Gli inizi delle operazioni europee in Africa
Con la conquista di Ceuta, nel 1415, il Portogallo si trovò lanciato in una serie di campagne per la conquista di terre nel Marocco. Ciò gli offrì l’opportunità di acquisire informazioni sul commercio trans-sahariano e sulle terre al di là del Sahara.
Intorno al 1419, il principe Enrico, figlio del primo re Aviz, prese parte ai viaggi d’esplorazione verso sud e ovest nell’Atlantico, che gli avrebbero valso il nome di Enrico il Navigatore. Non fu che nel 1434 che l’ostacolo della costa del Sahara, arida e molto scarsamente abitata, fu superato e l’impresa di Enrico prese velocità. Egli dieci anni dopo si stabilì a Sagres, il punto più sud occidentale d’Europa, da dove i suoi capitani si spingevano ogni anno più lontano lungo la costa africana, prendendo accuratamente nota di idrografia, popolazioni, usanze e vita economica. In questo modo, ogni nuovo capitano che partiva da Portogallo, poteva disporre di conoscenze sempre maggiori, con maggiori possibilità di successo.
Obiettivi dell’impresa di Enrico
Sembra che la circumnavigazione dell’Africa e l’ingresso nell’Oceano Indiano e nel suo sistema commerciale, fossero fin dall’inizio gli obiettivi dell’impresa di Enrico. Se i portoghesi avessero potuto dirottare una parte del commercio dell’oro, allora i marocchini, loro rivali, si sarebbero indeboliti.
Il processo di esplorazione portoghese procedette per fasi. Per oltrepassare il capo di Bojador ci vollero 15 anni, e 10 per esplorare la costa sahariana e arrivare a Capo Verde. Ma all’epoca della morte di Enrico, i suoi capitani si erano spinti fino alla Sierra Leone e le isole di Capo Verde erano state scoperte e colonizzate, come base commerciale con le vicine coste della Guinea.
L'espansione portoghese e le sue conseguenze
Dopo il 1460 la politica reale portoghese tornò a concentrarsi sul Marocco. Ma dal 1440 i viaggi dei capitani di Enrico avevano rivelato possibilità commerciali sempre più interessanti, come le secche pescose di Capo Bojador, o il commercio di schiavi neri dalla Guinea.
Presto i portoghesi si trovarono alle prese con i mercanti europei concorrenti e con mezzi diplomatici ottennero bolle papali che gli garantivano diritti esclusivi. Furono così costruite basi fortificate sull’isola di Arguin e a Santiago, nelle Isole di Capo Verde.
- Nel 1469, un importante mercante di Lisbona, Fernao Gomes, si assicurò il commercio al di là della Sierra Leone, a condizione che le sue navi esplorassero un centinaio di leghe di nuova costa all’anno.
- Fu così che i suoi capitani scoprirono le isole di Fernando Po e Sao Thomè, avanzando più a sud, fino ad oltrepassare l’equatore.
- Nel 1471 avevano scoperto la terra che i portoghesi chiamavano Mina (miniera), la costa del moderno Ghana (Costa D’Oro).
L’obiettivo economico dell’impresa di Enrico, di intercettare le ricchezze aurifere dell’Africa occidentale era stato raggiunto e tre ne furono le conseguenze:
- La corona portoghese decise di non rinnovare il contratto a Gomes ed imporre il controllo reale diretto sulla Costa d’Oro.
- Fu costruita la terza base fortificata a Sao Jorge de Mina.
- I navigatori alle dirette dipendenze della corona aumentarono il ritmo delle esplorazioni fino a raggiungere la foce del Congo.
Esplorazioni successive e consolidamento del potere portoghese
Nel 1488, Bartolomeu Dias doppiava l’estremità dell’Africa tentando un’incursione nell’oceano Indiano meridionale, ma si rese conto che avrebbe dovuto prima studiare i sistemi ivi praticati; così Giovanni II vi inviò degli esploratori, tra cui Pero de Covilha fu quello che ottenne maggior successo e nello stesso anno di Dias, ispezionò i mercati di spezie della costa occidentale dell’India per poi muoversi in direzione del Golfo Persico e dell’Africa Orientale. Due anni dopo era al Cairo, quando un missionario di Giovanni II gli ordinò di completare la missione di Pavia, recandosi in Etiopia; ma una volta giunto, non gli fu concesso di tornare in patria.
