mondiale, ma da entrambe le parti

vi era la volontà di contenere la crisi.

 la fine del blocco sancì la nascita di due nuovi stati nel corso del 1949: la

Repubblica federale tedesca (Brd) all’ovest e la Repubblica democratica

tedesca (Ddr) all’est.

Nacque un alleanza politico-militare difensiva tra paesi europei, voluta essenzialmente

da inglesi e francesi. Gli USA fecero capire di voler intervenire solo in presenza di una

volontà di integrazione e superamento dei nazionalismi internazionali. L’alleanza

franco-inglese rinnovata a Dunkerque nel 1947, fu allargata nel marzo 1948 in un

patto di Bruxelles, che univa i due paesi a Belgio, Olanda e Lussemburgo.

Intanto, la red scare stava invadendo l’America, convincendo Truman ad una nuova

politica di contenimento, prevedendo anche la presenza di soldati americani in Europa

e nelle zone strategiche del pianeta. Fu proposto un patto di sicurezza collettivo,

un’alleanza difensiva contro il nemico pericoloso: il patto atlantico che fu firmato nel

1949.

L’Italia era un paese delicato su cui Washington posò attentamente gli occhi,

soprattutto durante le elezioni del 18 aprile 1948 che videro la vittoria della Dc

guidata da Alcide De Gasperi, che aveva già preso le redini del paese dopo la rottura

dell’alleanza antifascista, e lo aveva orientato nell’orizzonte dell’impero americano,

con apertura internazionale dell’economia e adesione al piano Marshall.

Iniziò un processo di radicalizzazione progressiva del livello di scontro. Gli armamenti

tornarono a crescere, ma non si pensava a uno scontro aperto, anche per il peso della

memoria recente della seconda guerra mondiale. Lo scontro si spostava sul nuovo

terreno della guerra non combattuta, dello scontro sociale ed economico.

Chiesa cattolica: durante la guerra, Papa Pio XII, si era districato con prudenza, ma

affrontò il dopoguerra con la volontà di riaffermare la centralità della Chiesa educatrice

di uomini e di popoli, al di sopra degli schieramenti politici. Vide però con

preoccupazione l’avanzata sovietica e sostenne la politica americana di maggior

fermezza. Dal 1948 la Chiesa oscillerà quindi tra una polemica anticomunista e

antisovietica e l’intenzione di ergersi al di là del blocco occidentale. Il papato ottenne

una visibilità di primissimo piano.

3. La guerra di Corea, il nuovo europeismo e l’avvio della grande crescita economica

La guerra fredda si allargò pesto al di fuori dell’Europa.

La vittoria nel 1949 della rivoluzione comunista di Mao Zedong in Cina chiuse la

lunghissima guerra civile avviata fin dal 1927. Il regime di Chiang si ritirò nell’isola di

Taiwan salvando un embrione del governo cinese nazionale sotto la protezione della

flotta americana. La sfera comunista mondiale si allargava, anche se rispetto al

comunismo sovietico c’erano notevoli differenze.

La notizia che la bomba atomica sovietica era stata sperimentata con successo,

preoccupò ulteriormente gli Usa e fece venire dei ripensamenti all’amministrazione

Truman. La direttiva strategica Nsc-68 dell’aprile 1950 descriveva un quadro più

fosco ed enfatico della prossima minaccia espansionistica, prevedeva una strategia

difensiva, un ampio programma di riarmo e la stretta dei vincoli delle alleanze.

In Europa si iniziò a concepire una nuova idea per gestire questi delicatissimi problemi

internazionali: l’integrazione politica tra i diversi Stati europei  il piano presentato dal

ministro degli Esteri francese Schuman, il 9 maggio 1950, prevedeva di permettere

alla nuova Repubblica federale tedesca di riprendere la produzione di carbone e

acciaio vincolandola però ad un quadro europeo. Da ciò nacque nel 1951 la Comunità

europea del carbone e dell’acciaio, la Ceca. Vi aderirono Francia, Germania

federale, i paesi del Benelux e l’Italia. La Gran Bretagna invece no, per il

Commonwealth e per il suo credere ancora rilevante la propria industria carbonifera e

siderurgica.

Guerra di Corea, giugno 1950: dopo la colonizzazione giapponese pluridecennale, il

paese nel 1945 era stato occupato nel nord dalle truppe sovietiche e a sud da un

esercito americano, divisi dal 38° parallelo. Nel corso del 1948 nacquero due

repubbliche con regimi politici contrapposti.

Nel 1950 il governo comunista nordcoreano di Kim Il Sung lanciò un’offensiva militare

a sud, che nel quadro della guerra fredda assunse un significato più che locale. Gli USA

chiamarono in causa l’Onu, la Corea del Nord fu considerata paese aggressore,

vennero inviate truppe americane e di altri paesi a difendere la Corea del Sud.

La quasi totale occupazione delle Corea del Nord di quasi tutta la penisola fu seguita

da un’offensiva americana che fece intervenire la Cina. La guerra mondiale sembrava

dietro l’angolo.

I russi si comportarono con prudenza, mentre il generale americano Douglas

MacArthur fu destituito per la sua incauta proposta di estendere massicciamente

l’attacco alla Cina.

Una volta ripristinata la situazione al 38° parallelo si firmò un armistizio.

Da questa guerra derivò la decisione americana di permettere l’indipendenza e la

militarizzazione del Giappone, sanciti dal trattato di San Francisco del settembre

1951. Emerse anche l’idea di un nuovo sistema di alleanze per il contenimento della

massa eurasiatica sovietica.

Un altro elemento introdotto dalla guerra di Corea fu l’esigenza del riarmo dei paesi

occidentali, compresa la stessa Germania federale. Nel piano del patto atlantico fu

costituita un’organizzazione militare integrata, la North Atlantic Treaty Organization, la

Nato. Nel 1952 fu firmato il trattato che costituiva una Comunità europea di difesa

(Ced): ogni paese avrebbe fornito un contingente militare, comandato da stati

maggiori integrati. Tale progetto fallì per il voto contrario dell’Assemblea francese.

