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Le Olimpiadi degli stati nazione

Con le Olimpiadi di Londra e di Stoccolma, i Giochi Olimpici maturano definitivamente, ma insieme alla fama arrivarono anche le tensioni politiche internazionali. L'uniformità e l'universalismo dello sport fecero sì che esso diventasse uno strumento per comparare la forza di una nazione. In Europa questo elemento era visto sia come agente di pacificazione internazionale, sia come mezzo per dimostrare la vitalità del proprio paese.

I Giochi erano, quindi, già politicizzati prima dell'avvento del fascismo e del comunismo. Il diffondersi continuo delle tesi darwiniste portò le nazioni ad essere sempre più sensibili alle prestazioni sportive dei loro atleti. Gli Stati-nazione cominciarono ad usare le vittorie olimpiche a supporto delle rispettive ideologie politiche, economiche e sociali, poiché lo sport rappresentava un metro di giudizio facilmente quantificabile.

In questa fase si costituirono e si istituzionalizzarono i diversi CNO nazionali, e le Olimpiadi divennero sempre più affari di Stato. Per fronteggiare le istanze geopolitiche, Coubertin dichiarò: “All game, all nations”, dicendo che una nazione non era necessariamente uno Stato indipendente, e la geografia sportiva poteva differire da quella politica. La forza contrattuale superiore del CIO, e il suo margine di libertà nei confronti degli Stati, era dovuto al fatto che la geografia olimpica facesse riferimento ai CNO e non ai governi. Ma proprio questa presunzione fu una delle principali debolezze dell’architettura coubertiniana.

Già da Londra si può affermare che l’universalismo olimpico possa essere inquadrato come internazionalismo, perché l’Olimpismo si basava sul principio della rappresentazione nazionale. Universale nelle intenzioni, ma internazionale nei fatti, il CIO rafforzò enormemente i legami con il concetto di Stato-Nazione. Così come i Giochi sacri dell’antica Grecia divennero parte fondamentale del sistema di Stati ellenico, i Giochi Olimpici coubertiniani divennero un simbolo della “Società Internazionale del continente europeo”, come definita da Aron.

Londra 1908

Anche in questo caso i Giochi Olimpici si disputarono all’ombra di una Esposizione Universale. Con i Giochi da disputarsi in Regno Unito si poté celebrare la patria dello sport moderno e di ufficializzare simbolicamente l’Entente cordiale, che aveva messo fine alla rivalità franco-britannica. Non era però la prima volta che lo sport assumeva toni diplomatici, perché così era già successo tra Inglesi e Boeri, con una sfida di rugby in Sudafrica.

In questa edizione il livello burocratico si alzò molto, e con l’emergere dei primi CNO si ebbe a che fare per la prima volta con questioni geopolitiche delicate, vedasi la Boemia, regione dell’Impero austro-ungarico, e la Finlandia, sottomessa alla Russia, che parteciparono con una squadra autonoma ma non con la propria bandiera. Alcuni atleti irlandesi, pur di non gareggiare sotto la Union Jack, decisero di non partecipare ai Giochi, ma va detto come all’interno dell’Impero britannico il concetto di nazionalità era estremamente flessibile (Australia e Nuova Zelanda parteciparono assieme sotto la bandiera di Australasia).

Gli statunitensi decisero di non abbassare il proprio vessillo, affermando di non inchinarsi di fronte a nessun re del mondo, anche se ciò risulta essere più un mito che altro. Nella gara della maratona si ricordi il caso di Dorando Pietri, cui fu annullata la vittoria perché aiutato negli ultimi metri dal medico e dal direttore di gara, ma nonostante ciò egli ricevette solo più onori del previsto. Le Olimpiadi di Londra si pongono quindi a metà fra il successo, nell’opinione britannica, e l’insuccesso, presso gli americani, perché è sì vero che le Olimpiadi si affermarono come evento sportivo più importante del pianeta, ma sicuramente hanno anche accresciuto le tensioni e le acredini fra le nazioni.

Stoccolma 1912

Finalmente, dopo tre edizioni legate alle Esibizioni internazionali, i Giochi godettero di autonomia, e questa edizione fu quella che più si avvicinò all’ideale coubertiniano. Il trionfo dell’Olimpismo fu però, anche a detta indiretta di Coubertin, figlio di una spinta del nazionalismo che si allenava in vista della guerra.

