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Riassunto esame Storia Contemporanea, prof. Formigoni, libro consigliato Il Fascismo in Tre Capitoli di Gentile Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia Contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Il Fascismo in Tre Capitoli di Gentile. Gli argomenti sono: Le origini del fascismo si innestano nel processo di crisi e di trasformazione della società e dello Stato, iniziato in Italia negli ultimi decenni dell’Ottocento, con l’avvio dei processi di industrializzazione... Vedi di più

Esame di Storia contemporanea docente Prof. G. Formigoni

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accelerarono violentemente la trasformazione della società e la crisi dello Stato

liberale, suscitando, sia a destra che a sinistra, nuove forze antiliberali e

antidemocratiche.

Si verificarono dei fenomeni di aspra lotta politica, con situazioni di vera e propria

guerra civile, che travolse il quadro tradizionale istituzionale e creò una profonda crisi

di potere, di autorità e di legittimità. Nonostante i propositi di rinnovamento, la classe

dirigente liberale non fu in grado di sostenere queste nuove forze in gioco che si

facevano violentemente spazio sulla scena politica trascinati dall’esperienza della

guerra, l’entusiasmo per una rivoluzione bolscevica imminente, la crisi economica e le

tensioni sociali.

Nel cosiddetto Biennio Rosso, 1919-20, esplose un’ondata di conflitti di classe senza

precedenti, condotta in gran parte dal partito socialista massimalista all’insegna di

un’imminente rivoluzione bolscevica che avrebbe portato anche in Italia alla dittatura

proletaria.

La classe dirigente non resse, tra il 1919 e il 1922 si succedettero rapidamente una

serie di governi deboli che nulla potevano davanti alla nuova condizione politica

italiana.

Le elezioni politiche del novembre 1919, dopo l’adozione del sistema elettorale

proporzionale, segnarono la fine dell’egemonia parlamentare del liberismo e il

successo del Partito Socialista e del Partito Popolare.

Entrarono in scena anche nuovi movimenti che si richiamavano all’interventismo e al

mito dell’esperienza di guerra, come il sindacalismo nazionale, il Partito Futurista,

l’Arditismo e il Fiumanesimo.

Nell’ambito di questi movimenti sorsero i fasci di combattimento.

Benito Mussolini si era avvicinato alla lotta politica militando fra i socialisti. La sua

concezione era di un socialismo rivoluzionario, idealistico, volontaristico e

volontariamente antiborghese, unito ad un mito di rigenerazione spirituale affidata ad

una nuova aristocrazia di giovani.

Nel luglio 1912, al Congresso Socialista di Reggio Emilia, Mussolini si distinse

prendendo in mano la guida del partito. Nominato direttore dell’Avanti, dal

1912 al 1914, fu la figura più popolare del socialismo italiano, diventando la guida

effettiva del Partito socialista, al quale diede un’energica impronta rivoluzionaria.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, egli si dichiarò subito neutrale, ma pochi

mesi dopo mutò idea, iniziando a considerare la guerra come un’occasione per dare il

via alla distruzione del militarismo e dell’autoritarismo degli Imperi Centrali e creare le

condizioni per la rivoluzione sociale. Pochi però furono i socialisti che lo seguirono

quando diede vita nel novembre del 1914 alla sua rivista, Il Popolo d’Italia, per

sostenere la necessità dell’intervento in guerra contro l’Austria.

Fu espulso dal partito e venne condannato come traditore dalla masse socialiste.

L’esperienza della guerra, alla quale partecipò, tra il 1915 e il 1917, quando fu

congedato per le ferite riportate dopo lo scoppio di mortaio, fu decisiva per la sua

conversione dal socialismo marxista e internazionalista a un eclettico nazionalismo

rivoluzionario.

