Napoli mediatrice di culture
Fondazione e rifondazione di una città di mare
È indubbio che Napoli sia stata in origine una città di mare. Lo stesso mito della fondazione è legato al mare, fondazione che sarebbe avvenuta presso il sepolcro di una giovane vergine chiamata Partenope assimilata poi alle Sirene dai colonizzatori greci. Tuttavia è evidente che col tempo la prima fonte di sostentamento divenne la fertile campagna a scapito del mare. Ciò tuttavia non ha impedito che essa fosse costantemente percepita come una città di mare. A segnare una definitiva frattura saranno poi gli interventi urbanistici dell’Ottocento e Novecento.
Napoli significa “città nuova” (Νέα Πόλις). La storiografia appare orientata verso l’ipotesi dello spostamento di una vecchia città in un nuovo sito anche se rimangono i quesiti sul rapporto tra il vecchio e il nuovo centro. Una risposta può essere cercata volgendo uno sguardo alle vicende che interessarono la costa tirrenica della Campania che vide l’emergere di Cuma, colonia greca che cercò di garantirsi il controllo del golfo di Napoli attraverso tre porti: uno nell’insenatura protetta dal capo Miseno; uno sulla costa tra Baia e Posillipo dove un gruppo di aristocratici dell’isola di Samo fondò Dicearchia (Pozzuoli); ed infine quello di Partenope creato dai Rodi sull’isoletta di Megaride (Castel dell’Ovo) e da cui si sviluppò un abitato sulla collina antistante (Pizzofalcone).
La necessità della lotta contro gli Etruschi costrinse però i Cumani a chiedere l’aiuto di Gerone, signore di Siracusa, che sconfisse la flotta etrusca assumendo il controllo politico del golfo. Partenope, che fino ad allora era stato un semplice approdo fortezza, fu trasformata in una città nuova, Neapolis, probabilmente per iniziativa di Gerone. La nuova città, in rapporto alla vecchia che fu detta Palaeapolis, si configurò come un nuovo insediamento che si aggiunse al primo senza determinarne l’eclisse. La scelta del nuovo sito partì dall’individuazione di un sistema triangolare di colline, quella del Vomero e quella di Palaeapolis e Neapolis.
A quel tempo il sito prescelto si presentava tra via Foria, Castelcapuano, il mare e via Montoliveto molto più isolato ed elevato rispetto alla linea costiera di quanto non appaia oggi, e quindi ben protetto; era però aperto verso l’area vesuviana e la pianura campana per cui si costruì una cinta muraria. La natura dei luoghi influì anche sulla pianta urbana, detta impropriamente ippodamea, essendo riconducibile a modelli siciliani anteriori ad Ippodamo, e che si sviluppò solo in parte secondo un preciso piano urbanistico dovendo adeguarsi ai diversi dislivelli.
La città si venne organizzando intorno a tre strade principali plateiai (oggi decumani) orientate in senso est-ovest e larghe circa 6 metri, sulle quali si innestavano ad angolo retto diverse strade anguste indirizzate all’area portuale dette stenopoi, creando in tal modo degli isolati. Al centro della città, in via dei Tribunali, era situata l’agorà delimitata in alto dal tempio dei Dioscuri, mentre sull’acropoli (Museo Nazionale) sorgevano i principali edifici sacri (santuario di Demetra e Persefone, divinità mondo agrario).
Venuta meno l’egemonia siracusana nel golfo si posero il problema di trovare adeguati sostegni politici e militari per evitare un pericoloso isolamento nei confronti soprattutto dei Sanniti che avevano dato vita ad uno stato campano insieme agli Etruschi. Dopo un aspro confronto tra il partito aristocratico, favorevole alla resistenza ad oltranza, e quello popolare, non interessato al mantenimento dell’assetto politico-sociale (costituzione democratica con collegio di magistrati e un consiglio sulle cui proposte si pronunciava l’assemblea cittadina) fu trovato un compromesso: i campani rinunciarono alla conquista armata in cambio dell’inserimento di un buon numero di loro all’interno dell’area urbana. Ottima soluzione che permise di conservare la lingua, i culti e le tradizioni, nonché l’indipendenza fino alla conquista romana.
