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metà al Re. Per volontà dello stesso Rotari, l’Editto si applicò alla sola popolazione longobarda

e non ai romani.

Un altro Re longobardo, Liutprando, emanò altri editti che erano fortemente influenzati dalla

cultura cattolica, egli si era infatti convertito al cattolicesimo, e riportano tra le altre cose un

primo accenno di successione volontaria, in favore della chiesa. Venne introdotto il ricorso in

appello al re, ma ancor più importante: fu data possibilità ai cittadini (sia romani che

longobardi) di scegliere con quale legge disciplinare la propria vita, se con quella romana o con

quella longobarda.

Dal punto di vista processuale si è molto lontani dalle prove ordaliche prescritte da Rotari, ma

si parla di sopralluoghi esperti e testimonianze raccolte dai notai di fiducia del re che

costituiscono la base delle pronunce in giudizio.

6. Gli Anglosassoni

L’Inghilterra, romanizzata nella parte meridionale, venne conquistata dalle popolazioni

germaniche degli Angli, dei Sassoni, e Juti. Il più antico testo normativo del diritto

anglosassone, risalente al re del Kent, Elberto, prescrive le ammende dovute nei vari casi di

illecito.

Altre raccolte furono simili, in particolare quella di Re Alfredo che irrogò con larghezza pene

severe, inclusa la pena di morte, per i reati più gravi.

Il procedimento giudiziario è basato per lo più sull’ordalia, ed in particolare sul giudizio

dell’acqua fredda e del ferro.

Dopo una serie di vicissitudini fu Guglielmo il Conquistatore, re normanno, a conquistare

l’isola ed a portare un nuovo tipo di diritto: il Common Law, pur tuttavia conservando, nel

primo periodo, alcune raccolte per lo più contenenti norme prenormanne.

7. I glossatori e la nuova scienza del diritto

1. Origini della nuova cultura giuridica

L’età nuova del diritto medioevale si annuncia su più fronti contemporaneamente. Innanzitutto

le prime testimonianze di una cultura giuridica rinnovata si hanno dagli atti e negozi giudiziari

della Chiesa. Oppure, cenni di conoscenza diretta delle Istituzioni e del Codice vengono dati da

Pietro di Arezzo, il primo notaio, autodefinitosi “legis amator”.

Il caso che, tuttavia, è celebre ai più è quello del processo tenutosi a Marturi presso Poggibonsi

(Siena) dove un monastero in lite con un privato, riesce ad avere la vittoria, nonostante questi

facesse valere la prescrizione 40nnale a suo favore, richiamando un brano del Digesto che

diceva che la prescrizione era interrotta se il litigante, non per sua colpa, non fosse stato in

grado di reperire un giudice.

Da qui il diritto romano divenne sempre più applicato poiché, laddove i giudici lo

riconoscevano (e non sempre era scontato), chi conosceva il diritto romano aveva un vantaggio

ineguagliabile e per poter ribattere bisognava conoscere, a propria volta, il diritto romano.

Ciò continuò fino a quando il metodo di insegnamento, “stupendo cepit docere” di un illustre

professore bolognese, tale Irnerio, prese piede al punto da fondare la più antica Università

europea: quella di Bologna.

2. I maestri bolognesi: da Irnerio ad Accursio

Anche se la nascita della scuola bolognese è avvolta, come spesso accade, nell’oscurità, la si fa

risalire ad un grande giurista dell’epoca: Irnerio (Guarnerius o Wernerius), probabilmente di

origine germanica e che da giovane era stato chierico; fu scomunicato dal Papa perché appoggiò

l’idea di un antipapa.

La sua fama, dovuta all’attività di interpretazione dell’opera giustinianea non è immeritata, il

Digesto, il Codice, le Istituzioni e le Novelle furono analizzate con grande intelligenza e

straordinaria capacità critica: si pensi infatti che egli non possedeva alcuno strumento di

interpretazione all’infuori delle proprie capacità di analisi, come invece avrebbero avuto i suoi

successori.

Egli corredava i testi di diritto giustinianeo con annotazioni a margine: le glosse, che

generarono generazioni intere di “glossatori”.

