Storia dell'architettura
Introduzione
Sebbene sia di Vitruvio il primo trattato di architettura a noi pervenuto, è Leon Battista Alberti che quattordici secoli dopo scrive la prima grande opera di testi antichi e opere architettoniche: il De re aedificatoria. Secondo la concezione dell’Alberti, l’architettura è una disciplina fatta da tutti gli edifici costruiti nei vari secoli e compito dell’architetto è conoscere, studiare e capire tutte queste opere, al fine di ricostruire questa tradizione e potervi apportare delle innovazioni. Secondo quanto egli scriveva nel suo trattato, l’architetto ha il compito di pensare, mentre spetta al manovale il compito di costruire, questo perché vi è una sostanziale differenza fra chi pensa e chi invece esegue: è l’architetto ad avere dignità, fama e sapere e in lui coincidono figure quali l’intellettuale, il privilegiato, lo studioso.
L’architettura è l’arte pubblica per eccellenza, data la sua visibilità che spetta a tutti, ma solo l’architetto ha le capacità e le conoscenze per individuare cosa vi è di prezioso e ammirevole in un’opera. A tal fine è indispensabile lo studio di tutta la tradizione precedente, senza pregiudizio alcuno e senza imitazioni, ma solamente innovazioni. È proprio per questi motivi che l’Alberti scrive il suo trattato in latino, al fine di rivolgerlo agli illuministi suoi pari, ma nonostante ciò non disdegna nemmeno i manovali, poiché egli si concentra e pone la sua attenzione alle tecniche costruttive proprie delle botteghe artigiane. L’architettura è per l’Alberti la parte intellettuale della progettazione, la parte aurea. È anche per questo motivo che molti architetti del ‘400 hanno origini come pittori e scultori e fanno della Roma antica loro principale riferimento di studi e ricerche.
Il Quattrocento italiano
Il Quattrocento italiano è il momento nel quale prende avvio il Rinascimento. Tale termine è coniato solo nell’Ottocento e oltre ad individuare un preciso periodo storico e artistico, porta con sé il pregiudizio di rinascita della cultura antica e classica su quella del Medioevo. È negli anni Settanta del ‘400 che Antonio Puccio Manetti scrive la biografia di Filippo Brunelleschi, inquadrandolo come l’iniziatore della nuova tradizione architettonica e artistica a Firenze.
Firenze nei primi anni del ‘400 è il maggior centro artistico d’Italia, data la sua concentrazione di artisti, intellettuali e committenti. La città ha inoltre una politica e una società ben sviluppata ed è, assieme a Venezia, la sola repubblica del territorio italiano, poiché le altre città della penisola sono organizzate in signorie. Giovanni Rucellai, mercante e principale committente dell’Alberti, descrive il Brunelleschi come “il resuscitatore delle mura antiche”. Il Brunelleschi non è infatti ben visto dagli intellettuali fiorentini, finché non arriva il compimento nel secondo decennio del secolo della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, simbolo assieme al municipio della città tardo-medievale.
Il cantiere si conclude nel 1417, eccezion fatta per la cupola, disegnata e costruita a partire dal 1418 dal Brunelleschi. La grossa difficoltà dell’intervento consisteva nel fatto che l’enorme struttura sottostante aveva un diametro di quasi 40 metri, una misura superata solo dal Pantheon, che il Brunelleschi ben conosceva. Arduo compito era, pertanto, quello di trovare una corretta soluzione per eseguire la cupola ottagonale, già presente nei disegni di Arnolfo di Cambio per la progettazione della chiesa, che presenta impianto composito (pianta centrale ottagonale ed impianto longitudinale).
La Fabbrica del Duomo (l’ente per la manutenzione di Firenze) indice un concorso, vinto appunto dal Brunelleschi, che mostra un modello in mattoni che non richiede l’uso di centine durante la costruzione, poiché la struttura è auto-portante. Il cantiere è così affidato al Brunelleschi e a Lorenzo Ghiberti, entrambi orafi e scultori. Brunelleschi da subito adotta un comportamento teso ad escludere l’altro e alla fine riesce a mandarlo via; inoltre licenzia tutti gli operai e assume altre maestranze.
