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Tracce di memoria

Il 21 aprile 1975 si tennero i funerali di Tonino Miccichè, operaio militante di Lotta Continua che aveva guidato l'occupazione delle case popolari del quartiere Falchera. Per le strade di Torino durante il funerale non c'era un partito da mettere in scena, ma un movimento di lotta che affidava la propria rappresentazione simbolica agli abitanti della Falchera. Partito da piazza Crispi, il corteo fece varie tappe: davanti alla sede dell’ANPI, in piazza del Municipio (il portone rimase sigillato e controllato a vista dalla polizia), davanti il Duomo.

Miccichè era siciliano di Pietraperzia, emigrato, entrato a lavorare in Fiat Mirafiori. Diventò da subito per gli altri operai un punto di riferimento, sempre alla testa dei cortei e degli scioperi. Nel '73, in seguito a dei tafferugli con la polizia, fu arrestato e successivamente licenziato dalla Fiat. Era seguito da tutti, sia i vecchi operai che quelli nuovi: sapeva scegliere di volta in volta la forma giusta di lotta, assumendo il ruolo di capopopolo. Per gli abitanti della Falchera era una sorta di sindaco dal '74, quando furono occupati gli alloggi popolari. C’era molta tensione al suo funerale. Si sentiva una grande sensazione di forza, che sbocciò poi nelle elezioni del '75 come atto politico vincente. Infatti il PCI diventava il primo partito in ben sette regioni e nelle maggiori città italiane, come Torino, Roma, Firenze, Bologna.

Due anni dopo ci fu un altro funerale molto importante, quello di Francesco Lorusso. Fu ammazzato da un carabiniere a Bologna negli scontri del '77. La città fu assediata dalle forze dell’ordine e questo costrinse a spostare il funerale in periferia. Nel frattempo Lotta Continua si era sciolta. Dalla sua disintegrazione nacque il terrorismo e una concezione plumbea della politica e dei rapporti umani.

I nomi di Lorusso e Miccichè sono due di una lunghissima lista a cui si aggiungono personaggi come Peppino Impastato. Tutti erano militanti politici di sinistra e non terroristi o poliziotti. Tuttavia, tutti sono stati cancellati dalla memoria italiana. La cosa terribile di questa fetta di storia italiana, nota come gli anni di piombo, è che è calata su di essa una pietra tombale. Tutto è precipitato nel terrorismo, tutta la memoria di quegli anni si è raccolta intorno all’icona di sofferenza e dolore di Aldo Moro. Per i caduti non c’è niente di pubblico o di ufficiale. La loro memoria viene affidata ai familiari o ai vecchi compagni.

Queste morti cercano di diventare testimonianze all’inizio più di antifascismo che comunismo, ma dal '75-'76 più comunismo che antifascismo. Per tanti uccisi sono state messe delle lapidi in giro per le città, ma spesso vengono dimenticate. C’è da ricordare che anche i fascisti sono stati uccisi e hanno una memoria a parte differente da quella ufficiale, come quella comunista. Si auspica un giorno che entrambe le memorie possano convivere. Per quelle persone uccise da forze dell’ordine o diretti solo alcuni hanno trovato i colpevoli ed emesso sentenze di condanna. Tuttavia, le sentenze che coinvolgono agenti di polizia o affini sono balbettanti, imbarazzanti e contraddittorie.

Segreto e stato

Gli episodi di violenza terroristica di sinistra e quella dello squadrismo eversivo fascista hanno definito un quadro di certezze processuali: sono stati individuati, talvolta non puniti, i colpevoli e sono state ricostruite con esattezza le modalità con cui si svolsero i fatti. Spesso questi successi giudiziari sono stati conseguiti grazie allo strumento della contrattazione, ascoltando pentiti o terroristi che parlavano in cambio di uno sconto di pena. Nonostante il metodo un po' anomalo, sono stati conseguiti buoni risultati, ma per nessuno degli episodi della "strategia della tensione" è stato così. In questa strategia c’erano tre elementi: i neofascisti, come esecutori materiali, gli apparati dello stato, in ruolo ambiguo, un attentato di tipo stragista puntava a sparare nel mucchio e a diffondere insicurezza e disordine sociale.