Allievi di Irnerio furono: Bulgaro, Iacopo, Martino ed Ugo. Bulgaro fu quello che ebbe maggior

successo, scrivendo un breve trattato di procedura e disputando in aula una serie di questioni

legali: attività che diedero origine a due tipologie letterarie: gli ordines iudiciorum, e le

questiones disputate. A Bulgaro si contrappone Martino Gosia, incline a dare peso maggiore

all’equità.

Bulgaro ebbe come allievi, tra gli altri: Rogerio (autore di una delle prime summe del codice),

Guglielmo da Cabriano (autore del Casus Codicis un opera riscoperta ed edita di recente); e

Giovanni da Bassiano: egli era molto attento alle realtà nuove, quelle comunali, che spesso

erano estranee al codice. Definendole “consuetudini dei moderni” arriva a domandarsi, nel

corso di un caso: possibile che sia l’intero mondo a sbagliare?

Contemporanei di Giovanni da Bassiano furono, Pillio da Medicina, fondatore dello studio di

Modena ed autore del Libellus Disputatorius, un testo che mirava a condensare in pochi

concetti tutto il diritto codicistico, che tuttavia non ebbe successo; e il Piacentino che fu un

celebre professore sia in Italia, che all’estero, ed autore di una elegante summa al codice.

Il metodo bolognese ebbe un grande successo al punto che sulle stesse orme di Bologna

numerose università sorsero sia in Italia che all’estero.

Andando avanti la quarta generazione di maestri bolognesi (Irnerio – Bulgaro - Giovanni da

Bassino – Azzone) ha come esponente di maggiore spicco Azzone, vissuto fra il XII e il XIII

secolo.

Azzone fu professore infaticabile (si narra si ammalasse solo durante le vacanze) che ebbe

davvero molto seguito, al punto che, a volte, doveva tenere lezione in piazza per quanto erano

affollate le aule durante le sue lezioni.

Il maggior successo di Azzone fu la Summa Codicis che fu esemplare di completezza e

chiarezza, al punto che per cinque secoli la summa di Azzone venne costantemente letta e

consultata.

Allievo di Azzone fu Accursio, autore di una delle più complete opere dell’epoca. Egli raccolse

le glosse di ben 4 generazioni di glossatori, tanto che la sua venne definita Glossa ordinaria, che

fu consultata da ogni giurista che, fino alla fine del Settecento, utilizzava il Corpus Iuris Civilis.

3. Il metodo didattico

Per capire il fondamentale ruolo svolto dai Glossatori bisogna capire che la compilazione di

Giustiniano, che nell’edizione medioevale era divisa in 5 voluminosi libri: Codex, Digestum

vetus, Infortiatum, Digestum novum, Volumen, era per i maestri bolognesi non solo valida e

vigente in ogni sua parte, bensì ogni caso pratico o teorico trovava una possibile soluzione

nell’ambito del Corpus Iuris Civilis.

Il compito dell’interprete era appunto quello di spiegare il contenuto del Corpus Iuris Civilis.

Nascono così contemporaneamente le attività di indagine scientifica, attività didattica e l’attività

letteraria dei Glossatori.

Il metodo utilizzato dai maestri bolognesi fu lo stesso per secoli ed è così sintetizzabile:

1 – 2 Il maestro leggeva un frammento del testo dalla cattedra. Chiarificava in prima battuta il

testo e proponeva un esempio concreto del principio enunciato dalla norma: il casus. Poi

seguiva l’esegesi: la vera e propria spiegazione delle singole parole e delle singole proposizioni.

3 Spesso uno stesso istituto era contenuto sia nel Digesto, che nel Codice, che nelle

istituzioni, che nelle Novelle, per cui era necessario risolvere gli eventuali contrasti che

frequentemente apparivano esserci. Questa operazione molto frequentemente sfociava nella

“distinctio” così da convalidare entrambe le norme.

4 Il frammento poteva contenere delle proposizioni di portata generale che potevano

essere utilizzate come argomentazioni di diritto in una causa. Il maestro li poneva in evidenza e

ne sottolineava il valore argomentativo: proponeva coppie di principi in opposizione ciascuno

dei quali era riconducibile a fonti che venivano espressamente richiamate.

5. L’ultima fase consisteva nel presentare questioni dubbie concernenti più fattispecie alle

quali il testo non andava direttamente applicato: queste erano le così dette quaestiones de facto.

