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Atto I: 1905-1923

Alla fine del XIX secolo l’Europa orientale si presentava già da qualche decennio come un’area

più instabile della controparte occidentale. Questa instabilità non era solo legata alla sua

arretratezza economica, agli sforzi tesi a superarla ed al loro fallimento. Si trattava di una vera

rottura in cui fattori nazionali, economici, sociali, religiosi, politici, ed ideologici alimentavano

combinandosi, il manifestarsi di fenomeni che non erano solo la semplice acutizzazione di

quanto accadeva in oriente, ma portavano spesso il carattere della novità, e si sarebbero estesi

nel XX secolo a coprire buona parte dell’Europa.

Di questa rottura, l’impero ottomano era il punto di crisi più importante. Il progressivo

disfacimento dell’impero ottomano fu dovuto ad una serie di fattori quali un tentativo di

modernizzazione ed alla perdita di varie nazioni quali la Serbia, la Grecia, portarono Istanbul a

perdere circa un terzo del territorio ed un quinto della popolazione.

L’altro punto di crisi era l’impero russo. Questo era allora teso a compensare con l’espansione

ad oriente l’umiliazione subita in Crimea e poi a Berlino, una strada che l’avrebbe poi condotto

allo scontro con il Giappone ed alla sconfitta,e quindi alla prima, grande scossa rivoluzionaria.

E’ l’interpretazione di Halevy sulle origini del primo conflitto mondiale , che egli vide arrivare

da oriente e precisamente dalla sconfitta russa col Giappone, che fa apparire il 1905, più del

1912, come il vero inizio del grande conflitto.

La vittoria Giapponese e la prima sconfitta di un popolo bianco da parte di una “razza inferiore”

fecero presa sull’intera Asia che ben presto vide sorgere sotto la spinta nazionalistica, numerosi

movimenti. (Basti pensare ai “Giovani Turchi). Ma la vittoria giapponese non scosse solo l’Asia

o quello che sarebbe diventato il “terzo mondo”: la sua ripercussione più violenta ed immediata

fu infatti la rivoluzione russa del 1905 che appare, da più di un punto di vista, come lo scoppio

ritardato ad est di quella primavera dei popoli che aveva percorso l’Europa centro-orientale nel

1848. La rivoluzione diede inoltre nuovo slancio ai movimenti nazionali dei popoli dell’impero.

Fu l’estensione delle proteste alle regioni e alle città russe nei mesi successivi a costringere lo

zar a fare delle concessioni. Fu riflettendo su questa rivoluzione russa che Lenin cominciò a

porre le basi della sua scoperta circa la possibilità di utilizzare i movimenti nazionali e quelli

contadini, per fare una rivoluzione diversa da quella immaginata fino ad allora.

I fremiti che scuotevano l’oriente venivano intanto a contatto con la degenerazione dei

movimenti nazionali a occidente. In particolare la debolezza dei Giovani Turchi, riaprì la

questione orientale. La prima a profittarne fu l’Italia”pacifica e democratica”di Giolitti. Nel

1911 scoppiava la guerra di Libia, che portò l’Italia ad occupare il Dodecaneso. La vittoria

italiana mostrò con chiarezza ai nuovi stati balcanici, e soprattutto alla Serbia, che esisteva la

possibilità di ricacciare i Turchi in Asia. Fu questo il programma dell’alleanza tra serbi, greci e

bulgari che scatenò la prima guerra balcanica. Essa fu seguita già, nell’anno successivo, da un

nuovo conflitto che ebbe per posta la divisione tra i vincitori del bottino rappresentato dai

territori riconquistati ai turchi e fu accompagnato da tentativi reciproci di pulizia etnica.

Le conseguenze più interessanti si verificarono nell’impero ottomano, sottoposto prima degli

altri imperi europei all’azione combinata di guerra e sconfitta. Quest’ultima fece infatti

precipitare verso soluzioni “nazionalsocialistiche” il programma dei Giovani Turchi, portando

alla repressione dell’ala costituzionalista. Nel 1913 il governo si lanciò in una politica tesa a

liberare l’economia dal controllo degli stranieri ed in particolare degli ottomani cristiani. 1

Nel 1914, dopo l’adozione di politiche ufficialmente definite di economia nazionale (Milli

iktisat), basate sul modello tedesco varata una legge che obbligava gli imprenditori armeni e

greci ad esporre insegne e a tenere la contabilità in turco. Contemporaneamente questi ultimi

erano sottoposti ad una campagna terroristica che portò molti industriali e commercianti greci

ad abbandonare il paese. L’indebolimento dell’ala costituzionalista dei Giovani turchi portò

inoltre alla comparsa del primo regime a partito unico emerso dell’Europa del XX secolo.

