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Storia contemporanea

Chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato. Orwell, 1984.

La storia ha senso se si conserva l’idea che il mondo possa cambiare. La nostra è un’epoca a-storica,

disillusa.

Sparisce anche la memoria a breve termine: il presente appare come una serie di giorni scollegati l’uno

dall’altro, e tutti uguali fra di loro.

La storia è stata (ed è) usata anche in appoggio all’esercizio del potere: a tal fine viene spesso distorta. Lo

storiografo deve quindi ricercare un equilibrio, una neutralità immune da pressioni: deve rispettare il

passato.

“La storia è sempre contemporanea” (B. Croce), anche quando tratta di avvenimenti lontani nel tempo. E’

contemporanea poiché prende le mosse da una domanda, da un’esigenza del presente di conoscenza, di

decodificazione.

E’ necessario acquisire una mentalità storica: bisogna essere capaci di connettere gli eventi fra di loro.

Trattare di storica contemporanea significa trattare della nascita dei problemi che sono attuali nel mondo

odierno (Barralough).

1. Le origini dell’età contemporanea

“L’età delle rivoluzioni”, con la quale si intende la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, dà l’avvio alla

modernità sociale, politica, economica. E’ un momento di passaggio decisivo, una fase di transizione fatta

di fenomeni correlati alla quale si può (ma non necessariamente si deve) fra risalire il nostro tempo.

Alla rottura dell’ancien regime si arriva con due fenomeni decisivi quali la rivoluzione industriale e quella

francese del 1780.

- Rivoluzione industriale: di stampo economico, parte dalla Gran Bretagna. Cambiano i metodi di

produzione e distribuzione, tanto che nell’arco di venti/trenta anni si approda a un nuovo modello

economico. Ancora adesso ne sono visibili gli effetti, non siamo ancora usciti dall’era industriale.

- Rivoluzione francese: questa è invece di carattere politico. A dire il vero già vent’anni prima c’era stata

la rivoluzione americana, e ancora prima, nel ‘600/’700, la politica inglese aveva attraversato

cambiamenti significativi. Ma la rivoluzione francese ha assunto un importante valore simbolico.

Per quanto riguarda l’ambito internazionale non c’è stata una specifica rivoluzione, ma piuttosto una forte

evoluzione, segnata da momenti cruciali.

Gia all’alba di questa “età delle rivoluzioni” esiste quello che potremmo definire un “sistema politico

internazionale”, dove per sistema intendiamo un insieme di relazioni organiche e stabili tra diversi

soggetti interdipendenti. La configurazione che questo assumerà in Europa diventerà un modello anche

per altre zone del mondo.

Dall’universalismo medievale agli Stati moderni

Al centro di questo sistema, gli Stati moderni. Che nascono tramite due processi:

la dissoluzione dell’universalismo medievale. Nel Medioevo la cristianità era anche un elemento politico

unificante, un’esperienza universale ed unitaria che alimentava in certa misura il mito della renovatio

dell’Impero romano, alla cui caduta l’amministrazione territoriale si era frammentata, con una schiera di

nobili a reggere i propri domini e solo formalmente legati a un sovrano troppo lontano per governare. In

sostanza, forte integrazione simbolica ma bassa concentrazione del potere reale. Era una societas

christiana fondata sull’unica Chiesa e l’unico Impero, elementi in costante tensione tra loro sin dallo

scisma del 1054. Già nel 1200 compaiono le prime entità politiche autonome: alcuni potentati si

rafforzarono centralizzando il potere, fissando una capitale e imponendo leggi. E’ da questo “autunno del

Medioevo” che prendono le mosse gli Stati moderni, con un processo coadiuvato dalla crescita

economica. Si impone poi la necessità di determinare il diritto e regole unificanti sugli scambi monetari.

In questo quadro è centrale anche la valorizzazione della lingua volgare, che toglie gradualmente spazio al

latino [sia in campo religioso – Martin Lutero traduce la Bibbia in tedesco – sia politico] e pone le basi

per il processo che porterà poi al delinearsi delle “nazioni”.

Dopo tre-quattro secoli il processo di accentramento prevale nettamente: basta pensare all’assolutismo

monarchico nel ‘600-700, limitato comunque da una griglia di poteri intrecciati fra loro, sul modello del

sistema di checks and balances britannico.