La risposta richiedeva per lo più un riferimento ad altre fonti e il ricorso a tecniche di

interpretazione della legge. Il maestro esponeva la quaestio ed illustrava le possibili alternative,

dandone alla fine la soluzione. Dal XII secolo i casi vennero proposti agli studenti sicché le

risolvessero. In ore apposite di solito al sabato dopo essersi preparati venivano divisi in 2

gruppo e gli allievi dibattevano la questione innanzi al maestro il quale alla fine approvava una

delle soluzioni esaminate o enunciava egli stesso una diversa soluzione.

Questa sapiente fusione di esegesi, casistica e sistematica, unita alla grande serietà e

professionalità dell’impostazione didattica, permisero a Bologna di diffondere in Europa il

proprio metodo.

Il rapporto col metodo di studio fu tale che la maggior parte delle opere veniva composta dai

maestri e degli allievi direttamente “sui banchi”: si ebbero così raccolte di: distinctiones, uno

sforzo per ottenere coerentemente la solutio contrariorum; brocarda, i principi utilizzabili per

argomentare la propria tesi; e quaestiones.

Mentre il genere letterario dell’ordo iudiciorum, che fu fondato da Bulgaro, non nacque

dall’insegnamento, le Summe si svilupparono dalle summule le brevi introduzioni utilizzate per

esporre in breve in aula i singoli titoli.

Questi legami così stretti danno vita a quella strettissima correlazioni tra “scolarità” universitaria

e il diritto, che è uno dei pilastri della scienza nata nel XII secolo.

4. Il metodo scientifico

I Glossatori non lavoravano sul testo romanistico muniti soltanto di entusiasmo e di desiderio

di capire. Essi possedevano una mente bene attrezzata al ragionamento perché avevano

assimilato a fondo una specifica cultura: la cultura delle arti liberali, che includeva lo studio della

retorica e della dialettica.

Grazie agli scritti di Cicerone e Boezio, i Glossatori seppero utilizzare i luoghi comuni dialettici.

Tuttavia l’aspetto più rilevante del metodo giuridico adottato dai glossatori non risiede peraltro

nel ricorso ai moduli della retorica e della dialettica, bensì nelle tecniche e nei risultati di

combinazione delle fonti romanistiche, ed in particolare questi 3 risultati: la legge oggetto

d’esame poteva ricevere un interpretazione estensiva, un interpretazione restrittiva, o venire

addirittura travisata.

L’ultima opzione in particolare non è da considerarsi in maniera malevola, anzi la mancanza di

elementi di collegamento filologici e storiografici con una compilazione di tanto risalente non

poteva che portare, necessariamente, ad errori.

Non tutte le interpretazioni sbagliate ebbero a crear danno, anzi. Esempio di ciò fu una famosa

interpretazione del Piacentino che traducendo male il termine dominus enunciò il principio: se

tizio è possessore di una cosa, si presume sia proprietario della stessa. Un principio arrivato fino

ai giorni nostri dopo essere stato smentito da Giovanni da Bassiano e ripreso da Bartolo da

Sassoferrato.

Uno dei compiti principali svolti dalla scuola del Commento fin dal 1200 fu quella di rivedere

con senso critico molte esegesi tradizionali della glossa, lo stesso verrà fatto dagli Umanisti nel

‘400 e dai Culti nel ‘500: è facile immaginare come glosse che avevano alla base, esegesi

sbagliate fossero destinate a cedere.

5. Le distinzioni

Un profilo fondamentale dell’attività dei glossatori si lega alla “conciliazione” tra i testi

contrastanti, dove la distinctio svolse un ruolo fondamentale.

Mentre, attualmente, i contrasti vengono presi in considerazione come punto di partenza per

analizzare l’evoluzione di Roma, per i Glossatori, antinomie fra le norme del Codice erano

inammissibili e da interpretare opportunamente in modo da renderle tutte valide: unica

eccezione era composta dalle novelle che i Glossatori consideravano l’hodie e per cui si

consideravano come abrogative delle norme passate.

Come se non bastasse il compito dell’interprete era reso più complicato dalla diversa

collocazione delle fonti contrastanti.

Lo strumento della distinctio fornisce ai glossatori non solo un modo per dare valore a tutte le

norme espresse dalla compilazione Giustinianea, ma permette loro di sistematizzare il diritto e

dargli quella ossatura che viene a crearsi come un microsistema, nel mondo dei glossatori.