Certo, a causa dell’arretratezza dell’impero ottomano, nonché dell’ideologia dei Giovani

Turchi, per molti versi ancora più vicini ad una setta cospirativa che ad un moderno partito,

questo primo prototipo di stato totalitario era incompleto e dotato di caratteristiche molto

particolari. Era tuttavia possibile scorgervi alcuni tratti che avrebbero marcato i regimi

successivi. La stessa presenza di un gruppo segreto all’interno del movimento al potere.

Rivelatrice era anche la combinazione di misure legali ed illegali, e dell’uso del terrore di stato,

nel realizzare un programma di nazionalizzazione dell’economia. Un’economia riorganizzata su

linee proto-corporative.

La vittoria contro l’impero turco, e poi quella contro gli ex alleati nella lotta delle spoglie, aveva

intanto esaltato il nazionalismo serbo che, dopo le vittorie a sud, rivolse la sua attenzione alla

soluzione del problema serbo a nord, vale a dire contro la presenza austriaca in Bosnia. In

questo clima maturò, pochi mesi dopo la conclusione della seconda guerra dei Balcani,

l’attentato di Sarajevo. La durezza della risposta austriaca motivata dalla paura di seguire

l’impero ottomano, finendo di essere schiacciati dai serbi, dopo essersi arresi ad Italia e

Germania, innescò il meccanismo che doveva portare allo scoppio della grande guerra.

Sembra evidente, quindi, come sosteneva Havely che lo scoppio del conflitto trova le sue radici

in oriente; ad occidente stava il fattore (l’enorme forza accumulata dai contendenti) che

trasformò una guerra normale nella grande tempesta che pochi erano in grado di prevedere.

Se da una parte nessuno metteva in forse l’esistenza dello stato francese o di quello tedesco, o di

quello italiano, ed era in gioco tutt’al più il destino di qualche regione e lo spostamento di

qualche confine, dall’altra il destino degli imperi delle nazionalità apparve legato all’esito del

conflitto: esso avrebbe deciso quale stato sarebbe sopravvissuto, quale sarebbe nato e con quali

confini. Per gli stessi motivi la guerra ebbe ad est anche una più forte carica ideologica. Essa vi

appare, “sin dall’inizio, una guerra per la libertà dei popoli”, come scrisse Havely, d’accordo su

questo col Lenin per cui al centro del conflitto stava, a est del Reno, la questione nazionale.

Lottare per l’autodeterminazione equivaleva davvero a lottare per la democrazia e la libertà dei

popoli. Ma nei territori plurilingui e laddove non esistevano confini storici e geografici ben

definiti questa vittoria di democrazia e libertà si trasformava spesso e velocemente nel suo

contrario. A soffrirne erano prima di tutto le minoranze nazionali o religiose a causa della

fragilità ed al primitivismo della loro elitè.

A est il primo conflitto mondiale assunse presto le forme di un movimento generale per

scacciare le nazionalità imperiali. In particolare la guerra venne presentata come la prima tappa

di un conflitto tra slavi e tedeschi e loro alleati per la signoria sui territori in questione.

La lotta contro le nazionalità imperiali poteva facilmente trasformarsi, in una resa dei conti

generale, che coinvolgeva anche le comunità linguistiche e/o religiose prima oppresse. Questa

resa dei conti, che culminò dopo il collasso dei grandi stati multinazionali, generò nuove ondate

di migrazioni coatte.

La grande guerra del XX secolo fu, al tempo stesso rivoluzione, la formulazione di questa tesi fu

avanzata fa Halevy che aveva aggiunto che tutte le grandi convulsioni dell’Europa moderna

erano state al tempo stesso guerre e rivoluzioni: la prima guerra mondiale fu sia una rivoluzione

in se stessa sia l’avvio e la prima tappa di una rivoluzione di portata e dimensioni ancora

maggiori, proseguita negli anni 30 in apparenti condizioni di pace, e infine conclusa da un terzo

atto che prese le forme di un enorme conflitto. Questa rivoluzione in 3 atti mutò sia la struttura

interna dell’Europa che la sua posizione nel mondo, provocando la scomparsa di stati ed imperi

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centenari e l’emergere di decine di nuovi stati, causando la scomparsa di interi strati sociali,

determinando un profondo mutamento nella natura e nel ruolo, anche economico dello stato.