Ci furono 11 stragi: Piazza Fontana (12 dicembre 1969), attentato al Treno del Sole a Gioia Tauro (22 luglio '70), nel maggio '73 un ordigno davanti la questura di Milano, 28 maggio '74 bomba in Piazza La Loggia a Brescia, agosto '74 attentato al Treno Italicus e per finire la strage del 2 agosto '80 della stazione di Bologna. Alle stragi si alternarono falliti tentativi di sovvertire l’ordine democratico, con colpi di stato e complotti militari. Tutto questo durò 15 anni dal '69 all’84. Per nessuna di queste stragi è stato trovato un colpevole.

Si può fare una constatazione puramente fattuale: in tutti questi episodi sono implicati uomini dello stato, i suoi apparati. Durante il suo governo Prodi emanò una legge trentennale sul segreto di stato, quindi spesso le indagini sulle stragi sono fondate su un materiale ricco, ma indiziario, non avendo a disposizione tutti i documenti. Gli anni di piombo crebbero in varie fasi: all’università tra il '67 e '68; l’uscita all’esterno tra '68 e '69; l’incontro con gli operai nel '69; i sussulti dei governi di centrodestra tra '71 e '72; la crisi petrolifera nel '73; il compromesso storico tra '73 e '75; gli anni della solidarietà nazionale tra '76 e '79 e infine il rapimento e uccisione di Aldo Moro nel '78 e la sconfitta degli operai Fiat nell’'80. In quegli anni sulla scena politica italiana vi era un altro soggetto capace di operare su più piani e di scomporre e riorganizzare lo schieramento politico: il partito del golpe. Introdusse nel gioco politico una sorta di ricatto nei confronti della sinistra, forzata ad accettare un ruolo minoritario.

Altro risultato importante fu l’impunità garantita allo stragismo e agli apparati dello stato coinvolti che emersero l’incapacità dell’opinione pubblica di penetrare all’interno dei segreti del potere, di rendere tutto trasparente e controllabile (lo stato per proteggersi ricorreva a mezzi come intercettazioni e fascicoli personali). C’è una lunga litania di tentativi di colpi di stato, depistaggi e insabbiamenti che accompagna la storia dell’Italia repubblicana. Uno importantissimo è lo scandalo Telecom: è esistito un soggetto responsabile della sicurezza, facente direttamente capo al vertice dell’azienda, esente da controlli e con fiumi di denaro a disposizione che si è avvalso di personale delle forze di polizia, di intercettazioni telefoniche illegali per tutelare interessi privati attraverso gli organi statali.

Un indizio prezioso di come oggi il rapporto tra lo stato e i privati si stia modificando attraverso la cessione sempre più ampie di quote di sovranità ad organismi extraistituzionali che perseguono obiettivi spesso in contrasto con l’interesse pubblico, in una sorta di privatizzazione strisciante che dopo la scuola, la sanità, i trasporti e l’economia arriva a lambire anche l’apparato di forza. Non si tratta di doppio stato se questa espressione intende istituzioni visibili e legali affiancate da istituzioni invisibili e illegali. Durante gli anni '70 vi era una grossa zona d’ombra sugli organi statali che agivano secondo modalità in cui gli aspetti visibili e legali erano strettamente intrecciati con quelli invisibili e illegali. Nessun potere, nemmeno quello democratico, può funzionare vivendo esclusivamente alla luce del sole, senza alcun tipo di attività segreta, ma per vivere una democrazia ha bisogno della totale fiducia dai cittadini e deve bandire quanto è più possibile l’uso della simulazione e dell’inganno.

La logica della segretezza può non solo condurre alla menzogna e all’inganno dell’opinione pubblica, ma provocare anche danni all’azione degli stessi governanti. La divaricazione tra i fatti reali e la loro rappresentazione alla fine provoca episodi di autoinganno, quindi a decisioni politiche errate. La menzogna è quindi una delle patologie più gravi della democrazia, fisiologica invece nei regimi dittatoriali. È proprio la dimensione patologica tra visibile e invisibile che caratterizza l’Italia degli anni '70, dove la sfera dell’invisibile si dilatò e superò i limiti fisiologici del segreto di stato.