Finita la guerra divenne uno dei principali fautori di una rivoluzione nazionale per

portare al governo una nuova classe dirigente formata dai combattenti. Dopo aver

tentato invano di assumere il comando dell’eterogeneo interventismo di sinistra,

unificandolo sotto la bandiera della Costituente, Mussolini lanciò, all’inizio del marzo

1919, un appello agli interventisti e ai reduci per dar vita ai Fasci di

combattimento.

Il termine fascismo riprendeva il simbolo romano del fascio littorio. Nella sinistra

italiana il termine fascio era usato per identificare un’associazione senza strutture di

partito. La parola fascista comparve probabilmente alla fine dell’Ottocento, con

riferimento ai moti contadini dei fasci siciliani.

La ritroviamo ancora prima della nascita del fascismo mussoliniano, in un articolo di

Piero Gobetti del 1918,in riferimento al Fascio parlamentare, il raggruppamento di

deputati e senatori antigiolittiani costituitosi all’indomani della disfatta di Caporetto.

L’espressione movimento fascista fu usata per la prima volta nell’aprile 1915 su Il

popolo d’Italia per definire un’associazione di tipo nuovo, l’antipartito.

La riunione della fondazione si tenne a Milano, il 23 marzo 1919, in un palazzo di

Piazza San Sepolcro, a cui parteciparono un centinaio tra ex socialisti, repubblicani,

sindacalisti, arditi, futuristi.

Il primo segretario dei Fasci fu Attilio Longoni, sostituito nell’agosto da Umberto

Pasella. Quest’ultimo fu l’artefice della prima organizzazione fascista e mantenne la

carica di segretario generale fino alla fine del 1921.

Il movimento fascista nacque come antipartito per mobilitare i reduci al di fuori dei

partiti tradizionali.

Il primo fascismo viene denominato fascismo diciannovista:

Si proclamava pragmatico e antidogmatico, anticlericale e repubblicano;

 Proponeva riforme sociali, economiche e istituzionali molto radicali;

 Disprezzava il Parlamento e la mentalità liberale;

 Esaltava l’attivismo delle minoranze;

 Praticava la violenza e la politica della piazza per sostenere le rivendicazioni

 territoriali della vittoria mutilata e combattere il bolscevismo e il Partito

socialista.

Per tutto il 1919 e gran parte del 1920 tuttavia, il movimento rimase molto marginale,

nonostante l’attivismo e il sostegno della campagna a Fiume di Gabriele

d’Annunzio, che occupò la città nel settembre 1919, come protesta perché essa era

stata dichiarata città libera dalla Pace di Versailles.

L’insuccesso del movimento venne confermato dalla disfatta nelle elezioni politiche

del novembre 1919.

Dopo questa disfatta, il movimento decise di cambiare rotta: tale cambiamento fu

sancito al congresso nazionale di Milano, tra il 24 e il 25 maggio 1920:

• Si abbandonò il programma radicale del 1919;

• Si ripropose una nuova conversione a destra, come organizzazione politica della

borghesia produttiva e dei ceti medi che non si riconoscevano nei partiti

tradizionali e nello Stato liberale;

La svolta a destra comportò la rottura con i futuristi, con gli arditi e con d’Annunzio,

che fu costretto a sbaraccare da Fiume per volere del governo Giolitti e con la forza

nel dicembre 1920, dopo la firma del Trattato di Rapallo, il 12 novembre 1920,

che metteva fine alla questione di Fiume che rimaneva città libera.

Il Biennio Rosso fece la fortuna del fascismo perché da una parte indebolì il Partito

socialista e dall’altra spinse la borghesia e i ceti medi, convinti di non essere più

tutelati dal governo, a organizzare nuove forme di autodifesa. Il fascismo si pose

subito all’avanguardia della reazione borghese all’antibolscevismo, con squadre

armate, organizzate militarmente, lo squadrismo. Nel giro di pochi mesi esse

distrussero le ultime resistenze delle organizzazioni proletarie nelle province della Val

Padana, dove il Partito socialista e le Leghe Rosse avevano proliferato in modo anche

dispotico.

