Riassunto esame storia moderna, prof. Guerrini,
libro consigliato “La conquista dell’America, il problema dell’altro”,
Todorov
Introduzione
Principale critica a TT quello di aver sconfinato in territori altrui, usurpando le competenze degli storici
della Conquista, e a partire da qui molti procedettero a segnalare imprecisioni ed errori. Tuttavia appare
oggi chiaramente che il senso del libro di Todorov è un altro: non una storia della conquista dell’America
(se non nell’intenzione di ridurre il campo di indagine all’ambito messicano con il sacrificio di quella
indiana) quanto una “storia della scoperta dell’io fa dell’altro”. La scelta di determinati campi di
indagine è così una conseguenza del fatto che proprio allora e proprio in quegli scenari, si verificò
“l’incontro di straordinario della storia occidentale”, quell’con l’altro assoluto e il diverso per eccellenza,
a cui l’autore si accosta in veste più di moralista che di storico, sfociando nel racconto del drastico esito
do quell’impatto: “il più granfe genocidio della storia umana”, una sorta di anticipazione dei massacri di
cui è costellata la storia della colonizzazione delle periferie del mondo (storia esemplare).
Secondo Bachtin “l’essere dell’uomo è nella comunicazione profonda. Essere significa comunicare,
essere significa essere per l’altro e, attraverso l’altro, per sé. L’uomo non possiede un territorio interno
sovrano. Egli è integralmente e sempre su una frontiera: guardando dentro di sé guarda negli occhi altrui
o attraverso occhi altrui. Non possiamo fare a meno dell’altro, non possiamo diventare noi stessi senza
l’altro”. Ora, per Todorov quello che vale per gli individui vale anche per i gruppi: nel dialogo e nella
comunicazione con l’Islam, l’Estremo Oriente e con il Nuovo Mondo, la cultura occidentale conquista
pieno coscienza di sé e rappresenta il proprio passaggio da uno stadio “insulare” a uno “relazionale” nei
termini di un dialogo con l’altro e nel sempre più pieno riconoscimento della sua “diversità e
autonomia”. Non solo la terra non è più al centro dell’universo, ma nessun punto fisico lo è. La stessa
nozione di centro ha senso solo in relazione ad un punto di vista particolare, con centro-periferia nozioni
puramente relative come quelle di civiltà-barbarie.
Come riuscirono sparute minoranze di europei ad avere ragione di immense moltitudini? Il peso delle
armi da fuoco, il ruolo di cani/cavalli e in generale squilibrio tecnologico a favore degli invasori si
uniscono alle profonde divisioni in campo indigeno, che consentirono ai conquistador di guadagnare alla
propria causa legioni di alleati. In aggiunta a ciò, Todorov sottolinea lo “scarto” della percezione
avversaria, ovvero il fatto che gli europei parvero agli indigeni d’America essere sovrumani,
reincarnazioni o figure del dio civilizzatore: all’iniziale disorientamento che consegue questa
usurpazione di prerogative divine da parte degli stranieri non a caso seguirà la caduta della
comprensibilità del mondo e l’improvvisa afasia dei libri sacri (“pensarono allora che gli dei fossero
diventati muti o fossero morti”).
Un libro profondamente “dialogico” e serratamente strutturato in quattro parti con proposto per ciascuna
di essere un soggetto esemplare e presentati nella veste di “dialoganti”: Colombo scopritore, Cortés
conquistatore, Las Casas difensore e infine Duràn e Sahagun come religiosi etnologi che si dedicarono a
raccogliere i reperti del patrimonio delle culture sconfitte e salvarli alla distruzione.
1) Al pari di Ulisse che vive il ritorno all’isola come conferma dei propri saperi e misconoscimento dell’altro,
Colombo muove alla ricerca del “nuovo” per trovare conferma di sé e della sua “vecchia” cultura: scopre l’America
ma non gli americani, rivelandosi incapace di decifrare i segni degli uomini. La ragione, secondo Todorov, è tutta
interna alla sua cultura: egli non possiede la nozione di codice, gli è estraneo il senso della correlazione tra gli
“elementi assunti sul piano dell’espressione (lingua) e quelli che appartengono al piano delle relazioni. Sarà la sua
totale insensibilità linguistica a escluderlo dalla comunicazione con i nativi, negai come uomo e relegati al rango di
cose, confusi con la circostanza natura.