La ristrutturazione attorno al nuovo Stato sovrano. In questo contesto alcuni sovrani cominciano a non

riconoscere nessuna autorità sopra la propria (superiorem non recognoscens), siano esse imperatori o

papi. Il potere sovrano deriva direttamente da Dio, si ammanta di sacralità. Questo principio porta in

alcuni casi alla sottomissione della chiesa locale al sovrano, costituendo così chiese territoriali: in Francia

quella gallicana, in Inghilterra quella anglicana di Enrico VIII. L’impero medievale viene

progressivamente confinato all’area germanica, dove proliferano entità statuali autonome. Dal 1512 lo si

definisce, non a caso, “Sacro romano impero della nazione germanica”.

Si definisce progressivamente il concetto di “sovranità”: Jean Bodin lo definisce nel 1576 “potere

assoluto e perpetuo che è proprio della repubblica”, ovvero lo Stato. Definizione che implica che la

sovranità è tale solo se è riconosciuta sia dal corpo politico interno allo Stato, sia dagli altri soggetti

sovrani. Postulato fondamentale è il riconoscimento reciproco. Anche i concetti di “Stato” e “ragion di

Stato” in senso moderno si afferma a partire dalla metà del 500.

Ad affermarsi in questo nuovo quadro sono soprattutto la Francia di Valois e l’Inghilterra dei Tudor.

Inoltre nel 1479 era nato il nucleo del regno delle Spagne con le nozze fra Isabella di Castiglia e Fernando

d’Aragona.

Il processo di accentramento mostra invece limiti evidenti nella penisola italiana [anche per l’influenza

del papato] frammentata in signorie e principati [ma Venezia dà vita a un intreccio fra politica ed

economia che potremmo definire “capitalista”]; o nei Paesi Bassi, che dopo aver ottenuto l’indipendenza

dall’impero spagnolo nel ‘600 si ripiegano su sé stessi e vengono sconfitti militarmente da Francia e

Inghilterra. A est spicca invece la Russia, che con i Romanov (1613) si affaccia sull’Europa.

Il sistema internazionale europeo si afferma anche tramite le guerre di religione, frutto della dissoluzione

dell’unità religiosa cattolica occidentale avviata dalla Riforma protestante. Dalla Germania si estendono

poi anche nel resto del continente, intrecciandosi ai conflitti dinastici e toccando l’apice nella “guerra dei

Trent’anni” (1618-1648), conclusa dalla pace di Westfalia. Accordo che riconosce di fatto il pluralismo

politico e il sistema europeo di Stati indipendenti fondato sul riconoscimento reciproco della sovranità, e

che definisce il concetto di “frontiera” in senso moderno, cioè come linea di confine fissata da trattati e

riconosciuta. Vengono inoltre rafforzati gli Stati con l’imposizione dell’uniformità religiosa delle

popolazioni, secondo il principio del cuius regio eius religio, già formulato ad Augusta nel 1555 e che

garantisce l’ordine interno.

In sostanza, si forma una comunità i cui membri si trovano in un rapporto di interdipendenza (Voltaire

parla di una “comunità di Stati”, l’inglese Edmund Burke di “repubblica diplomatica d’Europa”).

Comunità che si basa su elementi sia tradizionali [legami di parentela fra le casate regnanti, usi linguistici

diffusi – al latino in campo diplomatico si sostituisce il francese -, convenzioni di carattere religioso] sia

nuovi, come l’eguaglianza giuridica degli Stati [Vattel, Le droit des gens del 1758]. Da qui la nascita di

uno ius publicum europaeum, connesso al principio del rispetto degli accordi [pacta sunt servanda] e della

diplomazia.

Gli Stati si trovano però anche in competizione fra loro. E così in ambito bellico vengono fissate regole

d’ingaggio. Da sottolineare il fatto che le guerre contribuiscono a rafforzare le identità statuali. L’esercito

rimane l’ultima ratio regis, lo strumento di potere decisivo dell’autorità sovrana; con la rivoluzione

militare avvenuta fra ‘500 e ‘700 si allarga numericamente, si affida sempre più all’artiglieria, e viene

mantenuto organizzato anche in tempo di pace [New Model Army di Cromwell]. Tutto questo implica

spese notevoli [bancarotte dell’impero spagnolo], e quindi viene avviata anche una rivoluzione in campo

finanziario e bancario, con i Paesi Bassi motore del sistema.

L’economia assume sempre maggiore importanza, e già a partire dal ‘600 in Francia si impone la visione

mercantilista: massimizzazione delle esportazioni e minimizzazione delle importazioni, così da aumentare

le riserve “auree” dello Stato. Visione che a sua volta diventa fonte di nuovi conflitti, nel corso dei quali si

afferma nettamente la preponderanza inglese sui mari.

