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Riassunto esame Storia dell'Africa, prof. Volterra, libro consigliato Storia dell'Africa di Fage Appunti scolastici Premium

Riassunto di Storia dell'Africa della facoltà di Scienze Politiche, il cui libro consigliato dal professore è Storia dell'Africa di Fage. Tra gli argomenti trattati vi sono i seguenti: gli inizi delle operazioni europee in Africa, la prima fase dell’impatto del commercio mondiale sull’Africa tropicale: la tratta degli schiavi.

Esame di Storia dell'Africa docente Prof. A. Volterra

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Ma questi si dimostrarono precari, finchè la tratta degli schiavi continuava ad essere praticata nelle vicinanze e ulteriori difficoltà giunsero quando

coloni e funzionari della compagnia non riuscirono ad accordarsi sulle questioni riguardanti la terra, gli affitti e il governo locale. Tuttavia nel 1808 il

governo inglese acconsentì ad assumersi la responsabilità dell’insediamento. Il porto di Freetown costituiva una base indispensabile per intervenire

nelle guerre contro la Francia e predisporre dei controlli contro la tratta.

Nel 1814 la carica di governatore della Sierra Leone, fu affidata a Macarthy che riteneva che la via migliore per arrestare la tratta degli schiavi fosse

estendere il dominio inglese sui maggiori centri delle esportazioni delle vicinanze; così nel 1821 il Colonial Office estese la sua giurisdizione fino a

includere gli insediamenti inglesi nel Gambia e nella Costa d’Oro, dove Macarthy decise per un attacco militare all’Ashanti, che lo portò alla morte.

Fu in seguito presa la decisione di abbandonare i forti della Costa d’Oro e la giurisdizione del governatore di Freetown fu circoscritta alla Sierra

leone e all’insediamento di Bathurst a Banjul, nel Gambia.

Tuttavia i mercanti inglesi si rifiutarono di accettare queste misure regressive, quindi ottennero l’autorizzazione a costituire una propria

amministrazione per i pochi forti che ancora occupavano.

Ma le basi legali della giurisdizione di Maclean, l’amministratore locale, erano vaghe, quindi nel 1843 il Colonial Office decise di riprendere il

controllo della Costa d’Oro, ma i funzionari che succedettero a Maclean, si dimostrarono meno abili a trattare con l’Ashanti, quindi il commercio si

ridusse rapidamente e la presenza di forti olandesi impedì di ottenere entrate apprezzabili con le tasse doganali.

Nella sesta decade del diciannovesimo secolo gli eserciti ashanti minacciavano nuovamente le coste e la giurisdizione inglese si ridusse

nuovamente alla Sierra leone.

Il nuovo articolo base del commercio inglese era l’olio di palma, il cui commercio si svolgeva nel delta del Niger, grazie al trasporto su canoe.

L’importanza del delta in questo commercio si basava su due fattori:

- Il retroterra ibo del delta era caratterizzato da densità demografica elevata, quindi aveva bisogno di questo commercio e disponeva della

manodopera

- Le piccole città-stato rivali del delta erano le più adatte a sfruttare la situazione

Quando la domanda europea superò le capacità di questa zona, il commercio mise radici anche nello Yorubaland, regione ricca di abitanti,

organizzati in nuclei locali, attorno a re tradizionali. In queste comunità, l’opportunismo economico e politico divenne la regola. Dal punto di vista

economico si aprirono nuove opportunità. Dapprima si aprì un commercio degli schiavi che richiese l’intervento inglese che poi si concluse con la

cacciata del re di Lagos e la sua annessione all’inghilterra come colonia.

Negli anni sessanta del diciannovesimo secolo anche molti uomini di primo piano locali erano ansiosi diveder portare all’interno i benefici della

civiltà europea e si vedevano come principali agenti del cambiamento.

Questo elemento modernizzante aveva ricevuto un impeto dall’opera dei missionari. Quando furono fondate nuove società cattoliche missionarie

come quella dei Padri Bianchi e la Società per le Missioni africane di Lione, una delle ragioni del loro interesse era contrastare l’opera dei missionari

protestanti.

L’avanguardia fu rappresentata dai Fratelli moravi, che mandarono i loro primi missionari nell’Africa Meridionale e Occidentale fin dal 1737. Il vero

impulso per l’attività protestante venne dal revival religioso diffusosi in Inghilterra nel corso del diciottesimo secolo. Gli esponenti della Chiesa

furono attratti dall’Africa sia perché l’Inghilterra aveva qui interessi consistenti, sia perché essi assunsero un ruolo di primo piano nel movimento

antischiavista inglese.

Con l’arrivo nella Sierra Leone, nel 1804 di missionari appartenenti alla Società della Chiesa missionaria, seguiti dal primo dei missionari, Methodist,

e con l’arrivo dei missionari della Società missionaria di Londra al Capo, queste due colonie divennero le principali basi dalle quali l’attività

missionaria protestante si sarebbe estesa da un capo all’altro dell’Africa sub-sahariana. Questa, fin dall’inizio, fu vista come un’arma nella

campagna morale contro la tratta degli schiavi e come mezzo, grazie al quale la società africana poteva essere riscattata dalla barbarie.

Le autorità africane si resero presto conto che il messaggio cristiano era sovversivo rispetto al loro ordine politico e sociale, mentre i missionari, si

accorsero altrettanto rapidamente, che il senso di superiorità morale che li animava non rappresentava un’arma adeguata per convertire e dare

nuova forma alle società africane. Gli unici regni in cui ottennero successo furono quelli in cui i sovrani erano sottoposti a pressioni dall’esterno e

vedevano nei missionari degli alleati o mediatori.

Non era così nell’Africa Occidentale e i principali successi missionari in questa sfera politica furono realizzati ad esempio nel Botswana, nel Lesotho

e nel Loziland. Il Buganda è praticamente l’unico esempio di regno africano in cui la predicazione provocò numerose conversioni. Le ragioni vanno

ricercate in una combinazione di circostanze quali:

- Il successo dei Kabaka nel creare sotto la loro guida una società aperta

- L’arrivo dell’islam

I primi africani liberati approdati a Freetown avevano portato con se i semi del Cristianesimo evangeli stico, in quanto si rendevano conto che in

questo stava la loro salvezza e la possibilità di sviluppo di una nuova società: se i missionari aprivano delle scuole per insegnare la Bibbia, gli

Africani imparavano a leggere e chiedevao altre scuole, per la propria sopravvivenza e progresso.

In poco più di una generazione si andò formando tra gli africani liberati della Sierra Leone una comunità creola distinta, che era ben decisa a

prendere parte allo sfruttamento e trasformazione dell’Africa Occidentale. Essi tendevano a suscitare resistenze tra gli africani autoctoni.