L’influenza dei glossatori va talmente tanto oltre la semplice interpretazione: il modo di

interpretare dei glossatori civilisti influenzerà l’interpretazione dei Padri della Chiesa, di Carlo

Magno, e persino del moderno modo di interpretare le norme.

8. Il diritto canonico

1. Il decreto di Graziano

Se con la riforma gregoriana alcuni passi verso la strutturazione di un diritto canonico proprio

erano già stati fatti, quelli definitivi vengono fatti nei secoli XII e XIII.

In particolare ha importanza miliare il Decreto di Graziano, che raccoglieva poco meno di

4.000 testi e che dava un assetto a “360°” al diritto canonico prevedendo sia norme di mero

diritto che forme di procedura, attingendo sia da canoni di una serie di concili e di sinodi locali

sia da testi di natura pontificia. Notevoli furono gli apporti romanistici che furono apportati in

una seconda versione del decreto che non a caso vide la luce a Bologna negli anni in cui Irnerio

aveva ormai collaudato il suo metodo di studio.

Il fascino e la fortuna del Decreto fu dato dal fatto che in esso convivono diritto e teologia,

regole giuridiche e leggi morali-religiose, pur avendo Graziano posto le fondamenta per

discernere i due piani così come poi faranno i grandi canonisti dell’età classica.

Basandosi su compilazioni precedenti, Graziano cambiò il metodo utilizzato per accorpare i

vari testi: utilizzò dei dicta che chiarificavano le norme controverse e risolvevano i contrasti tra

le stesse. Ma Graziano utilizza soprattutto la distinctio, che nella teologia era stata introdotta 20

anni prima da Pietro Abelardo.

2. I decretasti

Pur non avendo il riconoscimento ufficiale della Chiesa, il decretum fece si che si sviluppassero

rapidamente numerosi testi dottrinali di diritto canonico, fenomeno simile a quello successo cin

i civilisti.

I centri di studio non erano limitati solo all’Italia, ma si estendevano anche al resto dell’Europa,

così come i decretisti furono attivi in tutta l’Europa.

La stagione dei decretisti si coronava alla fine del secolo con la grande summa di Uguccione.

Inoltre si sviluppò anche per il diritto canonico un fenomeno di glosse simile a quello civilistico,

per poi arrivare alla Glossa ordinaria composta nei primi anni del Duecento da Giovanni

Teutonico, per esser poi rivista nella sua versione definitiva da Bartolomeo da Brescia.

3. Le decretali e lo “ius novum”

Nei decenni finali del Duecento, si andò sviluppando un nuovo filone del diritto canonico

dovuto soprattutto al fatto che sempre più spesso i Papi avevano una formazione giuridica.

In particolare sotto Alessandro III, che fu anche giurista di rinomata fama, gli appelli al Papa

furono talmente numerosi che per una singola causa potevano addirittura arrivare al numero di

16. Gli appelli si risolvevano solitamente con l’emissione di una decretale con cui il Papa

delegava un vescovo a decidere una controversia in base ad una norma di diritto canonico

richiamata nella decretale stessa

Col passare del tempo le decretali assunsero valore di legge in quanto adeguandosi ad esse per

casi simili i Vescovi si ponevano al riparo dalle decisioni contrastanti provenienti da Roma.

Le decretali vennero unificate in varie compilazioni:

- la Compilatio prima a cura di Bernardo di Pavia;

- la Compilationes antiquate;

- la terza voluta da Innocenzo III, che venne inviata a Bologna per essere glossata da

Giovanni Teutonico,

- la quarta compilata dallo stesso Giovanni Teutonico

- la quinta fu curata per ordine del Papa canonista Tancredi.

Qualche anno più tardi Gregorio IX ordinò al canonista spagnolo Raimondo di Peñafort di

riunire le 5 compilazioni, in una sola.

Questa venne chiamata Liber Extra e la sua struttura, ordinata in maniera sistematica, era così

composta:

- il libro I tratta delle fonti e delle cariche ecclesiastiche;

- il libro II tratta del processo canonico

- il libro III tratta del clero, dei beni e dei benefici ecclesiastici;

- il libro IV tratta del matrimonio;

- il libro V tratta del diritto penale canonico.

