Il mestiere dello storico
Uno degli storici più importanti è sicuramente il romano Tacito. La differenza fra l’attualità e il passato è che i processi passati si possono analizzare nella loro completezza. Mentre il discrimine fra storia e cronaca è che quest’ultima manca dell’immediatamente succedendo. Il vero problema delle fonti storiche stava nella questione se la storia fosse una materia scientifica attendibile, perciò la scienza storica quanto può essere approssimata alla realtà? La risposta sta nell'uomo, poiché più si conosce l’uomo e più può essere approssimata, dal momento che l’oggetto principale dello storico è l’uomo. La storia è il prodotto dell’attività umana, delle grandi gesta. Uso politico della storia pubblica, ovvero l’espressione della legittimità del potere, la narrazione proposta dal potere dominante di una certa epoca. Ci si è chiesti se la modalità di ricerca, di studio, la verità storica fosse attendibile. La storia è un’attività intellettuale, può essere considerata come disciplina scientifica? Ha un lato scientifico? Il suo oggetto di studio è particolarmente complesso. L’uomo rappresenta l’attestazione di civiltà. Può essere analizzato come collettivo o individuale. Lo storico è affamato dagli uomini, dalla storia degli uomini. Marc Block “Noi siamo nani sulle spalle dei giganti”.
Divisione in età storiche
Con lo scorrere dei secoli, la storia dell’uomo può essere divisa in età:
- Epoca antica/classica (greci e romani);
- Età di mezzo, chiamata così poiché la grande civiltà mediterranea era venuta meno dopo l'invasione dei barbari, il Medioevo;
- Età dei moderni, l’Europa civilizza il mondo, ad esempio il Regno Unito estende il proprio impero (fino a metà Ottocento);
- Età contemporanea, dopo il modernismo si parla di epoca contemporanea poiché questa non è più avvertita come moderna, si tratta del periodo con i maggiori cambiamenti, si verifica l’accelerazione dei processi storici.
Per la cultura europea protestante/anglosassone non si parla di storia contemporanea ma ancora di storia moderna. Questa è una lettura della realtà diversa rispetto alla cultura cattolica, per cui nei paesi latini si è creata la necessità di trovare una soluzione di discontinuità (divisione) culturale tra Ottocento e Novecento.
Le fonti e il procedimento storico
Per “fonte” si intende qualcosa da cui noi ricaviamo un’informazione, il primo “mattoncino" sul quale si studia la storia dell'uomo. La storia è il processo di conoscenza dell’uomo fatta dagli uomini. La storia può essere costruita su un filone diretto, a seconda che vengano raccontate le gesta degli uomini (res gestae), quindi si tratta di una storia revisionista, di revisione (rivisitazione); oppure su un filone indiretto e si parla di storiografia, storia riformatrice poiché viene raccontata la storia delle gesta già scritte (historia rerum gestarum). La storiografia si occupa di studiare su chi di storia ha già scritto. Il revisionismo storico è un movimento che mette in discussione l’esistenza della Shoah. Nel suo saggio “Verità e metodo” l’epistemologo tedesco Gadamer afferma che l’uomo possieda un naturale pregiudizio che lo porta ad analizzare gli avvenimenti attraverso una prospettiva derivante dal contesto in cui egli è inserito. Tutti gli uomini hanno pregiudizi, il pregiudizio è considerato positivamente, nel senso etimologico l’uomo vede la realtà secondo i suoi occhi, ha una certa prospettiva sul mondo. Quindi lo storico si rivolge al passato, interpreta i fatti con la sua sensibilità, parte dai propri pregiudizi.
Tipologie di fonti storiche
Le fonti possono essere primarie e secondarie, questa distinzione delle fonti storiche si basa sui differenti soggetti dai quali tali fonti provengono. Le fonti storiche primarie sono quelle che provengono direttamente dal periodo storico oggetto di studio senza che vi sia una mediazione da parte di uno storico. Ad esempio, se si studia la storia romana, le fonti primarie sono i documenti, i contratti, le monete, i monumenti dell'epoca. Le fonti storiche secondarie sono quelle che ci parlano di un'epoca attraverso la mediazione di uno o più storici, sono cioè una ricostruzione o un’interpretazione di un'epoca o di un fatto storico. Ad esempio, se si studia la storia romana, le fonti secondarie sono le cronache su tale argomento anche scritte in epoche passate, i saggi antichi e moderni nei quali si parla di tale argomento. I libri di storia sono, quindi, delle fonti storiche secondarie.
