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insegnata?" (M. Bloch,

Cultura storica e

azione economica,

"Ahes", 1931, IX, pp. 1-

4, articolo ripreso in

Storia e storici, testi

riuniti a cura di

Etienne Bloch,

Einaudi, Torino 1997,

p. 33).

E le "Annales", organo

ne’ di una scuola ne’ di

un partito, dirette da

un medievista e un

modernista, si

occupavano infatti

principalmente di

storia contemporanea,

cui fino alla seconda

guerra mondiale

vennero dedicati piu’

della meta’ degli

articoli, trattando tutte

le questioni all’ordine

del giorno della

politica e

dell’economia: la

grande depressione, il

New Deal, i pieni

quinquennali

sovietici... E’ vero che

in questo senso la

ragion d’essere della

rivista era

essenzialmente

politica: rivendicare il

valore politico della

disciplina storica che

aveva senso solo se

riusciva, al riparo dalle

ingerenze delle

ideologie, condotta la

ricerca da storici di

professione (piuttosto

somiglianti, anche se 17

mai lo avrebbero detto

i due storici in

questione, al "clerc" di

Benda che ricerca

giustizia e verita’ e che

l’autore della Trahison

aveva ritrovato, per

esempio, nella purezza

dell’azione di Zola), a

contribuire alla

coscienza politica della

societa’: l’erudizione

fine a se stessa,

illuminante solo

angusti archivi di

documenti ammassati

secondo l’ordine

casuale del tempo, era

il contrario della

storia, sempre in cerca

del "vivente" come,

parafrasando le parole

dello stesso Bloch,

l’orco laddove sente

odore di carne umana.

*

Tuttavia, proporre un

ruolo politico (nel

senso etimologico)

della storia,

considerata in questi

termini, non era in se’

una novita’, anzi si

trattava di una

tendenza tipica della

storiografia francese

per cui, almeno dai

tempi di Bossuet,

storia, memoria,

politica e Nazione

tendevano a coincidere

in un tentativo sempre

grandioso (basti anche

solo pensare ad alcune 18

pagine di Michelet) di

delineare, trovare,

cercare "la Francia". E,

in effetti, nemmeno

Bloch si sottrae al

compito di spiegare e

mostrare l’identita’

della Nazione. Quello

che in Bloch,

nondimeno, costituisce

una piacevole sorpresa

e un insegnamento

ogni volta da imparare

(ogni volta che si

pensa alla storia), e’ la

capacita’ di ritrovare,

dietro le linee degli

avvenimenti, la

famigerata "realta’

umana", gli uomini

con le loro necessita’,

dietro le alleanze

elettorali le speranze,

se si tratta delle

"foules" (come scrisse

riferendosi al Fronte

Popolare), di migliori

condizioni di vita,

dietro un trattato, un

giuramento, una

"carta" dell’epoca

feudale, addirittura il

"germe" della

democrazia europea,

l’idea di reciprocita’

del potere e il diritto di

resistenza da far valere

ancora, dopo secoli,

nel 1939 (si tratta della

conclusione de La

societe’ feodale,

pubblicata nel 1939-

’40, in cui scrive

relativamente al diritto

di resistenza e alla

reciprocita’ del potere: 19

"Con cio’, per quanto

duro sia stato tale

regime [il feudalesimo]

con gli umili, esso ha

veramente lasciato in

retaggio alle nostre

civilta’ qualcosa di cui

desideriamo ancora

vivere").

Contribuire alla

coscienza politica della

societa’ significava

insegnare e diffondere

questo gusto, di cui

aveva parlato,

dell’analisi umana e

non nutrire

vanagloriosi sogni

anacronistici o

rinforzare la causa

nazionale con uno

sciovinismo a basso

costo, come pure negli

anni precedenti gli

storici avevano fatto,

scambiando

l’emergenza nazionale

per la causa cui la

storia avrebbe dovuto,

anima e corpo, votarsi:

durante la prima

guerra mondiale (e

questo Bloch lo

depreco’ piu’ volte nel

corso della sua opera)

gli storici avevano

ceduto anch’essi alla

causa dell’Union

Sacree ed avevano

baldanzosamente

scritto delle "storie" in

cui lo sviluppo delle

vicende europee si

svolgeva, fin dai tempi

di Vercingetorige, sulla 20

falsariga dello scontro

tra i dispotici e

militaristi e aberranti

tedeschi e gli

illuminati francesi faro

dell’umanita’. Lucien

Febvre, inaugurando la

ripresa del ciclo

accademico a

Strasburgo,

nell’Alsazia

riconquistata, aveva

dovuto iniziare la sua

lezione con le parole:

"Jamais l’histoire

serve".

