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Nel 1914, dopo l’adozione di politiche ufficialmente definite di economia nazionale (Milli

iktisat), basate sul modello tedesco varata una legge che obbligava gli imprenditori armeni e

greci ad esporre insegne e a tenere la contabilità in turco. Contemporaneamente questi ultimi

erano sottoposti ad una campagna terroristica che portò molti industriali e commercianti greci

ad abbandonare il paese. L’indebolimento dell’ala costituzionalista dei Giovani turchi portò

inoltre alla comparsa del primo regime a partito unico emerso dell’Europa del XX secolo.

Certo, a causa dell’arretratezza dell’impero ottomano, nonché dell’ideologia dei Giovani

Turchi, per molti versi ancora più vicini ad una setta cospirativa che ad un moderno partito,

questo primo prototipo di stato totalitario era incompleto e dotato di caratteristiche molto

particolari. Era tuttavia possibile scorgervi alcuni tratti che avrebbero marcato i regimi

successivi. La stessa presenza di un gruppo segreto all’interno del movimento al potere.

Rivelatrice era anche la combinazione di misure legali ed illegali, e dell’uso del terrore di stato,

nel realizzare un programma di nazionalizzazione dell’economia. Un’economia riorganizzata su

linee proto-corporative.

La vittoria contro l’impero turco, e poi quella contro gli ex alleati nella lotta delle spoglie, aveva

intanto esaltato il nazionalismo serbo che, dopo le vittorie a sud, rivolse la sua attenzione alla

soluzione del problema serbo a nord, vale a dire contro la presenza austriaca in Bosnia. In

questo clima maturò, pochi mesi dopo la conclusione della seconda guerra dei Balcani,

l’attentato di Sarajevo. La durezza della risposta austriaca motivata dalla paura di seguire

l’impero ottomano, finendo di essere schiacciati dai serbi, dopo essersi arresi ad Italia e

Germania, innescò il meccanismo che doveva portare allo scoppio della grande guerra.

Sembra evidente, quindi, come sosteneva Havely che lo scoppio del conflitto trova le sue radici

in oriente; ad occidente stava il fattore (l’enorme forza accumulata dai contendenti) che

trasformò una guerra normale nella grande tempesta che pochi erano in grado di prevedere.

Se da una parte nessuno metteva in forse l’esistenza dello stato francese o di quello tedesco, o di

quello italiano, ed era in gioco tutt’al più il destino di qualche regione e lo spostamento di

qualche confine, dall’altra il destino degli imperi delle nazionalità apparve legato all’esito del

conflitto: esso avrebbe deciso quale stato sarebbe sopravvissuto, quale sarebbe nato e con quali

confini. Per gli stessi motivi la guerra ebbe ad est anche una più forte carica ideologica. Essa vi

appare, “sin dall’inizio, una guerra per la libertà dei popoli”, come scrisse Havely, d’accordo su

questo col Lenin per cui al centro del conflitto stava, a est del Reno, la questione nazionale.

Lottare per l’autodeterminazione equivaleva davvero a lottare per la democrazia e la libertà dei

popoli. Ma nei territori plurilingui e laddove non esistevano confini storici e geografici ben

definiti questa vittoria di democrazia e libertà si trasformava spesso e velocemente nel suo

contrario. A soffrirne erano prima di tutto le minoranze nazionali o religiose a causa della

fragilità ed al primitivismo della loro elitè.

A est il primo conflitto mondiale assunse presto le forme di un movimento generale per

scacciare le nazionalità imperiali. In particolare la guerra venne presentata come la prima tappa

di un conflitto tra slavi e tedeschi e loro alleati per la signoria sui territori in questione.

La lotta contro le nazionalità imperiali poteva facilmente trasformarsi, in una resa dei conti

generale, che coinvolgeva anche le comunità linguistiche e/o religiose prima oppresse. Questa

resa dei conti, che culminò dopo il collasso dei grandi stati multinazionali, generò nuove ondate

di migrazioni coatte.

La grande guerra del XX secolo fu, al tempo stesso rivoluzione, la formulazione di questa tesi fu

avanzata fa Halevy che aveva aggiunto che tutte le grandi convulsioni dell’Europa moderna

erano state al tempo stesso guerre e rivoluzioni: la prima guerra mondiale fu sia una rivoluzione

in se stessa sia l’avvio e la prima tappa di una rivoluzione di portata e dimensioni ancora

maggiori, proseguita negli anni 30 in apparenti condizioni di pace, e infine conclusa da un terzo

atto che prese le forme di un enorme conflitto. Questa rivoluzione in 3 atti mutò sia la struttura

interna dell’Europa che la sua posizione nel mondo, provocando la scomparsa di stati ed imperi

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centenari e l’emergere di decine di nuovi stati, causando la scomparsa di interi strati sociali,

determinando un profondo mutamento nella natura e nel ruolo, anche economico dello stato.