[IL I° ATTO] La prima guerra mondiale prese le mosse dalle guerre balcaniche (ma sappiamo

che da un punto di vista generale è invece dal 1905 che bisogna partire) e si può considerare

conclusa nel 1922-23, con le vittorie del fascismo in Italia e di Ataturk sui greci, la fine del

comunismo di guerra, della carestia e della guerra contadina in Unione Sovietica, e la crisi

tedesca dell’anno successivo, culminata in autunno coi tentativi rivoluzionari di estrema destra

ed estrema sinistra.

Furono le grandi mutazioni, incluse la politica e la demografia, a moltiplicare la durata,

l’intensità e anche la ferocia della guerra, quanto di conseguenza i suoi effetti destabilizzanti.

Per quel che riguarda il senso della trasformazione causate dalla guerra, c’è un nesso

strettissimo tra il carattere e le ideologie degli stati, e le condizioni che presiedono alla loro

nascita. Il primo è determinato dalla natura delle cose e dalle opportunità del momento.

La natura delle cose e l’opportunità del momento influenzarono le scelte degli individui, oltre

che degli stati. In altre parole la guerra creò un nuovo ambiente che selezionava alcuni

comportamenti al posto di altri, mutando la direzione del processo evolutivo. Tale selezione

ebbe al suo centro la “brutalizzazione” di cui ha parlato Mosse, una brutalizzazione poi

esasperata dalle guerre civili che ebbero luogo alla fine del conflitto.

Nei territori dell’ex impero zarista, per esempio, la guerra civile prese carattere “quasi

genocida”: per piegare i contadini a Tambov il nuovo stato usò carestia, gas e fucilazioni di

massa, mentre in Crimea, si procedette ad esecuzioni sommarie. In questo clima, anche gruppi r

bande armate di questa o quella nazionalità presero a regolare i loro conti secondo le nuove

regole, applicando i principi della responsabilità collettiva, e cioè scegliendo le loro vittime in

base a criteri generali ed indistinti, e quindi primitivi, di classificazione come l’appartenenza a

un gruppo etnico o sociale, ad una confessione religiosa.

C’è da sottolineare però, che oltre a trasformazioni negative, ci furono anche caratteri positivi,

come, ad esempio, l’affermazione dei diritti e delle pari dignità delle donne, che a partire dal

1917 conquistarono il voto in molti paesi europei. Accanto ad essa troviamo la riduzione, del

problema delle minoranze in Europa orientale e la conquista della terra da parte dei contadini su

larga parte del continente. A questo quadro vanno aggiunti il riconoscimento da parte dello

stato, nelle società industrializzate, del ruolo dei sindacati nella gestione della forza lavoro e i

progetti di estensione dello stato sociale.

Il conflitto lasciò, inoltre, intravedere, sia pure in forma limitata, le potenzialità e le possibilità

dell’intervento regolatore dello stato in campo economico, in un senso del tutto nuovo,

dovevano poi nascere le intuizioni del Keynes sul funzionamento dei meccanismi di breve

dell’economia, e sulla possibilità di manipolarli da parte dello stato per far fronte alla crisie

sostenere quell’espansione dell’occupazione e dello stato sociale.

Ma torniamo agli aspetti negativi delle conseguenze del conflitto. In campo internazionale, il

ricorso al termine del mandato faceva solo apparire più ripugnante, il comportamento degli

inglesi e francesi che perseveravano nelle loro vecchie pratiche ed allargavano i loro imperi

mentre predicavano la libertà dei popoli.

Se era vero che il peso quantitativo delle minoranze nazionali era diminuito, la loro posizione

nei nuovi stati, che volevano essere a tutti i costi nazionali, risultava spesso peggiorata. Anche la

conquista contadina di una terra si presentava sotto forme e con significati diversi. Per esempio

nell’impero zarista la rivoluzione agraria del 1917-1918 fu un evento brutale che eliminò non

solo tenute signorili e le grandi proprietà moderne, ma anche le aziende contadine meglio

gestite.

Una delle modificazioni negative più interessanti stava nelle modificazioni prodotte dalla guerra

nella struttura e nel comportamento degli stati. La concentrazione sullo sforzo bellico e la

necessità di consolidare le proprie strutture per reggere all’urto del conflitto, provocarono

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ovunque un salto nei processi di statizzazione già avvisatisi nei decenni precedenti. Dal punto di

vista economico, per esempio, la progressiva intensificazione della mobilitazione prodotta dal

perdurare del conflitto, generò una presa crescente dello stato sull’economia, producendo

significative mutazioni nel funzionamento di quest’ultima. Molti socialisti, interpretarono la

progressiva estensione del controllo statale sui trasporti, commercio estero ed industrie chiave

come un chiaro segnale del fatto che la guerra stava portando una forte dose di socialismo in

tutti i paesi belligeranti. Si chiudevano gli occhi di fronte al fatto che incremento

dell’occupazione e sostegno alla stabilità produttiva erano direttamente legate alla produzione

bellica.