Con i Giochi di Stoccolma si coglie l’evento simbolico che segna l’emergere del nazionalismo sportivo, idealizzando lo sport come metro di misura della “virilità nazionale”. Nei Giochi che furono sfruttati dalla famiglia reale svedese per accrescere il proprio prestigio e per esaltare la figura dell’”uomo del Nord”, le gare sportive divennero terreno di scontro pacifico fra nazioni rivali.

La Finlandia aveva potuto partecipare ad Atene e a Londra con una squadra autonoma, visto anche lo scarso peso dell’URSS nel CIO, ma in quest’occasione furono costretti a marciare sotto la bandiera dell’impero zarista, e per questo marciarono separati dai russi. Lo stesso compromesso, ovvero quello della bandiera dell’impero con un contrassegno particolare, fu adottato anche nel caso della Boemia. Introdotti ma non disputati a Londra, si tennero per la prima volta a Stoccolma anche dei concorsi culturali, per coniugare arte e corporeità. Alla fine, Coubertin era convinto che l’Olimpismo avesse conquistato e sottomesso gli sport, senza rendersi conto che il suo internazionalismo si poggiava su basi molto instabili.

Berlino 1916

Assegnando finalmente alla Germania un’edizione dei Giochi, il CIO adottò anche il simbolo olimpico dei cinque anelli, rappresentanti le cinque parti del mondo sottomesse all’Olimpismo. Questa bandiera si sarebbe dovuta opporre alle bandiere degli Stati-nazione, ma così non fu. De Coubertin era illuso che assegnando i Giochi alla Germania, si sarebbero sopite le proprie ambizioni politiche, a favore della pace del continente e del mondo.

Con l’accrescersi delle tensioni, in Francia si parlò addirittura di un eventuale boicottaggio delle Olimpiadi berlinesi. Queste Olimpiadi, come mostrato dall’interesse del governo britannico nel finanziare il proprio contingente, erano ormai diventate affari di Stato, in cui mostrare la propria superiorità rispetto agli altri paesi. Tuttavia, proprio mentre i governi iniziavano a guardare con interesse ai Giochi, scoppiò la Grande Guerra, e lo stesso Coubertin decise di arruolarsi, e proprio questa scelta contrasta con la visione di chi lo ha definito un pacifista. Nel maggio 1915 il CIO annunciò la cancellazione dei Giochi. Tuttavia, nonostante avesse cercato di mantenersi su posizioni neutrali, nel corso della guerra il CIO assunse posizioni coerenti con le scelte politiche dell’Intesa.

Questo cataclisma bellico mise fine all’utopia dell’Olimpismo e dell’internazionalismo sportivo, visto come strumento di pace. Ma nonostante ciò, i Giochi sopravvissero al quadriennio bellico 1914-1918.

Le Olimpiadi del primo dopoguerra

Conclusasi la guerra, i vari governi compresero l’importanza dello sport, e l’assegnazione dei Giochi di questo decennio fu un riflesso della preminenza del blocco continentale a guida francese. La volontà di sottrarre le Olimpiadi alle interferenze della politica si dimostrò una semplice illusione, poiché i Giochi si strutturarono sempre più intorno al principio dello Stato-nazione. Con lo spirito degli anni Venti l’idea dello sport come portatore di pace e di concordia si cristallizzò sempre più, ed il concetto di “internazionalismo” prevalse sul “cosmopolitismo aristocratico” delle origini.

Grazie alla guerra, paradossalmente, lo sport si era espanso e popolarizzato, influenzato soprattutto da due modelli, quello anglosassone e quello europeo-continentale. Lentamente però, gli ideali anglosassoni furono rimpiazzati da quelli americani, ed è così che il concetto di fair-play e del gentleman amateur vennero rimpiazzati dal crescente individualismo, fatto di professionalizzazione e spettacolarizzazione. Il tempo libero, con i processi di urbanizzazione, divennero sempre più, e lo sport godette di ciò.

Oltre al CIO, anche i governi nazionali, più vicini alla concezione classica della realpolitik, si legarono alla nuova visione internazionalista predominante dello sport. Oltre che come mezzo di diplomazia e di affermazione, lo sport divenne anche attore economico, potenziando enormemente il settore turistico. L’ingresso dell’hard politics nei Giochi si notò però con l’esclusione dei paesi sconfitti, poiché la guerra aveva esacerbato i nazionalismi, sportivi e non.