Si configura così una sfera economica internazionale, fondata su una serie di accordi, convenzioni e

regolamentazioni. Per l’integrazione economica a livello globale si dovrà comunque aspettare l’800 e

l’allargamento produttivo avviato dalla rivoluzione industriale.

Il sistema europeo e il mondo non europeo

Non c’è ovviamente soltanto il sistema europeo: ve ne sono anche altri, con i quali esso deve correlarsi.

Innanzitutto, quello islamico, con i cui potentati si intrattengono sia rapporti bellicosi [Crociate,

Reconquista], sia economici e commerciali.

Con altri sistemi, come quello cinese, i rapporti sono molto più modesti.

Dal ‘500 l’influenza del sistemo europeo sul resto del mondo aumenta sempre più. Si rafforza la spinta

espansionistica con la grande stagione delle scoperte e delle esplorazioni geografiche, unita a una

formidabile evoluzione tecnologica e organizzativa. Il che porta a instaurare meccanismi commerciali

intercontinentali, soprattutto per quanto riguarda tè, caffè, zucchero, spezie: tutte merci di alto valore.

Cresce la competizione fra gli Stati europei.

Gran parte del controllo sui paesi extra europei gli Stati sovrani lo affidano a “compagnie private”, come

quelle delle Indie Orientali [portoghese, olandese e poi inglese].

Ogni nuovo Stato ambisce a crearsi un sistema imperiale mondiale, e per farlo porta avanti le ricerche in

campo tecnologico.

Questo processo di estensione dell’influenza europeo viene reso possibile dal ripiegamento e dalla crisi di

altre società [il caso della Cina], o dalla maggiore capacità bellica. Si sviluppa con grande lentezza, tranne

che nel caso dell’impero americano, e si esplica prevalentemente attraverso il consolidamento di alcuni

porti e basi commerciali cruciali. Dopo il 1763 l’impero coloniale inglese diventa il più importante del

mondo, e dal 1780, con l’ampliamento delle conquiste in India, comincia a fondarsi su colonie stanziali.

Gli equilibri del sistema

L’esigenza di definire i rispettivi domini territoriali porta alla lotta fra gli Stati per l’egemonia. Già il ‘500

vede il conflitto fra gli Asburgo e i Borbone; ma più “moderna” è la spinta egemonica dello Stato

monarchico francese, uscito dalle guerre di religione con una forte solidità demografica, economica,

amministrativa e militare. La Francia di Luigi XIV diviene il modello dell’Assolutismo, punta a

espandersi verso est ed è all’avanguardia della scienza e dell’arte.

Contro le pretese del Re Sole si schiera la Grande alleanza fra Gran Bretagna, Paesi Bassi, Portogallo,

Prussia, l’Impero spagnolo e i Savoia: scoppia così nel 1701 la guerra di successione spagnola, che si

conclude nel 1713 con il trattato di Utrecht, improntato alla ricerca della balance of power. Vengono

sedate le controversie dinastiche e si avvia una redistribuzione territoriale che assegna l’Italia all’Austria

e ridimensiona Spagna e Francia.

Ma ogni potenza intende l’equilibrio a modo suo: e poi si contano diversi livelli di equilibrio [generale,

ma anche regionale e persino confessionale]. Molto spesso, per ristabilirlo dopo gli accrescimenti di

potenza da parte di alcuni soggetti, le potenze maggiori si accordano a scapito dei cosiddetti

“Stati-cuscinetto” [un esempio per tutti, la Polonia, spartita fra Russia, Austria e Prussia].

In sostanza, il sistema conosce una scarsa stabilità: da qui la frequenza del ricorso alla guerra e della

ridefinizione dei confini, e la breve durata delle alleanze.

L’emergere delle grandi potenze

All’interno del sistema europeo si possono individuare cinque soggetti decisivi, che non a caso saranno i

principali protagonisti del Congresso di Vienna:

Impero asburgico: in realtà in questi anni attraversa una fase di disgregazione, avviata già dalla pace di

Westfalia. Ma il Sacro Romano Impero riveste un ruolo fondamentale nell’intricato equilibrio europeo:

ammortizza i rapporti fra le altre potenze. Assumono un peso sempre maggiore i possedimenti ereditari

della casata d’Austria, che ben presto diventano il fondamento di una grande potenza europea in grado di

sconfiggere i turchi: impresa che rafforza questo territorio strategico per la sua posizione centrale nel

quadro europeo. Francia: come già detto, all’avanguardia in campo culturale, militare e demografico.

