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Introduzione

Il Banco di Napoli è una delle più importanti e antiche banche storiche italiane; le sue origini risalgono ai cosiddetti banchi pubblici dei luoghi pii, sorti a Napoli tra il 16o e il 17o secolo, in particolare ad un monte di pietà, il Banco della Pietà, fondato nel 1539 per concedere prestiti su pegno senza interessi. Nel 1584 aprì una cassa di depositi, riconosciuta da un bando del viceré di Napoli nello stesso anno. Successivamente vennero fondati a Napoli altri 7 istituti simili; dopo circa due secoli di attività indipendente, un decreto di Ferdinando IV di Borbone, nel 1794, porta all'unificazione degli 8 istituti esistenti in un'unica struttura che viene denominata Banco Nazionale di Napoli.

Dopo l’unità d’Italia, assume la denominazione di Banco di Napoli, banca che sarà preposta all'emissione della moneta, mantenendo così inalterate le sue prerogative. Con la legge bancaria del 1926, che riconosce alla sola Banca d'Italia sia la facoltà di emissione delle banconote sia l'esercizio della funzione di vigilanza sull'attività degli intermediari bancari, il Banco cessa la sua funzione di istituto di emissione e assume la qualifica di Istituto di credito di diritto pubblico; dunque, banco di credito con sezioni autonome speciali e dal 1938 anche proprietario di un istituto per lo sviluppo del Mezzogiorno (l’Isveimer). In particolare, dopo la crisi del 1929 assume un ruolo importante nel salvataggio di diverse banche locali del Sud; in realtà, la sua logica operativa resta quella di un ente, lontano da logiche di profitto e, in parte, di mercato.

Nel dopoguerra, il Banco vive 4 presidenze significative (Vanzi 47-58, Corbino 59-64, Fusco 65-74, Pagliazzi 75-79) che, pur consolidando l’immagine dell’istituto come polmone finanziario degli enti locali, non ne migliorano la redditività. In campo nazionale, l’ingerenza della politica diviene sempre più ampia. Come avviene anche da alcuni anni e ad ogni rinnovo delle cariche, le qualità richieste ai candidati sono sempre meno tecniche e più politiche; anche il Banco di Napoli diventa oggetto di contesa tra partiti e correnti che governano la città.

La gestione Ventriglia

Dopo la breve presidenza Ossola (80-83), nell’aprile ’83, con la presidenza Coccioli, ha inizio la gestione di Ferdinando Ventriglia, in qualità di dg (già in passato direttore dell’Ufficio Studi del Banco, direttore di sede centrale, ad del Banco di Roma, dg del Tesoro e presidente dell’Isveimer). Ventriglia, stretto collaboratore del più volte ministro della DC Emilio Colombo, banchiere di peso nazionale, sa delle enormi difficoltà che dovrà superare tra i vincoli politici e la necessità di trasformare il Banco in un’impresa efficiente.

Nel 1986 tira le somme dei primi 3 anni, riassumendo il cammino e la direzione percorsi:

  • Dichiara che il suo obiettivo è stato quello di allineare le voci del bilancio a quelle delle 8 maggiori banche italiane.
  • Evidenzia i problemi: la componente in valuta e quella proveniente dal mercato interbancario risultano inadeguate rispetto al totale della raccolta e degli impieghi; il peso dei crediti verso la PA è eccessivo; la gestione è caratterizzata da una bassa redditività e dal peso eccessivo degli oneri pensionistici; il patrimonio è insufficiente; i problemi del Sud rendono più difficili le attività nel complesso.

Sulla base di questa analisi, la strategia di sviluppo elaborata deve essere coerente con la necessità di estendere l’azione sia in campo nazionale che internazionale: la raccolta interbancaria raddoppia, si intensifica il lavoro delle filiali nazionali ed internazionali, cresce il volume degli impieghi di 2,5 volte, si riducono le attività verso la PA. Inoltre, nel 1986 si effettua felicemente un’importante operazione in borsa di collocamento di quote di risparmio per un totale di 500 miliardi sottoscritti.

Tuttavia, né la redditività e il patrimonio risultano aumentati in modo sufficiente, né la raccolta di capitali è sufficiente per gli obiettivi prefissati. Nella seconda metà degli anni ’80 si sviluppa un ampio dibattito tra le forze politiche sull’opportunità o meno di finanziare con fondi statali la necessaria patrimonializzazione delle banche pubbliche, soprattutto centro-meridionali (spesso sottocapitalizzate). Il PSI, partito di governo, cerca di mediare tra quanti sono sensibili alle richieste dei vertici delle banche e chi, all’opposizione, è contrario per l’ulteriore politicizzazione del credito che ne deriverebbe, con l’obiettivo di una più ampia riorganizzazione del sistema bancario italiano.