Gli storici, per Bloch,

dovevano si’ porsi

all’interno della

societa’, "en signe de

guerre", come aveva

annotato in un carnet

durante il primo

conflitto mondiale

riportando una frase di

Renan ("Ce qu’on dit

des paisibles etudes et

des temples sereins de

la science est un

honnete lieu commun.

Non, nous sommes

poses en signe de

guerre, et la paix n’est

pas notre sort"; la

citazione si trova in un

carnet ancora inedito

concessomi

gentilmente dal

professor Massimo

Mastrogregori), ma

per diffondere le

"virtu’" della storia

senza mettersi al

servizio di una causa

politica specifica. 21

*

In verita’ poi lo stesso

Bloch, con piu’ o meno

successo, cerchera’

delle forme di

intervento politico piu’

dirette, non perche’ col

tempo venisse meno

(questo non accadra’

mai) la sua fiducia

verso questa forma

cosi’ particolare di

intendere il valore

politico del mestiere di

storico, ma perche’ piu’

volte gli eventi nel

corso degli anni Trenta

lo indussero

quantomeno a pensare

un impegno piu’

esplicito e immediato

di quello che poteva

essere condotto con le

armi della storia.

Senza addentrarci

nelle riflessioni

blochiane sulla politica

francese (di cui precisa

e documentata

testimonianza e’

costituita sia dalla

corrispondenza con

Febvre - M. Bloch et L.

Febvre,

Correspondance, 3

tomes, Paris, Fayard,

1994-2003 - sia

dall’opera La strana

disfatta), si puo’

tracciare una linea,

non diritta e non senza

tentennamenti, che va

dalla firma nel 1934

del manifesto che 22

segno’ la nascita del

Cvia (benche’ Bloch

opponesse numerose e

fondate riserve sulle

analisi condotte dalla

sinistra francese

relativamente ai fatti

del febbraio 1934 che

videro un tentativo,

fallito a meta’, di colpo

di Stato), al rifiuto di

presenziare in Austria,

dopo l’Anschluss e

proprio a causa della

politica nazista, ad una

cerimonia in onore di

un collega, pur

stimato, al numero

speciale delle

"Annales" dedicato al

nazismo nel 1937, alla

possibilita’, poi non

realizzatasi, di

candidarsi nel 1938

alla direzione

dell’Ecole Normale

Superieure, per

accedere ad una

posizione da cui

indicare delle linee

politiche chiare, alla

decisione di arruolarsi,

pur potendo essere

esonerato, allo scoppio

della seconda guerra

mondiale (tra l’altro

Bloch era stato da

sempre un partigiano

della fermezza nei

confronti di Hitler,

anche a costo della

guerra), alla decisione,

infine, di entrare nella

Resistenza, nelle fila

del movimento Franc-

Tireur, dove lo 23

ritroviamo col nome di

M. Blanchard, poi

Narbonne, per essere

poi catturato,

imprigionato e alla fine

fucilato dai nazisti nel

1944.

*

Ma nonostante questi

"sconfinamenti",

potremmo dire, nella

politica piu’ diretta, la

storia rimase sempre

per Bloch il terreno in

cui investire nella

speranza che potesse

indicare una direzione

per l’avvenire; senza

falsi anacronismi,

come scriveva ne La

strana disfatta, "il

mondo appartiene a

coloro che amano il

nuovo". Eppure,

nonostante questa

professione di fede

verso il futuro (e i

giovani), affinche’ il

futuro non fosse

semplicemente atteso

(o addirittura

ostacolato invano,

come pure qualcuno si

ostinava a fare), ma

anche preparato (come

accadeva nel caso della

Resistenza), occorreva

la capacita’ di

osservare gli uomini,

di capirli attraverso un

fecondo "va-et-vient"

tra passato e presente:

come si poteva avere la

pretesa di capirli, gli 24

uomini, se guardati

solo "nelle loro

reazioni dinanzi alle

circostanze particolari

di un momento"? Al

contrario, lo storico, sa

che "di cio’ che puo’

contribuire alla

conoscenza del

passato, niente merita

di essere considerato

inattuale: poiche’ i

tempi trascorso ci

offrono la sola

esperienza grazie a cui

possiamo sperare, un

giorno, di conoscere

meglio questa

umanita’ di cui, in

questo momento,

vediamo solo

l’incapacita’ di

comprendersi e, di

conseguenza, di

condursi da sola...