L’offensiva antiproletaria dello squadrismo fu accolta con favore perché metteva in

ordine la situazione. Ciò permise al fascismo di accreditarsi come difensore della

borghesia produttiva e dei ceti medi.

La crescita del movimento fascista dopo il 1920 fu rapida, soprattutto grazie al

consenso dei ceti medi, alcuni esponenti dei quali iniziarono a ricoprire ruoli di

dirigenze del movimento e dello squadrismo.

Si può dire che lo squadrismo fu un massimalismo dei ceti medi, e come tale fu

all’origine del fascismo inteso come forza organizzata dominatrice della lotta politica.

Il fascismo partecipò alle elezioni del maggio 1921, nei Blocchi nazionali,

patrocinati da Giolitti, conquistando 35 seggi, dopo una campagna elettorale

funestata da violenze.

Giolitti era convinto che facendo partecipare alla vita politica parlamentare il

movimento, gli squadristi che vessavano l’Italia si sarebbero dati una calmata. Ma

Mussolini, dopo la vittoria elettorale, riprese subito la sua libertà d’azione, dichiarando

che il fascismo era un movimento tendenzialmente repubblicano. Nel giugno Giolitti

abbandonò definitivamente il potere.

Il governo Bonomi, 4 luglio 1926 – 26 febbraio 1922, tentò di porre fine alle

violenze proponendo un patto di pacificazione, firmato da Mussolini, assieme ai

socialisti e ai dirigenti della CGdL, il 3 agosto 1921. Ciò fece vacillare il potere di

Mussolini. I ras, gli alti capi regionali e locali del movimento, si opposero alla pretesa di

Mussolini di essere il capo del fascismo. Dal canto suo Mussolini voleva sedare il

dinamismo dello squadrismo che iniziava a non ottenere più tutto il consenso che

aveva all’inizio, e intendeva pure trasformare i Fasci in partito. Cosa che fece, trovando

anche il consenso dei ras, al congresso di Roma tra il 7 e il 10 novembre 1921.

Qui egli riuscì a fare accettare definitivamente il suo ruolo di duce del partito anche se

non ebbe comunque una carica ufficialmente dominante nell’organizzazione del nuovo

partito, il Partito nazionale fascista (Pnf). Da parte loro i ras ottennero l’abbandono

del patto di pacificazione e la valorizzazione dello squadrismo. Lo squadrismo fu

incorporato come parte essenziale e integrante del partito, della sua organizzazione e

del suo metodo di lotta. Alla carica di segretario generale del partito fu eletto Michele

Bianchi.

Elementi del nuovo partito:

Rifiutava il razionalismo e concepiva la militanza con una dedizione totale,

→ fondata sul culto della patria, sul senso comunitario del cameratismo, sull’etica

del combattimento e sul principio della gerarchia;

Si presentava come una nuova religione laica esclusiva, integralista e

→ intollerante, che aveva come dogma fondamentale il primato della nazione.

Pur condannando la società borghese perché materialistica e individualistica,

→ paradossalmente si schierava in difesa della proprietà privata, esaltava il ruolo

di dirigente della borghesia produttiva, sosteneva la unzione storica del

capitalismo e la necessità della collaborazione di classe, il corporativismo al fine

di intensificare la produzione;

Non aveva un preciso programma di politica estera, se non quella di riottenere

→ le terre irredenti e di schierarsi contro la pace di Versailles, ma era in seno l’idea

di un grande impero;

Si considerava la milizia della nazione, pretendendo di essere superiore agli altri

→ partiti;

Odiava gli avversari di sinistra, sostenendo una vigorosa lotta al bolscevismo e

→ disprezzava i borghesi liberali come politicanti vecchi, pavidi, senza ideali di

eroismo e di grandezza;

Esaltava il giovanilismo e la forza e il vigore dei suoi iscritti e dirigenti.

