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Anna Rossi-Doria: Ipotesi per una storia che verrà

La storia del femminismo italiano degli anni '70 è ancora tutta da scrivere. È stato rappresentato come un percorso teorico di piccoli gruppi o pensatrici. Negli anni '70, il femminismo era stato prima di tutto una pratica politica che aveva profondamente trasformato la coscienza e la vita di molte donne, ovunque. Quei gruppi di autoscienza che stavano fiorendo, negli anni '80 si sarebbero trasformati in centri, librerie e altro.

Sui primi gruppi è stato detto molto, non è stato indagato il nesso tra le poche donne già politicizzate che diedero avvio al femminismo provenendo dal movimento del '68 e poi dai gruppi della sinistra extraparlamentare e le molte donne che non avevano mai fatto politica prima. Il nesso fu reso possibile dal fatto che le poche riuscirono a formulare una critica radicale della posizione di molte perché nei movimenti a cui partecipavano si verificava lo stesso trattamento contraddittorio sperimentato dalla maggioranza delle donne nella società: ai cambiamenti della condizione femminile (scolarizzazione di massa), non corrispondeva una trasformazione del tradizionale rapporto tra i sessi. Rapporto non più accettabile proprio per quello che le donne nei movimento avevano imparato.

Le prime femministe erano già formate politicamente, prevalentemente appartenevano alla sinistra estrema. Ci fu un altro fenomeno, poco studiato, quello della doppia militanza: molte donne militavano sia nel femminismo, sia nel PCI. Altro fenomeno importante è stato il femminismo sindacale, fenomeno unico del nostro paese.

Le principali peculiarità del femminismo italiano sono state due: l’essere stato un fenomeno non solo sociale e culturale, ma anche politico e l’aver posto l’accento sull’idea di differenza più che quella di uguaglianza. Da un lato i nuovi rapporti tra donne e le scoperte cui essi portavano non erano in alcun modo intesi come un’isola felice o meno, ma come una leva di cambiamento per la società. Dall’altro lato il femminismo fu antiriformista e antiistituzionale come il movimento del '68, ma si dichiarò fin dall’inizio contrario all’idea di uguaglianza.

La predilezione per il tema della differenza si accentuerà sempre di più, ma è ancora da verificare che il rifiuto dell’uguaglianza sia stato più dichiarato che effettivo, più apparente che reale. Si può affermare che l’idea di differenza servisse allora soprattutto per sostenere la rivendicazione della liberazione contro l’emancipazione, rivendicazione che serviva soprattutto a polemizzare contro le donne più anziane portatrici di emancipazione, in particolare le donne dell’UDI.

Per la raccolta delle fonti per lo studio del femminismo ci sono vari problemi: sono poche e mal conservate. Le fonti ritrovate non esprimono il nuovo modo di pensare delle donne, soprattutto volantini e opuscoli. I documenti scritti per l’esterno, come manifesti programmatici, usavano un linguaggio tradizionale politico, scritto da una e firmato da tutte. Altri tipi di fonti, come le trascrizioni delle riunioni, spesso pubblicate sulle riviste del movimento.

In queste fonti la singolarità emergeva con forza, nel confronto con le altre, ma si perdeva nella trascrizione. Tuttavia l’ansia di lasciare tracce era stata forte nel movimento, così alcune donne cercarono di pubblicare opere più organiche o di raccogliere più testimonianze. Tuttavia le molte centinaia di pagine, articoli, etc. non riescono a trasmettere la reale esperienza dei piccoli gruppi o dei collettivi. Purtroppo con queste fonti non riusciva neanche a trasmettere i lati positivi o non dell’autocoscienza, dunque la sua intraducibilità sarà il problema più importante per il femminismo di allora.

Altrettanto difficile fu il problema del rapporto tra il femminismo e tutte le altre donne. La presa di coscienza doveva essere della singola, ma potenzialmente doveva rivolgersi a tutte e a ciascuna. Si tratta della questione del nesso tra femminismo e democrazia. Allora non fu neanche teorizzata, e fu causa di paralisi in alcuni collettivi. Ci sono due aspetti relativi ai modi in cui all’interno si prendevano le decisioni e ai rapporti con quello che allora si chiamava esterno.