Nel 1955 avvenne l’inserimento della Repubblica federale tedesca nell’alleanza

atlantica.

Nel 1952 gli occidentali respinsero sdegnosamente l’ultimo e tardivo tentativo

sovietico di avanzare il progetto di una possibile riunificazione tedesca, condizionata

però dalla neutralità futura dell’unità Germania. Il cancelliere tedesco-federale

Adenauer lanciò quindi la dottrina Hallstein, annunciando che avrebbe rifiutato le

relazioni diplomatiche con gli stati che riconoscessero la Ddr.

Aveva comunque ormai preso piede l’idea di uno spazio economico europeo comune.

Nel periodo 1948-50 prese avvio una forte fase di boom economico, grazie

all’incremento costante della produttività del lavoro, favorito da costi stabili e

relativamente bassi del denaro e delle risorse energetiche. Si instaurò una sorta di

compromesso fra Keynes e Smith  un liberismo limitato e controllato.

Vennero progressivamente ridotte le tariffe doganali e altri limiti del commercio; si

impose il nuovo sistema monetario internazionale, con base non più l’oro ma il dollaro.

4. La stabilità bipolare e le evoluzioni interne ai due blocchi: il 1956

La prima metà degli anni ’50 fu caratterizzata dalla second red scare, con forti

preoccupazioni americane del contagio rosso, sia in patria che nei paesi europei

(Joseph McCarthy).

Nel 1952 arrivò al potere il candidato repubblicano eroe della seconda guerra

mondiale Dwight Eisenhower, che con il suo segretario di Stato, John Foster Dulles,

lanciò una direttiva anticomunista che andava oltre la politica di contenimento, con

l’obiettivo di far arretrare il blocco comunista dalle posizioni raggiunte.

Nei primi anni ’50 Francia e Gran Bretagna cercarono di comportarsi ancora come

grandi potenze, ma i problemi che avevano erano molti:

Francia: guerra indocinese sfiancante – insurrezione in Algeria.

 Gran Bretagna: rivoluzione egiziana che portò al potere militari repubblicani e

 nazionalisti, problemi inglesi al canale di Suez. Iran, governo di Mossadegh

nazionalizzò nel 1951 la potente Anglo-Iranian Oil Company.

La posizione degli USA di fronte a questi fatti fu inizialmente prudente ma poi iniziò a

identificare tali movimenti come pulsioni antioccidentali. Nel 1953 la Cia appoggiò

sotterraneamente un colpo di stato dello Shah in Iran, contro il legittimo governo di

Mossadegh.

La questione per Suez fu più spinosa. La decisione del governo egiziano di Nasser di

nazionalizzare la Compagnia del canale, nel 1955, nacque come ritorsione al rifiuto

americano di stanziare un finanziamento che era già stato stanziato per la costruzione

della diga di Assuan sul Nilo. Fu letta dagli inglesi però come una dichiarazione di

contrasto aperto. Intanto in Francia si considerava Nasser il massimo sostenitore

segreto della guerriglia algerina. Si concordò un intervento dell’esercito israeliano nel

Sinai, a cui avrebbe fatto seguito l’invio di truppe anglo-francesi che avrebbero cercato

di detronizzare Nasser.

Ma il disinteresse sovietico e americano portò al fallimento anglo-francese. Alla fine

l’intervento dell’Onu, che forzò per la pace, contenne la crisi.

Anche da parte sovietica i rivolgimenti non mancavano: dopo una prima

sovietizzazione, in diversi paesi si svilupparono una serie di specifiche varianti statuali

nazional-comuniste, che però non si potevano manifestare apertamente dal punto di

vista politico. La Jugoslavia arrivò allo scontro con Mosca, per aver cercato il proprio

dinamismo internazionale nell’area balcanica.

Mosca impose inizialmente ai partiti fratelli le soluzioni politiche e le dirigenze più

gradite, estendendo anche i metodi delle purghe e dei processi-farsa.

La morte di Stalin, avvenuta nel 1953, mutò solo lentamente la situazione. In

Germania orientale una rivolta venne stroncata nel sangue.

Lentamente la potenza russa di orientò implicitamente a una tolleranza di alcuni

margini di variabilità nella sua sfera di influenza. Il punto di solida convergenza doveva

però essere duplice: economico e strategico  nacque nel 1949 fra gli otto paesi del

blocco sovietico un Consiglio di mutua assistenza economica (Comecon) e con il

patto di Varsavia del 1955 fu sancito un accordo difensivo ventennale che

permetteva ai russi di mantenere permanentemente le proprie truppe nei paesi

satelliti. La smilitarizzazione dell’Austria rappresentò invece l’intenzione di

arroccamento nella propria area di influenza.

Le vicende del 1956 furono molto importanti.

Il segretario del Pcus, Nikita Chruscev, che stava emergendo nel panorama politico

post-staliniano, aveva intenzione di prendere le distanze dall’irrigidimento

dell’immediato dopoguerra. Proponendosi di modernizzare il modello sovietico, egli

intendeva ridurre il peso e il costo dell’apparato militare convenzionale. Nel discorso

del XX congresso del partito, nel febbraio 1956, parlò per la prima volta di

coesistenza pacifica con il mondo occidentale. Allo stesso congresso denunciò i

crimini di guerra di Stalin e le deviazioni del culto della personalità contrapponendovi

la legalità socialista.

Ovviamente ciò ebbe delle conseguenze sui paesi satelliti con varie rivolte. L’Ungheria

andò oltre manifestando la decisione di aprirsi a elementi non comunisti, di ammettere

il pluralismo politico e di uscire dal patto di Varsavia. Ciò non poteva essere tollerato

da Mosca tanto che la rivolta fu stroncata nel sangue. Questa brutale reazione

sconvolse l’opinione pubblica, ma Chruscev era sicuro della fermezza degli stati

occidentali, che non avrebbero reagito.