Nel 1497 Vasco de Gama fu inviato a compiere il suo viaggio verso l’India, attraverso il Capo di Buona Speranza e la costa dell’Africa Orientale, a causa della morte di Giovanni II e della ricerca di una rotta di navigazione nell’Atlantico, migliore di quella seguita da Dias. Vasco de Gama seguì un percorso più favorevole, inoltrandosi più a ovest nell’Atlantico, violando i diritti navali dei Musulmani. De Gama fece rotta alla volta dell’Africa meridionale, approdando appena a nord del Capo, poi procedette lungo la costa fino al Mozambico, attraverso l’Oceano Indiano fino al porto delle spezie di Calcutta dove, con la sua flotta, approdò nel 1498. Quando De Gama fece ritorno in patria, convinse le autorità portoghesi che l’obiettivo principale dell’impresa (iniziata da Enrico in Navigatore) era nelle loro mani.
Il viaggio di De Gama fu seguito dall’invio annuale di flotte. Nel 1502, egli, con un secondo viaggio, incominciò ad imporre la sovranità portoghese sui maggiori porti dell’Africa Orientale, dopo di che, i due viceré portoghesi delle Indie, Francisco de Almeida e Alfonso de Albuquerque, posero le basi del dominio portoghese dell’Oceano Indiano. Fu stabilito un quartier generale permanente a Goa, sulla costa occidentale dell’India e con il controllo di tutti i principali porti dell’Africa Orientale, aveva assicurato ai portoghesi la fedeltà anche di Zanzibar e Malindi.
Mombasa (Kenya) fu saccheggiata nel 1505, per erigere dei forti portoghesi, necessari per ottenere il controllo sul commercio dell’oro dell’Africa Orientale, mentre Mozambico divenne il quartier generale portoghese locale.
Quando le flotte egiziane prima e ottomane poi cercarono di contrastare il dominio portoghese sull’Oceano Indiano occidentale, subirono una sconfitta decisiva.
Competizione e conflitti con altre potenze
Negli anni novanta del quindicesimo secolo, i Portoghesi erano padroni del campo. Gli avversari più pericolosi per i portoghesi erano i naviganti e mercanti della Castiglia. Ma dal 1492 in poi, lo sfruttamento del Nuovo Mondo, scoperto da Colombo, fornì uno sbocco per la potenza spagnola (Castiglia e Aragona).
Durante la prima metà del sedicesimo secolo, in Africa furono realizzate molte iniziative commerciali francesi e inglesi, ma nessuno di questi viaggi si spinse oltre il Golfo di Guinea così che il monopolio portoghese al di là di questo confine si mantenne intatto. Dopo la quinta decade del sedicesimo secolo, i portoghesi non ebbero praticamente rivali nel commercio africano, finché i mercanti olandesi cominciarono a fare la loro comparsa sulla scena. Per più di un secolo quindi il Portogallo detenne il monopolio quasi totale.
Politica e strategie di controllo portoghese in Africa
Il principio che guidò la politica portoghese in Africa fu quello di mantenere le responsabilità territoriali e amministrative al minimo indispensabile, per controllare le attività commerciali già esistenti che potevano giovare al commercio portoghese in Europa o nel resto del suo impero; ma le sole cose che l’Africa sembrava offrire dal punto di vista portoghese erano oro e schiavi. Lunghe estensioni di costa furono quindi ignorate.
Sulla costa Orientale, le mire portoghesi erano di esplorare la possibilità di sviluppare un’alleanza attiva con la monarchia cristiana dell’Etiopia e ottenere il controllo dell’esportazione d’oro dalle miniere del paese dei Monomotapa. Ma le autorità etiopiche non furono molto favorevoli, finché non divennero consapevoli dei pericoli che comportava il dominio ottomano del Mar Rosso.
La conseguente acquisizione di armi da fuoco da parte dei musulmani della zona e l’inizio dell’offensiva di Ahmad Gran, contro di loro a partire da Adal, li spinse a chiedere aiuto al Portogallo, che nel 1541 rispose inviando la spedizione di de Gama, che si rivelò di grande aiuto. I sopravvissuti della spedizione si fermarono in Etiopia e furono raggiunti da alcuni missionari gesuiti. Conseguenze di ciò furono l’addestramento dei soldati etiopici all’uso delle armi da fuoco, il sorgere di una capitale permanente a Gondar e infine la conversione del re Susenyos al cattolicesimo occidentale.
Però i successivi missionari provocarono una reazione nazionale contro la loro interferenza nella Chiesa tradizionale e nel 1648 i gesuiti erano stati espulsi dal paese e per i seguenti due secoli l’Etiopia interruppe ogni contatto con il mondo esterno.
Nel lungo periodo anche l’intervento portoghese nel mercato dell’oro del Monomotapa si rivelò controproducente, in quanto l’oro era portato all’interno da mercanti musulmani più abili ed esperti nel commercio con i Bantu, e che non volevano commerciare con i portoghesi. Quindi i portoghesi avevano bisogno di perlustrare per proprio conto le aree minerarie e le strade che vi conducevano e poi emulare i mercanti musulmani e stabilire nell’interno delle basi commerciali. Il primo obiettivo fu conseguito con successo da Fernandes con due viaggi nel 1514.