Nel corso dell’avanzata verso est degli africani liberati e dei missionari bianchi della Sierra Leone, due aree divennero particolarmente importanti:

la Costa d’Oro e lo Yorubaland meridionale, devastato dalle rivalità e guerre incessanti. Gli Yoruba costituivano il più vasto gruppo etnico tra gli

uomini e le donne sottratti alle navi negriere della flotta inglese e approdati nella Sierra Leone. Nella terza decade del diciannovesimo secolo,

alcuni di loro avevano sviluppato interessi commerciali abbastanza forti da consentirgli di acquistare piccole navi e avviare un commercio con porti

yoruba come Badagri e Lagos. I conflitti di potere nei retroterra di questi porti stavano dado vita a società aperte, che offrivano notevoli

opportunità a uomini dotati di risorse e iniziativa. Presto un numero rilevante di yoruba della Sierra Leone cominciò a fare ritorno in patria, attratto

soprattutto dalla nuova città di Abeokuta, fondata sotto un governo semi-repubblicano, come centro di rifugio per gli yoruba. Presto i missionari

seguirono l’esempio dei rimpatriati, stabilendovisi saldamente.

L’importanza della Sierra leone era dovuta essenzialmente al gran numero dei suoi coloni e ai loro legami con gli interessi britannici. La colonia di

Liberville, fondata sul Gabon della Francia, non fu in grado di produrre i medesimi risultati, perché il numero di schiavi qui liberati fu molto

inferiore.

Ma in queste colonie il problema principale era dato dal fatto che i coloni non disponevano di un governo riconosciuto che li appoggiasse nella

lotta per la sopravvivenza contro i locali e i mercanti europei ostili. Fu la mancanza di un sostegno ufficiale dagli USA che nel 1847, indusse i coloni

a fondare la repubblica della Liberia.

La colonia di Fernando Po fu un’iniziativa britannica e sorse per non disporre solo di Freetown, come base navale e per gli schiavi liberati. Ma la

Spagna aveva acquisito i diritti su questa dal Portogallo e gli inglesi dovettero abbandonarla. La comunità africana che però si era creata attrasse

l’attenzione di missionari e mercanti, che usarono l’isola come base per le attività sulla costa da Lagos al Camerun. Ma a differenza della Sierra

Leone, qui la direzione rimase agli europei, in particolare John Beecroft, il quale la amministrò per un breve periodo sotto la bandiera spagnola. Le

sue attività si concentrarono sul delta del Niger, del quale esplorò le vie fluviali.

L’opera di diffusione dell’influenza cristiana europea nell’Africa Occidentale, fu essenzialmente frutto dell’alleanza fra europei e africani, che però

ebbe poco effetto al di la della Costa.

Dalla metà degli anni cinquanta del diciannovesimo secolo in poi i protagonisti del cambiamento cominciarono a non tollerare di essere confinati

sulla costa.

Nel 1873, il Colonial Office inglese decise quindi che non si poteva più permettere che i possedimenti inglesi della Costa d’Oro continuassero ad

essere esposti alla minaccia delle invasioni ashanti. Tutto fu organizzato affinchè un notevole contingente di soldati europei potesse marciare dalla

costa a Kumasi. I Francesi si dimostrarono più pratici, quando le loro forze (1879-1883) avanzarono verso il Niger dall’alto Senegal, il loro obiettivo

non era soltanto sconfiggere lo stato Tukolor, ma anche annetterlo al loro impero e fin dal 1882 furono iniziati i lavori per una ferrovia che

collegasse i due fiumi.

Negli anni sessanta e settanta del diciannovesimo secolo si sperava che il libero accesso al delta del Niger e all’entroterra di Lagos si potesse

realizzare grazie all’influenza consolare esercitata da Beecroft. Ma gli inglesi avevano sottovalutato la resistenza delle autorità africane.

Nel lungo periodo, la conquista e l’occupazione furono le uniche soluzioni; inoltre la supremazia inglese nel commercio del delta e del basso Niger

e a Lagos, era contrastata dai mercanti francesi e tedeschi.

La supremazia britannica fu comunque assicurata grazie all’intervento di George Goldie, che aveva fuso insieme le compagnie inglesi e se ne

serviva per liquidare le francesi. Egli iniziò la trasformazione della sua National African Company in un’importante forza politica e militare che

mirava ad esercitare un controllo assoluto sul basso Niger e anticipare l’avanzata francese lungo il fiume dal Senegal, ottenendo che l’impero fulani

di Sokoto (parte più prospera del Sudan), diventasse esclusivo appannaggio inglese.

L’annessione delle coste del Dahomey e del Togo da parte di Francia e Germania e l’annessione tedesca del Camerun persuase infine il governo

inglese dell’importanza dell’attività di Goldie, accordando alla sua compagnia (che diventò Royal Niger Company) una licenza e proclamando un

proprio protettorato degli Oil Rivers.

L’arrivo dei francesi del Dahomey e dei soldati di Goldie nel Nupe e nell’Ilorin convinse infine le autorità britannica ad assumere la responsabilità

diretta dello Yorubaland.

La corsa all’Africa Occidentale, si tradusse in un tentativo dei francesi di assicurarsi quanto più territorio possibile, avanzando verso est lungo il

Niger.

Nell’estremo occidente l’Inghilterra assicurò parte del retroterra alla Sierra leone e si impadronì di entrambe le rive lungo le quasi 300 miglia

navigabili del fiume Gambia.

I francesi incontrarono resistenze da parte dell’impero creato da Samori, mercante e soldato dyula, impegnato a costruire un impero mande

tradizionale, intorno a Bissandugu, a sud dell’alto Niger, che però fu spinto verso il medio Volta, dove entrò in conflitto anche con gli inglesi e fu

sconfitto dai francesi nel 1898.

Questo ritardò l’avanzata francese e contribuì a determinare un equilibrio diverso tra Francia e Inghilterra nella spartizione delle terre ad est di

Timbuctu.

Nel frattempo il Colonial Office entrò in trattative con gli africani della Costa d’Oro e dell’Ashanti e stipulò accordi con il Protettorato della Nigeria.

Con l’ingresso di Chamberlain nel Colonial Office, l’Inghilterra trasformò questi territori in vere e proprie colonie e la Francia dovette riconoscere la

supremazia inglese; alla Francia fu concesso di estendere il proprio impero a est, fino al lago Ciad.

Nel corso dei processi di rapida espansione degli anni settanta del diciannovesimo secolo, i mercanti africani furono ridotti a ruoli subordinati e gli

europei cominciarono ad adottare un atteggiamento di superiorità, che portò alla nascita di scienze come l’antropologia, che, basandosi sulla

teoria darwiniana considerava gli europei un popolo superiore, con il diritto di dominare su popoli inferiori.

6 L’espansione del potere europeo durante il diciannovesimo secolo: l’Africa Meridionale, Orientale e Settentrionale

Il Capo di Buona Speranza, all’estremità meridionale dell’Africa, aveva avuto un interesse

strategico per le nazioni europee dotate di una potenza navale per quasi tutto il periodo in cui l’Africa Occidentale aveva avuto un’importanza

commerciale. Quindi nel 1795, l’avanzata della rivoluzione francese nei Paesi Bassi e le esigenze indotte dalla rivalità marittima e imperiale anglo-

francese spinsero l’Inghilterra a subentrare ai rappresentanti presso il Capo della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, la quale già aveva

perso tutto. A seguito del trattato di Amiens, il Capo fu restituito nel 1803 alla repubblica batava dei Paesi Bassi, ma la ripresa delle guerre anglo-

francesi portò nel 1806 a una seconda occupazione inglese che durò per più di un secolo. Perciò l’Inghilterra si trovò ad avere un secondo interesse

nel continente africano, la colonia europea dell’Africa Meridionale.

