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Capitolo primo

Il paesaggio, riserva di caccia

Il paesaggio è il grande malato d’Italia. Basta affacciarsi alla finestra per vedere quello che fu il Bel Paese sommerso da colate di cemento. Il paesaggio è sempre meno il tesoro di tutti i cittadini, è anzi ormai diventato la riserva di caccia di chi lo calpesta per il proprio cieco profitto. Secondo dati Istat, tra il 1990 e il 2005, la superficie agricola utilizzata in Italia si è ridotta di 3 milioni e 663 mila ettari: abbiamo così convertito, cementificato senza alcuna pianificazione, il 17 % del nostro suolo agricolo. Inoltre, secondo il rapporto Istat, il fenomeno dell’urbanizzazione ha conosciuto negli ultimi decenni un’accelerazione senza precedenti, che si è prodotta in assenza della necessaria pianificazione urbanistica.

Il legame tra crescita demografica ed economica da una parte e crescita urbana dall’altra non è più lineare: l’urbanizzazione è divenuta ormai autonoma rispetto agli andamenti economici e demografici, suggerendo in tal modo un’evoluzione consumistica piuttosto che dettata da una reale necessità. Diverse aree del Paese sono colpite da un’urbanizzazione selvaggia, che cosparge di edifici di ogni sorta quelle che un tempo erano le nostre campagne. Negli anni settanta si diffuse per questa tipologia di insediamenti l’etichetta di “rapallizzazione” (termine calcato su “coventrizzazione” dal paesaggistici intorno a Rapallo) nome della città Coventry rasa al suolo dai bombardamenti nazisti. Per descrivere tale fenomeno che “mangia” le nostre campagne oggi si usa sempre più spesso il termine inglese urban sprawl.

È dunque vero che la forma urbis è scomparsa. In questa espansione indefinita vengono vanificati non solo i confini ma anche il centro. Nel nuovo paesaggio di suburbi, lo spazio restante tra gli agglomerati perde il carattere di filtro e assume quello di terra di nessuno. Ormai l’equilibrio storico tra popolazione e territorio è già compromesso o sul punto di collassare. Il paesaggio italiano, celebrato da generazioni di poeti e pittori, è dato in pasto ai palazzinari.

Non si comprende che la cementificazione di terreni già agricoli comporta la copertura del suolo, con perdita spesso irreversibile delle funzioni ecologiche di sistema che esso aveva esercitato (maggiori probabilità di frane e alluvioni). Particolarmente vulnerabili sono i nostri litorali bassi e sabbiosi. In Italia, due terzi del territorio compreso nella fascia di 10 km dal mare è modellato con interventi sull’ambiente invasivi e irreversibili. Si provoca così il collasso delle difese contro l’azione del mare. E si potrebbe continuare a lungo.

La progressiva trasformazione delle pianure e delle coste italiane in un’unica immensa periferia non avverrebbe impunemente se vi fosse fra i cittadini una chiara percezione del valore della risorsa e dell’irreversibilità del suo consumo.

I labirinti dell’informazione

Questi ed altri dati sul consumo del suolo sono tutti approssimati per difetto, e lo mostrano gli effetti del D.L. volto ad accertare a fini fiscali l’effettivo accatastamento degli immobili: con un’indagine condotta mediante analisi delle foto aeree del territorio sono stati individuati un milione e mezzo di immobili fantasma. Ad essi si aggiungono gli abusi edilizi dichiarati in occasione dei vari condoni, oltre quattro milioni di abusi negli ultimi 50 anni. L’imponente massa di dati offerti dal Web non è altro che un’esperienza ingannevole, in quanto proprio tale sovrabbondanza di dati scoraggia anche i più arditi esploratori del Web, che presto si smarriscono nel labirinto e rinunciano a capire. La sovrabbondanza di informazione non favorisce la conoscenza, la ostacola.

Difficile orientarsi, eppure è assolutamente necessario. Solo imparando a muoversi nel labirinto delle informazioni potremmo giudicare in prima persona che cosa di quanto accade intorno a noi sia giusto o inevitabile. Sta di fatto che ogni giorno migliaia di speculatori distruggono il paesaggio italiano. In alcune regioni si è andato radicando un diffuso abusivismo, che offende la storia ed elude qualsiasi norma. In altre regioni i delitti contro il paesaggio si consumano non ignorando le regole, ma modificandole o interpretandole in modo da favorire il “partito del cemento”.

Come mai l’Italia che un tempo si meritò il nome di “Giardino d’Europa” sta facendo scempio di se stessa?

