Introduzione.
Silenzio, sussurri e grida: dal muto al sonoro.
L’avvento del sonoro nel cinema comportò una svolta radicale nell’intero sistema di segni. Le didascalie interrompono il
ritmo narrativo in modo netto. Proprio tale interruzione comporta una diversa funzione dell’immagine, una diversa
valutazione estetica della stessa. Le didascalie piene di esclamativi enfatizzavano un cinema che era già enfatico. Assenti
le parole, le immagini erano l’unico medium di comunicazione, l’aggiunta delle didascalie cerca appunto di riempire
questo vuoto sonoro. Non usa didascalie, ma fornisce una sensazione realistica dell’azione attraverso il dialogo. Il cinema
muto non era realtà senza suoni, ma una realtà meno convincente se comparata a quella del sonoro. Questa è la ragione
per cui nei primi anni del sonoro non si annoverano molti film di genere fantastico. La voce segnò una caduta di tutti gli
altri sistemi retorici del cinema muto.
Prendiamo il trucco: in un sistema di segni che non contempla la voce, qualunque indicazione relativa il carattere di un
personaggio può essere esaltata; ogni personaggio era una maschera che incarnava un’idea morale (il codice di
trucco e costume).
Non si trattò di sovrapporre ai codici esistenti un ulteriore codice di informazione, ma di ribaltare l’organizzazione di
comunicazione. Il sonoro è meno retorico, codificato, stilizzato, e invece, più aderente alla realtà. Commedia o
melodramma, ogni gesto rientrava in un sistema retorico che, per l’assenza del sonoro, richiedeva un’enfasi di particolare
intensità. Tutto quanto detto sin ora contribuì a costruire l’attore divo.
Il divo è al di là da qualunque specifico ruolo, è giunto così lontano nell’immaginazione da potersi identificare soltanto
con se stesso. Il divo non deve di necessità essere professionalmente capace. Charlot è tutto tranne che un modello cui
Chaplin si era adattato. Paradossale è che il divismo nacque proprio come tentativo di sfruttare un modello. L’idea di divo
comporta una sorta d’identità fra attore e ciò che egli rappresenta per il pubblico. L’avvento del sonoro ebbe fra le molte
conseguenze, quella di liberare il cinema dalla parentela col teatro. Del tutto estranei all’uso della voce nella recitazione,
essi dovettero ricominciare da capo e molti non ne furono capaci. Hollywood si rivolse al vivaio teatrale. L’avvento del
sonoro segnò anche un ricambio attoriale.
E’ pensabile che il personaggio di Marlene Dietrich senza la sua voce roca? Il divo del sonoro non gioca sull’enfasi
esteriore, la sua è una delicata miscela fra celebrazione di se stesso e naturalezza del movimento. Nel giro di pochi anni,
nuovi generi sorsero a ridosso del sonoro: il
musical e la screwball comedy.
Il ritmo di Lubitsch era giocato sul tempismo di finissime battute e una macchina da presa che sapeva muoversi in modo
tale da far sembrare che fossero gli attori a farlo. Quello di Hawks gode, invece, di una macchina da presa altrettanto
sciolta, ma combinata a dei movimenti degli attori più complessa.
Ma da dove viene il ritmo? Dal movimento di macchina. La linea di rinnovamento è doppia: la prima aveva visto
l’introduzione di carrelli che permettessero alla macchina di avvicinarsi o allontanarsi dalla scena ripresa; la seconda era
stata affidata ad angoli di ripresa audaci.
Il montaggio fu l’innovazione più importante. La continuità fornita dal movimento attribuisce verità. Tutto si gioca sul
rapporto fra immagine e suono. Si dice che le commedie di Hawks sono marcate da un dialogo brillante, ma quel che li
rende gioielli sono il modo in cui il dialogo si coniuga ai diversi tipi di inquadratura che si susseguono in una serie di tagli.
Il taglio di Hawks è quello di un attore che è attento ai risvolti psicologici e sociali. Si tratta di creare spazio, di giungere a
una visione non statica, non univoca della realtà. Udire significa, insomma, anche vedere di più. Paradossalmente, il
sonoro segna il trionfo della visione. Il tono alto di fotografia è tipico della commedia anni 30. Naturalmente non nacque
subito: un film come Scarface (1932) di Hawks, mantiene non pochi crismi del muto, anche nel gioco di luci e ombre.