Così, nel 1990 viene approvata la cosiddetta legge Amato (la cui paternità spetta a Giuliano Amato, esponente del PSI e ministro del Tesoro fino al 1989, promotore della legge, e a Guido Carli, ex governatore della Banca d’Italia e successivo ministro del Tesoro dal 1989) concernente disposizioni in materia di ristrutturazione e integrazione patrimoniale degli Istituti di credito di diritto pubblico, con la quale venne avviato un processo di cambiamento del sistema bancario italiano; tale legge ha permesso alle banche italiane che erano istituti di credito di diritto pubblico di trasformarsi da una parte in spa e dall'altra di generare delle fondazioni a cui sono trasferite tutte quelle attività non tipiche dell'impresa.

In sintesi, gli enti bancari diventano spa sotto il controllo di fondazioni*, che ne gestiscono il pacchetto di controllo e che successivamente avrebbero dovuto collocare le proprie azioni sul mercato (ma che al contrario hanno assunto nel tempo un notevole rilievo e restano in termini relativi i principali azionisti di molte banche italiane).

*Fondazioni: holding pubbliche senza scopo di lucro che controllano le banche ma non possono esercitare attività bancaria.

In questo scenario, le vicende del Banco si svolgono in modo vivace, condizionate dalla crescente politicizzazione che rende difficile un indirizzo basato su scelte manageriali e di direzione aziendale. Ventriglia non perde occasione per insistere sulla richiesta di denaro pubblico, confidando sul sostegno di una parte della maggioranza e cercando di mediare nei confronti della dichiarata contrarietà socialista e del ministro Amato, che è forte dell’opinione dell’istituto centrale; nuove e maggiori richieste giungono dagli altri banchi meridionali e dalla BNL.

Nel 1988, la gestione Ventriglia è sotto la critica dei socialisti, che lo accusano di una gestione troppo sensibile alle esigenze politiche del partito di maggioranza relativa (DC), mentre la società di revisione Price Waterhouse mette in luce dei dubbi sulla patrimonializzazione (cambiamento del criterio di valutazione dei titoli in portafoglio che fa registrare una plusvalenza piuttosto che una minusvalenza se si fosse adottato il criterio dell’esercizio precedente), difficoltà evidenziate anche dal bilancio del Banco.

Nel 1989, scoppiano nuove polemiche quando un gruppo di 15 parlamentari campani chiede, in contrasto con la linea del Tesoro e della Banca d’Italia, di procedere subito alla ricapitalizzazione dei banchi meridionali con una legge stralcio. Il forte no alla proposta accelera quanto meno l’iter della legge Amato, che prevede uno stanziamento di 850 miliardi per l’incremento patrimoniale del Banco. Anche per il bilancio approvato dall’assemblea nel 1989 si procede alla ricerca del criterio di valorizzazione dei titoli più favorevole (per evitare un’ulteriore minusvalenza), mentre incrementano tanto gli impieghi quanto la raccolta (ma gli impieghi a clienti superano la raccolta da clienti) e l’attività estera. Restano i problemi di sottocapitalizzazione e le insufficienze patrimoniali.

Inoltre, a seguito dell’interessamento dell’IMI ad una combinazione con il Banco, il ministro delle Finanze Colombo dichiara di essere contrario all’ipotesi di far entrare in un gruppo polifunzionale guidato dall’IMI e di ritenere soluzione praticabile quella di ricapitalizzare l’Istituto, trovando il consenso di Ventriglia, che rinnova al Parlamento le richieste di intervento.

La Banca d’Italia, a seguito di un’ispezione sul Banco, richiede di ridurre i rischi dell’attivo secondo il nuovo modello di vigilanza, oltre a rilevare inefficienze organizzative specie delle filiali estere (disordine nell’attività in valuta; inadeguati controlli sulle erogazioni di credito; crescita abnorme dei volumi intermediati rispetto alle effettive esigenze di intermediazione creditizia); Ventriglia porta in discussione in Cda un documento contrario alla richiesta di riduzione dell’attivo, proponendo l’esenzione per il Banco dal rispetto del piano di rientro, ma non viene approvato.