Tre paradossi

Primo dato di fatto. L’Italia ha da anni il più basso tasso di crescita demografica d’Europa, e uno dei più bassi al mondo. Pochi si rendono conto, invece, che l’Italia ha il più alto tasso di consumo del territorio d’Europa.

Secondo dato di fatto. L’Italia è fra i pochi paesi al mondo che abbiano la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale nella propria Costituzione; ha in merito un complesso di leggi organiche che sono fra le migliori al mondo; eppure continua ogni giorno la selvaggia aggressione del paesaggio.

Terzo dato di fatto. L’Italia ha una lunga tradizione civile di riflessione su queste tematiche, eppure nelle scuole italiane non si parla quasi mai di paesaggio, se non relativo a qualche poeta o pittore. La mancanza di ogni tentativo di educazione alla storia e alla tutela del paesaggio non sarà fra le cause del suo degrado?

Il Codice dei beni culturali e del paesaggio prevede espressamente misure congiunte Stato-Regioni per la pianificazione paesaggistica, ed è proprio questa segmentazione della competenza (Stato, Regioni, Comuni e Province) insieme al labirinto delle normative a contribuire alla mancata tutela del paesaggio. Creano, anzi, un’area grigia in cui l’incertezza del diritto non solo genera conflitti di interesse ed estende lo spazio dell’interpretazione, ma legittima e promuove l’arbitrio del singolo regalandogli la sostanziale certezza dell’impunità.

Il paesaggio distrutto dalle leggi

Mentre le norme di tutela vengono aggirate o ignorate, le norme di segno opposto vengono applicate velocemente. Un esempio è la legge “Tremonti-bis” la quale introdusse la detassazione del reddito d’impresa per chi lo reinvestiva in azienda, in particolare nella costruzione o nell’ampliamento di immobili. Si spiegano così le migliaia di capannoni industriali inutilizzati che hanno invaso intere regioni (meglio costruire capannoni inutili violentando il paesaggio piuttosto che pagare le tasse).

Molto più devastante è stato l’impatto dei mutamenti normativi rispetto agli oneri di urbanizzazione. Per “oneri di urbanizzazione” si intendono i contributi versati al Comune da chi costruisce un nuovo edificio, questi contributi verranno poi utilizzati dal Comune per fornire i servizi necessari nelle aree di nuova urbanizzazione. Tali principi furono espressi chiaramente nella legge Bucalossi, secondo la quale i proventi da oneri di urbanizzazione devono essere utilizzati per quello che sono, cioè per coprire le spese di urbanizzazione. Questo sano principio fu abrogato nel Testo unico per l’edilizia (anche se la redazione di un “testo unico” ha lo scopo di mettere ordine nella normativa e quindi non può comportare l’abrogazione di norme).

L’abrogazione della legge Bucalossi fu giustificata come un omaggio all’autonomia dei Comuni. Quella improvvisa abrogazione venne infatti a convergere con le enormi difficoltà finanziarie incontrate dai Comuni, dovuta al drastico taglio dei finanziamenti statali. La penuria di risorse spinse i Comuni a cercare nuove fonti di introito, tra cui gli oneri di urbanizzazione perdendo in tal modo ogni rapporto con la propria origine. Non solo: i proventi di urbanizzazione, che dovrebbero essere occasionali perché commisurati a esigenze variabili anno per anno, una volta divenuti indispensabili per coprire la spesa corrente devono essere assicurati tutti gli anni su un livello minimo costante, anzi incrementati in caso di necessità, accrescendo il numero di costruzioni, allentando i controlli, cannibalizzando il territorio.

Successivamente vi è stata l’abolizione dell’Ici. Tale parziale cancellazione dell’Ici ha obbligato i Comuni a ricorrere in modo ancora più massiccio agli oneri di urbanizzazione. Alla stessa logica di svendita del paesaggio “per far cassa” si rifanno le varie ondate di condoni per gli illeciti edilizi. In tal modo si è ripetutamente legittimato l’abuso col sigillo della legge. Citiamone due del governo Berlusconi: l’art. 32 del maxi-decreto collegato alla finanziaria 2004. Una normativa che consente, dietro il pagamento di un’oblazione, il condono degli illeciti e il rilascio del titolo abitativo in sanatoria persino per costruzioni abusivamente edificate su terreni di proprietà dello Stato, e assoluzione per tutte le opere abusive che abbiano comportato un ampliamento del manufatto fino al 30% della volumetria della costruzione originaria.