Si noti però una differenza, perché mentre in Francia il CNO era fortemente dipendente dal SOFE, dalla politica estera, così non sarà in Inghilterra, dove il BOA agì molto più autonomamente, pur condividendo le volontà del governo francese di escludere i vinti. Lo sport si adeguò ai cambiamenti geopolitici, e fino al 1952 si visse un boicottaggio reciproco fra Unione Sovietica e CIO, il che non scontentò nessuna delle due parti, ma nonostante ciò l’URSS adoperò lo sport ai fini della politica estera.

Lo sport operaio criticò molto, attraverso le Olimpiadi dei Lavoratori e le Spartakiadi, la concezione borghese dello sport, fatta di competitività, di culto del primato, di enfasi campionistica, e la sua natura sciovinistica. Nel primo dopoguerra, senza ombra di dubbio, il carattere apolitico e pacificatore dello sport e del movimento olimpico si dimostrò un falso mito, ma divennero strumento di propaganda e di diplomazia, tanto che gli atleti presero la forma di “soldati” dei rispettivi paesi.

Anversa 1920

I Giochi Interalleati disputatisi a Parigi nel 1919 segnarono la ripresa delle competizioni atletiche su scala internazionale. Questo evento, finanziato dagli americani attraverso la YMCA, rappresentò un’occasione per fare proselitismo politico-culturale e religioso. I Giochi Olimpici rappresentarono il primo passo verso la normalizzazione post-bellica, e si cominciò da Anversa, nel 1920.

La decisione della città fiamminga assunse un significato politico, poiché durante la guerra la Germania aveva violato la neutralità del Belgio e dell’Olanda, e le Olimpiadi rappresentavano un risarcimento del mondo dello sport internazionale a un paese emblema della brutalità della guerra e dell’espansionismo tedesco, simbolo del coraggio e della rinascita. Tuttavia, nel processo di ricostruzione post-bellica, questi Giochi non furono che una breve pausa. Alla fine, il non-invito ai paesi sconfitti fu solamente un’applicazione delle regole del CIO, che affermavano che solo paesi rappresentati nel CIO potevano partecipare. Nel corso dei Giochi, le 95 medaglie americane contro le 42 britanniche furono una conferma della trasformazione dei rapporti di forza tra i due paesi.

Durante le gare però, il nazionalismo non tardò ad arrivare. In conclusione, i Giochi di Anversa furono sì la rifioritura del movimento olimpico, ma anche della comunità internazionale, seppur incompleta.

Parigi 1924

Prima dei Giochi di Parigi vi fu una minaccia di boicottaggio, da parte dell’Italia, non ottenendo l’assegnazione dei Giochi del 1928. Per la Francia queste Olimpiadi erano una grande opportunità per accrescere il prestigio nazionale, che però veniva prima dei calcoli economici, e non a caso i Giochi chiusero con un bilancio in passivo.

Ai Giochi dovevano essere invitati tutti i paesi sconfitti, compresi la Germania e l’Unione Sovietica, ma a prevenire l’invito di queste ultime intervenne il Ministero degli Esteri; queste affermazioni erano dovute al fatto che un’eventuale sconfitta con la Germania sarebbe stata un affronto per l’immagine dei francesi. Impossibilitato a sottrarsi ai diktat degli Stati più influenti, alla fine non vennero invitate Germania e Unione Sovietica, e i tedeschi bollarono questi Giochi come una “festa dell’Intesa”.

Una sfida importante ai Giochi venne però dall’interno, poiché la sezione francese dell’RSI cercò di organizzare a Parigi delle contro-Olimpiadi, ma lo svolgimento di queste venne impedito dal governo francese stesso. I rapporti con la Gran Bretagna erano controversi, perché gli inglesi accusavano la Francia di avere soldi per organizzare l’evento, e non per pagare i debiti di guerra. In questa edizione dei Giochi il medagliere continuò ad essere visto come un barometro delle nazioni, e i media assumevano spesso posizioni scioviniste e ultranazionaliste, mentre per de Coubertin questa edizione rappresentò il pieno raggiungimento dell’ideale olimpico come contributore della pace mondiale.

