Il tempo dei barbari
Il concetto di "medio evo", elaborato dagli umanisti nel XV secolo, implicava un giudizio negativo di tale età, considerata oscura e inquietante. Un’epoca di profonda desolazione, di rovine e distruzioni, di gravissima decadenza della cultura come di ogni forma di vita civile: il tempo dei "barbari".
"Barbaro" significava per gli Elleni "balbuziente". "Barbari" erano le popolazioni germaniche che vivevano ai confini settentrionali e orientali dell’Impero, ma che, fin dalla seconda metà del III secolo, incominciarono a varcare tali confini e a stabilirsi su territori romanizzati. Le migrazioni assunsero via via carattere violento con saccheggi e distruzioni. A partire dalla seconda metà del V secolo si verifica la loro conversione al Cristianesimo. Con rare eccezioni, come nel caso del regno di Teodorico, gli sconvolgimenti politici e sociali conseguenti alla formazione dei nuovi regni comportano il quasi totale declino di alcune tecniche artistiche. Forte sviluppo assumono invece altre tecniche come la lavorazione del legno, dei metalli, delle pelli. L’oreficeria, in particolare, si afferma come tecnica-guida della produzione artistica.
Nelle Gallie diversi manoscritti, tra cui le Gesta Dagoberti, fanno menzione di stoffe preziose che rivestivano le pareti e i pilastri delle chiese o avvolgono le reliquie. Fin dal tempo dell’invasione degli Unni, si afferma nell’oreficeria germanica lo "stile policromo", già diffuso nei territori intorno al Mar Nero. Nelle Gallie l’arte dell’incastonatura raggiunge effetti di grande splendore all’epoca di Childerico (seconda metà del V secolo). Ai bronzi con incisioni a tacche e ornati zoomorfi stilizzati si ricollega lo "stile animalistico" dell’oreficeria barbarica. Per influsso dell’ornato orientale, l’ornato germanico riacquista maggiore regolarità e fluidità, accentuando però la stilizzazione degli elementi zoomorfi. Tale stile ornamentale trova ulteriore sviluppo nella scultura in pietra.
In Italia la consistente presenza bizantina nella penisola e il costante prestigio e crescente potere del papato contribuiscono un elemento di costante confronto e di forte tensione dialettica tra continuità con la tradizione tardo-antica e paleocristiana e sviluppi del nuovo linguaggio figurativo "barbarico".
I Longobardi in Italia
Guidati da re Alboino, i Longobardi penetrano in Italia nel 568 scendendo dal Friuli e conquistano rapidamente ampie zone della penisola. Il regno longobardo è diviso in una parte più compatta a nord e in una più frammentaria a sud. Nel 774, sconfiggendo le truppe del re Desiderio nella battaglia delle Chiese di Susa, Carlo Magno porrà fine alla dominazione longobarda sull’Italia settentrionale, mentre i ducati di Spoleto e Benevento cadranno solo nell’XI secolo sotto i Normanni. La Historia Longobardorum, composta presso la corte carolingia da Paolo Diacono alla fine dell’VIII secolo, è la fonte su cui si basa gran parte della nostra conoscenza sui due secoli di dominio longobardo in Italia.
I Longobardi sono ricordati per la prima volta come gens nomade attestata presso le foci dell’Elba. Nel V secolo si accostano all’Impero bizantino e si trasferiscono nel Norico e in Pannonia, l’attuale Romania. Le espressioni artistiche longobarde prima della calata in Italia sono concentrate sull’oreficeria. L’incontro tra la tradizione germanica e i modelli tardo-romani si manifesta nella produzione in lamina d’oro.
I primi Longobardi giungono in Italia nel 526 con le truppe comandate da Belisario. Nel 568 Alboino guida una vera e propria invasione. I Longobardi si abbandonano a un sistematico saccheggio fino al 591 quando sale sul trono Agilulfo. Il dominio longobardo viene sancito dall’Editto di Rotari, con il quale la legge longobarda si sostituisce al diritto romano. Il popolo invasore stenta a integrarsi con gli abitanti delle città e delle campagne assoggettate, e si raccoglie in clan familiari, le farae.
L’oreficeria continua a essere anche nel VII secolo "arte-guida". Frequenti sono le crocette che sembrano ritagliate in sottili lamine d’oro. Accanto alle crocette più semplici vengono prodotti gioielli di maggiore impegno, le "croci gemmate". Queste croci riprendono il motivo del Crocifisso come semplice Imago Christi: in tal senso è significativa la Croce di Adaloaldo, dell’inizio del VII secolo, cui il Crocifisso compare a figura intera.