Negli anni trenta del sedicesimo secolo furono costruite delle postazioni a Sena e Tete (Mozambico), dalle quali piccoli gruppi avanzarono verso le regioni montuose e cominciarono a costruire piccoli insediamenti commerciali fortificati, chiamati “fiere”. Ma essi volevano andare oltre e controllare il Mwene Mutapa (Congo) e il suo regno. Il primo serio tentativo in questa direzione prese la forma di una missione di gesuiti inviata nel 1560 sotto la guardia di Goncalo de Silveira, il cui obiettivo era convertire il re e la sua corte, legandoli agli interessi portoghesi; tuttavia i missionari furono uccisi. A ciò fece seguito un tentativo di conquista militare che però fu un disastro. Tre anni più tardi i portoghesi furono in grado di concludere un trattato, secondo il quale i musulmani sarebbero stati espulsi e ai portoghesi sarebbe stato accordato di commerciare, estrarre oro e svolgere attività missionarie. Questo perché l’autorità del Mwene Mutapa era in declino e i portoghesi erano visti come utili alleati in grado di contribuire a conservarla; questo rappresentò il momento più alto del potere e dell’influenza portoghesi, che non furono mai forti nel sud, mentre nel nord, questo intervento per il Mwene Mutapa ne indebolì il regime.
Le autorità portoghesi non avevano un controllo stabile della situazione nell’interno e non ne ricavavano entrate sufficienti a rimpiazzare la legge e il governo locale con i propri. Con imprese individuali, i portoghesi ottennero il rilascio di “prazos”, concessioni di terre, prima dalle autorità africane, poi dal governo del Mozambico, e consolidando il diritto a contrarre matrimoni con famiglie di capi locali, costrinsero le popolazioni a divenire dipendenti e schiavi, costruendo piccoli regni.
Il tipo di ricchezza sfruttabile, consisteva prevalentemente in schiavi e avorio e la maggior potenza della regione, divenne il nuovo regno dei Changamire, che verso la fine del diciassettesimo secolo, aiutò Mwene Mutapa a cacciare i portoghesi dall’altopiano.
Interessi portoghesi e relazioni con i regni africani
Sul versante occidentale dell’Africa, gli interessi portoghesi erano concentrati su Mina (Ghana), ossia la Costa d’Oro, il cui controllo non era facile. Numerosi erano i sentieri lungo i quali scorreva il traffico commerciale tra la costa e l’interno e le terre costiere stesse erano divise in piccoli regni; il che presentava qualche vantaggio per i portoghesi. Una volta che gli Africani si resero conto che i portoghesi non avrebbero più permesso loro di commerciare con qualsiasi nave di passaggio, ogni re africano aveva un certo interesse ad acconsentire a negoziare con loro per la costruzione di un forte all’interno del suo territorio. Alla fine i portoghesi costruirono altri forti oltre Elmina, ad Axim, Shama ed Accra.
Essenzialmente l’accordo implicava che il re africano accettasse l’esistenza di un forte europeo sulle coste del suo regno e che gli europei acconsentissero a effettuare regolari pagamenti in merci al re. I forti servivano come depositi e servivano, insieme alle navi, a tenere lontani gli altri europei, dal commercio con gli africani. Le comunità di commercianti, mediatori, schiavi e artigiani, di cui i forti avevano bisogno, crescevano attorno alle loro mura, e queste spesso riconoscevano i governatori dei forti come autorità locali. Inoltre i portoghesi intraprendevano spedizioni punitive contro popolazioni e regni della costa che nel tentativo di sottrarsi al monopolio imposto dai portoghesi, commerciavano con navi passaggio provenienti da altri paesi europei. Tuttavia non potevano difendere un forte di fronte all’ostilità locale e nel 1576 il forte di Accra fu distrutto.
In principio i portoghesi guardarono al Benin come fonte di tessuti, perline e schiavi per i loro commerci nella Costa d’Oro, anche perché incuriositi dalla presenza di un cristiano, Prete Gianni. Ma per quanto il paese possedesse molti schiavi, sembra che il re fosse riluttante a fornire sia la quantità che il tipo di schiavi che i portoghesi volevano. Oltre al divieto di commercio di schiavi maschi, altri fattori che comportarono il ritiro dei portoghesi furono l’alta mortalità causata dalle malattie e la carente richiesta di pepe nero dall’Europa. Quindi le basi principali del commercio nel delta del Niger, sarebbero state da quel momento in poi sulle isole del Golfo di Guinea.