2) Diverso l’atteggiamento di Cortés. Egli si insedia al centro dell’universo indigeno, ne studia il linguaggio, ne
interpreta il magico diffuso e lascia una serie di messaggi linguistici e simbolici per agire sull’”altro” e piegarlo al
proprio dominio”: capendo che solo comprendendo può “prendere”, egli instaura il primo abbozzo di
comunicazione interumana.
3) Las Casas, + di Cortes, ama gli indigeni anche se li conosce molto meno, e più che parlare con loro parla “di” loro
4) Duran e Sahagun, con strumenti più sofisticati, esperiscono sul piano spirituale il programma di Cortés, per
conoscere i riti e meglio sradicarli: ancora una volta comprendere per meglio prendere e, se nel caso, “distruggere”.
Il tutto costretto tra l’enfatizzazione della “differenza (che sfocia in razzismo dell’ineguaglianza) e specularmente
dell’eguaglianza cui riuscirono a sottrarsi coloro che accettarono di entrare e far parte di un mondo inatteso e
sconcertante.
La forbice, come si è detto, è tra la differenza che si converte in ineguaglianza e l’uguaglianza che si
trasforma in identità: se è vero che la “scoperta dell’io” attraverso i “loro” è accompagnata
dall’affermazione ben più allarmante della scomparsa dell’”io” nel “noi” tipica dei regimi totalitari. E qui
si rivela un altro dei fili, ovvero la presenza di un personaggio che più di tutti si avvicina all’obbiettivo:
1
Cabeza de Vaca. Sorta di alter-ego di Todorov , è colui che “visse le due culture in conflitto dall’interno”,
e la cui esperienza simboleggia e preannuncia quella dell’esule moderno, un essere che ha perduto la
patria senza acquistarne un’altra e vive in una doppia esteriorità. Per Ugo di San Vittore (XII secolo)
“l’uomo che trova dolce la sua patria è un principiante, colui per il quale ogni terra è come patria è forte
ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero”.
Parte prima: Scoperta
LA SCOPERTA DELL’AMERICA
Voglio parlare della scoperta che l’io fa dell’altro. Possiamo scoprire gli altri in noi stessi (l’io è un altro)
ma anche gli altri sono degli io: sono dei soggetti come lo sono io, che unicamente dal mio punto di vista
-per cui sono tutti laggiù mentre io sono qui- separa e distingue realmente da me. Posso concepire gli
altri come un’astrazione, come l’Altro o come l’altrui in rapporti a me; oppure come un gruppo sociale
concreto al quale noi non apparteniamo. Questo gruppo, a sua volta, può essere interno alla società
(donne-uomini, ricchi-poveri, pazzi-sani) oppure può esserle esterno (altra società). Quest’altra società
potrà poi esserle vicina o lontana sul piano culturale, morale, storico, linguistico o tanto lontano da
stentare a riconoscere la nostra comune appartenenza alla medesima specie.
Scelgo questa problematica dell’altro esterno e lontano un po’ arbitrariamente per restringere una ricerca
sennò infinita. Ho scelto di raccontare una storia, più vicina al mito che all’argomentazione logica anche
se se ne distingue per due aspetti: prima di tutto perché è una storia vera (mentre il mito poteva, ma non
doveva necessariamente esserlo), e in secondo luogo perché il mio principiale interesse è più quello di un
moralista che di uno storico. Alla domanda su come comportarsi nei confronti dell’altro non sono in
grado di rispondere se non narrando una storia esemplare, quanto più vera possibile e del senso
tropologico/morale.
Delle numerose narrazioni che ci si offrono ne ho scelta una: quella della scoperta e della conquista
dell’America; ho fissato un’unità di tempo. Il centinaio d’anni che segue il primo viaggio di Colombo,
ovvero incirca XVI secolo; un’unità di luogo: la regione dei Caraibi e del Messico (Mesoamerica) e
un’unità di azione. Due ragioni hanno giustificato la scelta:
a) Innanzitutto la scoperta dell’America, o meglio degli americani, è l’incontro più straordinario della nostra storia.
Nella “scoperta” di altri continenti e altri uomini non vi fu un vero e proprio sentimento di estraneità: a inizio
XVIs. degli indioamericani si ignorava invece tutto, benché venissero loro proiettate immagini/ idee relative ad
altre popolazioni più lontane. L’incontro raggiunse max intensità, portando al più grande genocidio della storia.