Le pietre dure che le decorano rispondono a un vivace gusto del colore e sono inserite a freddo in trafori appositamente preparati. Un ottimo esempio di tale tecnica è la copertura di evangelario donata da papa Gregorio Magno a Teodolinda nel 603. Più raffinata è la tecnica che prevede una fitta rete di alveoli in cui le pietre vengono inserite a caldo, come nella fibula a disco di Parma.
In una posizione mediana tra l’oreficeria e la cultura materiale si colloca la produzione longobarda di armi. Le impugnature delle spade presentano spesso una "decorazione" ottenuta con la tecnica dell’"ageminatura". Le lame sono invece sottoposte al trattamento della "damaschinatura" per risultare più flessibili e resistenti alla torsione. Il prodotto più spettacolare dell’arte degli armaioli longobardi sono gli scudi da parata. Un esempio sono i frammenti dello scudo di Stabio.
Riferibile a un sontuoso elmo da parata è la lamina sbalzata in cui si celebra il trionfo di Agilulfo. La lamina appare a prima vista un tipico prodotto di oreficeria “barbarica”, mentre lo schema compositivo e la presenza delle due classiche Vittorie alate di fianco al trono del re dimostrano lo sforzo di operare una difficile contaminatio tra la carica sintetica dell’arte longobarda e modelli classici.
Il tentativo di realizzare un accordo tra la nuova concezione di motivi tardo-antichi è confermata dalla cosiddetta Testina di Teodolinda. Il modello è una scultura bizantina, la Testa di Teodora, ma nella testina longobarda viene meno la preziosa modellazione, in favore di stilizzazione essenziale e geometrizzante. Il parallelo più stringente è stato indicato con lo scettro di Sutton Hoo. Il confronto tra la scultura longobarda e le teste che decorano lo scettro dimostra la sostanziale affinità culturale tra la produzione italiana e quella dei Sassoni.
Da 625 al 774 Pavia è stata capitale del regno longobardo e centro principale di committenze artistiche. La maggior parte degli edifici è stata distrutta. Della chiesa suburbana di Santa Maria in Pertica rimane un preciso disegno settecentesco. Fondata nel 677, presentava una pianta ottagonale con un deambulatorio anulare e un giro intero di sei colonne. Mentre la chiesa di Sant’Eusebio divenne fulcro della conversione dei Longobardi al cattolicesimo. Dell’antica costruzione rimangono alcuni capitelli nella cripta, rimaneggiata in epoca romanica. Questi elementi architettonici mostrano un deciso scarto rispetto alla tradizione antica.
Tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo si assiste a un’interessante evoluzione dell’arte longobarda. La presenza di riferimenti a diverse espressioni artistiche dell’area mediterranea sembra attestare una svolta negli orientamenti commerciali e culturali dei Longobardi. Il punto culminante di questa apertura culturale viene toccato durante il regno di Liutprando.
A Pavia, gli esempi meglio conservati della pluralità di stili nell’arte longobarda della prima metà dell’VIII secolo sono i due plutei provenienti dall’Oratorio di San Michele alla Pusterla. I motivi naturalistici (due pavoni che si abbeverano, l’albero della vita tra draghi marini) sono trattati con un senso puramente bidimensionale e grafico del rilievo.
Nonostante il miglioramento dei rapporti con le popolazioni romane e lo sforzo culturale della "rinascenza" del tempo di Liutprando, i Longobardi continuano a essere considerati un popolo invasore. L’espansione della loro dominazione tocca il punto estremo con l’effimera conquista della decaduta Ravenna. La disfatta di Desiderio a opera dei Carolingi, nel 774, è stata a lungo salutata come una "liberazione dei barbari". Presso la corte di Carlo Magno operavano maestri visigoti, sassoni e anche longobardi, grazie ai quali l’arte carolingia ha potuto valersi di un ampio raggio di contributi culturali. Un segno di questa continuità è la chiesa del monastero di San Salvatore a Brescia.
