La carriera artistica di Guido Reni
Nella primavera del 1600, Guido Reni da Bologna si dirige verso Roma, mentre Caravaggio, che da 5 o 6 anni già si era messo a "ringagliardire gli scuri" e a passare dai soggetti feriali alle "historie", consegna le storie della cappella Contarelli a San Luigi dei Francesi.
Reni arrivava da un periodo di formazione a Bologna nell'Accademia degli Incamminati di Ludovico Carracci, e già la sua maniera chiara, il suo lume aperto e disteso appariva opporsi decisamente a quella maniera "cacciata e scura" del Caravaggio.
Le caratteristiche personali di Reni
Le fonti lo dipingono come un personaggio timido, schivo, religioso (incarnava per questo, oltre che per la sua pittura nobile e le sue simpatie raffaellesche, i precetti di austera e soave controriforma figurativa del trattatista cardinale Gabriele Paleotti) in cui sin dalla gioventù si coglie quel carattere di alterigia, di superbia, che gli sarà da stimolo per intraprendere un percorso autonomo e originale.
Le prime commissioni a Roma
Una delle prime commissioni a Roma è la copia della Santa Cecilia di Raffaello, richiestagli per la chiesa di San Luigi de' Francesi. Subito dopo gli vengono commissionate una Decollazione e un tondo, l’Incoronazione, che documentano tutto il periodo di incertezza romano. Si tratta nel secondo di un quadro povero, con tre figurine, senza invenzione e fantasia. Eppure già dietro quelle tinte fredde ma dolci, quel viola e quel grigio destinato a diventare il colore più reniano in tutte le sue sfumature, già si avverte la nascita di qualcosa di nuovo.
Le teste dei due giovani patrizi, Cecilia e Valeriano, rivolte all’insù e della bellezza delle statue antiche, ci rivelano che Reni sta elaborando il suo stile di grazia e bellezza trascendenti, lontane dalla caducità terrena. "Troppo naturale", dirà Reni del Caravaggio, che lo aveva aggredito in quegli anni per le strade di Roma sibilandogli pressappoco "levati di torno", lui e la sua maniera "leccata e tutta fantastica".
La poetica opposta di Reni e Caravaggio
Caravaggio chiamava la luce, una luce che è quella casuale del vero, da un lato, ad investire una realtà fatta di oggetti, azioni e figure, descritti e illuminati senza gerarchia di valori; e le passioni che animano i gesti sacri sono del tutto simili alle azioni caduche degli umili, dei plebei.
Reni persegue rispetto al Caravaggio una poetica diametralmente opposta: niente interessa Guido meno che sorprendere un evento visibile con un linguaggio diretto. Come osserva Fussli in Lectures on Painting, 1801, la grazia che attraeva Guido era una grazia studiata, di teatro. Ogni linea, ogni movenza, ogni motivo del panneggio è nobilitato da un senso di bellezza alto e antico, nobile e irreale.
Il segreto di Reni secondo Arcangeli
Secondo Arcangeli, "Il segreto di Reni sta nel nuovo tono che egli aveva trovato sostituendolo al moderato ma vivace naturalismo dei Carracci, e risalendo a Raffaello. Il decoro dei Carracci e quello più sublime di Raffaello si mutano in lui in una nuova e desolata nobiltà, nella tristezza dei gesti e degli atteggiamenti sospesi solennemente nell’aria fredda".
La Crocifissione di San Pietro
Nella Crocifissione di San Pietro, oggi alla Vaticana, Guido prende distanza glaciale dall’evento che rappresenta: i gesti sono studiati, la scena cadaverica e atroce si distende composta nella lentezza dei movimenti. Guido sta meditando sulla statuaria antica. Reni è incapace di creare secondo il dettato cieco e immediato della naturalezza, del vero: ha bisogno di distanza, di ordine, di studio e di disegno.
Si direbbe quasi che Reni cerchi di dipingere tutto ciò che non si vede, scostando dal proprio pennello la vivacità e la momentaneità del visibile, come se quella contingenza, quel chiasso di immagini in moto, disturbassero la calma percezione della vita divina.
La distanza da Caravaggio e i colori di Reni
Oltre che dal Caravaggio, Reni si distanziava nel frattempo anche dal naturalismo più moderato e dolce dei suoi maestri, della pittura bolognese. I suoi colori diventano gradazioni intellettuali e purissime, semplici e artificiali, in una dolcezza irreale, come il Sant’Andrea di San Gregorio al Celio, o gli affreschi di Montecavallo, per cui Paolo V dirà, davanti ad una gloria così umile, "essere un picciolo modello in terra della gloria che dovrassi godere in cielo".
La scoperta di sé stesso e il ritorno a Bologna
Tra il 1610-1614, Guido scopre se stesso: dipingere non era per lui solo idealizzare il visibile, ma trasumanarlo, trasformare corpi e cose in enti immateriali, incorporei. Successivamente torna a Bologna per non muoversi più. Negli ultimi anni si dà alla semplicità e al magistrale non-finito di poche figure, ritratte a pennellate sempre più sciolte, leggere, disfatte, ma mai naturali.
Una varietà di temi sacri e profani in un solo accento emotivo: la bellezza sublime. Il Sansone vittorioso, dipinto per il camino di una sala patrizia, si flette ad arco e beve dalla mascella.
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