La città virgiliana
Nel 326 a.C. Napoli coinvolta nella seconda guerra sannitica si arrese al console C. Publicio Filone, concludendo con Roma un trattato di alleanza che diede nuovo impulso alla sua attività commerciale e fece di essa il principale tramite con l’ambiente greco dell’Italia meridionale, consentendole di conservare la sua autonomia e le sue istituzioni e quindi la sua grecità. Tuttavia le testimonianze sul ruolo culturale di Napoli non risalgono all’età greca ma a quella romana, e vanno colte non nell’area urbana quanto nel territorio che andava dai Campi Flegrei a Ercolano e nei centri prestigiosi di Pozzuoli, nell’Accademia flegrea, e Ercolano, nel circolo epicureo, circolo frequentato anche da Virgilio, ed è importante ricordare che egli volle essere sepolto a Napoli.
Il centro urbano fu suddiviso in regiones: Campana, Herculanensis, Nilensis, Montana. L’area più interessata dalla costruzione di edifici pubblici fu naturalmente quella dell’antica agorà, che trasformata nel foro conservò il suo carattere pubblico. Tale area era delimitata a nord dal tempio dei Dioscuri, sopra di esso furono costruiti due teatri: uno coperto, l’odeon, destinato agli spettacoli musicali; ed uno scoperto di dimensioni più grandi, dove si rappresentavano commedie. L’area dell’antica agorà fu ampliata per realizzare un altro foro, ovvero un mercato che aveva il suo centro nel macellum, un edificio a corte porticata destinato al commercio dei generi alimentari.
Tra gli interventi urbanistici è da ricordare lo scavo di un tunnel lungo oltre 700 metri per abbreviare la strada tra Napoli e Campi Flegrei. Inoltre fiorirono diversi complessi termali. Nella prima età imperiale fiorì l’edilizia privata con la costruzione di lussuose dimore nell’area dell’antica acropoli (Policlinico), nonché di grandi tombe a camera con volte dipinte nelle necropoli fuori le mura. Allora Napoli aveva perso da tempo il ruolo di principale porto del Tirreno a favore di Pozzuoli, e quello di produttrice di monete per i suoi bisogni e per quelli di Roma. Continuava però la produzione di profumi e unguenti e della cosiddetta ceramica campana. Inoltre anche se in maniera ridotta continuava l’attività cantieristica.
Napoli trasse beneficio dal conferimento del titolo di colonia, titolo che comportava diversi vantaggi. Questo contribuì al superamento delle difficoltà economiche dovute soprattutto alla concorrenza dei prodotti a prezzi più bassi che venivano dalle province. Si hanno segni di risveglio da parte della Campania in generale, infatti Capua divenne sede del governatore della Campania. Riprese in tal modo l’evergetismo ma in una nuova veste, agli interventi occasionali di diversi privati si sostituiva il protettorato di un unico potente che si assumeva l’impegno di tutelare gli interessi della città.
Intanto i napoletani avevano preso a praticare al posto della vecchia religione pagana i nuovi culti orientali e si stava sperimentando un nuovo tipo di patrocinio quello dei patroni celesti, vari documenti riportano una serie continua di vescovi tra cui Agrippino il primo patrono di Napoli. Con l’episcopato di Severo siamo in un periodo in cui il cristianesimo si è definitivamente affermato e segna lo spazio urbano con la costruzione delle prime chiese (in genere riutilizzando strutture e materiali dei templi pagani). Esempi sono la chiesa di Santa Restituta, di San Severo alla Sanità e di San Lorenzo (costruita sulla piattaforma di fango alluvionale che sommerse il foro e devastò il macellum). Ricordiamo inoltre la chiesa di San Paolo Maggiore l’unica che abbia conservato elementi della preesistente costruzione ovvero il tempio dei Dioscuri.
Nel frattempo si erano formati grandi complessi cimiteriali importanti anche per le pitture paleocristiane, tra cui ricordiamo le più famose catacombe dette di San Gennaro. In questo periodo oltre alla crescente pressione fiscale causata dalla necessità della difesa, e alla concorrenza delle province che bloccavano la ripresa economica, si presentò il problema delle invasioni germaniche. Napoli non fu toccata dai Visigoti di Alarico né dai Vandali di Genserico, tuttavia l’imperatore Valentiniano III ne fece ugualmente restaurare le mura. Nello stesso tempo la città fu dotata di un potente avamposto difensivo con la trasformazione in fortezza della villa di Lucullo sul monte Echia.