Iniziò un periodo di stabilità. Gli accordi e le relazioni continuarono ad articolarsi. I

trattati di Roma del 1957 svilupparono ulteriormente il modello comunitario,

avviando una Comunità economica europea occidentale, che si dava l’obiettivo di una

progressiva unificazione doganale e la nascita di un vero mercato comune.

Intanto la leadership di Chruscev nell’Urss si rafforzò e l’economia crebbe ottenendo

cospicui successi in alcuni settori. I nazionalcomunismi orientali si assestarono senza

scosse.

L’Onu stesso conobbe un assestamento: l’organizzazione si allargò e si consolidò

istituzionalmente.

Alla metà degli anni ’50 si completò il processo di adesione dei paesi sconfitti: nel

1955 entrarono Italia e diversi ex satelliti dell’Asse compresi nel blocco sovietico.

5. La decolonizzazione nel quadro bipolare

Il dominio coloniale europeo su gran parte die continenti africano e asiatico conobbe la

sua crisi generalizzata nel corso del primo ventennio postbellico.

Dal punto di vista occidentale il problema era quello di inserire anche il mondo

extraeuropeo nel proprio sistema globale che si stava consolidando. Gli Stati Uniti

intendevano promuovere direttamente questa integrazione.

I francesi si attaccarono alla lotta al comunismo come motivazione della continuazione

di un controllo coloniale. In effetti in Asia orientale si erano consolidati delle

componenti comuniste. In Indocina, la sconfitta francese del 1954 vide al penetrazione

dell’influenza sovietica  alla conferenza di pace di Ginevra la Francia riconobbe

l’indipendenza del paese, che anche in questo caso fu precariamente diviso in due

regimi diversi, a nord e a sud del 17°parallelo.

Inizialmente l’America mantenne una certa elasticità di fronte alla formazione di questi

nuovi nazionalismi. Tale linea lasciò il posto dopo il 1950 a uno slittamento progressivo

verso la priorità di segno antirivoluzionario, con un coinvolgimento finanziario e

militare  ogni nazionalismo incominciò ad essere visto come l’anticamera di un

pericoloso neutralismo.

Washington oscillò tra l’appoggio a regimi anche autoritari purché garantissero

posizioni anticomuniste e un progresso irrigidimento nei confronti della nascita in

Centroamerica di regimi progressisti, potenzialmente interpretabili come pedine della

guerra fredda a livello globale.

A Bogotá nel 1948 fu costituita l’Organizzazione degli Stati Americani, l’Osa,

come giustificazione di un intervento collettivo per prevenire conquiste di potere da

parte di movimenti filocomunisti in qualsiasi zona delle Americhe. Furono tollerati

regimi nazionalisti o populisti come quello di Juan Domingo Peròn in Argentina, quello

di Getulio Vargas in Brasile e quello del Pri nel Messico postrivoluzionario. Il regime

guatemalteco del colonnello Jacobo Arbenz fu invece rovesciato da un golpe

esplicitamente voluto dagli USA, perché aveva avviato una riforma agraria radicale,

scontrandosi con le multinazionali americane.

Anche l’Urss imponeva la propria influenza ai nuovi stati in formazione: promesse di

aiuti tecnologici e militari, condanna al vecchio colonialismo. Qualche successo di ebbe

con l’India dopo il 1953, col Vietnam del Nord dal 1955, con il governo egiziano di

Nasser soprattutto dopo la rottura drammatica con l’occidente nel 1956 e con la Cuba

di Castro che avviò la rivoluzione nel 1959. L’influenza si allargò negli anni ’60 a

Sudan, Tanzania, Zambia, Uganda, Madagascar e Somalia.

Ma nessuna influenza strategica si risolvette in qualcosa di duraturo, soprattutto dal

punto di vista ideologico in quanto si svilupparono tentativi di adattare il marxismo alla

condizione dei paesi ex coloniali.

Ci furono anche gravi scacchi, come nei rapporti sovietici con la Cina, che giunsero ad

un’aperta rottura tra il 1959 e il 1963. La Cina non venne così sostenuta dall’Urss negli

scontri militari con India e Tibet nel 1959.

Alla fine degli anni ’50 si assistenza a una nuova sistemazione dell’assetto mondiale,

con nuovi paesi indipendenti che richiedevano il riconoscimento della loro sovranità e

avevano voce in capitolo. Alcuni essi volevano sottrarsi alle sfere di influenza per

cercare di costituire un nuovo punto di riferimento mondiale  la conferenza dei

popoli afroasiatici di Bandung, in Indonesia, del 1955 fu convocata da India,

Pakistan, Ceylon, Indonesia e Birmania alla base della dichiarazione di voler costruire

la pace mondiale rifiutando di aderire alla guerra fredda. L’iniziativa andava oltre una

dichiarazione di neutralità, ma delineava l’ambizione di una riforma culturale

complessiva delle relazioni internazionali.

La conferenza di Belgrado del 1961 vide una certa svolta alla linea di un

neutralismo attivo che intendeva influire sui due blocchi, lottare contro il colonialismo

e preservare la pace internazionale. Vi aderirono anche il comunismo autonomo di Tito

in Jugoslavia e l’Egitto di Nasser.

Con la conferenza di Algeri del 1973 si ci focalizzò sui problemi del sottosviluppo

economico.

Contemporaneamente nasceva il concetto di Terzo Mondo, coniato dall’economista

francese Alfred Sauvy, negli anni ’50, a indicare una realtà che intendeva per principio

sottrarsi al dilemma tra primo e secondo mondo puntando insieme ad emanciparsi

politicamente ed economicamente non solo dai vecchi sistemi coloniali ma anche

dall’influenza delle due superpotenze.

Alla riunione delle conferenza dell’Onu sui problemi del commercio e dello sviluppo del

1964, un gruppo di paesi di nuova indipendenza iniziarono a porre il problema di un

nuovo ordine economico mondiale, ma le loro richieste non trovarono né il favore

sovietico né quello americano.