Ciò diviene caratteristico della persona dell’architetto: tutte le figure del cantiere devono far capo a lui e non più alle arti, data la sua posizione di privilegiato e d’intellettuale. Questo porta conseguenze su tutta la società: il governo, che prima era composto ed eletto dalle corporazioni, è ridotto di numero e il potere passa in mano a pochi eletti di spiccato peso sociale e culturale. E in tutto questo sono in particolare artisti e intellettuali ad acquisire valore.
Brunelleschi inizia, così, i lavori per la costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore, prendendo come esempi esperienze antiche, prima su tutte quella del Pantheon. Secondo quanto scrive Manetti, il Brunelleschi va a Roma con Donatello per studiare le opere antiche. Qui ha modo di osservare la cupola del Pantheon, eseguita in calcestruzzo a getti successivi e formante un elemento unico inserito in una struttura esterna che, salendo, la contiene.
Egli, invece, per la Cattedrale di Firenze progetta una doppia calotta di mattoni, più spessa e con funzione portante quella interna e più leggera e con funzione protettiva quella esterna, con un’intercapedine centrale vuota. Altra differenza con il Pantheon consiste nel fatto che il Brunelleschi non può assottigliare i muri della cupola man mano che sale, poiché in sommità ci andrà la lanterna, assente a Roma.
Trova allora spunto da un edificio di fondazione romana fronteggiante la Cattedrale: il Battistero di San Giovanni. Questo ultimo presenta la copertura a calotta a sesto rialzato, cui è aggiunto un involucro di marmo bianco e un attico che chiude la cupola: in tal modo si crea nella parte bassa un’intercapedine fra la calotta e il rivestimento in pietra. Il Brunelleschi, così, progetta una struttura innovativa, traendo spunto dai due esempi sopra indicati. Innerva tutta la struttura con costoloni di pietra, dei quali irrigidisce quelli dell’intercapedine (più caricati) con degli archi traversi e lascia a vista quelli sullo spigolo delle vele; dispone, poi, delle catene in pietra in senso longitudinale e radiale (di queste ultime si vede la testa dall’esterno) ed una successiva catena lignea secondo la teoria del Ghiberti, il tutto per irrigidire la struttura e permetterne la messa in opera.
Realizza la parte inferiore della cupola con pietra, per poi procedere in mattoni allettati con malta a presa rapida. Inoltre l’intercapedine è percorribile da un sistema di scale e rampe e tra un costolone e l’altro è possibile individuare gli archi sopra citati; nella zona superiore la scala diventa radiale, fino a raggiungere degli ambienti in sommità che cerchiano il foro centrale, sormontato dalla lanterna costruita in seguito sempre su progetto del Brunelleschi. La forma della cupola, con richiami gotici, è dettata da necessità di carattere strutturale: grazie alla minore inclinazione rispetto alla parete concava di una cupola emisferica, gli spicchi possono essere costruiti senza bisogno di centinature e appoggi da terra, ma bastano dei semplici ponteggi per stabilizzare la struttura; inoltre, viene sfruttata la coesione dei mattoni disposti a spina di pesce, che costituiscono un dispositivo auto-portante.
Importante caratteristica è inoltre la presenza di nervature verticali nella muratura primaria, che permettono la messa in opera dei mattoni all’interno della fila. Ancora una volta per studiare al dettaglio la cupola Brunelleschi trae esempio dall’antichità: egli si rifà probabilmente alla villa di Diocleziano a Spalato del quarto secolo d.C. che presenta una forma esterna ottagonale ed un’interna circolare chiusa con una volta a calotta realizzata in mattoni, i quali sono usati come riempimento regolare di corsi ad arco.
Pare, infatti, che fra le maestranze del Brunelleschi ci siano operai di origine dalmata, che possono aver conosciuto l’edificio di Diocleziano. Per quanto riguarda le tonalità della cupola, essa compare con il rosso dei mattoni e il bianco dei costoloni di pietra, che riprendono linearmente i contrafforti della parte sottostante della Cattedrale e che sono richiamati anche nella lanterna. Tale bitonalità è scelta sia per motivi visivi della struttura nel suo complesso, che per motivi estetici.
Al proprio interno, invece, si trovano numerosi dipinti e mosaici cinquecenteschi, proprio come voleva il Brunelleschi. Oltre a tutto ciò, per la prima volta nella storia dell’architettura viene usato un rapporto di curvatura di 1:2 tra il raggio e l’altezza della cupola, una delle tante innovazioni che verranno introdotte durante il Rinascimento.