Patroni celesti e patriottiche virtù
Le prime difficoltà iniziarono con lo scoppio della guerra greco-gotica, infatti la città oppose una fiera resistenza alle truppe bizantine di Belisario, e se quest’ultimo riuscì a prenderla fu solo grazie alla scoperta di una via segreta attraverso l’acquedotto. Saccheggiata dai Bizantini si arrese, dopo tre mesi di assedio, per fame ai Goti. La loro definitiva sconfitta ad opera di Narsete segnò il ritorno di Napoli nell’ambito dell’organizzazione politica dell’impero bizantino voluta da Giustiniano basata sulla distinzione tra potere civile e potere militare. L’imperatore, inoltre, estese la validità del Corpus Iuris Civilis all’Italia.
Intanto erano iniziati gli interventi delle autorità bizantine a favore della città, e in particolare priorità fu data al problema della sicurezza. Narsete ampliò il circuito delle mura saldandole all’impianto portuale. Mentre Belisario aveva provveduto a colmare i vuoti che si erano aperti nella popolazione facendovi arrivare uomini e donne dai centri abitati di un ampio territorio. La discesa dei Longobardi in Italia nel 568 creò però dopo pochi anni una situazione del tutto nuova. L’emergenza della guerra portò a concentrare tutti i poteri nelle mani di un esarca. Dato che l’impero non poteva inviare truppe poiché impegnato in oriente, la difesa doveva essere gestita a livello locale.
Lo stato di guerra continua portò all’autonomia da Bisanzio e successivamente alla creazione del ducato ereditario ad opera di Sergio I, associandosi il primogenito Gregorio, e facendo conferire ad Attanasio il vescovato di Napoli e a Stefano quello di Sorrento. Grazie al coraggio e alla coesione dei napoletani durante questi lunghi periodi di guerra e grazie anche alle amenità del luogo Napoli raggiunse una grande considerazione. Infatti Ottaviano Augusto ordinò di chiamarla Neapolim da intendere come “dominatrice di nove città”. Ad alimentare le glorie cittadine contribuì un altro fattore, ovvero la ricerca di protezione attraverso l’acquisizione di reliquie di santi. Il trasferimento più massiccio di tali reliquie fu quello operato dal vescovo Giovanni IV il quale fece traslare nella cattedrale i corpi dei suoi predecessori.
La ripresa economica è stata tradizionalmente individuata nello sviluppo dell’artigianato attraverso la lavorazione dei metalli ma soprattutto del lino e della ceramica. Inoltre il porto assunse un’importanza di gran lunga superiore a quella di età romana. La fioritura sul piano culturale fu possibile grazie all’impulso dei duchi in particolare Giovanni III e sua moglie Teodora i quali raccolsero nella loro biblioteca testi greci e latini, tra questi il romanzo di Alessandro.
Nonostante il greco fosse ormai riservato all’élite, espressioni della grecità di Napoli nell’alto Medioevo sono la diaconica e la staurita. La diaconica aveva il compito di provvedere alle opere caritative e assistenziali a favore dei poveri. La staurita era un rito in cui si portava in processione la croce, la processione muoveva dalla cattedrale e si fermava agli angoli delle strade dove la croce veniva inalberata su altari occasionali. Tuttavia la regolarità del rito portò a trasformare gli altari temporanei in impianti stabili, come edicole o cappelle.
Napoli nobilissima: la città dei re
Con l’inizio del nuovo millennio il quadro politico dell’Italia meridionale si fa più complesso soprattutto per la comparsa dei Normanni che in breve tempo si impadroniscono dei territori dei bizantini e dei longobardi trovando però un ostacolo insormontabile proprio in Napoli il cui duca Sergio VI si volse in tutte le direzioni in cerca di supporto. Lo stesso fece Sergio VII il quale strinse alleanze con i signori normanni Roberto di Capua e Rainulfo d’Alife, che si opponevano a Ruggiero II incoronato re di Palermo. Napoli fu così in grado di resistere ad un lungo assedio, tuttavia alla morte del duca non essendoci più possibilità di autonomia politica i napoletani recatisi a Benevento presso il re gli consegnarono la città.
La perdita dell’autonomia politica, se comportò il trasferimento del governo cittadino dalle forze locali al delegato del potere regio (il compalazzo), non causò sconvolgimenti sul piano sociale infatti al compalazzo era affiancato un collegio di giudici nominati dal sovrano ma proposti dalla comunità cittadina. Tale assetto rimarrà immutato per tutta l’età normanna. Con la morte di Guglielmo II iniziò un periodo di grande incertezza politica fino a quando Federico II non prese in pugno le sorti del Regno.
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