I rapporti internazionali si moltiplicarono con la nascita di nuovi stati nazionali, così

come i livelli di operatività internazionale, così si delineò il problema della mancanza d

una lingua franca.

Anche l’Onu ebbe una lunga serie di nuove adesioni. Nel 1961 l’assemblea votò una

risoluzione che definiva per la prima volta il colonialismo contrario alla Carta dell’Onu.

Di riflesso venne anche condizionata l’attività del Consiglio e gli Stati Uniti iniziarono

con sempre maggior vigore ad usare il proprio diritto di veto contro le risoluzioni

approvate con maggioranze terzomondiste in assemblea.

Negli anni ’60 avvenne lo smantellamento rapido degli imperi coloniali africani. Il

processo fu avviato dal discredito francese e inglese dopo la questione di Suez e

preparato da episodi con l’indipendenza del Marocco e della Tunisia nel 1956 e del

Ghana nel 1957.

Il 1960 fu l’anno dell’Africa con 17 paesi che passarono all’indipendenza. Nel 1962 De

Gaulle mise fine al durissimo conflitto in Algeria, riconoscendogli l’indipendenza.

Assieme all’indipendenza si diffusero le idee del panafricanismo. Nel 1963 si costituì

l’Organizzazione per l’unità africana (Oua) che segnò segnare una fase i possibile

cooperazione regionale fra i nuovi stati sulla base di una coscienza di africanità e

negritudine che li avvicinava. L’organismo si pose l’obiettivo minimo di impedire

conflitti territoriali tra i nuovi Stati indipendenti.

Anche in Africa vi furono situazioni di contrapposizione bipolare come il caso del

Congo ex belga: il tentativo di secessione della ricca provincia del Katanga e il

conseguente incerto intervento dell’Onu portarono il presidente Lumumba ad

appellarsi alle superpotenze. Gli Stati Uniti sostennero contro di lui un partito

nettamente anticomunista, che salì al potere nel 1956. Contro tale governo, che era

anche razzista, si sviluppò una rappresaglia sostenuta da Urss e Cina.

Intanto la Repubblica del Sudafrica, uscito dal Commonwealth nel 1961 e sempre più

isolato nella sua posizione razzista cominciò ad essere considerato un baluardo

occidentale nella zona.

6. Questione atomica, crisi internazionali e coesistenza competitiva

La corsa al riarmo innescata dalla guerra di Corea vide una forte escalation nel

decennio ’50 e soprattutto trovò un terreno inedito la questione atomica  divenne un

elemento di gioco politico, come una sorta di gara a chi aveva l’armamento migliore e

un gioco di equilibri tra le due potenze.

Dopo la prima atomica del 1949, lo scoppio della bomba H sovietica nel 1953 sembrò

colmare le distanze fra le due superpotenze, ma nel 1957 la situazione mutò

radicalmente con il lancio di Sputnik, primo satellite artificiale in orbita permanente,

da parte dell’Urss con la successiva rincorsa americana. La costruzione di missili

balistici intercontinentali fu la via con cui l’Urss riempì definitivamente il gap con gli

USA, anche se questi ultimi ne avevano di più affidabili e in quantità maggiore.

Si arrivò ad un certo equilibrio del terrore, con la minaccia di un possibile uso

dell’atomica che in realtà fungeva solo da deterrente, scoraggiando le provocazioni di

crisi rilevanti.

In termini politici il significato della deterrenza cambiò nel tempo: con Eisenhower

prevalse una dottrina della rappresaglia massiccia che confidava sulla possibilità di

risparmiare sulle spese militari convenzionali, all’ombra della minaccia di distruggere

totalmente l’avversario con l’arma atomica; con l’amministrazione Kennedy si propose

una dottrina della risposta flessibile he prevedeva la crescita progressiva e

attentamente dosata della risposta ad un’eventuale minaccia, dapprima con strumenti

convenzionali e poi con l’arma nucleare. Ciò comportò un rilancio elevatissimo della

spesa militare per armamenti convenzionali.

La situazione divenne paradossale: le armi atomiche erano sempre più numerose e

potenti proprio quando diveniva sempre meno sensata l’ipotesi di un loro utilizzo.

L’oligopolio nucleare delle due superpotenze non doveva comunque superare il

decennio ’50. Nel 1952 la Gran Bretagna compì la sua prima sperimentazione atomica,

seguita dalla Francia nel 1960 e dalla Cina che giunse agli stessi obiettivi nel 1964. Ma

anche per questi stati, il possesso di queste armi non superò il gioco di influenza

politica locale.

In questo nuovo quadro complessivo, contraddistinto dalla maturazione della

coscienza atomica, la presidenza Kennedy negli Stati Uniti (1960-63) manifestò

la volontà di riaffermare la preminenza americana in tutto il mondo  intenzione di

dare alla propria egemonia un volto più accettabile e perciò Washington dispiegò ad

esempio un grosso impegno sugli aiuti allo sviluppo, con la cosiddetta Alleanza per il

progresso rivolta all’America Latina. L’idea era di opporsi alla nascita di regimi

comunisti nel Terzo Mondo facendosi invece promotori di modernizzazione e di

sviluppo.

Tale atteggiamento comportò anche un certo irrigidimento nei rapporti con i sovietici.

La politica di Chruscev sembrò sfidare in diverse occasioni le posizioni occidentali.

Ci furono una serie di gravi crisi tra gli anni 1959-62.

Nel novembre 1958 Chruscev annunciò improvvisamente agli altri occupanti di voler

restituire alla Ddr la sovranità su Berlino e pose un ultimatum sul suo abbandono da

parte occidentale. Berlino era infatti un punto di crisi per la Germania comunista,

perché la parte occidentale rappresentava il consumismo che tanto allettava e molti

cervelli e tecnici passavano in tutti i modi in occidente. Il leader della Ddr Walter

Ulbricht premeva su Mosca per un irrigidimento. Ne nacque una crisi che rientrò nel

1961 quando in agosto i sovietici costruirono il Muro di Berlino, per sigillare la

frontiera. Ciò portò maggiore stabilità da entrambe le parti.