Agli inizi l’insediamento europeo del Capo era stato sollecitato dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali, come mezzo poco costoso ed

efficiente per dare sostegno alla base di cui aveva bisogno per controllare l’accesso all’Oceano indiano. Ma presto la compagnia smise di

incoraggiare l’insediamento di bianchi e nel tentativo di ridurre la scarsità di manodopera favorì l’importazione di schiavi di colore da altri paesi

africani e asiatici con i quali intratteneva rapporti d’affari.

Questo contribuì unicamente ad aggravare i problemi che i coloni bianchi dovevano affrontare. L’utilizzo di schiavi ridusse le loro opportunità

d’impiego e cominciò ad alimentare la convinzione che il lavoro manuale e artigianale fosse un’occupazione adatta solo alle persone di colore;

divenne così sempre più difficile per i bianchi guadagnarsi da vivere.

Un numero sempre crescente di Boeri fu quindi spinto a cercare mezzi di sussistenza nell’interno, trasformandosi in allevatori e contendendo la

terra ai Khoikhoi. Così distrussero le loro comunità e incorporarono i sopravvissuti nella propria, come classe servile.

Dal momento che l’interno era arido e gli agricoltori che migravano non avevano altra alternativa se non espandersi in questo territorio, quando

arrivarono gli inglesi, il confine settentrionale dell’insediamento bianco era nei pressi del fiume Orange mentre quello orientale passava sul fiume

Great Fish.

I funzionari della compagnia cercavano di limitare l’insediamento, ma resero solo più ostili i trekkers.

Dal 1775 circa la situazione si fece critica, in quanto le terre lungo il Great Fish erano un campo di battaglia, fra Boeri e Neri di lingua bantu

meridionali, alla ricerca di terra.

Quando il governo di Città del Capo proibì ai Boeri di attraversare il confine, molti di questi, proclamarono la propria indipendenza in due

repubbliche.

Gli inglesi si resero conto che la sicurezza degli interessi britannici richiedeva il controllo dei Boeri e la difesa del loro confine con i Bantu. In

generale i Boeri si arresero a questo controllo, in cambio della salvaguardia del confine.

Nei tardi anni venti del diciannovesimo secolo l’opinione pubblica inglese stava diventando sempre più critica nei confronti dei costi di

mantenimento dell’impero oltremare. Nel 1825 fu deciso di tentare di ridurli, disponendo lungo la frontiera orientale del Capo un insediamento

inglese, per temperare la fisionomia della comunità europea in Sud Africa e fu deciso che il costo della difesa della frontiera dovesse essere

sostenuto dagli stessi coloni, mentre la difesa della base di Città del Capo rimaneva responsabilità dell’impero.

Di conseguenza i Boeri decisero di trasferirsi a nord, oltre il dominio britannico, così tra il 1836 e il 1837 fu intrapreso il Great Trek. La strategia di

questo esodo si basava sulle esplorazione precedenti che avevano rivelato che le aree dell’alto veld erano ricche d’acqua, così come le aree nel

Natal, ed abitate da pochi Bantu.

Una volta allontanato il pericolo rappresentato da Dingane e Mzilikazi, le terre cominciarono ad essere ripopolate dagli abitanti Bantu, considerati

dai Boeri come barbari stranieri. Inoltre le autorità inglesi della colonia del Capo non ritenevano che trekkers, trasferendosi si fossero sottratti alle

responsabilità di sudditi coloniali. Gli interessi strategici imperiali rendevano necessario che anche in queste terre l’Inghilterra imponesse le propria

supremazia, quindi nel 1843 fu proclamata la nuova colonia britannica del Natal e molti trekkers furono costretti a dirigersi oltre i monti

Drakensberg.

Così rafforzati i Boeri dell’alto veld costituirono due importanti repubbliche: La repubblica del Sud Africa nel Transvaal e il Libero Stato dell’Orange

e dopo alcune esitazioni gli inglesi accondiscesero a riconoscergli l’indipendenza. Ma la creazione di queste repubbliche pose un problema relativo

ai missionari, grazie ai quali nel 1852 fu possibile lo sviluppo di un’elite nera istruita. Ma ovviamente il Transvaal e il Libero stato dell’Orange erano

territori che ostacolavano la completa realizzazione degli sforzi dei missionari; perciò se questi volevano far penetrare il loro messaggio dovevano

seguire lo stretto corridoio del Botswana che divenne un’importante via d’accsso all’interno per i cacciatori e i mercanti del Capo. Ma le incursioni

boere alla ricerca di altra terra rappresentavano un pericolo.

Così durante gli anni quaranta, un giovane missionario, di nome Livingstone decise di aprirsi una strada ancora più lontano e giunse nel regno lozi

dei Kololo, terreno ideale per una nuova attività missionaria, ed esplorò le possibilità di aprire vie di comunicazione alternative a partire dalle coste

occidentali ed orientali. Compì quindi una traversata del continente. Tra il 1858 e il 1864 fu a capo di una spedizione che doveva dimostrare la

navigabilità dello Zambesi, ma la prima scoperta importante fu che poco sopra Tete le rapide di Kabra Bassa costituivano un ostacolo insuperabile.

La spedizione quindi cambiò direzione e risalì lo Shire, principale affluente del basso Zambesi. Questo viaggio portò la spedizione nelle terre fertili e

molto popolate a sud del lago Malawi, terre che sembravano più adatte alla realizzazione del suo progetto di sviluppo mediante il Cristianesimo, il

commercio e la colonizzazione.

Le due principali imprese di esplorazione di Livingstone, quella del 52-56 e quella del 58-64, diressero rapidamente il flusso degli interessi europei

verso l’interno dell’Africa Orientale e Centrale.

Inizialmente l’antico antagonismo tra Francia ed Inghilterra non coinvolse molto da vicino la costa Orientale dell’Africa; il centro strategico

principale si trovava al Capo di Buona Speranza e nelle isole Mascarene, occupate dai francesi nel 1715 e conquistate dagli inglesi nel 1810.

Tuttavia le due potenze furono coinvolte gradualmente in una competizione sulla costa orientale. Questa situazione si risolse in uno dei primi

trattati europei per la spartizione dell’Africa, in cui l’Inghilterra riconosceva la supremazia degli interessi francesi nel Madagascar e nelle isole

Comore, mentre la Francia riconosceva gli interessi inglesi a Zanzibar e sulla costa orientale.

Il sorgere di interessi inglesi a Zanzibar può essere fatto risalire alla rivalità per l’influenza sull’Egitto e sul Vicino Oriente. Di qui la spedizione di

Napoleone in Egitto nel 1798 e il successivo contraccolpo inglese. Tra le altre misure prese dagli inglesi per ostacolare i francesi nel vicino oriente,

figura un’alleanza conclusa proprio in quell’anno tra la Compagnia delle Indie Orientali di Bombay e gli Omani di Muscat.