Procedimento storico
Verifica: Modalità esterna: la fonte, che è esterna al contenuto, è attendibile, autentica in base alla provenienza; Modalità interna: il contenuto è congruente con il soggetto produttore. È più difficile valutare l’attendibilità della fonte dal suo interno.
Esame: Carattere: primario: studiare le gesta; secondario: studiare la storia già scritta. Natura (essenza) delle fonti:
- Orale: un tempo non abbastanza attendibile poiché non si poteva fissare. Al contrario, oggi è molto importante.
- Scritto: (archivistico, bibliografico)
- Audiovisivo: audio fissato su supporti informatici (radiofonico, televisivo)
Si è verificato un cambiamento del metodo storico, per cui ci sono maggiori tipologie di fonti. In passato si trattava di un lavoro per accumulazione, oggi di un lavoro di selezione.
Tipologia delle fonti
- Narrative (storiche, letterarie, autobiografiche, epistolari, giornalistiche)
- Giuridico - normative (atto pubblico, istituzioni- civiche, assistenziali, scolastiche, locali, statali)
- Quantitative (anagrafiche, tutte le fonti che permettono di fare statistiche; fiscali hanno a che fare con la storia economica, la Rivoluzione francese critica l’esenzione per il clero, l’imposizione fiscale è statalizzata; assistenziali; catastali, chi è proprietario di un catasto, immobile)
- Iconografiche (artistiche, cartografiche, fotografiche, cinematografiche)
- Materiali (archeologiche, epigrafiche, numismatiche monete, araldiche)
- Ambientali (architettoniche, naturalistiche, storia delle città, delle piazze)
Esplicite: sono quelle create con lo scopo di lasciare ai posteri un ricordo, come riviste, articoli di giornale, libri. Implicite: sono molto più apprezzate dallo storico poiché più genuine, si tratta di documenti che non sono stati scritti per essere usati, ad esempio il diario personale, gli scheletri.
Lo storico utilizza lo stesso procedimento del giudice, anche se nella verità storica non c’è l’aspetto sanzionatorio rispetto alla verità giudiziaria. Lo storico fa un uso politico della storia pubblica (public history), legittima il potere per interpretare degli accadimenti, delle spiegazioni.
Interpretazione critica e storiografia
Vi è una categorizzazione della storia, essa è intesa come:
- Storia ricercata: il sapere, o studio scientifico;
- Storia divulgata: diffusione della ricerca storica in più copie, la ricerca storica viene pubblicata, resa pubblica;
- Insegnata: le conoscenze vengono trasmesse a un livello più basso rispetto a quello della ricerca, il sapere trasmesso semplifica la ricerca. La storia diventa strumento di apprendimento didattico.
Lo storico si rivolge a diversi destinatari, se palesa le proprie posizioni deve assumersene la responsabilità.
Periodizzazione
Periodizzazione: è un elemento fondamentale per distinguere le epoche e metterle a confronto ed è collegata all'interpretazione della storia. Si utilizzano delle date simbolo che delimitano le epoche, si tratta di una scelta artificiale.
Esposizione e narrazione
La narrazione è il meccanismo di fondo di qualsiasi genere letterario attraverso il quale si esprime il significato di storico. Lo storico si esprime attraverso un racconto. Le interpretazioni degli storici devono essere motivate, ben fondate. Per accreditare il valore alla fonte occorre che questa sia attendibile e autentica. Un modo per verificare la loro autenticità è il procedimento della “collazione”, ovvero un confronto tra fonti di provenienza differenti su uno stesso fatto. Essa è maggiormente valida se i documenti sono indipendenti l’uno dall’altro, per analizzare convergenze e discrepanze. Lo storico deve inoltre attribuire un senso ai fatti, pur restando il più possibile rispettoso degli stessi.
Nel suo saggio “Il secolo breve” lo storico britannico Eric Hobsbawm afferma che nell’Ottocento l’Europa sia al centro del mondo, in cui si verifica l’apogeo e la crisi del Vecchio continente. Hobsbawm sostiene che una delle cause dello scoppio della prima guerra mondiale sia l’insufficiente ripresa industriale. La guerra avrebbe consentito la ripresa, prima attraverso l’uso dell’industria pesante e dopo con la ricostruzione, questa è una visione cinica. Il conflitto avrebbe riequilibrato l’Europa e rilanciato l’economia. A causa del sovrappopolamento dell’Europa, la guerra avrebbe garantito il ristabilimento di un equilibrio.