Il conflitto portò, inoltre, alla formazione di nuovi grandi blocchi neomercantilistici. L’influenza

di ideologie neomercantilistiche trovò la sua ultima e forse maggiore manifestazione ne

secondo dopoguerra col Comecon, l’organizzazione economica dei paesi del blocco sovietico.

Tentativi statali di consolidamento e razionalizzazione si verificarono anche sul piano nazionale

ed etnico. Tanto in Polonia quanto nel Baltico, gli occupanti tedeschi ed austro-ungarici

incoraggiarono per esempio forme di autogoverno, promuovendo l’uso delle lingue locali e lo

sviluppo delle singole culture nazionali attraverso l’istituzione di scuole, gruppi teatrali etc etc.

Certo queste occupazioni erano in diretto contrasto con i principi di un’ occupazione spesso

brutale. Esse quindi finirono con naufragare, ma non si può scordare che nel novembre 1916

tedeschi ed austriaci proclamarono la costituzione di un regno polacco indipendente.

Come la degenerazione degli sforzi tedeschi e austriaci stava a dimostrare, la realtà della guerra

favoriva però piuttosto il prevalere di politiche autoritarie e repressive anche nel campo della

gestione della popolazione, e soprattutto delle minoranze.

Le prime avvisaglie di quel che poteva accadere si ebbero nell’impero russo, che allo scoppio

della guerra varò politiche di discriminazione e trasferimento forzato di popolazioni tese a

ripulire le regioni a ridosso del fronte, per cautelarsi da un’ipotetica infedeltà di questi ultimi.

Tali pratiche, che colpirono prima centinaia di migliaia di cittadini tedeschi ed ebrei dell’impero

vennero poi estese alla Galizia austriaca occupata, non erano esclusive dell’impero russo: si

trattava di misure standard.

Simili livelli di violenza, così come quelli della guerra civile nell’impero zarista, ma anche i

massacri “regolari” sui vari fronti e le operazioni dei “ripulitori di trincee”, fecero della prima

guerra mondiale, il principio della seconda. Ci furono gruppi di giovani e di comandanti, più

adatti a compiti distruzione di città e monumenti. Negli eserciti regolari essi si riunirono in

reparti speciali dai nomi famosi: arditi, Sturmtruppen (truppe d’assalto). Meno noti sono i

gruppi speciali creati per la liquidazione dei comunisti o dei gruppi controrivoluzionari, e per la

repressione del banditismo contadino o di quello nomade nella Russia Sovietica. Questi gruppi,

una vota formatisi, continuarono ad agire e a riprodursi nell’Europa tra le due guerre,

diventarono modelli da imitare per i giovani, cresciuti come quelli del primo dopo guerra in

Germania, nell’umiliazione della sconfitta.

La guerra favorì, inoltre la diffusione delle ideologie soggettivistiche e amorali; i miti e la realtà

dell’uomo forte, dell’assalto, della violenza risolutrice diventa un patrimonio collettivo; essi

trovarono i loro cantori in alcuni dei maggiori poeti e intellettuali europei (ex: Majakovsky).

Ciò venne facilitato dal clima di sofferenza psichica generale che contribuì inoltre alla chiusura,

nel 1923, della tradizionale valvola di sfogo del malessere e della voglia di evasione,

rappresentata per tutto il secolo precedente dalla possibilità di emigrare negli USA.

Si fece così più forte, il bisogno di credere, la necessità di miti che portò alla nascita di una

nuova parareligione dalla costola della parareligione socialista. A livello internazionale la

rivoluzione d’ottobre assunse un significato quasi del tutto indipendenti dalle vicende

sovietiche. Ma la nuova parareligione, pur conservando alcuni tratti della sua parareligione

madre, era anche profondamente diversa da essa, per esempio nel ruolo straordinario assegnato

alla violenza, fatta oggetto di vero e proprio culto. 4


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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia Contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Guerra e Rivoluzione in Europa, Graziosi (prima parte)consigliato dal docente Andreucci. Gli argomenti trattati sono i seguenti: l'Europa orientale alla fine del XIX secolo, la guerra russo-giapponese del 1905, la Rivoluzione russa, la Prima guerra mondiale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Andreucci Franco.

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