Nei collettivi si rifiutavano completamente le regole formalizzate, tipiche di un modo di ragionare e fare politica maschile. Questo portò alla prevalenza di leadership di tipo carismatico. Grave era poi il dilemma o il conflitto tra il dentro e il fuori, tra l’autocoscienza e il lavoro esterno: molti collettivi lo avevano scartato completamente, ma altri erano sempre tormentati da quel dilemma.

Nel femminismo italiano negli anni '70 mancò un’analisi di classe delle differenze tra donne e non la si tentò neppure, forse perché in Italia era stata forte la tradizione marxista da cui molte provenivano e con cui si voleva rompere in modo radicale. Ogni volta che si pose una questione relativa alle donne di classe popolare, le si vedevano sempre solo come vittime e non come soggetti in positivo. L’alternativa e l’oscillazione tra la ricerca di se stesse come nuovo soggetto e la rivendicazione dell’esistenza sociale delle donne si manifestò con infelici slogan e l’incapacità di elaborare un progetto politico.

Il tentativo di costruire quest’ultimo si ebbe negli incontri nazionali di Pinarella e di Cervia nel '75-'76. Il lavoro si spostò allora sulle relazioni tra le donne, con l’emergere della centralità della figura della madre e della sua rivalutazione, sia personale che collettiva. Fu questo un passaggio importante: nella prima fase le figlie avevano rifiutato le madri, tuttavia anche in questa seconda fase si continuava a parlare sempre di madri come figlie, anche se riconciliate e non più ribelli. Tutto ciò era dovuto alle difficoltà che si manifestavano nei rapporti tra le donne. Le differenze erano viste non come una ricchezza, ma come un limite.

L’analisi delle differenze sarà al centro del dibattito negli anni ottanta, ma negli anni '70 quando le differenze erano troppo aspre, si ricorreva all’antica arma femminile del silenzio. La periodizzazione del femminismo degli anni '70 avviene in 4 fasi: nascita dei primi movimenti ('68-'72); formazione dei collettivi ('72-'74); movimento di massa ('74-'76); crisi ('77-'79). Ad ognuna di queste fasi hanno corrisposto delle contraddizioni interne: nella prima fase quella tra la cultura dell’individualismo liberale e radicale statunitense e le due culture politiche dominanti in Italia, marxista e cattolica; nella seconda fase la contraddizione tra il carattere utopico del movimento e la necessità di darsi degli obbiettivi, che non furono trovati fino alla questione dell’aborto; nella terza e quarta fase: si osserva che in generale il femminismo si disinteressa completamente dell’elaborazione e approvazione di leggi avanzate e peraltro erano sue conquiste, come quelle dei consultori e del diritto di famiglia del '75, quello sulle parità del '77 e sull’aborto del '78.

Il '76 fu l’anno della svolta nel femminismo. Ci furono delle visioni interne tra chi voleva la semplice depenalizzazione dell’aborto e chi la legge sull’aborto. Era iniziata la crisi che andò ad aggravarsi tra il '77 e '78. Il femminismo, anche se non più visibile, continuò a militare in semplici forme, culturali o in iniziative associative e istituzionali. La vicenda dell’aborto sembrava all’inizio l’obbiettivo che dava massima visibilità al movimento e che lo avrebbe fatto entrare completamente nella scena politica, ma si aprì con violenza lo iato tra autocoscienza e politica.

Questo avvenne per una contraddizione: da un lato c’era la difesa irrinunciabile di libertà individuale e pieno dominio di sé, soprattutto nel campo della sessualità e della riproduzione; dall’altro c’era la necessità di tornare ad una separazione tra personale e politico dal cui rifiuto si era partite e che ora era problematico, visto il dolore dell’esperienza dell’aborto. Vita e pensiero, che erano tanto uniti negli anni '70, torneranno ad essere separati negli anni '80.

Elda Guerra: Femminismo e femminismi nel passaggio degli anni '70

Il femminismo comprende un corpus complesso di teorie e pratiche che attraversa gran parte degli ultimi due secoli e che negli anni '60-'70 si è espresso. È nato e si è sviluppato con andamenti non lineari e per un tempo molto lungo, negli anni compresi tra la fine dell’'800 e i primi decenni del '900, infine il neofemminismo degli anni '60-'70. Gli anni '70 del Novecento costituiscono un turning point, un momento periodizzante della storia recente. I movimenti degli anni '60 e '70 si erano scontrati e rapportati con la crisi originatasi nei medesimi anni ed erano l’esito finale della golden age, di cui i protagonisti erano i figli.