Quanti errori storici

all’origine dello

spaventoso marasma

in cui viviamo, dalla

pace di Versailles, fino

al razzismo!" (brano

tratto da un

testamento che Bloch

scrisse nel 1938, in

occasione di una

mobilitazione parziale

indetta a causa della

crisi dei Sudeti e

riportato in "Cahiers

Marc Bloch", 1995, 2).

*

Ed e’ cosi’ che

ritorniamo all’incipit 25

dell’Apologia della

storia. A cosa serve la

storia?

Non piu’ nel 1938, ma

oramai con la Francia

divisa e occupata

insieme a gran parte

dell’Europa e la Gran

Bretagna assediata,

Bloch pone la

domanda e si risponde

con parole che io trovo

particolarmente

toccanti (che meritano

d’esser riportate,

nonostante la

lunghezza) e che

sintetizzano tutta la

volonta’ e la passione

investite nel suo

mestiere, perche’ sono

una nuova

dichiarazione di fede,

appunto una apologie

pour l’histoire,

disciplina il cui senso

viene compendiato da

un unico proposito e

un’unica parola, carica

di speranza:

comprendere. "Una

parola, per dirla in

breve, domina e

illumina i nostri studi:

comprendere. Non

diciamo che il bravo

storico e’ estraneo alle

passioni: ha almeno

quella. Parola, non

nascondiamocelo,

gravida di difficolta’,

ma anche di speranza.

Parola, soprattutto,

carica di amicizia.

Perfino nell’azione, noi 26

giudichiamo troppo. E’

comodo gridare: al

patibolo!

Noi non

comprendiamo mai

abbastanza. Chi e’

diverso da noi -

straniero, avversario

politico - passa quasi

necessariamente per

un malvagio. Anche

per condurre le lotte

inevitabili, un po’ di

intelligenza delle

anime sarebbe

necessaria; a maggior

ragione per evitarle,

quando si e’ ancora in

tempo. La storia, a

condizione di

rinunciare alle sue

false arie da arcangelo,

deve aiutarci a guarire

da questo difetto. Essa

e’ una vasta esperienza

delle varieta’ umane,

un lungo incontro tra

gli uomini. La vita,

cosi’ come la scienza,

ha tutto da guadagnare

dal fatto che questo

incontro sia fraterno"

(Apologie pour

l’histoire ou metier

d’historien, in. M.

Bloch, L’histoire, la

guerre, la Resistance,

Paris, Gallimard,

2006, p. 950 - trad. di

chi scrive).

*

Eppure evidentemente

qualcosa, in questo 27

insegnare la storia,

non era andato a buon

fine, e in effetti sulle

responsabilita’ che gli

storici, per non aver

"comunicato"

abbastanza, per non

essere stati in grado,

non sufficientemente,

di sortire

impavidamente

dall’uscio dei propri

archivi, portavano, a

piu’ riprese lo stesso

Bloch si dilunga,

raccontando anche

della propria,

personale, "cattiva

coscienza".

Tuttavia, piu’ che sui

sensi di colpa presunti

di un’intera

generazione, puo’

essere interessante

soffermarsi su un altro

aspetto.

Paradossalmente,

nell’entre-deux-

guerres, la storia era

stata al centro di

numerose polemiche

intellettuali in cui la si

accusava non, come

sosteneva Bloch, di

non essere riuscita ad

evitare la catastrofe,

ma di averla

addirittura provocata.

Le citazioni al

proposito si

potrebbero sprecare; le

riflessioni pero’ piu’

conosciute, incisive ed 28

anche acute, per certi

versi, si devono a Paul

Valery. Gia’ nel 1919

aveva pronunciato

l’oracolo: "Nous

autres, Civilisations,

nous savons

maintenant que nous

sommes mortelles",

indicando nella

memoria troppo carica

dell’uomo europeo

(ogni Nazione poteva

nutrirsi degli eroici

sogni del suo

Napoleone o Carlo

Magno) una delle

principali cause

dell’incapacita’ di

relazionarsi al tempo

presente. Queste

parole, pronunciate

come furono poco

dopo la fine della

prima guerra, erano

state un po’ l’annuncio

della nuova era che si

stava spalancando per

l’Europa, quella di un

declino e di

un’irrimediabile crisi

degli ideali politici

elaborati nel lungo

corso della tradizione

europea. La "crise de

l’esprit" non era che

una crisi delle

categorie politiche,

umane, economiche...

oramai sorpassate e

con cui tuttavia l’uomo

si ostinava ad

ingabbiare la sua

contemporaneita’.

Anche la dittatura era 29

per Valery, in un certo

senso, una "crise de

l’esprit": ogni uomo

incapace di trovarsi nel

mondo e di

relazionarsi ad esso,

privo del pensiero

necessario alla

comprensione, era "un

dictateur a’ l’etat

naissante".