Nel 1822 un nuovo trattato anglo-omani fu negoziato con Seyyid Said in cui egli consentiva a proibire il traffico di schiavi nell’Africa Orientale ed

acconsentì a una perdita immediata per i mercanti omani e per il proprio tesoro; in cambio l’Inghilterra aveva accettato che a ovest della linea

concordata nel trattato potesse continuare l’esportazione di schiavi e che fosse esclusiva competenza degli Omani. Tuttavia Said e i suoi successori

non erano in condizione di resistere alle pressioni inglesi che aumentarono a causa dell’opinione pubblica sulla tratta degli schiavi. Perciò nel 1845

e nel 1873 il governo di Zanzibar accolse nuove richieste inglesi, che portarono prima ad ulteriori restrizioni sulla tratta orientale poi alla

proscrizione dell’intero commercio, le cui perdite furono compensate da altre esportazioni.

L’importanza di Zanzibar, per gli interessi inglesi, risiedeva nel fatto che da questa si irradiasse una rete di altre attività commerciali e di influenza

che si estendeva fino al Buganda, all’Alto Congo e al Katanga. Fu in gran parte lungo queste vie commerciali che dal 1857 in poi un flusso di

esploratori europei penetrarono all’interno dell’Africa Orientale e Centrale e nel giro di vent’anni la loro opera aveva reso note le principali

caratteristiche geografiche del continente, il sistema dei grandi laghi e le origini e i corsi dei fiumi Zambesi, Nilo e Congo.

Tra il 1874 e il 1877, Stanley, un giornalista, portò a termine la seconda importante traversata europea del continente, andando da Zanzibar al

Buganda, poi lungo il corso del Congo, raggiunse l’Atlantico. Questo viaggio ebbe due importanti conseguenze: quella di portare all’immediata

penetrazione dei missionari cristiani nel Buganda e quella di contribuire a consolidare gli interessi in Africa di Leopoldo II del Belgio; dal quale nel

1878 Stanly accettò la missione di fare ritorno al fiume per cercarvi dei porti e stipulare con gli africani dei trattati, che posero le basi per il Libero

Stato del Congo. Nel 1885 l’imposizione di un governo monarchico europeo molto autoritario, su una vasta area dell’africa Centrale, era stata

riconosciuta da tutte le grandi potenze.

Alla fine della settima decade del diciannovesimo secolo l’azione concomitante di malattie e guerre locali rendeva impossibile operare nell’Africa

Centrale e l’unico progetto attuabile era avvicinarsi gradualmente all’interno, partendo da una base stabile a Zanzibar.

Quando alla fine degli anni settanta del secolo, due società scozzesi riuscirono a costituire delle missioni sugli altipiani Shire e sulle rive del lago

Malawi, ciò fu dovuto in parte al fatto che erano sostenute da una ditta commerciale di Glasgow, la Africa Lakes Company, che diede ai missionari

un supporto logistico.

Inoltre una colonia inglese stava nascendo nel Malawi meridionale, ma ciò creava problemi, che portarono nel 1883 alla nomina di console inglese

del Malawi. Dopo di che gli inglesi scatenarono in questa zone un violento attacco militare, contro i mercanti di Zanzibar e proclamarono un

protettorato inglese formale.

Inoltre negli anni ottanta i missionari riuscirono a conquistare un punto di appoggio permanente nel Loziland e la pressione della domanda

pubblica per il sostegno ai missionari del Buganda, determinò nel 1877 l’avanzata dei mercanti e dei funzionari anche in questo regno.

Perché gli interessi inglesi non fossero del tutto esclusi dall’africa Orientale, era necessario giungere ad una spartizione con i tedeschi, realizzata

grazie all’accordo anglo-tedesco del 1886, che limitava i diritti di Zanzibar a una striscia di dieci miglia che divideva l’entroterra dalla costa, dove il

sud era di competenza tedesca e il nord inglese. Il consolidarsi della presenza tedesca nell’Africa Orientale, insieme alle attività espansionistiche

degli agenti di Leopoldo nel bacino del Congo, furono incentivi importanti per il rafforzamento degli interessi inglesi anche nell’Africa Centrale, nel

Loziland, nel Malawi e nell’odierno Zambia.

Le spedizioni francesi e inglesi in Egitto, al volgere del secolo, diedero inizio a uno smembramento dell’impero ottomano in Africa. I sovrani di

Egitto e Tunisia colsero l’opportunità di utilizzare l’esperienza e il capitale europei per modernizzare i loro paesi e ottenere un’effettiva

indipendenza, ma non riuscirono a sviluppare un potere locale sufficiente a controllare lo forze straniere che avevano incoraggiato. Il risultato

finale fu che la Francia assunse il controllo formale della Tunisia nel 1881 e l’Inghilterra quello dell’Egitto nell’82. Algeria e Tripoli avevano governi

talmente inefficienti che presto caddero vittime degli aggressori esterni e nel 1830 la Francia intraprese la conquista dell’Algeria e i turchi

mandarono un esercito a Tripoli.

Il Marocco riuscì a conservare l’indipendenza fino al 1911 e il declino dell’impero ottomano consentì all’Etiopia di riprendere i contatti con

Inghilterra, Francia e Italia.

Per salvaguardare i propri interessi nel Mar Rosso, nel 1839, l’Inghilterra occupò Aden, sul lato arabo del Ba bel Mandeb e la Francia si stabilì sul

lato africano, presso Obok, nel 1862. Interessi privati italiani feero la loro comparsa ad Assab in Eritrea, sempre negli anni sessanta, anche se fu

solo dopo un ventenno che l’Italia si interessò al Corno d’Africa.

I più ambiziosi baroni etiopici riuscirono a trarre vantaggio dalla nuova situazione per sviluppare le esportazioni di avorio e altri prodotti e per

importare armi da fuoco. A metà del secolo, il più fortunato tra questi, Ras Kasa era diventato il signore indiscusso delle provincie settentrionali di

Amhara, Goggiam e Tigrai. Nel 1855 ottenne di essere incoronato come imperatore, con il nome di Teodoro, ma quando non ottenne risposta dalla

regina Vittoria, reagì imprigionando due diplomatici inglesi e numerosi altri europei. Il governo inglese a sua volta rispose, nel 1867, con una

spedizione punitiva a seguito della quale Teodoro fu sconfitto e si suicidò. Nel frattempo, uomini più razionali di lui, compresero la necessità di

cooperare con gli europei per ottenere armi e tecnologia.

Il successore di Teodoro, Giovanni IV, esercitò un potere ancora maggiore, anche se non fu mai forte al sud, dove il re Menelik dello Scioa si

assicurò una posizione di potere, conquistando popolazioni galla e somale e coltivando i propri rapporti commerciali con gli europei. Nel 1882

Giovanni scese a patti con Menelik, riconoscendolo come successore al trono imperiale.

Quando nel 1889, menali divenne imperatore, era il sovrano indigeno più potente dell’Africa. Ma nell’Africa nord-orientale, la sua maggior

preoccupazione era di arrestare le aggressioni egiziane.