Il partito si impose anche con la violenza in molte regioni dell’Italia centrale e

settentrionale, operando come vero e proprio antiStato nello stato, dichiarando

apertamente di voler porre fine allo stato liberale e di diventare la nuova classe

dirigente.

Nella primavera del 1922, mentre la guida del paese era affidata al debole governo

di Luigi Facta, 16 febbraio – 31 ottobre 1922, il fascismo riprese con la sua

offensiva militare per estendere il suo dominio su altre zone del paese e moltiplicò gli

attacchi contro le sinistre e il Partito Popolare, sfidando lo stato liberale con

mobilitazioni di piazza e occupando città come Bolzano e Trento.

L’idea di una marcia su Roma maturò dopo il fallimento dello sciopero legalitario

proclamato all’inizio di agosto dall’Alleanza del lavoro per protestare contro il

fascismo. Il Pnf reagì con una violenta rappresaglia, distruggendo quel che rimaneva

delle organizzazioni operaie. Allora risultò chiara l’impotenza dello Stato liberale e

l’incapacità dei partiti antifascisti: questi sottovalutavano ancora la forza del fascismo

considerandolo un movimento destinato a esaurirsi in breve tempo. Inoltre essi

credevano che coinvolgendolo nelle istituzioni tradizionali, non cedendogli il potere,

bensì inserendolo in una coalizione presieduta da esponenti del vecchio ceto politico,

la sua forza violenta sarebbe stata sedata.

Mussolini fece mostra di essere di essere disposto a un compromesso.

Durante un discorso tenuto a Napoli il 24 ottobre 1922, il duce proclamò che il

fascismo rispettava la monarchia e l’esercito, riconosceva il valore della religione

cattolica, intendeva attuare una politica liberista favorevole al capitale privato e

restaurare l’ordine e la disciplina del paese.

Mussolini mise così in atto una nuova strategia tattica di acquisizione del potere,

combinando l’azione terroristica con la manovra politica e l’attività parlamentare. La

Marcia su Roma, avvenuta il 25 ottobre 1922, fu utilizzata come arma di pressione

e di ricatto sul governo e sul re per indurlo a cedere il potere al fascismo. Facta chiese

subito di decretare lo stato d’assedio per stroncare l’insurrezione squadrista, ma il re

rifiuto di attuarla.

Il 31 ottobre 1922 il re affidò il governo a Mussolini: ne facevano parte, con io

fascisti, esponenti liberali, popolari, democratici e nazionalisti. Il governo ottenne, con

una larga maggioranza, la fiducia della Camera e del Senato, che concessero anche i

pieni poteri al Presidente del Consiglio per l’attuazione di riforme fiscali e

amministrative.

Tutta l’azione del partito fascista, una volta acquisito il governo, fu diretta alla

conquista del monopolio del potere, usando sia l’arma terroristica sia le riforme

parlamentari. La conquista del monopolio del potere avvenne in varie fasi.

Nella prima fase, Mussolini attuò una politica di coalizione con i partiti disposti a

collaborare, ma nello stesso tempo agì per disgregarli, mentre incorporò nel Pnf

l’Associazione nazionalista (febbraio 1923).

Contro i partiti antifascisti, sottoposti alle continue violenze squadriste, Mussolini si

servì si servì anche di mezzi legali di repressione per ostacolare la loro attività.

Tra il 1923 e il 1924 il Pnf fu investito da una gravissima crisi, provocata dall’accorrere

di migliaia di nuovi aderenti e assunse anche carattere politico, con il proliferare di

Fasci dissidenti e Fasci autonomi, e soprattutto con lo scontro fra i fascisti revisionisti,

fautori della smilitarizzazione del partito, e i fascisti integralisti, che esaltavano il ruolo

dello squadrismo e volevano una seconda ondata rivoluzionaria.