Un altro punto critico divenne l’America Latina.

Rivoluzione cubana: gli USA non intendevano tollerare la presenza di questo stato

comunista. Dopo che inizialmente furono applicate sanzioni economiche contro le

esportazioni di zucchero cubano, la Cia preparò un’invasione del paese da parte di

ribelli anticastristi, armati e foraggiati da Washington. Kennedy stesso, all’inizio del

suo mandato, decise di mandare avanti l’operazione. Lo sbarco nella Baia dei Porci

nell’ aprile 1961 fallì però miseramente. Fidel Castro, che aveva il controllo totale

dell’esercito, si affidò ancor di più all’Urss. Ma nel 1962 l’intelligence statunitense

scoprì che i sovietici avevano dispiegato nell’isola una quarantina di missili puntati

verso gli USA, tenendolo sotto minaccia atomica. Kennedy denunciò alla televisione

questa realtà, alzando di moltissimo la tensione. Navi russe in avvicinamento a Cuba

per sbarcare altri materiali strategici furono avvertite di non procedere, a rischio

guerra, e alla fine invertirono la rotta. Il problema dei missili già posizionati fu risolta

con una mediazione segreta: l’Urss accettavano di smantellarli con la promessa che gli

USA non avrebbero invaso Cuba e che avrebbero smantellato i loro posti in Italia e

Turchia.

7. La prima distensione degli anni ‘60

Proprio la crisi di Cuba segnò lo spartiacque che introdusse una fase molto meno

accesa e tesa del confronto bipolare.

Chruscev fu sostituito nel 1964 da Leonid Breznev che iniziò una più prudente linea

politica. La rottura con la Cina aveva complicato le cose, conducendo a dispiegare

truppe sempre più numerose nell’Asia orientale. L’Urss si mostrò dunque sempre più

disponibile a stabilizzare il confronto bipolare, secondo le norme della distensione.

La guerra fredda divenne una sorta di sistema mondiale o di tregua duratura e

immodificabile. L’istituzione di una linea telefonica permanente tra Casa Bianca e

Cremlino per la gestione delle emergenze, con un accordo nel giugno 1963 fu simbolo

della nuova situazione. Si avviarono poi vari accordi per la gestione delle armi

strategiche. La situazione ideologica era di una nuova linea pragmatica e ottimista

verso il futuro.

Si creò un nuovo consenso per una politica estera di allineamento occidentale,

superando il neutralismo  eurocomunismo degli anni ’70.

Chiesa cattolica: papa Giovanni XXIII, fece un’inedita proposta di pace parlando di

una mentalità totalmente nuova; iniziò il dialogo con i grandi della Terra per distendere

le situazioni di crisi. Il suo successore, papa Paolo VI, intervenne all’assemblea

dell’Onu e presso tale organismo aprì una missione permanente della Santa Sede.

Guerra del Vietnam: nel Vietnam del Sud, costituito dopo il 1955 dopo che erano

falliti i tentativi di riunificazioni stabiliti dagli accordi di Ginevra, erano iniziate

infiltrazioni di guerriglieri vietcong provenienti dal Nord comunista. L’amministrazione

Kennedy intese di voler combattere contro questa situazione, in nome di

un’estremizzata politica di contenimento. Nel 1963 Kennedy venne assassinato ma la

situazione in Vietnam era già progredita. La guerra fu sanguinosa, con

bombardamenti, combattimenti sul posto, lancio di armi chimiche. Il numero crescente

di morti americani causava le prime reazioni in patria  il conflitto mise in crisi l’esteso

consenso interno attorno alla politica internazionale statunitense. Nacque un nuovo

movimento pacifista che si intrecciò con le contestazioni giovanili del periodo, e con il

movimento per i diritti civili della popolazione nera guidato da Martin Luther King.

La stessa presidenza entrò in crisi e Johnson non si ricandidò per le elezioni del 1968.

La guerra si trascinò per molto senza che fosse possibile una vittoria.

La guerra del Vietnam mise dei dubbi anche agli alleati europei soprattutto

relativamente all’irrigidimento politico dell’approccio americano ai problemi dei paesi

sottosviluppati.

La strategia verso l’America Latina mutò notevolmente  le promesse di aiuto e

riforma furono modestissime e prese piede in diversi paesi, dopo il 1965, una

guerriglia di ispirazione castrista, influenzata dal mito di Ernesto Che Guevara, che

nel messaggio alla conferenza Tricontinentale dei popoli asiatici, americani e africani,

tenuta all’Avana nel 1967, aveva espresso l’ambiziosa idea di creare molti Vietnam.

Castro riuscì a convincere l’Urss a sostenere questa dottrina.

Di fronte a queste nuove sfide, l’aspetto cooperativo della politica kennediana venne

lentamente messo da parte per sottolineare soprattutto il risvolto della dipendenza

politica e economica dei paesi latino americani  minori appoggi ai governi autoritari

di destra, forti logiche repressive in nome della stabilità dei legami internazionali.

In Medio Oriente continuava intanto la lunga crisi arabo-israeliana, intrecciata con il

quadro bipolare. Egitto e Siria, sostenuti da armi e tecnologie sovietiche, preoccupati

per la crescita dell’influenza saudita, cercarono nel 1967 di forzare la situazione

armistiziale, tramite un blocco navale nel golfo di Aqaba. La coalizione araba conobbe

però un ulteriore scacco militare con il Blitzkrieg delle truppe di Tel Aviv, nella

cosiddetta guerra dei Sei giorni. Lo Stato israeliano ne approfittò per attuare estese

occupazioni territoriali in Cisgiordania, a Gaza e nel Golan e anche nella penisola del

Sinai. Il legame israeliano con la politica americana intanto si saldava.

Contemporaneamente si aggravava la questione palestinese, emersa come questione

politica con la costituzione dell’Olp. A lungo il suo leader Yasser Arafat cavalcò un

crinale delicatissimo tra il terrorismo e la presentazione della causa palestinese come

problema nazionale.