Nel 1798 Napoleone aveva sconfitto le forze mamelucche che avevano sfruttato le risorse Egiziane per oltre cinque secoli. Tre anni dopo le forze

inglesi provocarono la ritirata dei francesi dal paese, restaurando l’autorità ottomana. Nel 1811 il vero signore dell’Egitto era Muhammad Ali, che

non voleva consolidare un’autorità straniera in Egitto e cercò di creare un regno indipendente, forte abbastanza da creare una propria sfera di

interessi e dominare le terre adiacenti della Siria, della vicina Arabia e della valle del Nilo; ma si rese conto che l’Egitto doveva essere modernizzato,

seppur rimanendo musulmano. Egli diede vita ad un’autocrazia efficiente che tolse la proprietà delle terre ai Mamelucchi, ripristinò il sistema

irriguo e fece rifiorire l’agricoltura, fece del cotone il prodotto d’esportazione più redditizio e diede sviluppo ad altre attività commerciali mediante

il monopolio statale. Il suo maggior risultato fu quello di creare un nuovo esercito, addestrato all’impiego delle armi e delle tattiche moderne. Lo

scopo di questo esercito era di mettere in grado Muhammad Ali di realizzare l’impero egiziano forte e indipendente cui egli aspirava.

Dal 1837 le truppe egiziane, che compivano incursioni per riscuotere le tasse, erano avanzate risalendo il fiume Atabara e il Nilo azzurro in un

territorio a 100 miglia dalla capitale etiopica di Gondar e negli anni quaranta, gli egiziani cominciarono a utilizzare Suakin e Massau, sul mar Rosso,

come porti del loro impero sudanese. Ma fu soltanto nel 1865 che le autorità egiziane ottennero infine dal governo ottomano un contratto

d’affitto formale per questi due porti.

Ma i successi dell’esercito egiziano contro i Wahhabidi in Arabia o contro i ribelli greci e cretesi non diedero a Muhammad Ali il riconoscimento

turco dell’indipendenza egiziana in cui egli sperava; anzi i turchi fomentarono al discordia fra lui e le potenze europee, in particolare l’Inghilterra.

Quando infine negli anni trenta, l’esercito egiziano si volse direttamente contro il potere ottomano, gli europei intervennero direttamente, con il

risultato che tra il 1840 e il ’41 Muhammad Ali dovette abbandonare i terrirori siriani e accontentarsi del limitato successo politico di ottenere da

parte di Istanbul la concessione che i suoi eredi di discendenza maschile sarebbero stati riconosciuti vicerè dell’Egitto e del Sudan. Uno dei suoi due

figli Sa’id intraprese un’iniziativa di estrema importanza: accordò una concessione di novantanove anni per la costruzione di un canale attraverso

l’istmo di Suez a Ferdinand de Lesseps, che in passato era stato console francese in Egitto.

Nel 1869 il canale di Suez fu aperto al traffico e divenne rapidamente un successo commerciale, a conseguenza dello sviluppo della macchina a

espansione composta, che consentì alle navi a vapore di compiere lunghi viaggi oceanici senza dover sacrificare spazio per il carbone e trasportare

carichi vantaggiosi. Il canale si rivelò estremamente utile per l’Inghilterra, le cui navi presto fornirono la maggior parte degli affari e dei profitti della

compagnia. Invece il canale rese ben poco al paese nel quale correva. Il governo egiziano aveva messo a disposizione della compagnia sia terra che

forza lavoro necessarie alla costruzione del canale, in cambio solo di un pacchetto azionario.

Con la costruzione del canale sembrò che l’Egitto potesse trovare vie alternative nell’interno a partire dalla coste somale del Mar Rosso e

dell’Oceano indiano.

Perciò Isma’il, nipote di Muhammad Ali, si impegnò nella creazione di un’amministrazione coloniale moderna che annientasse la tratta degli schiavi

nel Sudan ed estendesse l’autorità egiziana ancor più all’interno. Così nel 1871, il primo esploratore, Sir Samuel White Baker, occupò Gondokoro, ai

confini dell’Uganda; nel 1874 il Darfur fu conquistato e l’anno successivo le truppe egiziane approdarono a Zeila, avanzando nell’interno fino

all’Hara.

L’idea di Isma’il di finanziare spedizioni ed operazioni con prestiti europei, portò ad un progressivo aumento del debito pubblico. Così che egli

acconsentì nel 1875 a vendere le azioni egiziane della compagnia del canale di Suez al governo inglese. Ma la disponibilità di questo capitale era

solo temporaneo; entro pochi anni il governo egiziano non fu in grado di pagare gli interessi del suo debito, quindi il suo governo si trovò alla

mercé degli interessi finanziari europei.

L’Egitto poteva essere liberato dalle difficoltà in cui lo avevano messo le stravaganze del suo governo soltanto se questi debiti fossero diminuiti e se

fosse stata attuata una revisione completa del suo apparato di governo, del sistema di raccolta delle entrate e di quello agricolo.

L’intervento dell’Europa era necessario per realizzare entrambi gli obiettivi. La situazione cambiò drasticamente quando i governi europei

prevalsero su quello ottomano, che formalmente governava ancora l’Egitto e lo deposero. Tawfiq, figlio di Isma’il permise l’imposizione di un

controllo straniero che provocò una forte razione degli ufficiali dell’esercito, comandati dal colonnello Arabi Pasha, che nel 1881 costrinsero Tawfiq

a nominare Arabi Pasha ministro della guerra.

Nel 1882 Alessandria fu bombardata dal mare e un esercito inglese sbarcò e lo sconfisse nella battaglia di Tel-el-Kebir. Ora l’Inghilterra aveva il

controllo completo dell’Egitto e per quanto non rivendicasse la propria autorità, per mezzo secolo o più questo fu in effetti una colonia, governata

da proconsoli inglesi, da un’amministrazione sana.

Le difficoltà finanziarie dell’amministrazione egiziana seguite dalla scomparsa di Isma’il fecero si che questi non portò avanti i propri progetti in

Sudan. Lo schiavismo e altre forme di sfruttamento brutale si riavviarono e nel 1881 un ecclesiastico sudanese Muhammad Ahmad si proclamò

Mahdi e scatenò quella che in breve divenne un’insurrezione nazionale, che le forze egiziane furono impotenti a contenere.

L’opinione di Cromer era che l’Egitto non potesse permettersi di riconquistare l’impero perduto, perciò il generale Gordon fu mandato a Khartum

con le istruzioni di rendere il Sudan ai suoi signori tradizionali; ma egli tentò di venire a patti con il Mahdi e alla fine Khartum fu invasa e Gordon

ucciso.

Nei dieci anni successivi il Sudan fu uno stato indipendente sotto l’amministrazione del Mahdi e del suo successore, il Khalifa Abdallahi. Ma

l’Inghilterra non poteva permettere che questa situazione si protraesse all’infinito; venne quindi fondata nel 1887 la Imperial British East African

Company destinata a contrastare le attività della compagnia tedesca che operava nella parte meridionale del retroterra di Zanzibar. La compagnia

inglese ottenne un controllo sulla metà settentrionale della fascia costiera del sultano di Zanzibar e nel 1890 stabilì una presenza inglese nel

Buganda. Inghilterra e Germania conclusero poi un nuovo trattato in virtù del quale la Germania, riconosceva gli interessi inglesi nell’Uganda e a

Zanzibar.

Il governo tedesco assunse il controllo diretto dell’Africa Orientale tedesca, mentre il governo inglese prese il posto dell’IBEA nel 1893 e negli anni

che seguirono costituì dei protettorati formali per l’Uganda e per l’odierno Kenya. In secondo luogo l’Inghilterra si occupò delle pretese

imperialistiche italiane nell’Africa Nord-Orientale; nel 1883 l’Italia cominciò la conquista dell’eritrea e dopo sei anni costituì un protettorato sulle

coste somale dell’Oceano indiano, con il fine di conquistare l’Etiopia.