Giunto al potere, Mussolini decise di togliere al Pnf qualsiasi autonomia per sottoporlo

alle sue direttive. Nel dicembre 1922 istituì un nuovo organo del partito, il Gran

Consiglio del Fascismo, di cui era egli stesso presidente, e di cui facevano parte gli alti

dirigenti del partito e i membri fascisti del governo. In sostanza era un governo ombra

che emanò le leggi più importanti.

Il 14 gennaio 1923 venne istituita la Milizia volontaria per la sicurezza

nazionale, che inquadrò legalmente lo squadrismo ponendolo sotto il diretto comando

del capo del governo.

Mussolini mantenne sempre una linea politica ambigua di politica terroristica e politica

di normalizzazione insieme. Soprattutto mirava in questo periodo a consolidare il

proprio potere principalmente attraverso il compromesso con le istituzioni tradizionali,

con la Chiesa e con il mondo economico. Per avere una maggioranza parlamentare più

ampia e sicura fece approvare nel luglio 1924 la Legge Acerbo, una riforma

elettorale che permetteva di ottenere un premio di maggioranza alla lista vincente.

Alle elezioni dell’aprile 1924, in un clima di intimidazioni e di violenze, vinse il

partito fascista con una larga maggioranza di consenso. Il deputato Giacomo

Matteotti denunciò i brogli e le violenze e qualche tempo dopo fu trovato

assassinato. Non si sa bene chi fosse stato il mandante, probabilmente non Mussolini

ma qualcuno che voleva ingraziarselo, fatto sta che l’evento fece molto scalpore

all’opinione pubblica.

La maggioranza dei deputati antifascisti si radunò, come segno di protesta,

sull’Aventino, nella cosiddetta Secessione dell’Aventino. Tutto ciò fece vacillare il

governo, ma Mussolini riuscì ad evitare la caduta perché l’opposizione non seppe

sfruttare politicamente la situazione e soprattutto perché Mussolini poteva contare sul

sostegno della monarchia e dei fiancheggiatori, sebbene condizionandola in modo

sempre più pressante alla realizzazione di una vera normalizzazione e alla liquidazione

dell’illegalismo fascista.

Con il discorso tenuto alla Camera il 3 gennaio 1925, Mussolini si assunse tutte le

responsabilità di quanto successo e assumeva su di sé i pieni poteri aprendo una

nuova fase del fascismo.

La gestione della politica interna fu affidata a Luigi Federzoni che attuò una politica

repressiva contro i partiti antifascisti e assecondò la politica mussoliniana di

contenimento dell’estremismo fascista.

Nel febbraio 1925, la segreteria del partito andò a Roberto Farinacci che voleva

accrescere e consolidare il potere del partito, mettendolo alla pari del potere del duce.

Per ciò all’inizio del 1926, quando lo stato era ormai nelle sue mani, Mussolini lo

licenziò e mise a capo del Pnf Augusto Turati, molto più incline a seguire la politica

mussoliniana.

Il passaggio al regime fu di fatto una rivoluzione legale, approvata dal Parlamento, e

rimase apparentemente all’interno della facciata della monarchia costituzionale, grazie

all’abile architettura di regime sapientemente creata dal giurista Alfredo Rocco.

Leggi del 24 dicembre 1925 e del 31 gennaio 1926: fu affermata la supremazia

del potere esecutivo e la subordinazione dei ministri e del Parlamento all’autorità del

capo del governo.

Legge del 4 febbraio 1926: si pose a capo di ogni comune il podestà con decreto

reale e rigidamente subordinato al prefetto.

Legge del 3 aprile 1926: furono notevolmente ampliati i poteri del prefetto.

Legge del 26 novembre 1925: venne abolita la libertà di organizzazione e vennero

sciolti tutti i partiti.

Legge del 9 novembre 1925: la Camera dichiarò decaduti i deputati

dell’opposizione aventiniana e del Partito comunista.

Molti fascisti fuggirono all’estero dove si organizzarono per la lotta all’antifascismo.

I giornali vennero fascistizzati, molti cambiarono orientamento politico, altri vennero

chiusi.