1 Emigrato in Francia e reduce dall’esperienza della Bulgaria oppressa dallo stalinismo.
b) Ma non solo perché si trattò di un incontro stremo ed esemplare la scoperta dell’America costituisce un fatto
essenziale per noi, e insieme a questo valore paradigmatico essa ne possiede un altro, direttamente causale: è
proprio la conquista dell’America che annuncia e fonda la nostra attuale identità; anche se ogni data per separare
due epoche è arbitraria, nessuna è più adatta a contrassegnare l’inizio dell’età moderna del 1492.
Con il 1492 siamo entrati “in questo tempo così nuovo e così diverso da ogni altro” (Las Casas): a partire
da questa data il mondo è chiuso (anche se l’universo diventa infinito”; gli uomini hanno scoperto la
totalità di cui fanno parte, mentre fino a quel momento essi erano una parte senza il tutto.
Questo libro sarà un tentativo di capire ciò che avvenne attraverso la lettura di alcuni testi, i cui autori
saranno i miei personaggi. Essi monologheranno, dialogheranno tra loro con il linguaggio delle azioni o
delle parole dotte o useranno un linguaggio meno perspicuo.
Si può ammirare il coraggio di Colombo: Vasco de Gama e Magellano intrapresero viaggi forse più
difficili, ma sapevano dove andavano. La prima domanda di questa ricerca genealogica sarà dunque “che
cosa lo spinse a partire”? Leggendo gli scritti di Colombo (diari, lettere, rapporti) si potrebbe avere
l’impressione che il suo movente essenziale sia stato il desiderio di arricchirsi: l’oro, o meglio la sua
ricerca, è onnipresente nel corso del suo primo viaggio. Colombo ne parla nelle stesse sue preghiere, e
decide l’itinerario anche in base agli indizi che crede di trovare sulla presenza d’oro: così Colombo vaga
da un’isola all’altra, ed è probabile che gli indiani avessero in ciò trovato un modo per sbarazzarsi di lui.
È dunque una volgare cupidigia che ha spinto Colombo ad affrontare questo viaggio? Basta leggere per
intero i suoi scritti per convincersi del contrario: semplicemente Colombo conosce il valore di esca che le
ricchezze possono rappresentare, ed è proprio con la promessa dell’oro che rassicura gli altri nei
momenti difficili. Non solo i semplici marinai che sperano di arricchirsi, ma gli stessi mandanti della
spedizione (sovrani spagnoli) non si sarebbero impegnati nell’impresa senza la promessa di un profitto:
ora il diario che tiene Colombo è destinato proprio a loro, e quindi occorre che gli indizi della presenza
dell’oro si moltiplichino a ogni pagina (mentre in realtà manca). La sua stessa disgrazia, infatti, almeno
in parte è dovuta proprio alla carenza di oro nelle isole: “fu così che nacquero le maledizioni e lo sprezzo
per l’imprese che avevo cominciato, perché non avevo subito inviato navi cariche di oro”.
È noto che una lunga controversia si trascinò tra Colombo e i sovrani spagnoli: materia del contendere
era l’ammontare dei profitti che l’Ammiraglio sarebbe stato autorizzato a ricavare dalle “Indie”. Ciò
nonostante, la cupidigia non è il vero movente di Colombo. Se la ricchezza gli interessa, è perché essa
rappresenta il riconoscimento del suo ruolo di scopritore, ma l’oro è un valore troppo umano per
interessarli veramente, e dobbiamo credergli quando scrive nel diario del terzo viaggio. “Nostro Signore
sa bene che io non sopporto tutte queste fatiche per accumulare tesori giacché, per quanto mi riguarda, so
bene che tutto quanto di fa in questo mondo basso è vano, se on lo si fa in onore e servizio di Dio” o
“non faccio questo viaggio per guadagnare onore e fortuna, perché di queste cose ogni speranza in me
era già spenta. Mi sono presentato alle Vostre Altezze con intenzione pura e grande zelo”.
Qual era questa intenzione pura? Nel diario del primo viaggio Colombo la indica molto spesso: egli
vorrebbe incontrare il Gran Khan, l’imperatore della Cina di cui Marco Polo aveva lasciato un ritratto
indimenticabile. Questo obbiettivo, anche se in seguito messo un po’ da parte, non viene mai
dimenticato, ma perché questa ossessione? Perché, secondo Marco Polo, “è da lungo tempo che
l’imperatore del Cataio ha chiesto di poter avere dei sapienti che lo istituiscano nella fede di Cristo”, e
Colombo vuole aprire la strada che permetterà di esaudire tale voto.