L’aspetto da mettere in evidenza è: le decretali, nate per un singolo caso, così ordinate e

sistemate mutano natura e portata: vengono infatti assunte a norme generali della chiesa e la

struttura sistematicamente ordinata garantisce compatibilità e chiarezza tra le varie decretali.

Accanto al Decreto di Graziano, il Liber Extra ed altre compilazioni minori quali: il Liber

Sextus (Bonifacio VIII), le Clementine (Clemente V) e le Extravagantes (Giovanni XXII);

insieme formano il Corpus Iuris Canonici, destinato a regolare il diritto della Chiesa, seppur con

integrazioni molto importanti, fino al Codice di diritto canonico del 1917.

4. I decretalisti

Anche sulle raccolte di decretali pontificie si sviluppò precocemente dalla fine del secolo XII,

un intensa e approfondita opera dottrinale di interpretazione e costruzione concettuale. Lo ius

novum (le decretali) fu raccordato col Decreto di Graziano e molti canonisti, non solo italiani,

vi si dedicarono.

Tra gli italiani ci furono: Vincenzo e Lorenzo Ispano, Alano e Riccardo Angelico. Tra quelli

europei: il provenzale Pietro de Sampsona, e il boemo Damaso.

Inoltre Giovanni teutonico si dedicò al commento delle regole stabilite da Innocenzo III nel

quarto Sinodo Lateranense nel 1215 e ne riportò i canoni nella Compilatio IV.

L’opera dei decretalisti fu tale che arrivarono a consolidare le norme romane presenti nel diritto

canonico ed in particolare nel rito di procedura, al punto che questo fu definito processo

“romano-canonico”.

Tre figure dominarono inoltre la scena dei decretalisti italiani:

- Goffredo da Trani (professore a Bologna e cardinale dal 1244)autore di una fortunata

summa alle decretali gregoriane;

- Enrico da Susa che scrisse una Summa Decretalium che nel campo delle decretali svolse,

per precisione e accuratezza, un ruolo paragonabile a quello della Somma di Azzone nel

campo civile;

- Sinibaldo dei Fieschi, Papa col nome di Innocenzo IV che scrisse la Lectura alle decretali

composta in forma di glosse e annotazioni. Queste toccavano tutti gli istituti, e la

perspicacia degli interventi è tale che alcuni suoi spunti sono tali che canonisti e civilisti

utilizzeranno per secoli. Un esempio è dato dalla nascita della fictio iuris delle universitas

di cose o persone.

5. I principi canonistici

Il diritto canonico classico presenta delle peculiarità che lo distinguono ogni altro modello

giuridico del passato. In particolare:

- si distingue dal diritto romano comune per una componente legislativa cospicua di ius

novum prevalentemente di origine giurisdizionale, che integra il patrimonio delle

collezioni canoniche antiche;

- la presenza di una gerarchia di fonti (che vede al vertice le scritture di Antico e Nuovo

Testamento), che verrà poi introdotta negli ordinamenti secolari solo con le moderne

costituzioni,

- vi è la compresenza di regole rigide e inderogabili e di un atteggiamento di opposta

flessibilità.

La particolare struttura del diritto ecclesiastico porta la Chiesa latina, a differenza della Chiesa

orientale o Greca, ad influire molto di più sul potere secolare. Si pensi a tutte le norme emanate

con chiaro riferimento al potere secolare che generarono posizioni di rimando dello stesso

potere secolare (Innocenzo III: gli eretici sono coloro che vengono accusati di lesa maestà, tutti

i loro beni vengono confiscati e dati al principe di cui sono sudditi; le autorità che non

prendono provvedimenti sono delegittimate e i sudditi sono sciolti dal vincolo di fedeltà); o a

tutti gli istituti giuridici che sono entrati in essere a causa dell’intervento ecclesiastico: la

definizione di “ufficio” distinta da chi lo esercita temporaneamente e legato ad un vincolo di

continuità; le regole per le decisioni di un organo collegiale, ed in particolare l’elaborazione di

un principio maggioritario; l’azionabilità del patto nudo (sancisce il principio del pacta sunt

serranda). (vd. Pag. 112)

6. Diritto naturale

10. Università: studenti e professori

1. Origini e organizzazione: il modello bolognese

A partire dal secolo XII la formazione di uno specifico ceto di giuristi professionali, è legato alla

nascita e allo sviluppo dell’università. A partire già dalla seconda generazione di maestri, intorno

a Bulgaro e Martino si raccoglievano gruppi di studenti ed insieme costituivano la “schola” che

ascoltava le spiegazioni del maestro.