Ancora più rivelatore è il secondo episodio: nel 2004 il governo Berlusconi approvò il Codice dei beni culturali e del paesaggio che all’art. 181 negava ogni possibilità di sanatoria a chi senza autorizzazione esegue lavori di qualsiasi genere su beni paesaggistici. Ma meno di un anno dopo la stessa maggioranza parlamentare approvò una legge che includeva la totale sanatoria di un vasto numero di illeciti ambientali e paesaggistici.

Bisogna inoltre ricordare la “marcia su Roma di quattrocento sindaci siciliani e calabresi in fascia tricolore, che reclamarono l’estensione del condono in nome di un preteso “abusivismo di necessità”. Per la stessa ragione quei sindaci esigevano anche il condono delle opere costruite in violazione delle norme antisismiche. Nel nostro paese preferiamo “fare eccezione”. Moltiplicare le norme serve a perpetuare una cultura in cui tutto diventa possibile proprio perché in apparenza non lo è.

"Padroni in casa propria": il Piano casa

Atto primo. In uno dei suoi primi provvedimenti il governo Berlusconi lancia un “Piano nazionale di edilizia abitativa”, chiamato “Piano casa”. Si tratta di un piano di social housing con capitali pubblici e privati, che richiama il Piano Fanfani del governo Prodi. Un decreto dava la definizione di alloggio sociale volto a ridurre il disagio abitativo di individui e nuclei familiari svantaggiati. Il governo Prodi aveva stanziato 550 milioni, poi subito bloccati da Berlusconi e rilanciati solo in parte.

Atto secondo. Nella bozza ufficialmente distribuita da Palazzo Chigi (2009) il governo smentisce se stesso: l’etichetta Piano casa è la stessa del governo Prodi ma il contenuto è opposto. Zero capitali pubblici, zero social housing: la norma è concepita solo per chi la casa ce l’ha già, ed ha anche i soldi per ampliarla. L’idea base è di semplificare temporaneamente le regole necessarie per i permessi di costruzione, in modo da stimolare un immediato avvio dei cantieri. La norma consente di ampliare del 20% tutti gli edifici ultimati entro il 2008; si può inoltre acquistare dai vicini l’asservimento dell’aumento volumetrico spettante ad altra unità immobiliare contigua, l’altezza dell’edificio può essere portata a quattro metri oltre l’altezza massima prevista; nel caso di edifici storici la mancata risposta alla richiesta entro 30 giorni corrisponde al pieno consenso.

Atto terzo. Quella bozza di decreto suscita preoccupazioni e proteste, anche perché invade il territorio di competenza delle Regioni. Per trovare un accordo viene convocata la Conferenza unificata Stato-Regioni. Si adotta allora una procedura anomala che viola espressamente l’art.117 della Costituzione, secondo il quale una legge dello Stato deve determinare i principi fondamentali delle leggi regionali; si stipula invece un’intesa tra governo e Regioni. Tale intesa prevede una precisa sequenza: il governo si impegna a emanare entro 10 giorni un decreto legge di semplificazioni normative, e dopo le Regioni sono tenute a emanare propri provvedimenti conformi alle linee guida generali dello Stato. Alla lettera di convocazione è allegata una bozza di decreto legge della seconda versione di questo Piano casa. In essa una serie di semplificazioni, che colpiscono non solo il codice dei beni culturali ma persino le norme antisismiche, invitano in pratica i costruttori ad eludere e le Regioni a sostituire ogni garanzia preventiva con controlli successivi alla costruzione, anche con metodi a campione.

Atto quarto. Il terremoto d’Abruzzo rende più rischiosi e impopolari gli aspetti più irresponsabili del Piano casa come la semplificazione delle norme antisismiche o la deresponsabilizzazione dei progettisti e delle imprese di costruzione. Il governo si blocca e non riesce ad emanare entro dieci giorni un decreto legge quadro. L’accordo governo Regioni così è del tutto saltato. Eppure le Regioni si affrettano a legiferare anche se in mancanza di una legge nazionale di riferimento, e quindi senza rispettare l’art.117. Ciò comporta un labirinto di norme che variano di regione in regione. Quindi, nonostante l’inosservanza del patto governo Regioni, il Piano casa dilaga in tutta Italia.

Atto quinto. Successivamente il governo vara l’attuazione del Piano casa per l’edilizia residenziale pubblica. Con questo Piano il governo si prefigge di realizzare centomila alloggi in 5 anni, stanziando 350 milioni di euro in favore di categorie svantaggiate. Torna così a galla con 200 milioni in meno il piano lanciato dal governo Prodi con un finanziamento di 550 milioni.

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/15 Architettura del paesaggio

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher kmln di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'architettura del paesaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof Di Mauro Leonardo.
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