Rispetto alle vie della Longobardia Maior, i ducati longobardi del Sud hanno vicende vita più lunga. Nel VI secolo viene fondato sul Gargano il santuario di Monte Sant’Angelo, uno dei principali luoghi di devozione della Longobardia Minor. Il santuario è dedicato all’arcangelo Michele, particolarmente venerato dai Longobardi. I rimaneggiamenti non consentono di riconoscere l’architettura antica, come accade a Montecassino, la potentissima abbazia benedettina fondata nel 529, alla quale dà un decisivo impulso l’abate longobardo Gisulfo.
Un altro centro monastico legato alla dominazione longobarda è San Vincenzo al Volturno, fondato alla fine dell’VIII secolo. Nella cripta della chiesa abbaziale si conserva un importante ciclo di affreschi del tempo dell’abate Epifanio. Altri esempi di pittura beneventana si trovano a Olevano sul Tusciano. Il complesso più importante è però il ciclo di affreschi nelle absidi laterali di Santa Sofia a Benevento.
Fondata da Arechi II nel 760, la chiesa di Santa Sofia è la più importante costruzione dei ducati longobardi meridionali. A pianta centrale, ha una complessa struttura stellare con tre absidi. Il modello per lo slanciato corpo centrale è la chiesa longobarda di Santa Maria in Pertica a Pavia, mentre per l’articolazione dei volumi sembra opportuno il riferimento a modelli bizantini longobardi a un dialettico rapporto con differenti modelli culturali.
Persistenza di modelli classici nell'arte romana (VI-IX secolo)
Dal 493 al 526 Roma attraversa un periodo di pace. Il re Teodorico affida l’amministrazione del potere al cancelliere romano Cassiodoro e risiede preferibilmente a Ravenna. Si accentua il processo di degrado di Roma. Davanti allo sfaldamento fisico della città nasce il "mito" nostalgico dell’antica Roma. Papa Felice IV fonda, all’interno del Foro romano, la chiesa dei Santi Cosma e Damiano. Le grandi basiliche paleocristiane erano fino ad allora sorte in quartieri periferici. Il senso di questa iniziativa è sottolineato dal grande mosaico che decora l’abside della chiesa. La scena rappresenta Cristo tra i SS. Cosma e Damiano e ha un preciso precedente iconografico nel mosaico absidale di Santa Pudenziana. Ma mentre il mosaico di Santa Pudenziana offre un’immagine salda e concreta, il Cristo dei Santi Cosma e Damiano appare librato nell’azzurro cupo del cielo nuvoloso. I personaggi sono disposti secondo un rigido schema triangolare a intervalli scanditi.
La riduzione del numero delle figure intravede riflessi dell’arte bizantina. La conquista di Roma da parte delle truppe dell’Imperatore Giustiniano avviene dopo lunghe campagne militari. Dopo una prima vittoria del generale bizantino Belisario nel 536, la presa definitiva avviene nel 552 a opera dello stratega Narsete. I Bizantini si preoccupano innanzi tutto di restaurare le opere pubbliche di più immediata necessità. Prosegue il processo di cristianizzazione del foro e delle zone centrali di Roma. L’edificio su cui si concentra l’attenzione dei Bizantini a Roma è Santa Maria Antiqua. Interrata da una frana nell’847, è stata riscoperta solo nel nostro secolo e presenta un ciclo di affreschi nel quale sono state ravvisate quattro fasi successive d’intervento.
L’abside della chiesa è una vera "parete palinsesto". L’immagine più antica, una Madonna col Bambino tra due angeli, è stata dipinta subito dopo la conquista bizantina. Sono evidenti in questo affresco i caratteri di frontalità iconica di origine costantinopolitana, mentre il secondo strato mostra la mano di un artista più raffinato. Questo "secondo tempo" risale al 565-78. Il terzo momento della decorazione di Santa Maria Antiqua risale agli anni intorno al 650. Nella scena conservata, con Salomone e i Maccabei, si notano iscrizioni in greco e un abile uso delle ombre.
Gli anni del pontificato del greco Giovanni VII coincidono con il quarto strato della parete absidale. La presenza di circoli culturali e di artisti orientali a Roma si fa manifesta. Accanto agli stimoli ellenizzanti riemergono motivi dell’arte classica e si affermano modelli iconografici palestinesi. Il mosaico absidale della basilica di Santa Agnese fuori le mura propone figure quasi immateriali di sapiente sintesi simbolica. D’altra parte, l’importante ciclo di affreschi che decorano la cappella dell’alto funzionario Teodoto in Santa Maria Antiqua mostra significative influenze orientali: ad esempio nella scena della Crocifissione.