[IL I° ATTO] La prima guerra mondiale prese le mosse dalle guerre balcaniche (ma sappiamo

che da un punto di vista generale è invece dal 1905 che bisogna partire) e si può considerare

conclusa nel 1922-23, con le vittorie del fascismo in Italia e di Ataturk sui greci, la fine del

comunismo di guerra, della carestia e della guerra contadina in Unione Sovietica, e la crisi

tedesca dell’anno successivo, culminata in autunno coi tentativi rivoluzionari di estrema destra

ed estrema sinistra.

Furono le grandi mutazioni, incluse la politica e la demografia, a moltiplicare la durata,

l’intensità e anche la ferocia della guerra, quanto di conseguenza i suoi effetti destabilizzanti.

Per quel che riguarda il senso della trasformazione causate dalla guerra, c’è un nesso

strettissimo tra il carattere e le ideologie degli stati, e le condizioni che presiedono alla loro

nascita. Il primo è determinato dalla natura delle cose e dalle opportunità del momento.

La natura delle cose e l’opportunità del momento influenzarono le scelte degli individui, oltre

che degli stati. In altre parole la guerra creò un nuovo ambiente che selezionava alcuni

comportamenti al posto di altri, mutando la direzione del processo evolutivo. Tale selezione

ebbe al suo centro la “brutalizzazione” di cui ha parlato Mosse, una brutalizzazione poi

esasperata dalle guerre civili che ebbero luogo alla fine del conflitto.

Nei territori dell’ex impero zarista, per esempio, la guerra civile prese carattere “quasi

genocida”: per piegare i contadini a Tambov il nuovo stato usò carestia, gas e fucilazioni di

massa, mentre in Crimea, si procedette ad esecuzioni sommarie. In questo clima, anche gruppi r

bande armate di questa o quella nazionalità presero a regolare i loro conti secondo le nuove

regole, applicando i principi della responsabilità collettiva, e cioè scegliendo le loro vittime in

base a criteri generali ed indistinti, e quindi primitivi, di classificazione come l’appartenenza a

un gruppo etnico o sociale, ad una confessione religiosa.

C’è da sottolineare però, che oltre a trasformazioni negative, ci furono anche caratteri positivi,

come, ad esempio, l’affermazione dei diritti e delle pari dignità delle donne, che a partire dal

1917 conquistarono il voto in molti paesi europei. Accanto ad essa troviamo la riduzione, del

problema delle minoranze in Europa orientale e la conquista della terra da parte dei contadini su

larga parte del continente. A questo quadro vanno aggiunti il riconoscimento da parte dello

stato, nelle società industrializzate, del ruolo dei sindacati nella gestione della forza lavoro e i

progetti di estensione dello stato sociale.

Il conflitto lasciò, inoltre, intravedere, sia pure in forma limitata, le potenzialità e le possibilità

dell’intervento regolatore dello stato in campo economico, in un senso del tutto nuovo,

dovevano poi nascere le intuizioni del Keynes sul funzionamento dei meccanismi di breve

dell’economia, e sulla possibilità di manipolarli da parte dello stato per far fronte alla crisie

sostenere quell’espansione dell’occupazione e dello stato sociale.

Ma torniamo agli aspetti negativi delle conseguenze del conflitto. In campo internazionale, il

ricorso al termine del mandato faceva solo apparire più ripugnante, il comportamento degli

inglesi e francesi che perseveravano nelle loro vecchie pratiche ed allargavano i loro imperi

mentre predicavano la libertà dei popoli.

Se era vero che il peso quantitativo delle minoranze nazionali era diminuito, la loro posizione

nei nuovi stati, che volevano essere a tutti i costi nazionali, risultava spesso peggiorata. Anche la

conquista contadina di una terra si presentava sotto forme e con significati diversi. Per esempio

nell’impero zarista la rivoluzione agraria del 1917-1918 fu un evento brutale che eliminò non

solo tenute signorili e le grandi proprietà moderne, ma anche le aziende contadine meglio

gestite.