Quei movimenti si erano scontrati con la sua fine e con il delinearsi di nuovi processi di globalizzazione e di radicale mutamento degli assetti economici e politici che avrebbero segnato la fine del secolo. David Harvey affermava che i movimenti erano nati come una ribellione alle forme della razionalità tecnico burocratica e culminati nel sommovimento mondiale del '68. Nella vicenda italiana il ciclo della protesta è stato più lungo che altrove, caratterizzato anche da un’originale e significativa presenza operaia. Forte è stata la cesura della seconda metà degli anni '70 con l’emergere della violenza politica, degli anni di piombo che hanno proiettato, insieme alla crisi economica e all’incapacità di rinnovamento del sistema politico una cupa ombra sulla fine del decennio.

Le ragazze cresciute nel corso degli anni '70 e '80 potevano accedere facilmente alla comprensione del significati di essere nata femmina o maschio e vivere in un paesaggio profondamente mutato, che poteva influenzare i destini individuali. Invece, le ragazze cresciute negli Stati Uniti o nel mondo occidentale negli anni '50 e '60 si erano trovate ad avere a che fare con un’ombra irrisolta rispetto alle proprie scelte e avevano dato il via al neo femminismo. Questo processo si avvia negli Stati Uniti, nella metà degli anni '70 in rapporto ai movimenti per i diritti civili dei neri, alla protesta contro la guerra del Vietnam etc. Fu una ribellione generazionale che coinvolse giovani nati prima o dopo la guerra, cresciuti in un intensa crescita economica e che avevano assistito da un lato all’affermazione della società dei consumi, alle prime missioni nello spazio etc, dall’altro all’emergere delle disuguaglianze sociali nel mondo, alle lotte di liberazione coloniale e alle tensioni della guerra fredda.

Proprio tra queste vicende ci fu una rottura tra i giovani: le donne cominciarono a guardare se stesse dando inizio ad un nuovo movimento. Rifiutarono il mito americano della happy housewife e scelsero i loro desideri e le loro aspirazioni. C’era il problema senza nome, di cui soffrivano tutte le donne delle classi medie: il desiderio di qualcosa di più e di diverso di un marito, di figli e di una casa. Tale passaggio ebbe origine nella partecipazione ai movimenti dove la generazione femminile più giovane aveva imparato ad avere rispetto di sé e aveva vissuto nella nuova sinistra nuovi ideali di uguaglianza, di cooperazione e di necessità di combattere per la libertà degli oppressi.

Si paragonò la situazione delle donne a quella dei neri e si mise in evidenza un sistema castale che manteneva le donne ai margini delle strutture gerarchiche e del potere. Le ragazze che avrebbero poi dato vita al movimento, erano cresciute in una tendenziale condivisione di spazi con i loro coetanei maschi, ora però questo processo si interrompeva per scelta e venivano creati spazi femminili autonomi. Il movimento fu duplice: da una parte si moltiplicarono i gruppi di presa di coscienza e i collettivi, dall’altra apparvero sulla scena pubblica le donne che scendevano nelle strade e nelle piazze mettendo in discussione le rappresentazioni sociali diffuse dell’appartenenza di genere. Es: funerale della femminilità tradizionale al cimitero di Arlington e la contestazione all’elezione di Miss America. Dietro queste manifestazioni stava l’altro movimento, quelli di piccoli gruppi di presa di coscienza.

In essi le donne potevano mettere in parola la loro esperienza e le loro emozioni e confrontare tutto questo con quello che altre avevano vissuto o stavano vivendo. La presa di coscienza, il confronto e lo scambio ravvicinato tra simili condussero a fare i conti con tutti gli aspetti dell’esistenza, con l’insieme delle costruzioni culturali e con l’esperienza di un corpo ed una sessualità differenti. Fu questo un altro punto di origine del movimento che introduceva una rottura radicale con le forme e i linguaggi della politica.