La colonizzazione portoghese di queste isole, cominciò nel 1485. Erano isole ideali per le navi che andavo verso l’Europa o il Brasile, inoltre erano disabitate. Tuttavia furono pochi i portoghesi ad accettare di stabilirsi così lontano e la maggior parte della colonizzazione fu realizzata deportandovi persone indesiderate ed ebrei. La maggior risorsa di queste isole, piovose e vulcaniche, era la possibilità di coltivare canna da zucchero, che però richiedeva una gran quantità di mano d’opera, così i coloni di Sao Thomè e di principe furono alla ricerca di schiavi non solo per la costa d’oro o per le isole atlantiche del Portogallo, ma anche da impiegare in queste piantagioni.
Il fulcro delle piantagioni di prodotti tropicali amministrate da portoghesi, si era ormai spostato al di là dell’atlantico, in Brasile, dove emigrarono molti piantatori di Sao Thomè e nelle colonie spagnole delle isole caraibiche e dell’America tropicale. Di conseguenza Sao Thomè tornò a svolgere il suo ruolo economico di base commerciale per il commercio marittimo di schiavi.
Il regno del Congo e le ambizioni portoghesi
Oggetto crescente di interesse erano il regno del Congo e i suoi stati satelliti, e fu qui che i portoghesi intrapresero l’ambizioso tentativo di assicurarsi il controllo di un’area del territorio africano mediante la cristianizzazione e la penetrazione pacifica. In cambio del suo aiuto modernizzatore, la corona portoghese si aspettava di ottenere un monopolio sul commercio e sugli altri rapporti del Kongo con il mondo esterno e la possibilità di creare una base da cui fosse possibile, tramite il fiume Congo, stabilire comunicazioni dirette via terra con l’Etiopia e con il Mwene Mutapa.
Come alleato politico, il regno del Bakongo offriva vantaggi di accessibilità, inoltre era collegato con i suoi vicini e con l’interno, da una rete di vie commerciali, lungo le quali affluivano merci come sale, rame, conchiglie e tessuti, che i portoghesi potevano sperare di dominare e sviluppare. Ma a metà del secondo decennio del sedicesimo secolo, questi piani andarono a monte, a causa del contrasto di questo progetto (monopolio del Kongo), con i diritti commerciali già accordati a Sao Thomè. Lisbona era troppo lontana per controllare la situazione e i sacerdoti e funzionari sul luogo erano troppo pochi.
Nel 1571 Paulo Dias ricevette il mandato di colonizzare l’Angola a proprie spese, e cinque anni dopo venne costituita una base a Luanda e Dias e coloro che lo seguivano iniziarono una corsa alla conquista, seguita da un secolo di guerre che coinvolsero molte popolazioni africane e gli olandesi. Ma il risultato finale fu la distruzione dell’autorità politica africana e la sua sostituzione con un sistema coloniale.
L’attività portoghese nell’Africa Occidentale, a ovest e a nord della Costa d’Oro, non ebbe molto successo, l’attività principale fu il commercio che i colonizzatori delle isole di Capo Verde condussero con le vicine terre costiere dell’Alto Guinea. Oltre a procurarsi schiavi che contribuissero allo sviluppo delle terre disabitate del Portogallo meridionale e delle isole atlantiche, i portoghesi speravano di riuscire a penetrare nelle terre costiere dell’Alto Guinea, per aprire rapporti diretti, con il Mali e le sue risorse auree, che nel quindicesimo secolo era in declino. Ma i portoghesi non erano abbastanza forti da avanzare con successo nell’interno e saldare i vari principati mande e le congerie di popolazioni eterogenee della regione, in un nuovo sistema commerciale organizzato in funzione dei loro interessi.
L’unico grande sistema politico dell’Alto Guinea vicino alla costa era l’impero Djojo, situato tra il basso Senegal e il Gambia. L’influenza portoghese sulle coste dell’Alto Guinea si ridusse rapidamente a numerosi, minuscoli insediamenti commerciali costieri, nei quali si erano stabiliti uomini provenienti dalle isole di Capo Verde, per concludere affari con i mercanti mande e le popolazioni locali. Con il tempo, questi mercanti colonizzatori, i “lançados” si allearono e contrassero matrimoni con le famiglie africane dominanti dedite al commercio e (come i prazos nello Zambesi) divennero membri della società africana.
Altrove i portoghesi vennero meno ai loro interessi primari. In alcuni casi ciò li indusse a penetrare verso l’interno con la forza, come Barreto nella valle dello Zambesi o Dias in Angola, ma solo quest’ultimo ebbe successo, grazie unicamente a singoli conquistadores. Ad eccezione di poche aree relativamente piccole, la vita politica ed economica delle popolazioni dell’Africa tropicale, continuò a svolgersi come prima del loro avvento, perché erano molto più forti dei portoghesi.
Infine, l’importanza di quest’espansione consiste nel fatto che essi mostrarono ad Europei, con forza marittima e commerciale superiore alla loro, che stabilire contatti...
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