Una delle modificazioni negative più interessanti stava nelle modificazioni prodotte dalla guerra

nella struttura e nel comportamento degli stati. La concentrazione sullo sforzo bellico e la

necessità di consolidare le proprie strutture per reggere all’urto del conflitto, provocarono

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ovunque un salto nei processi di statizzazione già avvisatisi nei decenni precedenti. Dal punto di

vista economico, per esempio, la progressiva intensificazione della mobilitazione prodotta dal

perdurare del conflitto, generò una presa crescente dello stato sull’economia, producendo

significative mutazioni nel funzionamento di quest’ultima. Molti socialisti, interpretarono la

progressiva estensione del controllo statale sui trasporti, commercio estero ed industrie chiave

come un chiaro segnale del fatto che la guerra stava portando una forte dose di socialismo in

tutti i paesi belligeranti. Si chiudevano gli occhi di fronte al fatto che incremento

dell’occupazione e sostegno alla stabilità produttiva erano direttamente legate alla produzione

bellica.

Il conflitto portò, inoltre, alla formazione di nuovi grandi blocchi neomercantilistici. L’influenza

di ideologie neomercantilistiche trovò la sua ultima e forse maggiore manifestazione ne

secondo dopoguerra col Comecon, l’organizzazione economica dei paesi del blocco sovietico.

Tentativi statali di consolidamento e razionalizzazione si verificarono anche sul piano nazionale

ed etnico. Tanto in Polonia quanto nel Baltico, gli occupanti tedeschi ed austro-ungarici

incoraggiarono per esempio forme di autogoverno, promuovendo l’uso delle lingue locali e lo

sviluppo delle singole culture nazionali attraverso l’istituzione di scuole, gruppi teatrali etc etc.

Certo queste occupazioni erano in diretto contrasto con i principi di un’ occupazione spesso

brutale. Esse quindi finirono con naufragare, ma non si può scordare che nel novembre 1916

tedeschi ed austriaci proclamarono la costituzione di un regno polacco indipendente.

Come la degenerazione degli sforzi tedeschi e austriaci stava a dimostrare, la realtà della guerra

favoriva però piuttosto il prevalere di politiche autoritarie e repressive anche nel campo della

gestione della popolazione, e soprattutto delle minoranze.

Le prime avvisaglie di quel che poteva accadere si ebbero nell’impero russo, che allo scoppio

della guerra varò politiche di discriminazione e trasferimento forzato di popolazioni tese a

ripulire le regioni a ridosso del fronte, per cautelarsi da un’ipotetica infedeltà di questi ultimi.

Tali pratiche, che colpirono prima centinaia di migliaia di cittadini tedeschi ed ebrei dell’impero

vennero poi estese alla Galizia austriaca occupata, non erano esclusive dell’impero russo: si

trattava di misure standard.

Simili livelli di violenza, così come quelli della guerra civile nell’impero zarista, ma anche i

massacri “regolari” sui vari fronti e le operazioni dei “ripulitori di trincee”, fecero della prima

guerra mondiale, il principio della seconda. Ci furono gruppi di giovani e di comandanti, più

adatti a compiti distruzione di città e monumenti. Negli eserciti regolari essi si riunirono in

reparti speciali dai nomi famosi: arditi, Sturmtruppen (truppe d’assalto). Meno noti sono i

gruppi speciali creati per la liquidazione dei comunisti o dei gruppi controrivoluzionari, e per la

repressione del banditismo contadino o di quello nomade nella Russia Sovietica. Questi gruppi,

una vota formatisi, continuarono ad agire e a riprodursi nell’Europa tra le due guerre,

diventarono modelli da imitare per i giovani, cresciuti come quelli del primo dopo guerra in

Germania, nell’umiliazione della sconfitta.

La guerra favorì, inoltre la diffusione delle ideologie soggettivistiche e amorali; i miti e la realtà

dell’uomo forte, dell’assalto, della violenza risolutrice diventa un patrimonio collettivo; essi

trovarono i loro cantori in alcuni dei maggiori poeti e intellettuali europei (ex: Majakovsky).

Ciò venne facilitato dal clima di sofferenza psichica generale che contribuì inoltre alla chiusura,

nel 1923, della tradizionale valvola di sfogo del malessere e della voglia di evasione,

rappresentata per tutto il secolo precedente dalla possibilità di emigrare negli USA.

Si fece così più forte, il bisogno di credere, la necessità di miti che portò alla nascita di una

nuova parareligione dalla costola della parareligione socialista. A livello internazionale la

rivoluzione d’ottobre assunse un significato quasi del tutto indipendenti dalle vicende

sovietiche. Ma la nuova parareligione, pur conservando alcuni tratti della sua parareligione

madre, era anche profondamente diversa da essa, per esempio nel ruolo straordinario assegnato

alla violenza, fatta oggetto di vero e proprio culto. 4

L’arretramento psichico e ideologico era anche testimoniato dal generale diffondersi del mito

dell’uomo forte; l’Europa si riempì allora di vozd, padri, duci, Furher.