Nel suo Saggio sul principio di popolazione, pubblicato nel 1798, l’economista Malthus affermò che si doveva arrestare questa rapida crescita della popolazione e, in merito, suggerì varie proposte. Secondo lui, la carestia e la debolezza erano i due fattori principali che controllavano la crescita. I fenomeni quali la fame e le epidemie erano esempi di carestia che tenevano sotto controllo la popolazione. Altri esempi erano costituiti dalle guerre. Malthus scrisse che la guerra, la carestia, le malattie e lo sterminio dei neonati avrebbero contribuito a bilanciare la popolazione e le derrate alimentari.
Legittimazione del potere
In età pre-moderna e moderna il potere è “personale”, ovvero si tramanda da persona a persona e deriva dall’investitura divina, attraverso il diritto di sangue, la legittimazione del potere avviene in via verticale. Le modalità con le quali viene trasmessa questa supremazia avvenivano attraverso i matrimoni (es. il matrimonio politico/combinato di Maria Antonietta d’Asburgo che sposò l’ultimo re di Francia Luigi XVI) o le guerre, le quali stabiliscono equilibri di potere. Per poter comprendere le modalità con le quali si arriva alla legittimazione, bisogna fare un riferimento alla rivoluzione francese. Innanzitutto la parola “rivoluzione” indica un processo storico che in un breve lasso di tempo cambia perennemente il corso della storia, facendole prendere una svolta completamente differente, a differenza dell’“evoluzione”, che riguarda piccole modifiche della società, le quali avvengono nel medio-lungo termine. Le rivoluzioni accelerano la storia, le rivoluzioni prima di tutto sono ideali. L’evoluzione storica (la trasformazione della società attraverso piccole azioni di medio-lungo respiro) portò però a fenomeni (il Rinascimento e l’Umanesimo) che permisero l’insorgere di rivoluzioni, processi storici che modificano lo status quo in un lasso di tempo breve. Dapprima furono rivoluzioni intellettuali, la rivoluzione scientifica e l’Illuminismo, che piantarono dei semi ideologico-culturali che cominciarono a dare i loro frutti quando concimati con rivendicazioni di natura economica. Furono infatti delle richieste di natura fiscale a portare all’affrancamento di 13 colonie nordamericane dalla madrepatria inglese (una logica conseguenza dello sviluppo di soggettività locali forti, adatte a mettere in piedi una rete commerciale globale nel quadro dell’industrializzazione e della necessità derivante di scambio merci) che diedero origine agli USA, che si rifacevano largamente a principi di stampo illuminista (in particolare a John Locke). Analogamente, questioni fiscali (derivanti anche dal coinvolgimento nella Guerra d’Indipendenza Americana) misero in moto la serie di eventi che portarono alla Rivoluzione francese, alla decapitazione del Re e alla Prima Repubblica sancita dalla Costituzione del 1793. Quello che avvenne fu un cambiamento del contesto (secolarizzazione e declino dell’influenza cristiana in Europa, con annessa salita alla ribalta di temi quali la legittimazione del potere e dei diritti del cittadino affrancato dalla condizione di sudditanza) che portarono i popoli americano e francese (o una parte organizzata e militante di essi) a rivendicare una partecipazione al potere più ampia, basata sulla sua legittimazione orizzontale, proveniente cioè dalla massa e non da Dio, e sul suo esercizio (e non sulla concessione dall’alto di questi). Da questo cambiamento di prospettiva nasce la società di massa. A proporsi come prototipo e portavoce di queste istanze fu la Francia che, per quanto fosse governata da un regime di stampo quasi nobiliare (anticlericale ma autoritario e con un alto grado di nepotismo) come quello napoleonico, riuscì a impiantare degli ideali nelle terre da lei conquistate, che resero inutili i tentativi di ritorno all’Ancien Régime messi in atto nel corso del Congresso di Vienna dopo la definitiva sconfitta a Waterloo nel 1815.