La verità è rivoluzionaria

Subito dopo Piazza Fontana, la campagna di stampa avviata dalla sinistra extraparlamentare contro la strage di stato, aveva lasciato emergere la speranza che l’opinione pubblica avesse la forza di mandare in frantumi i muri che proteggevano gli arcana imperii (segreti del potere). Ci fu un primo incontro tra il movimento e il mondo delle comunicazioni di massa. Ai manifestanti, alle parole scritte sui muri e gridate nei cortei si affiancarono i volantini, gli opuscoli di propaganda, e in seguito le radio libere, ma soprattutto i giornali: molto incisive furono ad esempio le iniziative giornalistiche di Lotta Continua per la denuncia del ruolo delle forze dell’ordine nella strage di Peteano, dove una 500 imbottita di esplosivo fece tre morti. Furono questi gli ambiti in cui si sviluppò la lotta per far emergere la vera natura del potere, assuefatto dalla menzogna, nelle istituzioni statali, ma anche gli intrecci tra stato e organismi privati.

Un esempio fu lo scandalo delle schedature Fiat. Nel '71 il giudice Guariniello, che seguiva una causa di lavoro intentata contro la Fiat da un ex dipendente, perquisì gli uffici in corso Marconi e trovò più di 300.000 schede che raccoglievano informazioni sui dipendenti del gruppo industriale, ma anche di semplici cittadini. In evidenza figuravano i compensi della Fiat a carabinieri, agenti, ecc., che per anni avevano collaborato nella raccolta delle informazioni. Tra loro vi erano anche il questore di Torino e più di 150 agenti. Furono accusati di corruzione e violenza del segreto d’ufficio, ma ottennero lo spostamento della sede a Napoli e dopo cinque anni tutti vennero assolti per prescrizione.

Lotta Continua si impegnò a fondo perché questa inchiesta non venisse insabbiata, affermando che il processo doveva tenersi a Torino e rendere pubblici tutti i nomi dei partecipanti. Nel '71 al Teatro Alfieri ci fu una grande assemblea popolare il cui slogan era "La verità è rivoluzionaria". Vi si ritrovarono intellettuali, giornalisti, magistrati, ecc., tutti convinti che il segreto di stato si stesse dilagando troppo. Lotta Continua fece inoltre una controinchiesta sul commissario Calabresi, accusandolo di complicità nella morte di Pinelli alla questura di Milano. Attesero una sua querela per non fare cadere il caso nel dimenticatoio e così fu. Si andò a processo.

L’avvocato di Calabresi, dopo che la corte decise la riesumazione del cadavere del Pinelli per accertamenti, fece mozione di sfiducia contro il giudice. Questo atto fu visto da tutti come un tentativo di insabbiamento. Un anno dopo ('72) Calabresi fu assassinato. Al dibattito pubblico su questa nuova aria che tirava parteciparono magistrati, giornalisti, contadini, studenti. Il senso comune era più un fare insieme che sapere insieme. Era grande il bisogno di verità che scaturiva dai miasmi di congiure e intrighi. Si coglie anche il senso di sfiducia e impotenza, l’emergere di una rassegnata consapevolezza con cui il potere estendeva e proteggeva le sue zone invisibili.

La gente sentiva che a contare in Italia fosse l’esercizio dell’autorità tramite la violenza. Sotto lo stragismo impunito andava in frantumi il "patto di cittadinanza" in cui lo stato garantiva verità e giustizia in cambio di lealtà e fiducia. Tuttavia, i politici scapparono da ogni responsabilità: se c’era un complotto segreto non ci si poteva fare niente e tanto valeva rassegnarsi. Questo atteggiamento portò tra il '74-'75 ad una netta divaricazione tra i movimenti e i partiti politici. Infatti, gli ultimi cominciarono a chiudersi in loro stessi, promuovendo sempre più uomini piuttosto che idee. L’introduzione nel '74 della legge 195 sul finanziamento pubblico ai partiti contribuì a questo processo. Varata in solo sedici giorni, fu accettata da tutti i partiti e la si giustificò come rassicurazione per l’opinione pubblica a seguito di vari scandali ('73 - quello dei petroli) e che il sostegno finanziario da parte statale avrebbe stroncato corruzione e collusione con grandi interessi economici. Non fu così. La legge non ebbe alcun effetto moralizzatore e gli scandali continuarono. I partiti rafforzarono le loro strutture, ma non i loro programmi o progetti. Nel '78 i Radicali proposero l’abrogazione della legge e i voti favorevoli furono il 42,6%. Indicatore di un profondo distacco tra i cittadini e il sistema dei partiti.