Legge 25 novembre 1926: venne reintrodotta la pena di morte per i reati contro la

sicurezza dello stato e si instituì un Tribunale speciale per i delitti contro lo stato e il

regime.

17 maggio 1928: riforma della rappresentanza politica che tra le altre cose diede

molti poteri al Gran Consiglio. Quest’ultimo divenne organo supremo costituzionale del

nuovo regime il 9 dicembre 1928, avendo tra gli altri il potere di intervenire nella

successione al trono.

Il Pnf nel 1926 era in sostanza l’unico partito esistente. Mussolini riuscì a sedare

l’anarchia dei ras e a bloccare le ambizioni degli integralisti come Farinacci. Venne

creato un nuovo statuto di partito l’8 ottobre 1926 che abolì la democrazia interna e

il Pnf fu definitivamente sottoposto agli ordini del duce.

Tuttavia il partito non rinunciò mai al proposito di acquistare un potere crescente ed

effettivo.

Il regime fascista fu coronato nel 1929 con la conciliazione con la Chiesa Cattolica e

con le prime elezioni plebiscitarie. Nello stesso anno la Camera fu completamente

fascista mentre si avviava a un processo di fascistizzazione anche il Senato.

Anche i sindacati antifascisti furono sciolti, mentre i sindacati fascisti furono

subordinati al controllo dello Stato. La legge 3 aprile 1926 sulla disciplina dei

rapporti di lavoro vietò lo sciopero e la serrata e instituì la Magistratura del lavoro per

la soluzione delle vertenze fra lavoratori e datori di lavoro.

21 aprile 1927 Carta del lavoro, attuazione di un ordinamento corporativo. Un

ministero delle corporazioni fu creato el 1926; nel 1930 fu istituito il Consiglio

nazionale delle corporazioni, come organo costituzionale dello Stato, ma le

corporazioni furono istituite solo dal 1934, che in realtà fu solo un altro apparato

burocratico di scarsa funzionalità.

In campo economico, dopo i primi anni di economia liberista, il regime adotto una

politica protezionista, ampliando in misura crescente, soprattutto dopo la crisi

economica del 1929, il controllo sulla finanza e sull’industria, con iniziative come la

costituzione dell’ Istituto immobiliare italiano (1931) e dell’ Istituto per la

ricostruzione industriale (1933).

Dal punto di vista sociale fu intensificata la fascistizzazione degli italiani attraverso un

loro irrigidimento sotto il controllo del partito. Importante du l’organizzazione della

propaganda: nel 1934 fu istituito un sottosegretariato alla Stampa e propaganda,

divenuto poi nel 1935 ministero e successivamente nominato Ministero della Cultura

popolare, detto MinCulPop, nel maggio 1937.

L’organizzazione della cultura divenne parte integrante della politica del fascismo, che

poté avvalersi di illustri nomi di letterati e artisti che decantarono il regime.

Il mito di Mussolini fu il fattore principale del consenso degli italiani, soprattutto tra

1929 e 1940. Il ruolo carismatico del duce ricevette un’esaltazione continua e le

adunate oceaniche dove il duce dialogava con il suo popolo diventavano momenti

fondamentali della vita del paese. il regime assunse la forma di una religione laica a

cui ogni cittadino doveva costantemente rivolgersi.

Il fascismo mirava alla trasformazione del carattere degli italiani per creare un italiano

nuovo, il quale doveva conformare tutta la sua condotta all’ideale dogma “credere,

obbedire, combattere”.

La donna invece era l’angelo del focolare, adibita alla cura della casa e alla crescita

dei giovani fascisti, una visione svilente e importante insieme, paradossalmente.

Anche l’educazione era rigidamente controllata, a partire dalle riforme scolastiche, la

prima nel 1923, la riforma Gentile che però non poneva il programma scolastico su

un punto di vista fascista, bensì era il risultato di molti dibattiti precedenti. Tale riforma

fu presto modificata nell’ambito di una pedagogia totalitaria, coincidente con i fini del

partito e dello stato fascista. Nel 1928 fu decisa l’introduzione del testo unico di Stato

alle elementari e la fascistizzazione dei testi per le scuole secondarie.