L’età contemporanea: la società di massa e i moti liberali
Con la rivoluzione francese si afferma un nuovo soggetto politico, la società di massa, la quale incide sullo sviluppo della storia e in particolare sulla questione del potere. Questo soggetto collettivo comincia a rivendicare un ruolo nella gestione del potere. L’attribuzione del potere assume nuove modalità. Il principio di legittimazione verticale viene messo in discussione in Francia, non in Inghilterra (il principio della regalità è salvo). Il potere deve essere esercitato da un nuovo soggetto, la massa. Il potere deve essere legittimato orizzontalmente e non si parla più di “suddito” bensì di “cittadino” che riesce a essere autonomo senza dover sottostare a un’autorità. Da qui la parola “cittadinanza”. Il citoyen è colui che abita la città. La sudditanza era considerata una normale forma di potere fino all’età moderna. La modalità di attribuzione del potere cambia: da un esercizio personale a un esercizio collettivo. Il potere non viene più concesso ma esercitato, condiviso. Il potere è secolarizzato, dereligionalizzato. Si tratta di uno strappo con il sistema di attribuzione del potere fortemente legato alla Chiesa. Nell’800 con Carlo Magno il potere politico e quello religioso erano alleati, vi era una reciproca legittimazione. Da un processo evolutivo lento si arriva a una rivoluzione, un cambiamento radicale, è cambiato il principio di legittimazione. Il paradosso della Rivoluzione francese è che porta in essa i germi che la contraddicono. Dopo la Rivoluzione francese, con la Restaurazione si tenta di ripristinare l’equilibrio riportando sul trono i vecchi monarchi. I moti rivoluzionari degli anni 20, 21 vengono repressi. Tuttavia nelle élites si afferma l’idea di condivisione del potere. Il principio di separazione del potere passa attraverso gli intellettuali e la massoneria, ovvero una comunità ristretta, elitaria che metteva in discussione la forma di potere legata alla Chiesa. Gli intellettuali reclamavano una forma repubblicana, la quale si contrappone al principio monarchico e, inizialmente, anche a quello democratico. Nel corso dei decenni la monarchia subisce una trasformazione, in quanto da monarchia “assoluta” si tramuta a un patto costituzionale tra amministratore e amministrato, un patto con i cittadini. Il popolo, la massa comincia ad acquisire consapevolezza del suo status e quindi a richiedere diritti. Per questo motivo gli Stati concedono delle Costituzioni provvisorie, eccezion fatta per lo Statuto Albertino che rimarrà in vigore per un secolo. Il re di Sardegna Carlo Alberto nel 1848 concede lo Statuto Albertino ai sudditi, detti anche regnicoli, si tratta di una mediazione politica. Nel 1820-21, 1830 e nel 1848 il continente conobbe vari moti rivoluzionari, dagli alterni successi, ascrivibili al fremito che agitava le élites intellettuali europee sin dalla fine del Settecento. Queste, però, si resero presto conto che non bastavano pochi eletti riuniti in associazioni segrete come la Massoneria a cambiare la situazione in modo definitivo, portando all’affermazione di governi democratici di stampo repubblicano (per quanto col tempo l’equazione repubblica = democrazia divenne alquanto riduttiva) che togliesse potere al sovrano per metterlo in condivisione con una porzione più ampia della popolazione. Serviva il sostegno popolare, vale a dire che era necessario che la massa smettesse di considerarsi suddito e acquisisse la consapevolezza di essere popolo, un soggetto politico a cui spettavano legittimamente dei diritti (non da ultimo quello che sarà identificato come autodeterminazione). Per ottenere ciò si iniziò a mettere in piedi un’opera di convincimento che faceva leva sulla crisi economica del tempo (derivante dall’incapacità a far fronte alla crisi dei consumi malgrado i commerci con le colonie) e prometteva dei miglioramenti drastici della condizione di vita (come, per esempio, la redistribuzione delle terre) in conseguenza al rovesciamento dei governi del momento. A queste istanze di tipo economico-sociale si affiancava il principio di nazionalità: in un Europa suddivisa in imperi multinazionali, il posizionamento del popolo al centro dell’impianto istituzionale si legava al riconoscimento di Stati-Nazione in cui l’unità territoriale e culturale (rimandante, negli sforzi di convincimento, a entità e situazioni antiche) rappresentava la base su cui fondare il principio di autodeterminazione del popolo. Nell’Ottocento il principio democratico-repubblicano e quello patriottico-nazionalista marciavano dunque di pari passo, sebbene in casi quali Italia e Germania il secondo venne anteposto al primo (anche se continuava...)
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