8. Nuovi soggetti e articolazioni dei blocchi in Europa

La distensione portò altre tendenze nuove, in particolare dal punto di vista economico,

con la sorprendente e velocissima crescita del polo economico del mercato economico

europeo, le cui economie furono fortemente stimolate dalla nuova e più stretta

interrelazione commerciale.

Caso britannico: voleva uscire dal proprio isolamento rispetto all’integrazione

economica continentale. Dapprima il governo di Londra aveva proposto di costituire

un’Area europea di libero scambio, che avrebbe inglobato il mec, ma la cosa fallì. Nel

frattempo la domanda europea e le liberalizzazioni valutarie re-indirizzavano il flusso

commerciale inglese verso il continente. La dirigenza conservatrice di Londra

riconobbe allora il fallimento della sua strategia nazionale perseguita fin dal

dopoguerra presentando nel 1961 la prima richiesta di adesione al mec.

Cominciava anche a delinearsi un ulteriore polo economico significativo nel Giappone,

mentre gli Stati Uniti cominciarono a registrare dei deficit di bilancio. Il sistema

finanziario si basava sulla centralità del dollaro e per questo la moneta rimaneva

stabile.

Politica del presidente francese Charles De Gaulle, ritornato al governo nel 1958.

Inizialmente criticò duramente l’operato della Quarta Repubblica in Africa,

riconoscendo l’indipendenza dell’Algeria nel 1962; in seguito avviò una nuova

prospettiva critica nei confronti dell’assetto bipolare del dopoguerra, non per sottrarsi

all’alleanza con gli Stati Uniti, ma in nome della ricerca di maggiori spazi d’azione per i

paesi europei. Approfittando della distensione incipiente, il generale avviò quindi una

polemica con la dominante presenza in Europa delle strutture militari integrate

atlantiche, da cui la Francia annunciò il suo ritiro nel 1966: la difesa nazionale tornava

ad essere faccenda statale.

Nel 1963 fu firmata la fine della rivalità con la Germania. Il generale Adenauer

intendeva utilizzare l’iniziativa gollista per migliorare lo status della Germania

federale.

De Gaulle sostenne anche la necessità di distendere i rapporti con l’Urss e con i paesi

del blocco orientale.

La Germania, dopo la fine del governo Adenauer, sostituì la sua politica della forza,

con la politica di dialogo del nuovo cancelliere socialdemocratico Willy Brandt, dal

1969. Occorreva normalizzare i rapporti con i vicini orientali, e tale campagna fu

sostenuta dall’amministrazione Nixon.

Una battuta d’arresto momentanea ma significativa della distensione fu la primavera

di Praga: nel 1968 l’Urss invase la Cecoslovacchia. Il governo riformatore cecoslovacco

si era impegnato in un allentamento della censura ideologica, nel decentramento

economico e nell’affermazione della libera dialettica politica per le elezioni alle cariche

pubbliche. I riformatori non volevano mettere in questione né il ruolo di guida del

Partito comunista né l’allineamento del paese. ma per la leadership sovietica i timori di

evoluzioni negative erano comunque troppi: un intervento militare impose il

cambiamento di guida del paese.

Ma di fatto l’intervento non contribuì a rafforzare la posizione di Mosca che stava via

via indebolendosi.

Intanto questi furono gli anni delle contestazioni giovanili che sfociarono in tutto il

mondo, e testimoniano un cambiamento della mentalità rispetto alla situazione

politica e sociale contemporanea.

Capitolo quinto – Declino e morte del bipolarismo: globalizzazione economica

e nuove divisioni del mondo (dal 1968 a oggi)

1. Il 1971 e il 1973: avvisaglie di crisi e appannamento della leadership americana

A partire dagli anni ’60 si constato un progressivo appannamento della leadership

americana. Lo stesso primato economico andava declinandosi così come la forza del

dollaro  sotto le pressioni della speculazione finanziaria divenne impossibile per il

Tesoro americano continuare a perdere riserve auree per mantenere l’equilibrio del

sistema monetario internazionale costruito nel dopoguerra.

L’amministrazione Nixon, al potere dal 1969, decise nel luglio 1971 di uscire dalla

parità fissa del dollaro con l’oro, sospendendo la convertibilità e lasciando quindi

svalutare il dollaro. Vennero anche parallelamente alzate le barriere doganali sulle

importazioni, per cercare di riequilibrare i flussi commerciali. Ciò si ripercosse negli

altri stati legati al sistema finanziario americano: tra 1971 e 1973 furono cercate

soluzioni che salvassero il sistema di Bretton Woods ma senza grandi successi. Tutti gli

attori economici dovettero adattarsi a un’inedita trama di cambi fluttuanti, in cui

moneta forte rimaneva nonostante tutto il dollaro.

La crisi petrolifera del 1973 aggraverà le cose. Essa affonda le basi nella critica

situazione in Medio Oriente.

Alcuni cambiamenti di governo negli stati arabi rafforzarono il fronte antisraeliano

intransigente: la conquista del potere in Libia del colonnello Gheddafi nel 1969; il colpo

di mano dei militari nasseriani in Sudan nello stesso anno; la tendenza sempre più

filosovietica dell’Iraq; l’andata al potere in Siria di Hafez el Assad; la nuova leadership

di Anwar-el Sadat in Egitto, di stampo filosovietico.

Guerra del Kippur: nel 1973 gli israeliani furono attaccati a sorpresa dai militari

egiziani e siriani, il giorno della festa ebraica di Yom Kippur . si aprirono le ostilità e la

guerra andò di nuovo a favore di Israele, favorita dagli aiuti americani. La minaccia id

una disfatta araba preoccupo Breznev che propose un intervento congiunto di

mediazione sovietico-americano, che alla fine accettarono anche gli israeliani,

fermando l’offensiva.

Le conseguenze economiche furono disastrose per tutto il mondo. I paesi arabi

produttori di petrolio avevano già da tempo costruito un cartello, l’Opec

(Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), con funzione primaria di negoziare

con le imprese estrattrici e raffinatrici a proprio vantaggio e con i paesi esportatori.