Parallelo alla costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore è l’ospedale degli Innocenti, iniziato nel 1419 a spese dell’Arte della Seta, su committenza di un piccolo produttore. Tale edificio costituisce una struttura razionalmente studiata e funzionalmente attrezzata per rispondere ad un’esigenza sociale pressante: il ricovero, la cura e l’educazione dei bimbi abbandonati: siamo nell’epoca del più vivo impegno civile di Firenze, quello delle grandi opere pubbliche, realizzate nella profonda fede nella dignità del bene comune.
L’edificio ha un chiaro impianto simmetrico, organizzato attorno al cortile centrale quadrato e al porticato che gira su tutti e quattro i lati, che viene richiamato dal ritmo delle nove arcate della loggia in facciata. Quest’ultima è chiusa alle due estremità da campate più ampie disposte su pilastri liberi poggianti su setti murari, che hanno lo scopo di inquadrare la visione prospettica dell’intero fronte della piazza a distanza. Qui la geometria diviene rigorosa, le proporzioni metriche controllate, la sintassi stringente: l’altezza delle colonne è esattamente pari alla larghezza dell’intercolunnio e alla profondità della loggia (in rapporto 1:1), mentre l’arco superiore è esattamente un semicerchio (in rapporto perciò con la colonna di 1:2).
Una delle tante novità introdotte dal Brunelleschi nell’ospedale degli Innocenti riguarda l’utilizzo di una volta a vela a pianta quadrata in chiaro riferimento bizantino, anziché della tradizionale volta a crociera innervata da costoloni di derivazione tardo-gotica. Materiali quali la pietra serena e l’intonaco a calce, con una gotica distinzione tra membrature e superfici murarie, evidenziano la chiarezza dell’impianto e la logica del disegno. Tutti questi accorgimenti saranno ripresi più volte dal Brunelleschi, che pur cambiando l’architettura, lascia pressoché inalterati i dettagli, quasi come se non contasse il loro rapporto con l’edificio: ciò è in netto contrasto con l’ideologia architettonica del Quattrocento.
Lo schema col piano terreno porticato a colonne e il piano superiore chiuso con finestre sarà ripreso più volte in altri tipi d’edifici. Il Brunelleschi per l’ospedale degli Innocenti giunge alla realizzazione di un capitello pseudo-composito, con due giri di foglie successive, volute quasi uguali agli angoli e al centro e giro di ovuli sotto l’abaco; superiormente inoltre aggiunge un concio di pietra strutturale al fine di appoggiarvi l’arco, che non è chiuso in corrispondenza del capitello, ma lascia alla forma una certa continuità. Anche questo accorgimento trova riferimento nel peristilio del palazzo di Diocleziano a Spalato, mentre sarà pratica del Brunelleschi chiudere gli archi ogivali di Santa Maria del Fiore, per creare una distinzione tra arco ed elemento orizzontale.
Le finestre del piano superiore, invece, presentano superiormente un timpano triangolare, composto di architrave, fregio e cornice. A differenza della tradizione antica, che vede la trabeazione divisa in tre fasce, quali architrave, fregio, cornice, tutte con modanature intermedie, come sottocornici e gocciolatoi, come si osserva nel Pantheon, il Brunelleschi cambia le dimensioni ai vari elementi e dona maggior spessore all’architrave, sopra la quale c’è il fregio e poi la cornice, che è ridotta ai minimi termini. In tale occasione, l’architetto richiama diversi elementi della tradizione fiorentina, in particolare con il già citato Battistero. Dall’attico di questo edificio, inoltre, egli trae spunto per girare ad angolo retto l’architrave e farla scendere parallelamente alla parasta, in tal modo può mantenere la stessa forma su tutto l’edificio.
Come scrive il Manetti, questa soluzione potrebbe non essere riconducibile al Brunelleschi, ma sia invece una delle tante alterazioni successive che ha subito l’ospedale degli Innocenti nel corso degli anni.
Queste prime prove parziali sono state importantissime per il Brunelleschi per mettere a punto la propria idea di architettura, così come si manifesta in modo compiuto nella sacrestia Vecchia di San Lorenzo. L’incarico gli viene conferito da Giovanni di Averardo de’ Medici nel 1419 e costituisce la cappella funeraria della famiglia, che ha pure il patronato delle adiacenti cappelle.