I dati della semestrale fanno registrare una crescita generalizzata di raccolta, impieghi e utili, ma in un quadro di vincoli operativi dettati dalla ristrettezza dei mezzi patrimoniali. Alla vigilia dell’approvazione della legge e della trasformazione in spa, il Banco sembra trovarsi in una posizione di accresciuta difficoltà, cui corrispondono un aumento dei rischi creditizi e finanziari e una politica di bilancio tesa a sopravvalutare poste positive e a sottovalutare quelle negative, confidando, per il futuro, in tempi migliori.

La trasformazione in spa e la legge Amato

Nel 1990, a marzo la legge è approvata; Ventriglia viene confermato per gestire la trasformazione del Banco, inoltre agli 800 miliardi previsti dalla legge si aggiungono circa 1000 miliardi di plusvalenze da rivalutazione che fanno ben sperare in un incremento elevato del patrimonio e in ottime prospettive per il titolo, in vista della trasformazione in spa; viene varato inoltre un piano per potenziare la rete di sportelli per la raccolta.

L’assemblea approva un bilancio migliore del precedente ma troppo ottimistico: la raccolta aumenta e anche l’utile, ma il costo della raccolta cresce più del reddito di impieghi e investimenti. Ventriglia organizza un incontro pubblico a Napoli con tre ministri per discutere sulle prospettive aperte dalla nuova legge, al fine di creare le condizioni positive affinché i risparmiatori facciano la loro parte.

In questo contesto, si attua un'operazione di emissione di quote di risparmio, offerte in opzione ai vecchi detentori, che consente di raccogliere 200 miliardi; tale operazione migliora la situazione patrimoniale della banca. Un gruppo di lavoro, guidato da Gustavo Minervini, è intanto già all’opera per studiare le complesse operazioni che porteranno all’attuazione della legge Amato e alla nascita della nuova spa bancaria.

Nel 1991 ha luogo un’assemblea del Banco chiamata ad approvare una modifica di statuto per l’ampliamento dei membri del comitato esecutivo, visto che la trasformazione prevede che i membri del comitato esecutivo dell’istituto conferente diventino i componenti del Cda della spa; in tal senso, viene raggiunta rapidamente l’intesa per le nuove nomine, frutto dell’accordo politico tra democristiani e socialisti.

Inoltre, viene in seguito approvato il conferimento dell’azienda bancaria e il bilancio, che fa registrare alcuni miglioramenti: cresce la raccolta da clienti e diminuisce quella da banche, aumentano però ancora gli impieghi economici, si riduce perciò lo squilibrio tra raccolta da clienti e impieghi a clienti; i ricavi da impieghi e investimenti aumentano, ma non di meno, in percentuale, aumenta anche il costo della raccolta.

La nuova organizzazione del Banco nasce tra le polemiche: i due rappresentanti socialisti prima rifiutano le nomine proposte dalla direzione generale al comitato esecutivo, poi inviano una lettera al ministro del Tesoro Carli, al governatore della Banca d’Italia Ciampi e alla Consob, accusando Ventriglia di aver concentrato su di sé le cariche di dg della Fondazione e di membro del Cda, unico ad e dg della spa.

Il 1° luglio 1991 il Banco di Napoli, istituto di diritto pubblico, in attuazione della legge Amato, conferisce l’azienda bancaria al Banco di Napoli spa, e le quote di risparmio sono trasformate in azioni di risparmio. A fine anno, si procede all’aumento di capitale con emissioni di azioni ordinarie e di risparmio, con cui si raccolgono mezzi freschi per un totale di 400 miliardi, segnando l’ingresso di grandi soci privati nell’azionariato del Banco (Romanazzi, Ambrosio, Giustino).

Nel 1992, il neo ad Ventriglia traccia in assemblea un quadro lusinghiero dell’istituto, che sembra avviato sulla strada di una tranquilla crescita, garantita dal pieno inserimento nel mercato nazionale e internazionale del credito, con l’ingresso di importanti soci privati. Tuttavia vi sono numerosi problemi irrisolti e preoccupazioni che non tarderanno a manifestarsi nei mesi a venire.

Dal punto di vista interno, se la raccolta da clienti aumenta, si perde l’occasione di un riequilibrio non traumatico perché anche la voce impieghi a clienti aumenta, inoltre per via degli elevati costi di struttura il risultato lordo diminuisce, mentre l’utile netto rispetto all’esercizio precedente è superiore di soli 14 miliardi.

Dal punto di vista esterno, il ’92 è la stagione di tangentopoli e della crisi dei partiti: il debito pubblico è enorme, l’inflazione elevata, il costo del denaro inizia ad aumentare, per cui vengono adottate misure urgenti quali la svalutazione della moneta e l’introduzione, in finanziaria, della patrimoniale sulla casa, sui c/c e sui depositi bancari. Inoltre, il Sud e la tradizionale politica di intervento straordinario sono nell’occhio del ciclone come esempio di inefficienze e sperpero di risorse.