Venne l’idea di utilizzare il cartello come arma antisraeliana, alzando notevolmente il

prezzo del petrolio. Solo USA e Urss erano produttori di una modesta quantità di

petrolio e quindi non subirono i contraccolpi di tale tattica, ma negli altri paesi si parlò

di crisi energetica.

Nixon e il segretario di stato Henry Kissinger adottarono un nuovo orientamento della

politica americana, che si ricollegava con la tradizionale volontà di riaffermare gli

interessi nazionali del paese, che permettesse una certa stabilità bipolare e di limitare

gli oneri della leadership mondiale statunitense.

Un nodo fondamentale era ancora la questione del Vietnam: la situazione era

diventata insostenibile per ragioni economiche ma anche per motivi di politica interna.

Già Johnson si era orientato per l’abbandono delle posizioni di sostegno militare

coadiuvato però ad un continuo sostegno alla resistenza di Saigon, mentre sarebbe

perseguita la pressione militare in Vietnam del Nord con bombardamenti aerei estesi

anche a Laos e Cambogia. Un passaggio decisivo fu l’apertura dei negoziati con la

Cina comunista: per gli USA era un tentativo di avere un nuovo alleato contro l’Urss e

di cercare di risolvere la questione vietnamita; per la Cina di Mao, che non se la

passava bene dal punto di vista economico, tecnologico e sociale (rivoluzione

culturale) era una possibilità di porre fine ad un nodo problematico distendendo i

rapporti con gli Stati Uniti  si avviarono contatti segreti nel 1971, con il

riconoscimento da parte di Washington del governo cinese, dispiegandogli l’ingresso

all’Onu, nel posto fino ad allora occupato dal regime nazionalista di Taiwan. Nel

febbraio 1972 Nixon stesso si recò in Cina firmando una dichiarazione congiunta che

minacciava chiunque perseguisse l’egemonia dell’Asia orientale, il messaggio era

diretto all’Urss.

Tutto ciò favorì la distensione bipolare, anche dal punto di vista commerciale con

l’apertura di trattative commerciali fra i due blocchi. Ciò per l’Urss rappresentava una

sorta di riconoscimento implicito del proprio status di parità con la prima

superpotenza.

Si firmarono anche trattati che limitassero la produzione di armi nucleari, con l’avvio

nel 1969 di colloqui sulle limitazioni degli armamenti strategici. Intanto però l’Urss

perseguiva una ricorsa al riarmo tradizionale, per i propri territori e anche per le sue

aree geografiche di influenza.

2. I diversi livelli della distensione e le nuove incertezze economiche

Dopo la firma del primo trattato Salt, si aprirono altre trattative per il contenimento dei

vettori militari tra il 1974 e il 1979, quando fu firmato a Vienna il complesso e

dettagliato trattato Salt II, che poneva il tetto ai vettori e al numero di apparecchi Mirv

per ogni superpotenza. Ma gli sviluppi successivi limiteranno di molto il significato e

l’operatività di tali trattati.

Gli Stati europei intanto approfittarono della distensione per costruirsi i propri spazi di

autonomia, che gli Stati Uniti cercavano di ricondurre a una logica globale, non sempre

con successo. Kissinger considerava infatti la distensione in Europa come un

indebolimento dei due blocchi.

La Germania federale intanto continuava la politica di Brandt iniziata nel 1969 di

avvicinamento alla Germania democratica e al blocco sovietico. Due trattati di non

aggressione con l’Urss e con la Polonia nel 1970 e un trattato fondamentale con la

Ddr nel 1972 con cui si affermava l’esistenza di due stati in una sola nazione

tedesca. Ciò comportò anche l’ammissione delle due Germanie all’Onu nel 1973

e ad alcuni trattati tra Brd e Cecoslovacchia per porre fine alla questione sui Sudeti.

A Helsinki nel 1972 si tenne la Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in

Europa, che durò tre anni, confermando la tendenza di deideologizzazione del

confronto fra i due blocchi, e portando alla firma dell’ Atto finale il 1 agosto 1975,

che fu più vicino a un assetto di pace europeo. Parlò di confini inviolabili, ma non

immodificabili; spostò l’accento anche su nuove mete della cooperazione fra Stati,

grazie anche alla presenza e alla mediazione della Santa Sede.

Fuori Europa invece la distensione non portò sempre a stabilità: in Vietnam, nel 1973,

si completò l’uscita americana, con un armistizio che costò un discutibile premio Nobel

per la pace a Kissinger e al nordvietnamita Le Duc Tho. Non più difeso dall’aviazione

americana, il Vietnam del Sud fu invaso dal Vietnam del Nord portando alla vittoria il

comunismo dei vietcong: il 30 aprile 1973 avvenne l’ingresso delle truppe

nordvietnamite in Saigon, con la fuga dell’ambasciata americana.

In Cambogia e Laos intanto vinsero due nuovi regimi filosovietici e filocomunisti.

Anche in altre aree critiche Nixon cercò un maggiore appoggio di alcuni stati

intermedi, divenute ormai vere e proprie potenze regionali: Iran, Israele, Pakistan,

Arabia Saudita, Sudafrica, Brasile.

Intanto la presidenza Nixon portava problemi interni con lo scandalo Watergate: un

arruffato caso di spionaggio politico e di menzogne a catena che portò Nixon sull’orlo

del disastro e quindi alle dimissioni nel 1974. Fu una vicenda critica per le istituzioni

americane, mettendone in luce la relativa fragilità. Furono fatte inchieste sulla Cia e

sul suo presunto coinvolgimento nel sostegno di dittatori centroamericani che

portarono ad un suo più stretto controllo.

Prese la presidenza il vicepresidente Gerald Ford, che perse le elezioni successive

vinte dal democratico Jimmy Carter, eletto nel 1976.

Gli anni ’70 videro anche un processo di recessione e di crisi economica, dovuta alla

crisi petrolifera e a rivolgimenti interni soprattutto in alcuni paesi europei come

Germania e Italia.