I lavori procedono di pari passo con la ricostruzione dell’intera chiesa di San Lorenzo, che verrà finita in seguito alla sacrestia Vecchia, mentre più tardi sarà affidata a Michelangelo la realizzazione della sacrestia Nuova a quella del Brunelleschi. L’impianto della sacrestia Vecchia presenta un vano cubico coperto superiormente da una cupola in mattoni e pietra, non visibile dall’esterno, poiché è sormontata da una copertura spoglia inclinata; tale vano quadrato si apre in un locale minore, la “scarsella”, pure quadrato e coperto da una cupoletta su pennacchi.
Lo schema d’insieme della sacrestia è del tutto simile per dimensioni, forme e particolari all’impianto del battistero della cattedrale di Padova, città conosciuta dal Brunelleschi. Altro esempio risalente al quarto secolo che può aver ispirato il Brunelleschi è la basilica costantiniana sulla tomba di Cristo a Gerusalemme, la quale presenta attorno al sepolcro una rotonda con tre nicchie lungo gli assi e in capo una copertura tronco-conica. Brunelleschi riprende l’idea delle tre nicchie e della copertura tronco-conica, sopra la quale però pone una lucerna.
La soluzione degli interni, però, è del tutto nuova. Egli dispone all’interno dell’invaso quadrato delle paraste in pietra serena, che mette a confronto con le pareti bianche e lisce. Questo porta ad avere un’architettura sobria e lineare, nella quale solo la parete in cui vi è l’altare è maggiormente decorata. La sacrestia è segnata agli angoli da paraste piegate a libro, che sorreggono una trabeazione tripartita all’antica, con il fregio ornato con teste di rossi cherubini e di azzurri serafini, e la cornice molto ridotta, che gira tutta intorno alla sacrestia ed entra anche nella scarsella. A sua volta la trabeazione sostiene gli archi, che sono più fini in corrispondenza delle semi-paraste e più grossi dove la parasta è intera. All’interno della scarsella le paraste assumono aspetto filiforme. Oltre gli archi sono erette le cupole su pennacchi.
Ancora una volta il Brunelleschi si rifà al Pantheon, nel quale già compaiono le paraste piegate. Con la sacrestia Vecchia egli mette a punto il suo capitello personale, che userà sempre: questo è abbastanza simile a quello dell’ospedale degli Innocenti, ha quindi due giri di foglie d’acanto (in cui non si vedono gli steli, poiché sono su due file successive), ma non compaiono più gli ovuli sopra le volute, e queste ultime trovano differenze artistiche a seconda della loro posizione sul capitello; inoltre, l’abaco presenta una rosetta. Il capitello, pertanto, non può di certo essere considerato di tipo organico.
Architettura sacra
Altra architettura sacra di quei tempi, ma non eseguita dal Brunelleschi, è il tabernacolo per la Parte Guelfa di Orsanmichele, progettato da Donatello e Michelozzo. Il tabernacolo è composto di due paraste che sorreggono una trabeazione ed un timpano triangolare raffigurante la trinità a tre teste; il fregio presenta teste alate e ghirlande. La nicchia è ricavata all’interno delle due paraste ed ha la calotta decorata con conchiglie. Viene ripreso per questa architettura il mausoleo di Adriano, dal quale Donatello e Michelozzo prendono alcuni elementi e gli conferiscono una visione più cristiana.
A differenza del Brunelleschi, che presenta un’architettura chiara, lineare, continua, uniformemente illuminata, con ombre minime e rilievi bassi, Donatello ricerca maggiormente gli effetti di volume e considera in maniera più larga ombre, rilievi e scavi, al fine di creare giochi ottici e accorgimenti vari per una migliore visione delle sue architetture. Caratteristica di Donatello, inoltre, è quella di lavorare allo stesso tempo con forme diverse, ovvero di inserire nel tabernacolo un’altra struttura come la nicchia, formata da paraste e arco. Caratteristica questa che diverrà tipica del Quattrocento fiorentino e di Donatello. Una soluzione simile la troviamo anche nella Trinità del Masaccio a Santa Maria del Fiore, che presenta capitello e paraste in stile brunelleschiano, colonne ioniche e volta scavata a cassettoni con la costola centrale in asse.
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