Proprio all’inizio degli

anni Trenta, Valery era

stato piu’ esplicito:

causa della crisi e’ la

storia che riporta e

radica continuamente

l’uomo nel suo

passato, sottraendolo,

nutrito di sogni

velleitari, al presente e

al futuro in cui pure

(suo malgrado o meno)

e’ collocato: la storia

era niente di meno che

"il prodotto piu’

pericoloso che la

chimica dell’intelletto

abbia elaborato".

*

E tuttavia, e’ proprio

sul tono delle

riflessioni di Valery,

per quanto possa

apparire strano, che

Bloch si inserisce. Nel

senso che, come la si

volesse chiamare, crise

de l’esprit, crise de

civilisation (questa e’

l’espressione che

diverse volte Bloch

utilizza), restava 30

innegabile (ed evidente

soprattutto nella terza

decade del secolo)

l’inettitudine di tutta

una classe politica

della Terza Repubblica

a gestire le relazioni

internazionali, gli

effetti della grande

depressione, la riforma

istituzionale che pure

tutti invocavano. Si

potrebbero riportare

episodi di impasse per

tutti i gusti,

fallimentari tentativi di

riforma, scacchi della

politica estera, ma non

e’ necessario poiche’

l’attenzione va

focalizzata su quello

che Valery chiamava

esprit, cosi’ come sui

valori fondanti la

democrazia che

avevano cessato di

essere condivisi dalla

Nazione.

Per dirla con Bloch, le

classi dirigenti, i

politici, i "borghesi"

(parola che peraltro

egli utilizza con

precisione ma senza

alcun afflato marxista,

pur se indica in fin dei

conti le classi

dirigenti) erano non

carichi di storia (con

una memoria troppo

carica di storia, come

aveva scritto Valery),

ma senza storia.

Avevano scordato e

cessato di studiare la 31

storia della Francia,

incapaci di

comprendere la

vitalita’ per il futuro

della democrazia (e

come avevano

dimostrato i fatti, per

l’esistenza della stessa

Francia e dell’Europa)

dei valori di

solidarieta’ e

fraternita’

rivoluzionaria che

erano stati, nella

storia, l’originale

declinazione francese

del concetto di liberta’.

Non si trattava di

preferenze politiche;

non era in discussione

la destra o la sinistra,

ma la solidarieta’ e la

legittimita’ degli urti

sociali che la Terza

Repubblica aveva

sancito anche da un

punto di vista

legislativo, con le leggi

sindacali. L’immagine

della Festa della

Federazione (insieme

alla cerimonia di

Reims; e gia’ questo

abbinamento

meriterebbe una lunga

digressione che non e’

il caso qui di

affrontare), cosi’ come

i richiami alla

solidarieta’ come unico

possibile collante della

comunita’ nazionale, e’

una delle costanti

nell’opera di Bloch e si

potrebbero citare 32

numerosi passaggi,

dalle lettere, i carnets,

La strana disfatta...

Ebbene, in Francia era

successo qualcosa per

cui una parte della

Nazione aveva smesso

non solo di credere alla

solidarieta’, ma anche

di riconoscere la

legittimita’ delle

aspirazioni, per

esempio delle masse

popolari, a migliori

condizioni di vita

oppure ad una piu’

piena partecipazione

alla vita politica... i

borghesi avevano

smesso, senza tanti giri

di parole, di

apprezzare la

democrazia: a questo

Bloch dava il nome di

"grande malinteso dei

francesi".

Era accaduto, ad

esempio, in occasione

del Fronte Popolare,

rispetto a cui i

"borghesi" avevano

tenuto un

atteggiamento

pregiudizialmente

ostile, soprattutto in

seguito alle grandi

manifestazioni di gioia

che attraversarono la

Francia in

concomitanza della

vittoria elettorale e che

solo uno sguardo

ottuso pote’ scambiare

per un tentativo 33

rivoluzionario, piu’ o

meno occultamente

preparato dai "rossi"

per gestire l’esistente.

Nel testo de La strana

disfatta Bloch non

risparmia,

fondatamente e con

un’analisi profonda e

sferzante, nemmeno la

sinistra, in particolare

sindacalisti e Pcf, ma il

comportamento della

"borghesia" e’ da lui

ritenuto, sopra di

tutto, "inexcusable".

Anche se storicamente

questa era stata, in

Europa, la promotrice

della democrazia, a

partire dalla fine della

prima guerra mondiale

aveva smesso di

credere nelle "virtù" di

quello che aveva

semplicemente

interpretato come un

sistema di governo tra

gli altri (e, nel XIX

secolo, quello che le

consentiva la

partecipazione).