Colombo ha a cuore l’espansione del cristianesimo infinitamente più dell’oro. Il suo obbiettivo, dunque,
è chiaramente la vittoria universale del cristianesimo: questo è il movente che anima Colombo, uomo
profondamente religioso che, per questa stessa ragione, si considera un eletto, vedendo in se stesso
l’incarico di un missione e l’intervento divino ovunque.
Del resto, il bisogno di denaro e il desiderio di imporre il vero Dio non si escludono a vicenda: vi è, anzi,
un rapporto di subordinazione (fine-mezzo). In realtà, Colombo ha un progetto più preciso che non si
limita alla sola esaltazione del vangelo nell’universo: Colombo vorrebbe intraprendere una crociata e
liberare Gerusalemme. Ma l’idea è strampalata, e poiché non ha soldi nessuno vuol dargli ascolto. In che
modo un uomo privo di mezzi e intenzionato a lanciare una crociata poteva realizzare il suo sogno nel
XV secolo? Basta andare in Cina per via occidentale, in quel paese dove l’”oro” nasceva in abbondanza.
L’esistenza di questo progetto è ampliamente documentata nel corso del suo primo viaggio. Questo era
dunque il progetto che Colombo avrebbe esposto alla corte dei sovrani spagnoli per ottenere l’aiuto
necessario alla sua prima spedizione: quanto alle Loro Altezze, esse non presero la cosa molto sul serio
essi riservarono il diritto di impiegare ad altri fini il ricavato dell’impresa. Ma Colombo non dimentica il
progetto e lo ricorda in una lettera al papa. Il suo appello non suscita molte razioni e per questo dopo la
sua morte istituisce un maggiorascato e dà istruzioni al figlio di raccogliere più denaro possibile perché,
se i sovrani vi rinuncino, egli possa “andarvi solo e col maggior spiegamento di forza possibile (1498).
Las Casas ci ha lasciato un celebre ritratto di Colombo, nel quale si dà ampio rilievo alla sua ossessione
per le crociate nel quadro della sua profonda religiosità. Era il custode più geloso dell’onor divino,
desiderava ardentemente di convertire le genti e soprattutto bramava che Diolo rendesse degno di
contribuire in qualche modo alla riconquista del Santo Sepolcro.
Non solo i contatti con Dio interessano a Colombo molto più delle questioni puramente umane, ma
anche la sua forma di religiosità è particolarmente arcaica: è dunque, paradossalmente, un tratto di
mentalità che fa scoprire l’America a Colombo e gli fa inaugurare l’età moderna. Ma, come vedremo
ancora, non è un uomo moderno: e questo fatto avrà la sua importanza nello svolgimento della scoperta,
come se colui che stava per far nascere un nuovo mondo non potesse già appartenergli.
Vi sono però degli aspetti della mentalità ci Colombo che ci appaiono più vicini. Da un lato egli
subordina tutto a un ideale esteriore e assoluto (religione cristiana) e ogni cosa mondana non è che un
mezzo per la realizzazione di quell’ideale; dall’altro lato, invece, egli sembra trovare nell’attività che gli
riesce meglio (la coperta della natura) un piacere che ne fa un’attività autosufficiente. Essa cessa di avere
la minima utilità e da mezzo diventa fine: “dice che è pronto ad abbandonare tutto per scoprire altre terre
e conoscerne i segreti” o “io non mi fermo in ogni porto perché voglio visitare quante più regioni posso”.
I profitti interessano Colombo solo secondariamente, mentre ciò che conta sono le terre e la loro
scoperta. Quest’ultima sembra, per la verità, subordinata a un obbiettivo, che è il resoconto del viaggio:
si direbbe che Colombo abbia compiuto la sua impresa per poter fare, come Ulisse, dei racconti inauditi,
ma il racconto di un viaggio non è forse il punto di partenza, e non solo il punto di arrivo, di un nuovo
viaggio? Colombo d’altronde era partito per aver letto il racconto di Marco Polo.
COLOMBO ERMENEUTA (INTERPRETATORE)
Per dimostrare che la terra che ha sotto gli occhi è proprio un continente e non un’altra isola, Colombo
fonda la sua argomentazione su tre argomenti: l’abbondanza di acqua dolce, l’autorità dei libri santi e
l’opinione degli altri uomini da lui incontrati.
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