L’abbandono della politica assistenziale, senza approntare in sostituzione una politica alternativa più efficace, e la stretta del governo iniziano a produrre effetti sui già precari equilibri dell’economia meridionale; Ventriglia così lancia un allarme e propone un piano speciale per soccorrere Napoli e le molte municipalizzate che rischiano di non poter far fronte ai propri impegni.

Infine, mentre il PdC Amato è impegnato a impedire che il rinnovo delle nomine dei presidenti di numerosi banchi pubblici si risolva in una spartizione politica, Coccioli è riconfermato alla presidenza del Banco.

La gestione Ventriglia negli anni '90

Nel 1993, un documento della direzione generale del Banco analizza l’evoluzione dell’attività dell’Istituto attraverso l’esame dei bilanci degli ultimi 10 anni, cioè della gestione Ventriglia: sono fortemente aumentati gli impieghi e la raccolta dall’estero, che ora supera la metà della raccolta totale, vi è stata l’apertura di nuovi punti operativi all’estero, un notevole sviluppo dell’intermediazione mobiliare, la riduzione dell’organico e l’apertura di nuovi sportelli. In sintesi, maggiori impieghi e maggiore internazionalizzazione e riorganizzazione della struttura.

Accanto a questi progressi però, nota dolente della gestione è la scarsa redditività, sotto la media del sistema, causata perlopiù dal fondo pensioni, trasformato con le recenti modifiche legislative in fondo integrativo, interamente a carico del bilancio del Banco; inoltre, l’autofinanziamento e l’entità del patrimonio risultano insufficienti.

Mentre il bilancio fa segnare miglioramenti rispetto all’esercizio precedente (raccolta molto più elevata, utile netto e patrimonio in aumento), in un clima di tensioni politiche a livello nazionale si alza il tono dello scontro anche attorno al Banco: le critiche alla gestione sono di una poco attenta espansione degli impieghi, la scelta di alcuni amministratori non esperti, una falsa politica culturale che nasconde finalità clientelari, l’acquisizione dell’Isveimer dall’Agenzia del Mezzogiorno a cifre eccessive, ma in particolare Ventriglia viene accusato di aver recepito solo formalmente i principi della legge Amato, disattesi dalla volontà di controllare la Fondazione e di procedere a una riorganizzazione dell’istituto funzionale ad un’intesa con l’azionista Fondazione, basata su un’inaccettabile inversione di ruoli tra gestione e proprietà, fatti dimostrati dalla rinuncia a chiamare un manager esterno per affrontare la crisi della banca senza condizionamenti ambientali.

Difatti, l’assemblea straordinaria nomina Ventriglia alla presidenza del Banco di Napoli spa in sostituzione di Coccioli che resta a capo della Fondazione, risolvendo così l’incompatibilità per la doppia carica introdotte dalla legge, sopprime la carica di dg e istituisce quella di due ad: Vigliar (uomo di De Mita) e Giovannini (sostenuto da Ventriglia).

Ma il riassetto organizzativo produce effetti opposti a quelli sperati, visto che i due ad ingaggiano una lotta di potere e creano disfunzioni nell’operatività della banca.

Conclusione

Nel 1994, dopo che il governatore Fazio, coinvolto nella disputa, decide di ridimensionare i poteri degli ad e di assegnare nuove deleghe al presidente, il Cda approva tali cambiamenti e Ventriglia assume il compito di coordinare e controllare il lavoro dei due ad. Tuttavia, le polemiche che riguardano il Banco e la crisi del suo vertice, aumentano, per le dimissioni di due consiglieri e per le voci sull’operato dei due ad che avrebbero definitivamente emarginato Ventriglia.

Il Cda della Fondazione Banco di Napoli conferma comunque per la spa le nomine di Ventriglia, Vigliar e Giovannini e designa 5 consiglieri per la spa, ma il nuovo assetto manageriale non risolve il problema del rapporto tra Ventriglia e i due ad.

In seguito, viene deliberato l’aumento di capitale della spa che prevede un aumento a pagamento, riservato al Tesoro e alla Fondazione, a 3600 lire (non è possibile rivolgersi al mercato perché la quotazione del titolo è di circa 1800 lire, e chiaramente nessuno avrebbe pagato 3600 ciò che il mercato valuta la metà). La proposta, fatta da Ventriglia,

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AnteoAntei di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'industria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof De Ianni Nicola.
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