Deve però fare i conti con una grave crisi dell’istituzione monarchica, innescata dalla richiesta avanzata

dai ceti popolari che anche gli aristocratici paghino le tasse, e che darà vita alla Rivoluzione Francese.

Inoltre l’avventura coloniale non va a buon fine, e il Paese esce sconfitto dalla guerra dei Sette Anni per

mano degli inglesi. Gran Bretagna: Dopo il 1688 si arriva a una solida stabilità istituzionale [checks and

balances]; nel 1707 viene completata l’unificazione del Regno Unito con l’annessione della Scozia.

Riesce a instaurare un vero e proprio dominio coloniale. La posizione insulare porta la classe dirigente

inglese a intervenire sul continente soltanto per difendere i propri interessi, e nella maggioranza dei casi a

manovrare ai margini del quadro politico. Alla fine del ‘700 arriva poi il rafforzamento economico tramite

la rivoluzione industriale, processo che si articola nell’arco di cinquant’anni.

Prussia: nata grazie alla Riforma protestante, all’inizio del ‘700 è ancora uno staterello provinciale, che

può però contare su una efficienza militare senza eguali in Europa. La casata regnante è quella degli

Hohenzollern, la quale, grazie a una solida alleanza con l’aristocrazia feudale e terriera degli Junker,

porta a termine in breve tempo il processo di accentramento statuale. Nel 1740 Federico II si

impadronisce della Slesia. Russia: in precedenza considerata esterna al sistema europeo, vi si affaccia con

Pietro il Grande (1682-1725) e poi con Caterina II, che dal 1762 porta a termine diverse conquiste militari

ai danni di Svezia, Turchia e Polonia. La volontà di espansione è determinata anche dall’esigenza di

sicurezza contro le potenze limitrofe. L’allargamento territoriale si accompagna alla stabilizzazione

statale, ed in questo periodo che la classe dirigente si “europeizza”.

Le rivoluzioni del Settecento

Sono le rivoluzioni politiche, nate come dinamiche interne all’antico regime, a sortire gli effetti più

immediati.

Innanzitutto, la rivoluzione americana, con l’indipendenza proclamata nel 1776 delle tredici colonie dalla

Gran Bretagna. In breve tempo queste vanno a costituire il nucleo federale degli Stati Uniti d’America. La

rivolta [scaturita dal principio della no taxation without representation] inizialmente è circoscritta

all’ambito del Commonwealth britannico, ma i promotori riescono poi a iscriverla nell’ambito della

nuova cultura illuminista, e a riuscire così a ottenere comprensione e aiuto in Europa, in primis dalla

Francia. Sconfitta nel 1783, la Gran Bretagna è costretta a riconoscere l’indipendenza, ma subito instaura

legami commerciali con la nuova realtà politica, superando così il momento di crisi.

Gli Stati Uniti si fanno alfieri della libertà dell’individuo, ripudiando ogni legame sociale vincolante per

tradizione. Rimangono però esterni agli affari europei [Farewell address del 1796 di George Washington].

Un ben maggiore riscontro in Europa riscuote la rivoluzione francese: l’aristocrazia si oppone alla

revisione dei privilegi fiscali, e costringe il re a convocare gli Stati Generali dopo quasi due secoli di

inattività. Emergono nuovi soggetti sociali e politici, ma soprattutto esplode l’idea di “nazione”, termine

già usato nel Medioevo ma che ora viene declinato in chiave moderna. I ceti bassi, il cosiddetto “Terzo

Stato”, si proclamano nazione, ovvero la comunità di individui alla base dello Stato. I sovrani devono

entrare in un ottica dialogica e dialettica del potere dal momento che nascono le costituzioni, vincolanti

nei loro confronti. E la “volontà della nazione” deve esprimersi attraverso il sistema rappresentativo

dell’assemblea nazionale, concetto che implica la rottura con l’ancien regime per arrivare alla sovranità

nazionale e che si lega alla riscoperta delle tradizioni della nuova cultura romantica.

La nuova ideologia investe necessariamente anche le stesse relazioni fra gli Stati: i principi cardine della

Rivoluzione Francese si espandono nel continente. L’abolizione del feudalesimo preoccupa Austria e

Prussia: ed è proprio contro questi stati che nel 1792 il governo rivoluzionario dichiara guerra, per

difendere la novità politica r

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher barbaravivino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Formigoni Guido.
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