Sono gli Stati Uniti il paese che vede le prime manifestazioni del femminismo contemporaneo, che fin dagli inizi si può declinare al plurale in quanto contemporaneamente ai gruppi di donne bianche, nacquero quelli di donne nere e con forza si propose il tema delle differenze sessuali e del lesbismo. In Europa il femminismo conosce uno scarto temporale. Il primo meeting del movimento inglese si tenne al Ruskin college nel '70 e il medesimo anno vede in Italia la nascita dei primi gruppi. Un inizio, molti inizi, sta quindi a significare la molteplicità degli atti di nascita del femminismo contemporaneo, una molteplicità che si manifesta sul piano geografico e su quello temporale. Gli anni '69 e '71 sono quelli in cui in Italia appaiono i segni forti del movimento.

Un antecedente fu il gruppo di demistificazione dell’autoritarismo, di Milano, un gruppo a cui partecipano anche alcuni uomini. Il salto vero e proprio si colloca negli anni successivi quando il gesto separatista diventa esplicito e assume significato politico. Tra il '70 e '73 in diverse città si sussegue la formazione di gruppi e collettivi, alcuni più contigui al movimento degli studenti, altri più lontani. Nel '70 a Padova si forma Lotta Femminista. Il gruppo, composto da donne provenienti da Potere Operaio, pone al centro della sua elaborazione il nesso tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo e la posizione della donna nella società capitalistica. Contemporaneamente all’università di Trento gruppi di donne si riunirono dando vita al Cerchio Spezzato.

A Milano si formò il gruppo Anabasi che in seguito all’incontro della sua fondatrice, Serena Castaldi, con il femminismo americano, ne trae un’ispirazione più radicale e nuova: dalla pratica del piccolo gruppo di presa di coscienza, alle elaborazioni sul corpo e la sessualità femminile. Sempre a Milano nel '72 nasce Via Cherubini, un luogo di incontro di gruppi di autocoscienza e punto di riferimento del femminismo italiano. Anche in altre città, come Torino, Bologna, Napoli, nasceranno gruppi, collettivi e spazi. Iniziano le prime manifestazioni, prese a Roma nel '71 durante la giornata internazionale per l’abrogazione delle norme proibitive dell’aborto. Nacque anche il movimento di Liberazione delle donne, impegnato nella raccolta firme per l’abrogazione delle norme penali del codice Rocco sul reato di aborto.

Infine il primo gruppo separatista, Rivolta, con fondatrice Carla Lonzi. Fu il primo gruppo che per primo praticò l’esperienza dell’autocoscienza che stava ad indicare il passaggio dalla presa di coscienza ad un processo di rielaborazione a tutto campo del soggetto femminile. Grazie a Carla Lonzi che si deve il primo documento del gruppo e uno dei primi del movimento italiano: il Manifesto di Rivolta. Questo documento si apre con il nodo della divisione tra le donne stesse, una divisione tra quelle che hanno accettato la costruzione maschile della cultura e quelle che non accettandola sono rimaste nel mistero. Il secondo punto riguarda la consapevolezza della differenza femminile, la presa di distanza da ogni forma possibile di omologazione o mimetismo con l’altro e quindi una critica radicale all’uguaglianza. Terzo punto è la critica del grande impianto della costruzione culturale maschile.

La presa di parola si accompagnò poi alla pratica della scoperta e della conoscenza del proprio corpo con la costituzione dei gruppi self-help e dei primi centri di salute per la donna. La prima metà degli anni '70 vede la grande circolazione di idee, di pratiche di ricerca di un rapporto con l’esterno che mantenevano un legame con le culture politiche dei gruppi di provenienza e gruppi, invece, che privilegiavano la pratica dell’autocoscienza prendendo le distanze dalle forme della politica maschile. Il mondo costituito dal movimento degli studenti o dal gruppo politico di appartenenza viene ricordato come terra straniera. La donna è una migrante e il gruppo di donne è l’approdo.

In quegli anni il femminismo ebbe un grande effetto diffusivo coinvolgendo diverse donne provenienti da storie e background differenti. Il movimento era molecolare quindi, costituito da diversi gruppi. Le donne, in quanto soggetto politico, entrano prepotentemente sulla scena pubblica, costituiscono spazi di incontro, danno vita a case editrici, radio libere etc e cambiano i ritmi della vita quotidiana, inventando nuove forme di socialità.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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