Il comportamento degli alunni fu militarizzato con riti e simboli fascisti inseriti nella

vita scolastica. Anche gli insegnanti erano controllati mediante il requisito obbligatorio

di essere iscritti al partito e il giuramento di fedeltà al regime. Venne varata anche una

nuova riforma dell’educazione scolastica che stabiliva un collegamento organico fra la

scuola e il partito, tramite la frequenza obbligatoria delle scuole, della Gioventù del

Littorio e dei Gruppi universitari fascisti.

La fascistizzazione degli italiani e delle italiane fra i 6 e i 18 anni era affidata all’Opera

nazionale Balilla e successivamente, dal 1937, alla Gioventù italiana del Littorio., che

fuse tutte le organizzazioni giovanili fasciste.

Tutto ciò mise in contrapposizione il fascismo con l’Azione Cattolica, organo cattolico

che si occupava dell’educazione dei giovani credenti. La stessa Chiesa condannò più

volte il fascismo di predicare una religiosità statolatrica e pagana.

Negli anni Trenta il regime assunse il carattere di una dittatura totalitaria. Tra il 1936 e

il 1939, forte del successo della conquista dell’Etiopia e della fondazione dell’impero, il

fascismo accelerò il processo totalitario per acquistare maggiore potere e autonomia

rispetto alle istituzioni tradizionali.

Momenti importanti di questo passaggio furono:

L’istituzione del Ministero della Cultura popolare il 27 maggio 1937;

→ La creazione della Gioventù Italiana del Littorio il 27 ottobre 1937;

→ Il rafforzamento delle prerogative e delle funzioni del Partito Fascista;

→ L’abolizione della Camera dei deputati, che fu sostituita con la Camera dei Fasci

→ e delle Corporazioni il 19 gennaio 1939;

L’istituzione della carica di Primo maresciallo dell’Impero tanto al re quanto a

→ Mussolini, che mette in evidenza la volontà del fascismo di svalutare

ulteriormente la funzione della monarchia.

Fra il febbraio e il novembre 1938 furono adottati anche i provvedimenti antisemiti

culminati nella promulgazione delle leggi antiebraiche il 17 novembre 1938, come

parte integrante della legislazione razzista elaborata dopo la conquista dell’Etiopia.

Mentre il razzismo non era estraneo alla cultura fascista, che aveva manifestato fin da

subito una speciale attenzione per la difesa della sanità della stirpe, non lo stesso si

può dire dell’antisemitismo, che non era mai stata una componente dell’ideologia

fascista. All’inizio degli anni Trenta, il duce aveva pubblicamente disprezzato le teorie

razziste e l’antisemitismo, tuttavia, con l’intensificazione della politica razzista, anche

l’atteggiamento sull’antisemitismo cominciò a cambiare e certamente l’alleanza con la

Germania giocò un ruolo fondante in ciò. Ma i fattori decisivi furono le convinzioni di

Mussolini che l’ebraismo internazionale fosse parte attiva dell’antifascismo. Dal 1938

l’Italia divenne ufficialmente stato antisemita: la comunità ebraica italiana contava

circa 50mila persone, molte delle quali si riconoscevano pure nel partito fascista. Ad

ogni modo la persecuzione non fu spietata come il Germania, almeno fino all’avvento

della Repubblica sociale.

Dal punto di vista internazionale, fino al 1934, la politica estera fascista aveva puntato

su mezzi pacifici per conquistare maggiore prestigio e influenza. Si atteggiò quindi ad

uno spregiudicato realismo, cercando di far valere il peso determinante dell’Italia nella

politica europea, partecipando alle attività della Società delle Nazioni e procedendo

d’intesa, in modo alterno, con Francia e Gran Bretagna.