Lilian Gish, Theda Bara, Mary Pickford, non rientrarono nel nuovo cinema, a loro preferirono una donna emancipata e
femminilissima, appassionata e aggressiva. Il passaggio dal muto al sonoro, si trattò di modi diversi di concepire
l’intero fenomeno cinematografico. Il sonoro aprì la porta non sono al suono, ma a una visione potenziata. Da un lato la
continuità, dall’altro l’impressione di realtà. Il cinema era nato una seconda volta.
Gli anni 30: basse pressioni?
La depressione c’è ma non si vede.
Esperimenti se n’erano fatti dal 1910, ma ufficialmente è il 26 agosto 1926 che la Warner lanciò il primo film sonoro,
Don Juan. Il primo film sonoro completo fu Lights of New York (1929). La grande crisi e la Depressione arrivarono in
sincronizzazione col sonoro. Gli anni 30 furono un lungo periodo “d’intrattenimento” inteso a far dimenticare i rigori
economici della Depressione. L’anno tragico di Hollywood non fu il 1929, bensì il 1933. Commedie o drammi, la coppia,
grande tema di Borzage, è sempre al centro dell’attenzione, ma senza accenno all’esperienza che la nazione sta vivendo.
Perché fissare proprio il periodo attorno al 1934 lo spartiacque del “secondo momento”?
La legge sulla ricostruzione nazionale di Roosevelt fu un tentativo di riassestamento del cinema da parte del governo.
Operazioni doganali: gli espatriati europei.
Le visioni piacevoli, aggraziate, scintillanti della vecchia Europa, le ritroviamo in parte nel cinema di Lubitsch, da Mancia
competente (1932) a La vedova allegra (1934). Gli espatriati europeri, fino agli anni 50 agirono nel melodramma e sulla
commedia. La commedia sofisticata è una tipica creazione anni 30 firmata da Lubitsch che si affianca alla screwball di
Frank Capra e Hawks. La commedia di Lubitsch naturale, quella di Hawks è paradossale.
All’Ovest niente di nuovo.
Il western è un fenomeno unicamente americano. Ben poco separa un western da un qualunque altro genere
cinematografico. Se invece il problema viene affrontato in termini di ideologia il discorso cambia. Il western è l’unico
genere che rispecchi in termini ideologici una linea politica tradotta in mito. Gli anni 30 non sono un momento felice per il
western. In che modo il microfono avrebbe potuto registrare anche soltanto un dialogo di due uomini a cavallo? Solo alla
fine del decennio, nel 1939, il western riprenderà quel respiro epico. La Depressione era finita e nuovi pericoli
chiamavano a raccolta la nazione: il nazismo.
John Ford e il New Deal in ritardo.
John Ford non gira western durante il New Deal. Tutti i film dal 1933 al 1938 (il periodo del New Deal storico) si
propongono connessi a istanze tipiche del periodo. Con la fine del New Deal, ecco presentarsi il grande Ford
Rooseveltiano in senso profondo: quello di Alba di gloria (1939), di Furore (1940). Fiducia, forza, concordia nazionale,
sacrificio, ottimismo sono temi fordiani dal 33 al 38. Furore, leggibile in chiave celebrativa filo-‐rooseveltiana. In senso
tecnico, si pensi all’uso della panoramica nei grandi western: dal 39 in poi l’occhio della macchina da presa come quello
del pioniere scopre una terra vergine e bellissima, uno spazio senza inizio e fine, tutto da conquistare. In Ford
l’ideologia investe sia il livello tematico che il livello tecnico. Nel primo, tutto ciò che ruota intorno alla storia si rifà alle
istanze rooseveltiane, nel secondo immagine diventa espressione di ideologia.
Angeli e diavoli: il melodramma.
Un gangster film si fonda sulla lotta fra il bene e il male. La vera componente ideologica di questi film si fonda su una
visione della società determinata, segnata dalle scelte individuali: buoni o cattivi, questi eroi hanno sempre &
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