Mentre l’imperatore Giovanni IV tentava di salvaguardare l’integrità dell’Etiopia, gli italiani intrattenevano rapporti con Menelik, rifornendolo di

armi e quando questi divenne imperatore, dopo la morte di Giovanni, fu stipulato il trattato di Ucciali. Ma quando gli italiani avanzarono per far

valere il trattato, incontrarono una forte resistenza che culminò nella disfatta di Adua nel 1896.

Un terzo potenziale rivale inglese, per il possesso dell’alto Nilo, erano i francesi, che iniziarono un periodo di ostilità contro la politica inglese in

Egitto, nella valle del Nilo ed in altre parti dell’africa, che terminò nel 1904 a seguito dell’intesa anglo-francese.

Mentre gli italiani occupavano ancora l’eritrea, Gibuti (Somalia francese), stava diventando il principale porto d’accesso all’Etiopia, dove una

compagnia francese stava già costruendo una linea ferroviaria verso Addis Abeba, diventando una minaccia per Menelik.

La conquista francese di Algeri nel 1830 aveva portato alla costituzione di un impero molto solido nell’africa settentrionale, negli anni ottanta.

Dopo la morte di Carlo X la conquista passò all’amministrazione di Luigi Filippo, che occupò le principali città della costa sotto Algeri, per prevenire

rappresaglie contro le forze navali francesi.

L’intero territorio sul quale il dey aveva rivendicato la propria sovranità fu proclamato francese. Ma questa politica non funzionò, in quanto i capi

tradizionali dell’interno non riconobbero la sovranità francese e si unirono sotto Abd al-Qadir che proclamò una jihad contro l’invasore e cominciò

a infliggere sconfitte alle forze francesi, che alla fine furono costretti a riconoscere che una conquista dell’interno avrebbe dato loro sicurezza sulle

coste.

Nel 1840 questa conquista fu intrapresa sotto la guida del generale Bugeaud. Inizialmente Abd al-Qadir riuscì a sopravvivere, ma la resistenza

algerina inasprì la politica di aggressione del generale, fino al 1879, epoca in cui la frontiera francese era stata estesa fino ai confini settentrionali

del Sahara.

Ma la colonia francese dell’Algeria era la parte centrale e mano organizzata del Maghreb, quindi la sicurezza delle conquiste francesi richiedeva un

crescente interessamento in Marocco e Tunisia, dove però la Spagna possedeva ancora delle enclaves a Ceuta e Melilla e non era probabile che

l’Inghilterra vedesse con favore una crescita della potenza francese in un territorio situato proprio sulla riva opposta di Gibilterra.

Ma in Tunisia nessun interesse rivale europeo intervenne a conquistare quello francese.

Nel 1857 Muhammad Bey fu il primo sovrano musulmano nella storia ad accordare una costituzione per il suo paese; ma i bey e i loro ministri

subirono lo stesso destino di Isma’il; il loro programma richiedeva più fondi di quanti fossero disponibili. Nel 1869 il governo tunisino era fallito e al

congresso di Berlino del 1878 fu deciso che la Tunisia appartenesse alla sfera di interessi francesi. Tre anni dopo, un incidente sulla frontiera

algerina, fornì alle truppe francesi l’occasione di occupare il paese e costruirvi un protettorato. Quindi la Francia avanzava sul bacino del lago Ciad

contemporaneamente da nord, sud e ovest e sperava di precedere l’Inghilterra sul Nilo Bianco. Quindi nel 1897 un’avanguardia al comando del

capitano Marchand partì dalla base francese più vicina sul Congo, ma due anni prima il governo inglese aveva deciso per una riconquista

progressiva del Sudan insieme all’Egitto.

Nel 1898 le forze del Khalifa furono sconfitte da un esercito anglo-egiziano alle porte di Omdurman, su Nilo e la riconquista fu praticamente

completata; così due settimane dopo il suo arrivo sull’alto Nilo Bianco, presso Fashoda, Marchand si trovò di fronte ad una forza guidata dal

generale Kitchener, il conquistatore del Sudan.

La Francia non era preparata a entrare in guerra e Marchand ricevette in fine l’ordine di ritirarsi.

Fino agli anni settanta del diciannovesimo secolo, le autorità britanniche si erano occupate ben poco dell’interno dell’africa Meridionale, quindi

erano disposte a lasciare che i Boeri vi fuggissero.

Durante gli anni settanta nel Natal si scoprì che le pianure erano adatte alle piantagioni di canna da zucchero; il problema principale era la

manodopera, quindi si ricorse all’importazione di lavoratori agricoli a contratto dall’India, aggiungendo così nuovi problemi razziali.

L’andamento dei processi di cambiamento in Africa Meridionale, fu accelerato poi dalla scoperta di ricchezze minerarie nell’interno. La scoperta dei

diamanti nel 1867 spinse i cercatori ad avventurarsi in un’area di convergenza fra i fiumi Vaal e Orange, nota come Griqualand West. Questa

scoperta e il commercio dei diamanti, forni al Capo i mezzi per il decollo, fu quindi possibile costruire ferrovie a partire da tutti i porti del Capo, che

nel 1885 avevano raggiunto il Griqualand West e presso il centro di Kimberley, dove la prima rivoluzione industriale africana ebbe inizio.

Cominciarono ad arrivare grosse compagnie e capitali, che stimolò la nascita di una manodopera bianca specializzata ed una nera non specializzata.

Le barriere geografiche furono infrante, ma una nuova barriera di classe, determinata dal colore della pelle vi si sostituì.

Nel 1872 il Capo era abbastanza prospero da ottenere l’autogoverno con ministri propri e un parlamento.

I tentativi di tagliare al Capo l’accesso all’interno attraverso il Botswana furono sventati dall’annessione di questo all’impero britannico, ma furono

intrapresi dei passi per ottenere l’indipendenza dal Capo e dai rapporti con l’Inghilterra, con l’accordo di una concessione per la costruzione di una

ferrovia che collegasse la capitale del Transvaal, Pretoria e il porto portoghese dell’odierna Maputo e Delagoa Bay. Poi nel 1886 la repubblica si

trovò ad avere i mezzi per realizzare tutte le sue ambizioni, si scoprì infatti che appena a sud di Pretoria, si trovavano vasti giacimenti auriferi. La

domanda di oro era inesauribile e la produzione aumentò finché le potenti compagnie che operavano nel Witwatersrand fornivano un terzo della

produzione mondiale.

Il Transvaal inoltre disponeva di miniere di carbone e ciò poneva le basi dell’industrializzazione, ma l’estrazione dei diamanti non era riuscita ad

impedire che la depressione mondiale colpisse anche il commercio estero dell’Africa meridionale.

Quindi il Sud Africa divenne il principale mercato degli investimenti europei d’oltremare e riuscì ad offrire buone occasioni agli emigranti europei.