Un interessante scambio di esperienze figurative bizantine e romane è testimoniato dal gruppo di icone tuttora conservate in alcune chiese. Le icone romane trovano un vasto seguito popolare in processioni, feste, devozioni specifiche registrate dalle antiche cronache. La più celebre tra le icone superstiti è la Madonna Theotòkos di Santa Maria in Trastevere che per la sua rigorosa frontalità e gli smaglianti colori è paragonabile al primo strato degli affreschi di Santa Maria Antiqua. L’incoronazione di Carlo Magno da parte di papa Leone III, la notte di Natale dell’anno 800, sancisce simbolicamente il decadere dell’influsso di Bisanzio su Roma e il deciso ritorno alla tradizione paleocristiana e tardo-antica.
Il modello della chiesa ad aula rettangolare triabsidata vede il prepotente ritorno allo schema spaziale delle basiliche paleocristiane: ne è un esempio la chiesa di Santa Prassede, in cui ricompare il transetto. La tecnica della decorazione musiva era stata abbandonata da circa un secolo. Il rilancio del mosaico nell’età di Pasquale I propone, invece, il ritorno a un gusto ricco e raffinato del colore. Il modello cui rifarsi è la scena absidale dei santi Cosma e Damiano, anche se le forme vengono ulteriormente ridotte all’essenziale e sfruttate soprattutto per ricavare ampie campiture cromatiche e raggiungere effetti di espressiva vitalità.
La renovatio dell'impero: la rinascenza carolingia
Tra l’VIII e il IX secolo la dinastia carolingia unificò quasi tutto il mondo occidentale in un impero. La renovatio è lo strumento di Carlo Magno per dare forma unitaria a un insieme di aree geografiche e di gruppi etnici diversi tra loro, sul modello dell’impero romano e in particolare di quello di Costantino. Il sovrano carolingio afferma un potere unico e universale, fondato sulla legge cristiana e su quella romana.
La dinastia carolingia lega a sé l’ordine benedettino favorendo l’attività delle grandi abbazie. Non solo vengono istituite scuole, ma si rimodella la scrittura su esempi classici. Ai modelli romani si accosta la tradizione irlandese e anglosassone, frutto della prima rinascita umanistica dell’Alto Medioevo, mentre altri elementi derivano dalla cultura longobarda e da quella bizantina.
L'attività architettonica
L’architettura è il campo privilegiato dei sovrani e gli edifici antichi presi a modello sono quelli della Roma costantiniana. Il palazzo imperiale di Aquisgrana doveva evocare la residenza papale di San Giovanni ed è caratterizzato dall’abbinamento tra il palazzo e la chiesa. Tuttora conservata è la cappella palatina a forma poligonale e coperta a cupola, con una struttura derivata dalla chiesa di San Lorenzo a Milano, da San Vitale a Ravenna e da quelle orientali. L’interno è arricchito da marmi colorati che, secondo le fonti, Carlo Magno aveva fatto portare da Roma e da Ravenna, mentre un grande mosaico raffigurante Cristo in trono decora la cupola e manifesta l’analogia tra il Salvatore e l’imperatore.
La chiesa dell’abbazia benedettina di Fulda doveva contenere le reliquie di Bonifacio, apostolo della Germania e si ispira alla basilica vaticana di Costantino. All’Arco di Costantino si riferisce, invece, la Torhalle, la porta di Lorsch: nella parte inferiore si apre una loggia a tre fornici, mentre al piano superiore c’è un’aula che serviva all’imperatore come sala del trono. Le due facciate sono decorate da semicolonne accostate ai pilastri degli archi, con capitelli compositi e, al di sopra della fascia marcapiano, a lesene ioniche scanalate che reggono una cornice piegata ad angolo. Un paramento di pietre rosse e bianche disposte a comporre motivi geometrici copre le murature.
Nelle architetture di cui si è parlato il modello antico è un punto di partenza obbligato, mentre nella progettazione dei grandi complessi monastici i costruttori carolingi rispondevano con soluzioni originali, come nel caso del monastero di San Gallo. La chiesa ha una struttura a doppia abside e tutt’intorno gli edifici si dispongono secondo una griglia regolare che rispecchia quella delle città fondate da Carlo Magno. L’invenzione che meglio rappresenta l’architettura carolingia è il Westwerk, un edificio a più piani aggiunto all’ingresso della chiesa, come quello presente nell’abbazia di Corvey e costruito tra l’873 e l’885. A pianta quadrata, compren
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