Amsterdam 1928

Le Olimpiadi di Amsterdam dovevano essere l’apogeo sportivo del clima di ritorno alla pace e all’ottimismo, anche perché l’Olanda, paese neutrale, era una posizione ideale, e si sancì il ritorno olimpico degli atleti tedeschi dopo due edizioni di ostracismo. Anche se quest’ultimo fatto fece registrare alcune tensioni, alla fine i tedeschi si classificarono secondi nel medagliere delle nazioni.

Dopo l’abbandono da parte di de Coubertin al congresso di Praga, pur restando come presidente onorario, i Giochi olandesi segnarono l’esordio del conte Baillet-Latour, un fervente antibolscevico, che si oppose a qualsiasi legame tra il movimento olimpico e quello dei lavoratori.

A questa edizione dei Giochi ci furono due significative novità: la Grecia aprì la sfilata, mentre sul tripode bruciava la fiamma olimpica. Intanto gli italiani si esibivano mostrando il saluto romano. MacArthur, all’epoca generale dell’esercito americano, si approcciò ai Giochi come se si trattasse di una “guerra senza armi”. La maratona fu vinta da un algerino cresciuto in Francia e portante il gallo sul petto, ma la sua vittoria fu da alcuni giornali smorzata, non considerando l’atleta un “vero francese”, mentre altri enfatizzarono ancor di più il risultato in virtù della sua identità franco-algerina.

In Italia invece si stava vivendo il passaggio dallo sport campionistico allo sport spettacolo, con il passaggio alla guida del CONI da Ferretti ad Augusto Turati. Questo passaggio avvenne perché Mussolini non era soddisfatto della prestazione azzurra in Olanda, e lo sport divenne sempre più uno strumento educativo, funzionale a creare un legame con la nazione. I risultati saranno ben visibili poi qualche anno più tardi. Non lontano dall’Olanda, nel 1928, si svolsero in contemporanea con il VI congresso del Comintern le prime Spartakiadi, per dimostrare i progressi sovietici nel campo sportivo, in chiave antiborghese.

Negli anni Venti si assistette quindi ad un progressivo utilizzo degli sport da parte dei governi per proiettare tanto verso l’interno quanto verso l’esterno l’immagine della nazione. Al tempo stesso, però, i simboli e cerimoniali olimpici si inserivano perfettamente nell’atmosfera di Locarno.

La sfida dei totalitarismi

Nei governi che ambivano a diventare autoritari lo sport non poteva che essere un grande strumento propagandistico: un mezzo di controllo sociale, di consenso, per veicolare i propri valori e le proprie ideologie. Questo si vide chiaramente in Italia, con l’organizzazione sportiva costruita su base trinitaria, e altrettanto avvenne in Germania, poiché quando Hans von Tschammer und Osten divenne Reichssportführer, lo sport divenne strumento politico-ideologico (in Italia si aveva l’ONB seguita dai GUF, l’Opera Nazionale Dopolavoro, e il CONI, mentre in Germania c’era la Hitlerjugend, la Kraft-durch-Freude, e il Comitato Olimpico Tedesco, il GOC). In URSS la politicizzazione dello sport non fu da meno.

Tra il 1935 e il 1938, in Gran Bretagna, lo sport si rivelò uno strumento funzionale alla visione politica di Chamberlain, votata all’appeasement verso la Germania, tanto che nel 1938, quando scese in campo a Berlino, la nazionale di calcio inglese fece il saluto nazista. Intanto però, cominciò una sorta di competizione con la Francia, una “gara allo scaricabarile” su chi dovesse accollarsi il peso del contenimento della Germania, anche in ambito sportivo.

Con la progressiva discesa della Società delle Nazioni poi, il CIO abbandonò le sue ambizioni internazionaliste, limitandosi al ruolo di gestore delle Olimpiadi, ma nonostante ciò l’organizzazione fu segnata da un fervente anticomunismo, e una forte tolleranza nei confronti dei regimi nazi-fascisti. L’uso politico dello sport sviluppatosi negli anni Venti nelle democrazie liberali divenne quindi un’arma potente dei regimi autoritari, che sfruttarono proprio la presunzione del CIO di scindere lo sport dalla politica.

Los Angeles 1932

Lo “spirito di Locarno” sviluppatosi negli anni Venti dovette cedere il passo alla Grande Depressione e i Giochi Olimpici di Los Angeles dovettero farvi fronte...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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