Il fascismo aveva comunque sempre avuto una certa vocazione imperialista, che

venne messa in pratica a partire dagli anni Venti con l’espansionismo politico ed

economico nei Balcani e verso le conquiste coloniali in Africa, con l’ambizione

massima di affermare l’egemonia sul Mar Mediterraneo, il Mare nostrum.

L’ambizioso progetto di creare una “nuova civiltà” fu corroborato nel corso degli anni

Trenta dalla trasformazione del fascismo in un fenomeno internazionale, in seguito al

diffondersi di movimenti e di regimi con aspetti simili e affini al fascismo italiano:

Il nazionalsocialismo di Hitler in Germania;

 Le Croci di fuoco di François de La Rocque e il partito popolare francese di

 Jacques Doriot in Francia;

Il rexismo di Léon Degrelle in Belgio;

 La Falange di José Antonio Primo de Rivera in Spagna;

 L’Unione fascista di Oswald Mosley in Gran Bretagna;

 Le Croci frecciate di Ferenc Szalasi in Ungheria;

 La Guardia di Ferro di Corneliu Codreanu in Romania;

 Il partito degli Ustascia, ribelli, di Ante Pavelic in Croazia.

Questi movimenti, nati quasi tutto dopo l’avvento del fascismo italiano, avevano

ideologie e scopi differenti di quelli del movimento italiano, ma ad esso

assomigliavano per concezione mistica e militarizzata della politica, per l’attivismo

rivoluzionario antidemocratico, antiliberale e antimarxista, per il culto della razza e

della nazione come valore assoluto, per l’uso di riti e simboli come espressione

fondamentale della propria identità.

La proliferazione di questi movimenti spinse Mussolini a dichiarare, all’inizio degli anni

Trenta, che il XX secolo sarebbe stato il secolo dell’Europa fascista o fascistizzata.

Il 30 gennaio 1933 Hitler conquistò il potere in Germania, sostenendo di essere un

forte ammiratore di Mussolini. Quest’ultimo si convinse che la fine della democrazia e

del potere liberale era giunto. Maturò la decisione della conquista del suo impero

coloniale, aggredendo l’Etiopia il 3 ottobre 1935 e conquistandola nel ,aggio

1936. La Società delle Nazioni si oppose imponendole delle sanzioni, ma

sostanzialmente il suo intervento fu debole e infecondo.

La conquista dell’impero fu accompagnata da un’efficace orchestrazione

propagandistica del partito, e rappresentò il culmine del consenso della grande

maggioranza degli italiani al fascismo e al duce, il quale coronò la sua apoteosi

annunciando il 9 maggio 1936, dal balcone di Palazzo Venezia, la riapparizione

dell’Impero sui colli fatali di Roma.

La guerra d’Etiopia non chiuse definitivamente i canali delle buone relazioni con le

democrazie e soprattutto con la Gran Bretagna. Tuttavia, il mutamento della situazione

internazionale nella seconda metà degli anni Trenta, aggravata dal revisionismo

hitleriano e dalla guerra civile spagnola, 1936-39, espose il fascismo alla

tentazione di nuove imprese belliche che Mussolini non seppe evitare.


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Riassunto per l'esame di Storia Contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Il Fascismo in Tre Capitoli di Gentile. Gli argomenti sono: Le origini del fascismo si innestano nel processo di crisi e di trasformazione della società e dello Stato, iniziato in Italia negli ultimi decenni dell’Ottocento, con l’avvio dei processi di industrializzazione e modernizzazione, accompagnati da fenomeni di mobilitazione sociale che diedero forte impulso alla partecipazione politica delle masse.
Il fascismo nacque dopo la Prima Guerra Mondiale, ma alcuni suoi elementi sono da
considerarsi preesistenti alla guerra come il nazionalismo fervente, il sindacalismo rivoluzionario, il futurismo, elementi presenti in alcuni movimenti radicali sia di destra che di sinistra.


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