Presto il numero di scholari crebbe e, poiché non provenivano tutti dalla sola Bologna ma da

tutta l’Italia e spesso anche dall’estero, essi si raggrupparono in “nationes”, ognuna con proprie

regole accanto alle regole comuni.

Il termine universitas all’inizio fu usato, tecnicamente, per individuare le collettività (sia di cose

che di persone), e solo più tardi venne utilizzato per identificare l’Università.

Nel corso del duecento le nationes si coagularono in 2 universitates distinte: quella dei

citramoni (che comprendeva tutti gli studenti italici) e quella degli ultramontani (che

comprendeva tutti quelli provenienti dai paesi transalpini).

Ciascuna universitas eleggeva il proprio rettore, al quale doveva obbedienza e al quale giurava

fedeltà al momento dell’immatricolazione.

L’autorità del rettore si giustificava in quanto la numerosa comunità doveva avere un ordine

interno tale da garantire anche alla cittadinanza un tranquillo rapporto di convivenza, ma non

solo: grazie agli interventi dell’Imperatore Federico e del Papa Onorio III la comunità

universitaria vide riconosciuti sempre più i loro diritti per essere sottratti ai possibili soprusi di

quanti volevano approfittare della situazione di, molto probabile, difficoltà dello studente “fuori

sede”. Si arrivò persino all’istituzione di un “foro degli scholari” che gestiva le cause civili e

penali dove uno studente fosse convenuto.

Così come si ponevano problemi di ordine pubblico, l’arrivo degli universitari portava

benessere dovuto alla vendita di vivande, proventi derivanti dagli alloggi e dai libri, questi in

particolare furono prodotti in quantità tale che a Bologna si organizzarono in strutture formate

da stationarii che si occupavano di trascrivere parti prefissate del Corpus Iuris Civilis, queste

venivano scritte su fogli di dimensioni standard detti pecie.

2. Il corso degli studi giuridici

Il rapporto docenti-studenti nelle università rispecchia questa realtà composita. All’inizio i

professori venivano pagati dagli studenti con la “collecta”, all’interno di un rapporto

privatistico, in seguito, invece, si aggiunsero Corsi dove il docente era pagato dal comune (a

Padova mentre a Bologna si mantenne in via principale il rapporto privatistico).

Anche quando avvenne ciò gli studenti mantennero il potere di concordare con il docente i

modi ed i temi dell’insegnamento, e una funzione di controllo sull’insegnamento stesso,

controllo che era bivalente: gli studenti (ed il comune) trattenevano una quota dello stipendio

del docente, mentre il docente tratteneva i costosi libri di proprietà dello studente.

L’insegnamento iniziava, normalmente, i primi di ottobre e il programma era talmente pesante

che gli studenti dovevano frequentare sia mattina che pomeriggio. L’attività sui testi giustinianei

era incentrata sui due volumi detti ordinari ovvero il Codex e il Digestum vetus ed i professori

che insegnavano in questi due corsi erano i più retribuiti.

Per molto tempo la durata dei corsi non fu prefissata ma inseguito fu stabilita di 7-8 anni. Se il

corso completo durava 2 anni lo studente necessitava di ascoltarlo più volte per apprendere

man mano diversi gradi di conoscenza del diritto.

Alla fine degli 8 anni si apriva la stagione degli esami: dopo un colloquio privato con il docente,

questi decideva se ammettere o meno lo studente agli esami. Esame che avveniva a porte chiuse

davanti al Collegio dei dottori giuristi (che assunse le funzioni di Consiglio di facoltà) ed era

presieduto dall’Arcidiacono della diocesi bolognese (come Papa Onorio III aveva stabilito. Era

questo il “tremendum et rigorosum examen” nel quale lo studente doveva discutere un

punctum del programma. Lo studente era “licentiatus in iure” se la maggioranza del collegio

votava in suo favore.

Tuttavia l’esame non era ancora terminato: lo studente doveva sostenere un esame in pubblico

meno difficile poiché era sostanzialmente una ripetizione dell’esame precedente, ma molto

oneroso (pari quasi ad un anno di studi).