Dal punto di vista delle relazioni internazionali, queste dinamiche economiche

mettevano in discussione il compromesso che aveva strutturato il blocco occidentale

nei decenni precedenti. Sembrò materializzarsi il rischio di ritornare alla competizione

ferocemente nazionalista degli anni ’30. In effetti, più di un paese introdusse politiche

unilaterali per affrontare la crisi.

Dalla fine del decennio però, la risposta alla crisi divenne più evidente. La politica

americana fu cruciale: nuova ortodossia monetaria e l’enormità del debito pubblico

che impose la scelta inflazionistica. La nomina di Paul Volcker alla guida della Federal

Reserve nel 1979 fu il segnale simbolico della svolta. Per attirare capitali, gli americani

alzarono i tassi d’interesse e quindi di remunerazione, e imposero un allentamento dei

tradizionali vincoli ai movimenti finanziari transnazionali. Gli altri paesi in qualche

modo si adeguarono, cercando ognuno la propria ricollocazione nel sistema.

Le tendenze centrifughe non portarono alla distruzione del sistema precedentemente

creato, ma i paesi europei manifestarono la capacità di iniziativa autonoma, anche in

assenza di una capacità egemonica americana. Ebbe una certa importanza in questa

direzione la nascita di meccanismi intergovernativi, creato al di fuori delle istituzioni

postbelliche, come il primo vertice dei sei paesi più industrializzati – Stati Uniti,

Gran Bretagna, Francia, Germania federale, Italia e Giappone – nel novembre 1975,

che diede vita all’idea di riunioni periodiche di un Gruppo di sette, detto G-7 (con

aggiunta del Canada).

Alla fine degli anni ’70 si parlò di Terza rivoluzione industriale  avvento progressivo

delle tecnologie informatiche, dell’elettronica e della robotica, e centrata sul passaggio

delle economie di scala della produzione di massa alle qualità competitive di una

produzione flessibile. Ristrutturazione produttiva, in chiave di nuova organizzazione

del lavoro, di sviluppo verticale dei servizi e di modificazione della struttura delle

imprese. L’efficacia di questi modelli permise di evitare la generalizzazione della

depressione temuta alla fine degli anni ’70, anche se non fece tornare i tassi di

crescita del trentennio precedente.

In parallelo, la crescita economica nel blocco sovietico rallentò d molto. L’economia

sovietica dimostrò di non essere strutturalmente capace di cogliere le occasioni della

fase di sviluppo flessibile, i consumi privati e il boom dei servizi.

L’autarchia socialista diveniva al contempo sempre più impossibile nel nuovo mondo

economico postfordista. I circuiti economici del Comecon, che avevano favorito l’Urss

nei primi decenni postbellici, ora creavano crescenti difficoltà e i satelliti iniziarono a

guardare sempre più verso occidente.

3. Il Terzo Mondo tra rivoluzione e stagnazione

Le difficoltà maggiori di questo scenario, dopo la metà del decennio, riguardarono però

il Terzo Mondo. La situazione appariva paradossale: da una parte gli anni ’70 erano

stati una finestra di possibilità per questi paesi, ma dall’altra queste opportunità si

scontravano con elementi problematici, con la contrapposizione ideologica dei due

blocchi che tornava a slittare dall’Europa al Terzo Mondo.

Da una parte c’era la spinta a cambiare gli assetti economici mondiali e così i rapporti

di potere, come sostenuto dall’Onu che nel 1974 approvò la Carta dei diritti e dei

doveri economici degli Stati, che prevedeva la regolamentazione del commercio e

una riforma del sistema finanziario internazionale che tenesse in conto il punto di vista

dei paesi del Terzo Mondo, produttori di materie prime e prodotti alimentari. Da un

punto di vista economico le economie terzomondiste avevano visto una crescita delle

esportazioni. Altro fattori pro a ciò era l’interessamento della Chiesa Cattolica, che

appoggiò il Gruppo dei 77.

Ma tra il 1970 e il 1979 una nuova ondata di rivoluzioni mise in discussione le linee di

demarcazione dei due blocchi in America, Africa e Asia. Soprattutto si verificò la crisi di

alcuni importanti bastioni dell’anticomunismo filoamericano. La stessa politica

dell’amministrazione Carter sul rispetto dei diritti umani raffreddò i rapporti con alcune

dittature pro-occidentali.

 Indocina, Yemen del sud, Pakistan, Afghanistan, la dittatura filippina.

Regimi filosovietici in Africa: Somalia; rivoluzione dei garofani in Portogallo che mise

fine alla dittatura di Salazar e portò all’indipendenza di Guinea Bissau, Angola e

Mozambico che andarono sotto movimenti guerriglieri marxisti; Etiopia; Rhodesia che

nel 1980 divenne la Repubblica dello Zimbabwe; Sudafrica sempre più isolato.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La politica internazionale del Novecento di Guido Formigoni
Società Editrice Il Mulino vertente sui seguenti argomenti: Un problema molto sentito relativo a questo secolo è relativo a quando possiamo far
iniziare il 1900. Molte interpretazioni tra cui due di spicco:
1. Novecento secolo breve: il Novecento andrebbe dalla prima guerra mondiale
alla caduta dell’Unione Sovietica. L’epoca delle guerre totali e della politica di
massa a forte contenuto ideologico. Alcuni lo farebbero iniziare dal 1917, anno
della Rivoluzione Russa; altri ancora dalla fine della prima guerra mondiale e
dalle conseguenze che essa portò quindi dal 1918.
2. Novecento secolo lungo: andrebbe dal 1860-1870, quando si sarebbe compiuto
il processo plurisecolare di concentrazione del potere reale nella figura dello
Stato moderno, fino al 1970 circa, quando questo nesso forte politica –
economia – territorio sarebbe andato in crisi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Comunicazione, Media e pubblicità
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher DeliaLeggio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione - Iulm o del prof Formigoni Guido.

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