Ora il Transvaal era la principale fonte di ricchezza dell’Africa meridionale e Kruger cercò di utilizzare la ricchezza prodotta per sconfiggere

l’egemonia tradizionale del Capo e imporre un dominio boero. Poté ultimare la linea ferroviaria fino a Delagoa Bay. Pretoria era però minacciata

dal nuovo centro minerario e finanziario di Johannesburg. Perché la società boera non fosse distrutta dall’interno, gli Uitlanders, ovvero gli

immigrati, non dovevano avere diritti politici.

Un Transvaal nazionalista, era però un ostacolo alle mire di Rhodes di unificare Boeri e inglesi nel Sud Africa. Ciò sarebbe stato possibile se il

Transvaal avesse sviluppato una politica estera indipendente.

Tra il 1883 e il 1885 Rhodes contribuì notevolmente a stimolare l’Inghilterra affinché prendesse delle iniziative per ostacolare l’invasione da parte

del Transvaal dei territori attraverso la strada che collegava il Capo all’interno, passando per il Botswana. Poi quando Capo e governo inglese

rifiutarono questa responsabilità egli stesso decise di conquistare i territori a cavallo dello Zambesi, che con il tempo divennero la Rhodesia

settentrionale e meridionale e sulla base di trattati stipulati con i più importanti re africani della regione, Rhodes istituì la British South Africa

Company, con una concessione del governo inglese che lo autorizzava a creare un’amministrazione inglese sui territori dello Zambesi.

Nel 1890 la compagnia di Rhodes tentò la conquista del Transvaal, ma fu respinto da Kruger e fu costretto a lasciare il controllo all’impero, che per

mano di Chamberlain, nuovo segretario coloniale, nel 1902 conquistò e colonizzò le due repubbliche boere.

L’AFRICA NEL MONDO MODERNO

1 Il periodo coloniale: politiche generali

Il confronto di Fashoda nel 1898 e la conquista inglese delle repubbliche boere nei tre anni successivi furono gli atti culminanti della spartizione

europea dell’Africa. Da quel momento l’intervento tedesco negli affari del Marocco nel 1905 e nel 1911 portò a crisi che si conclusero con la

divisione del paese in un protettorato francese e uno spagnolo con la creazione di una zona internazionale nel porto di Tangeri.

Nello stesso anno l’Italia intraprendeva le sue conquiste in Tripolitania e Cirenaica, che avrebbero portato alla costituzione della sua colonia in Libia

e infine alla conquista dell’Etiopia tra il 1935-36. Con ciò la Liberia rimase l’unica parte del continente a non essere mai sottoposta al controllo

coloniale europeo, questo perché nel il governo inglese, ne quello francese potevano intervenire per annettere il territorio alle loro colonie

confinanti, senza suscitare il risentimento dell’altro e degli USA.

Ma la gran parte della spartizione era avvenuta a tavolino, nelle conferenze di Londra, Parigi e Berlino, tracciando confini arbitrari, che fu

necessario stabilire in seguito con occupazioni effettive.

Anche prima della fine del diciannovesimo secolo fu evidente che se si volevano amministrare efficacemente le nuove colonie dovevano essere

costruite ferrovie, strade e linee telegrafiche, ma per fare ciò era necessaria la misurazione cartografica delle terre.

Fino al 1914 non ci furono guerre importanti in Europa, quindi gli ufficiali dell’esercito che volevano riconoscimenti, erano attratti dal servizio

oltremare. Il più illustre di questi fu Frederick Lugard, che nel 1888 si distinse nella guerra dell’Africa Lakes Company contro gli schiavisti del

Malawi. In seguito a ciò egli occupò il Buganda per conto dell’IBEA Company e poi nel 1894 passò al servizio di Goldie.

Quando le operazioni militari in Nigeria divennero responsabilità del Colonial Office Lugard divenne il primo Alto Commissario della nuova colonia

e con la sua politica dell’indirect rule, consentì agli europei di controllare i sovrani africani tradizionali, lasciandogli il compito di mantenere la

popolazione.

Sotto Lugard la campagna militare nella Nigeria settentrionale continuò fino al 1906 e in quella orientale fino al 1918, mentre la campagna tedesca

terminò tra il 1914-18. La colonia francese del Niger non fu conquistata che negli anni venti e seri combattimenti continuarono in quel periodo nel

Somaliland e nel Sudan.

Queste guerre furono viste coma pacificazioni, ma non sempre fu così, come ad esempio i sollevamenti degli Shona e degli Ndebele del 1896-97,

nella Rhodesia meridionale e la rivolta Maji-Maji dell’Africa Orientale tedesca nel 1905-06.

I primi governi coloniali non ritenevano che avesse senso sviluppare le nuove colonie, l’intenzione anzi era di fornire il minimo necessario per

l’amministrazione, comunicazione e servizi tecnici per affermare il controllo europeo, trasformandole in imprese redditizie.

Per portare coloni in Africa, i governi dovettero incentivarli, e come prima cosa affittarono o assegnarono larghe aree delle colonie a compagnie

private. Dal punto di vista dei governi europei una compagnia commerciale era vista come un agente governativo, i cui poteri potevano essere

modificati e abrogati mentre una compagnia che godeva di una concessione operava semplicemente all’interno di una struttura legale fornita dalle

autorità coloniali dei governi europei.

Negli anni ottanta del diciannovesimo secolo il governo inglese e quello tedesco accordavano poteri governativi a compagnie che operavano in

Africa, ma queste non disponevano di capitali sufficienti per stabilire un controllo appropriato su terre estese e non sviluppate.

La Royal Niger Company invece operava in condizioni che le permisero di avere successo come compagnia commerciale; essa non ebbe però

un’amministrazione imparziale e fu coinvolta in conflitti con i francesi. Questo indusse il governo inglese a revocarle poteri e responsabilità nel

1899.

La British South africa Company continuò a fungere da agenzia governativa, ma sopravvisse a stento alle insurrezioni shona e ndebele.

La BSA Company di Rhodes era la meglio fornita di capitali ma non fu mai in grado di fornire più di un minimo di amministrazione e i suoi azionisti

non ricevettero mai alcun dividendo sui loro investimenti.

Anche il Portogallo utilizzò compagnie commerciali, in particolare in Mozambico, dove l’amministrazione fu affidata alla Compagnia del Nissa e alla

Compagnia del Mozambico, rispettivamente fino al 1929 e al 1942; ma queste furono per lo più un espediente per attirare capitali stranieri.

Molti africani occidentali abituati a venire incontro ai bisogni commerciali europei svilupparono con successo la produzione per l’esportazione di

semi oleosi, cacao, caffè, banane e altri prodotti, che questi ultimi potevano acquistare a prezzi più bassi che coltivarli.

Inoltre gli africani avevano sviluppato una considerevole competenza anche a trattare con gli europei, così crearono le prime associazioni politiche

per difendere i propri diritti sulla terra e contro l’invasione europea. La Società per la Protezione dei Diritti degli Aborigeni diede inizio nella Costa

d’Oro a un’agitazione vittoriosa contro le concessioni di terre a stranieri negli ultimi anni novanta del diciannovesimo secolo.

Niente del genere esisteva invece nell’Africa Occidentale francese.