Come aveva gia’ scritto

Tocqueville, la

democrazia era un

cambiamento dello

stato sociale

impossibile da

arrestare, era un

"mondo", una nuova

"umanita’", e invece la

borghesia aveva

tentato proprio questo: 34

frenare l’inarrestabile

e condannare

attraverso le categorie

del presente

(comunismo/fascismo)

un processo che invece

andava compreso

(compreso magari

grazie ad un uso

corretto

dell’informazione

storica) e che era stato

il senso ultimo

dell’ideologia

repubblicana, ovvero

la possibilita’ di

riconciliazione. Ma la

borghesia aveva

disimparato a studiare

seriamente, a "juger

les valeurs" senza

irretirsi nel

conformismo

imperante, ad

informarsi e ad

analizzare con spirito

critico (altra conquista,

per Bloch, della storia)

le informazioni di cui

veniva in possesso e

dunque non era stata

in grado di compiere

nessuno sforzo di

analisi umana per

comprendere, nel ’36,

la gioia delle ’foules au

poing leve’" e in

mancanza della

comprensione le aveva

condannate.

*

Se abbiamo riportato

sommariamente

queste considerazioni 35

di Bloch sul Fronte

Popolare e la crisi della

democrazia, cio’ si

deve al fatto che

indicano uno dei modi

in cui, a suo avviso, la

storia poteva essere

utile a guidare l’azione

politica.

Nessuno dei

manifestanti del 1936

aveva in mente di fare

la rivoluzione (e anzi

era la destra che

andava dicendo: "la

revolution est a’

refaire", ma per

scalzare il Fronte) e le

richieste di aumenti

salariali o di ferie

pagate che furono

all’ordine del giorno

della politica,

rispondevano ad un

desiderio di migliorare

le proprie condizioni di

vita, non solo

legittimo, ma che stava

anche nelle cose, nel

processo storico. Se le

classi dirigenti si

fossero presa la briga

di meditare i famosi

"bisogni dell’uomo", se

avessero avuto la

pazienza e il gusto

dell’"analisi umana"

(tutte attitudini che

Bloch considerava

conquiste della storia),

avrebbero compreso

tutto questo e forse

l’incontro tra le

aspirazioni

contrastanti nel paese, 36

non sarebbe stato un

urto, una disfatta della

Nazione precedente

quella militare, ma una

mediazione fraterna o

"une rencontre

fraternelle".

Non bisogna cedere a

particolari utopie per

comprendere in questo

caso Bloch, a cui il

senso della realta’ non

mancava di certo.

Semplicemente, una

comprensione, che

solo la storia poteva

dare della Francia (la

Francia rivoluzionaria,

la memoria

repubblicana, la storia

della Terza

Repubblica...) e della

democrazia (di cosa

effettivamente fosse la

democrazia, al di la’

della scheda elettorale

messo nelle mani

dell’operaio piuttosto

che del contadino),

avrebbe probabilmente

impedito che la

nazione si disgregasse

fatalmente sotto i

primi colpi delle

dittature. Non come

diceva Valery, il cui

uomo era dittatore allo

stato nascente perche’

inebriato da troppa

storia. Per Bloch era,

caso mai, dittatore per

assenza della storia e

delle sue virtu’,

incapace di esercitare

lo spirito critico, di 37

giudicare le

informazioni di cui

veniva in possesso, di

sottrarsi al

conformismo del

giudizio.

*

La storia, come

sappiamo, non e’ stata

a lieto fine. Nel senso,

almeno, che Bloch

affido’ alla penna

queste considerazioni

in modo chiaro e

compiuto, sistematico,

solo dopo il 1940,

lasciando alle ultime

pagine de La strana

disfatta il gia’ citato

mea culpa degli storici

per non averlo fatto

prima e non riuscendo

nemmeno a terminare

l’Apologie.

Ed egli stesso si decise

infine ad entrare nella

Resistenza, per cercare

altri modi, diversi da

quelli dell’erudito, per

ricomporre una storia,

quella della Francia,

che pareva essersi

interrotta, anche se

l’idea di abbandonare

la storia per cercare

indicazioni non lo

sfiorava affatto.

Convenientemente

insegnata permetteva

la comprensione, ma

convenientemente

studiata la si ritrovava

abitata, perche’ era la 38


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docenteApologia della storia o mestiere di storico, Bloch. Con trattazione dei seguenti argomenti: biografia, la storia, gli uomini e il tempo, l'osservazione storica, la critica, l'analisi storica, comprensione del presente attraverso il passato, trasmissione delle testimonianze.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e sociali
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Ceretta Manuela.

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