I più impressionanti tra questi capi erano quelli liberi da qualsiasi considerazione morale e da

dogmi ideologici. Questa libertà interiore da vincoli morali o ideali aveva bisogno però, per

realizzarsi pienamente, di agire in società stremate da guerra e quindi incapaci di opporre,

almeno in un primo momento, grande resistenza alle prese dai loro nuovi padroni. Anche

quando cercavano il sostegno dei vecchi gruppi dirigenti, questi capi si appoggiavano spesso sui

nuovi gruppi generati dalla guerra. [in Germania si tratta di ex combattenti ed ex appartenenti a

gruppi sociali; in Russia a causa della sua arretratezza zarista, assunse un carattere estremo:

attraverso una rapida promozione sociale di persone devote al nuovo stato, la rivoluzione plebea

penetrò allora il nuovo regime che pure la stava combattendo per riaffermare l’autorità dello

stato].

Negli anni successivi, la costruzione dei nuovi stati, specialmente quella dei regimi “totalitari”

doveva portare alla creazione di nuove e più vaste burocrazie, la cui comparsa contribuì a sua

volta a rivoluzionare le strutture sociali, e statali, europee. Fu così che le componenti

tradizionali dell’Ancien regime ancora vivi alla vigilia del 1914, furono costrette a cercare un

nuovo ruolo.

La guerra rivoluzione portò paura e sconforto anche tra i ceti borghesi della vecchia Europa e di

queste paure seppero profittare il fascismo e poi il nazismo. Halevy definì il periodo aperto dal

primo conflitto mondiale come era delle tirannie.

Prime conseguenze, 1917-1918/1923.

Malgrado finisse due volte, con due trattati di pace – il primo firmato a Bret Litovsk, tra gli

imperi centrali vittoriosi e le repubbliche socialiste di Ucraina e Russia, e il secondo di

Versailles l’anno successivo – la guerra non terminò con la conclusione delle ostilità; su gran

parte della metà orientale del continente di continuò a combattere ancora per qualche anno.

In particolare, il crollo dei quattro grandi imperi aveva fatto raggiungere un suo primo culmine a

movimenti di popolazione innescati dai processi di modernizzazione e poi accelerati dalla

guerra. Ciò scatenava tensioni che spesso si focalizzavano intorno ai centri urbani. Dal crollo

erano inoltre nati stati che, pur pretendendo di essere nazionali erano fatto di mini imperi. Tutti

questi paesi si impegnarono a risolvere il problema posto dalle loro minoranze che finirono

talvolta col trovarsi in una situazione peggiore di quella garantita dagli imperi. Ciascuno dei

nuovi stati aveva inoltre rivendicazioni territoriali giustificate a seconda della convivenza con

criteri storici e linguistici; la situazione era più tesa laddove questi stati subivano il richiamo di

gruppi etnicamente affini viventi negli stati confinanti.

Quando giunse il momento, complice anche l’arrendevolezza della Gran Bretagna nei confronti

delle rivendicazioni tedesche, molti finirono con lo schierarsi di nuovo con Germania. Lo fecero

malgrado non ne condividessero tutte le politiche, come nel caso della Bulgaria che profittò

delle vittorie di Hitler per riprendersi la Macedonia, ma si opposero alla deportazione dei suoi

concittadini di origine ebraica e rifiutò di partecipare alla guerra contro l’Unione Sovietica.

Ai margini del medio oriente europeo le nazionalità imperiali sconfitte, russi e tedeschi e anche

gli italiani, vincitori che si ritenevano delusi nelle loro ambizioni, furono presto impegnate in

tentativi di rigenerazione della loro potenza e che trovavano alimento nelle nuove minoranze

costituite da elementi delle antiche “razze signore” costretti a vivere in territori che avevano in

passato dominato. Da essi scaturirono i principali e più aggressivi tra i nuovi regimi che

progressivamente coprirono buona parte dell’Europa. Notiamo però subito che, anche se con

qualche eccezione come la Cecoslovacchia, e con ritmi e percorsi differenti, si manifestarono

tentativi di rigenerazione delle grandi potenze imperiali sconfitte quanto nei nuovi stati

nazionali. Questi stati militari, pur traendo le sue origini dall’esperienza della guerra erano il

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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia Contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Guerra e Rivoluzione in Europa, Graziosi (prima parte)consigliato dal docente Andreucci. Gli argomenti trattati sono i seguenti: l'Europa orientale alla fine del XIX secolo, la guerra russo-giapponese del 1905, la Rivoluzione russa, la Prima guerra mondiale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Andreucci Franco.

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