Il risultato così ottenuto giustifica, in qualche modo, il controllo che si voleva avere sulla

commisione che poteva rilasciare le lauree: a Bologna si preferisce internalizzare la cosa (i

componenti del Collegio dei dottori giuristi non solo prevedeva che questi dovessero avere

cittadinanza, ma che dovessero anche avere rapporti di parentela con un precedente

componente del Collegio), a Padova e a Venezia invece il Collegio è formato da soli docenti

forestieri.

Questo sistema di formazione che partì da bologna si diffuse a tutta l’Europa (Orleans,

Heidelberg, Praga, Vienna e Coimbra sono solo alcune delle tante università sorte sul modello

bolognese).

Se si osservano i giuristi che escono dalle università, accanto alle solite classi di borghesi e

patrizi si trovano giuristi di umili origini, a dimostrazione del fatto che chi avesse appreso

diligentemente la conoscenza del diritto avrebbe potuto fare molta strada come notaio,

giurisperito e giudice, indipendentemente dall’estrazione sociale.

Capitolo 18 – La scuola “Culta”

- ‘400/Umanesimo giuridico, sfrutta la corrente filosofica che vede una ripresa delle culture

greca e romana.

- Caratteristiche: 1) Ricostruzione storica (Metodo filologico); 2) si tiene conto del contesto

storico in cui i documenti venivano redatti.

- Fondatore della scuola Culta: il milanese Andrea Alciato. Applica il metodo filologico con

grande rigore alle sue opere in particolare in Paradoxa, Disputactiones, e i Praetermissa.

Anche se l’opera che meglio rende l’idea del valore del suo lavoro è De verborum

significatione. Era giurista completo in grado di redigere corposi pareri legali oltre che

all’opera di ricostruzione.

- Altri esponenti: Lorenzo Valla (docente a Pavia) che disse: “Meglio 1 pagina di Cicerone che

tutte le opere di Bartolo” per queste parole fu costretto a lasciare la città. Fu colui che

ricostruì l’origine medioevale della Donazione di Costantino, fino ad allora considerato

autentico.

Angelo Poliziano: sotto Lorenzo il Magnifico collaziona il manoscritto antico delle Pandette

(passato a Firenze dopo la guerra con Pisa) per poi redigere un edizione critica di uno dei

più importanti documenti giuridici di Roma.

Gullaume Budé: nel 1508 pubblica le Adnotationes ad Pandectas dove analizza e stabilisce

la versione più corretta del Digesto, utilizzando sapientemente gli strumenti filologici.

- Lo spirito critico è molto importante all’interno dei Culti: pur studiando con cura e

dedizione gli antichi testi e le filosofie classiche essi analizzavano le stesse con spirito critico,

“irridendo, talvolta, chi le prendesse per comandi divini” (Boudé).

- Nella scuola culta è presente una forte componente sistematica: sebbene Alciato dica in

alcuni suoi testi che “l’unica filosofia è la storia” i Culti non mancarono mai di analizzare

con occhio sistematico il diritto. Esempio lampante è la ricostruzione del contratto da parte

di Fraçois Connan (1508-1551): egli stabilisce che è il sinallagma a stare alla base del

contratto, rifacendosi allo ius gentium che era basato sull’equità, sulla base di una giustizia

vista come “proporzione” che egli fa risalire alla filosofia di Aristotele. Questo metodo

portò a notevoli risultati sia sul piano teorico che pratico al punto che la dottrina culta

risultò per secoli la più valida, divenendo quindi, normativa giuridica in senso lato.

- Un forte aspetto era inoltre quello teorico. I culti svilupparono dei collegamenti - oltre che

praticamente legati all’interpretazione, alla memorizzazione e all’utilizzo del Corpus Iuris

Civilis – a livello teorico molto validi. Si ha così la critica di Pierre de la Ramée ad Aristotele,

che come Connan vede la natura come nucleo stesso delle tradizioni, individuando così il


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maozinha

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Storia della codificazione tratti dal libro di Padoa Schioppa, Tommaso "Storia del diritto Europeo" sul diritto nei Regni Germanici. Gli appunti riguardanti la storia del diritto in Europa trattano i seguenti argomenti: il diritto nei regni germanici, i glossatori e la nuova scienza del diritto, il diritto canonico, la personalità della legge nei regni germanici.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher maozinha di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle codificazioni moderne e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Legnani Annichini Alessia.

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