La strategia della tensione aveva fatto quello che doveva fare. Il "compromesso storico" fece il resto. Nel '76 ci furono le elezioni politiche in cui i vincitori furono due: DC e PCI. Tutti quei cittadini che vedevano nella DC i mali della società votarono PCI, anche per la sua composizione sociale (classe operaia). Tuttavia, i due partiti dovevano sbrigarsi a trovare alleati per entrare nella maggioranza uno e nell’opposizione l’altro e viceversa, ma invece decisero di governare insieme dando vita ai governi basati sulla solidarietà nazionale. Gli effetti furono devastanti sia sul piano politico che morale. Ci si alleava con il nemico e PCI e DC erano sempre stati durante le manifestazioni sempre sul lato opposto della barricata. C’è sempre stato in Italia il Trasformismo.

Questa pratica consisteva nel difendere le proprie posizioni di potere sfruttando l’abilità nel fare propri i temi degli avversari per svuotarli di significato. Tuttavia, questo comportamento portava alla rinuncia dello stato come agente principale dell’organizzazione della società. Nelle intenzioni di Berlinguer non c’era un chiaro disegno trasformistico. È certo che quella scelta provocò nell’opinione pubblica una diffusa frustrazione per una stratificazione del potere che non cambiava e che non sarebbe mai cambiato. Per un breve periodo, l’alternarsi di maggioranze variabili e l’instabilità dei vari governi succedutesi agli inizi degli anni '70 erano stati visti come una possibilità di cambiamento. Ma dal '75 al '76 in poi emerse invece la consapevolezza che questi fattori si riferivano solo alla rappresentazione della politica e non alla sua realtà, mummificata e immobile di un potere democristiano. Oltre al governo c’erano un cripto-governo e un sottogoverno che costituivano una struttura di potere stabile e permanente con un personale meno controllabile e meno controllato e rappresenta la continuità del potere, specie quello democristiano. La scelta delle forze di opposizione (PCI) di tenere separata la ricerca della verità dalla pratica politica contribuì alla dilatazione patologica degli arcana imperii.

Crisi del centrosinistra, crisi del sistema

Durante gli anni '70 si avvicendarono molti governi che provocarono un senso di instabilità. Scorrendo le pagine del giornale di Lotta Continua si ha una sensazione di straniamento, soprattutto nel linguaggio. Si tratta di un lessico politico totalmente novecentesco. Tra il 12 dicembre 1968 e il 6 agosto del '70 si avvicendarono ben tre governi presieduti dal democristiano Rumor. Lotta Continua improvvisò un sondaggio e trovò che all’interno della coalizione dei partiti di maggioranza vi erano ben 17 correnti, evidenziando così l’incapacità della classe dirigente di risolvere le sue contraddizioni sul piano politico. Ad alimentare questa convinzione c’erano i fermenti che agitavano la DC divisa tra due opzioni: quella delle correnti di sinistra, cara a Moro, e quella della maggioranza del partito che voleva un governo centrista, cara a Fanfani.

Il centrosinistra però non era più un punto fermo e la sua crisi di credibilità aveva intaccato pure i suoi sostenitori. Fu il PSI a dare il via ad una serie di manovre scissioniste che porteranno alla caduta del governo Rumor nel '69. Durante le trattative per un terzo governo Rumor saltarono sia la candidatura di Moro, sia di Fanfani, facendo credere che lo scontro tra destra e sinistra si sia concluso senza vinti né vincitori. Sembrò che tutto oscillasse di nuovo verso sinistra.

Il nuovo quadripartito guidato da Rumor avrebbe dovuto essere politicamente riformatore e in grado di sviluppare un dialogo coi sindacati. Il biennio '68-'70 sembra caratterizzare un nuovo slancio per il centrosinistra: vennero approvate le leggi sul divorzio, la riforma degli esami di maturità, lo Statuto dei Lavoratori, la legge sul referendum e finalmente istituite le regioni. Anche i sindacati, che si erano staccati dai partiti di riferimento, vinsero le battaglie delle 40 ore settimanali, assemblee interne durante orario di lavoro pagato, nuovi organismi di rappresentanza.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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