La Liberia era un caso a parte, in quanto aveva comunque attratto pochi europei. Quando la forza degli imperialisti europei in competizione

cominciò a premere sulla Liberia il suo governo si accanì per ottenere risorse che gli permettessero di consolidare la presa sul territorio. Si imbarcò

in prestiti senza però riuscire a incrementare commercio ed entrate. Nel 1912 il risultato principale fu l’imposizione di una curatela straniera sui

suoi dazi doganali.

Ma soltanto l’oro della Costa d’Oro era veramente interessante per gli europei, che cominciarono a chiedere concessioni in quest’area e con

l’avvento delle ferrovie questa ebbe un’industria estrattiva che rivaleggiava con il Transvaal.

Durante gli anni trenta del ventesimo secolo, ci si rese poi conto della presenza di diamanti nella Sierra Leone e nella Costa d’Oro, dove furono

accordate delle concessioni per lo sfruttamento agli europei. Ma i diamanti potevano essere trovato anche dagli stessi africani, con il risultato che

soprattutto in Sierra Leone si svilupparono considerevoli tensioni.

Nelle terre del bacino del Congo, la politica di concessioni di terra fu più favorita. Qui la concorrenza tra gli agenti di Leopoldo II e del governo

francese aveva portato queste due autorità ad acquisire diritti sulle vaste aree di territorio difficili e costose da controllare e amministrare.

Le dimensioni del problema che Leopoldo si trovò a fronteggiare erano più grandi di quelle che dovettero affrontare i francesi; le sue risorse erano

limitate rispetto alla Francia, l’acquisizione e la conquista del libero Stato del Congo, lo lasciò privo di mezzi per svilupparlo.

Diritti assoluti sullo sfruttamento della terra furono accordati a delle compagnie ed egli convertì la sua amministrazione in una compagnia dotata di

concessioni. Ogni comunità africana fu costretta a consegnare agli agenti del governo le sue quote di prodotti senza compenso.

Gli umanitari, soprattutto inglesi, che in Congo avevano interessi sia commerciali sia missionari, organizzarono una campagna contro il regime di

Leopoldo e alla fine egli fu costretto a trasferire la propria colonia sotto il controllo di governo e parlamento belgi.

Nel 1898 il governo francese si arrese alle pressioni degli interessi finanziari francesi che ritenevano che si potessero ricavare fortune dallo

sfruttamento del caucciù spontaneo nelle foreste dell’Africa Equatoriale francese. Il paese fu rapidamente spogliato della sua ricchezza più

immediatamente realizzabile in cambio poco o nulla fu realizzato in fatto di strade o altri servizi. Ma anche così le compagnie trovarono difficile

realizzare profitti.

Tra il 1912 e il 1934 si verificò un altro scandalo a seguito della morte di 20.000 lavoratori durante la costruzione di Pointe Noire a Brazzaville.

Dove esistevano risorse il denaro doveva essere speso per trovarle e stimarle; i governi potevano fare poco e l’iniziativa privata non era disposta a

fare grandi investimenti.

Delle colonie tedesche soltanto il Togo si rese indipendente dall’aiuto imperiale e delle colonie inglesi il Kenya ricevette contributi fino al 1911,

l’Uganda fino al 1914 e la Nigeria fino al 1918, ma solo per coprire costi amministrativi.

Al di fuori dell’africa Occidentale, solo Rhodesia e Uganda erano colonie vitali (1914). Il punto di vista generale era che gli stessi africani avevano

fatto poco per sviluppare il loro continente, quindi le nuove autorità coloniali dovevano forzarli a fare di più, ma non riuscirono a rendersi conto

delle limitazioni imposte da terreni, clima e scarsità di popolazione.

In effetti una delle più immediate conseguenze della conquista e colonizzazione europea in Africa fu una consistente diminuzione della

popolazione. Le richieste europee di terra, forza lavoro e tasse devono aver danneggiato seriamente la società africana, la sua popolazione e le sue

capacità produttive.

La guerra herero nell’Africa sud-occidentale e la ribellione maji-maji nell’Africa orientale ebbero sulla politica coloniale tedesca gli stessi effetti

degli scandali del Libero Stato del Congo in Belgio. La differenza principale fu che in Germania il Reichstag ebbe un considerevole ripensamento

sulla politica e l’amministrazione di cui le colonie avevano bisogno. I segretari coloniali tedeschi furono gli unici a visitare le colonie per capire gli

interventi necessari, con il risultato che fu messo a disposizione denaro per la realizzazione di progressi e ricerche accurate sui problemi dello

sviluppo nei tropici. Ma in seguito alla prima Guerra Mondiale, le colonie tedesche furono spartite tra Francia, Belgio e Inghilterra.

La teoria francese dell’impero comprendeva la convinzione che i sudditi coloniali erano potenziali cittadini, ai quali andavano concessi gli stessi

diritti dei francesi. Questo principio fu applicato nelle isole delle Indie Occidentale e di Reunion e fu esteso ai communes del Senegal, St. Louis,

Goree, Rufisque e Dakar.

Gli inglesi avevano accettato che i territori posti sotto il controllo del Colonial Office, disponessero di consigli legislativi locali che aiutassero i loro

governatori a elaborare leggi locali adatte e che questi includessero rappresentanti delle comunità locali.

Negli anni ottanta del diciannovesimo secolo Colonia del Capo, Natal, Sierra Leone, Costa d’Oro, Lagos e Gambia avevano tutte dei consigli

comprendenti membri africani nominati e politicamente attivi.

Il nuovo grande impero francese nell’Africa Occidentale iniziò essenzialmente come impresa militare. Per far si che la Francia potesse governare i

principali stati africani, gli imperi dei Tukolor e dei Samori furono conquistati e i loro sistemi tradizionali di governo furono demoliti. Presto la

Francia ideò per le sue colonie in Africa occidentale un sistema di governo centralizzato e autoritario. Gli africani entravano in questo progetto solo

in qualità di ausiliari. Questo autoritarismo era giustificato dalla convinzione che l’assimilazione delle masse africane alla civiltà francese era

difficilmente attuabile nell’immediato futuro. Il meglio che si poteva sperare era che potessero essere uniti alla Francia come sottoposti, in modo

da concedergli doveri, ma non diritti.

La situazione britannica invece era molto eterogenea, perché l’amministrazione inglese era meno centralizzata della francese. I governatori

coloniali inglesi godevano di possibilità di iniziativa e chiedevano sempre consiglio ai propri subordinati, maggiormente in contatto con i locali.

Inoltre in Uganda i primi agenti inglesi erano missionari e poi mercanti e lo stesso modello si riscontra nello Nyasaland e nella Rhodesia

settentrionale (Malawi e Zambia).

Invece via via che si estese sui distretti costieri dell’Africa Occidentale, il dominio inglese assunse fin dall’inizio forme dirette. Il controllo passò dai

re africani agli ufficiali distrettuali europei responsabili di fronte ai governatori coloniali.

Importanti regni, come l’Ashanti e il Benin furono conquistati, le loro amministrazioni furono distrutte come avvenne per il Dahomey e il dominio

inglese fu imposto con la forza, attraverso i protettorati della sierra Leone e della Nigeria Orientale.

Ma fu forse la conquista di Lugard contro gli emiri fulani nella Nigeria settentrionale che allontanò l’Inghilterra dal governo diretto.

Nel 1903 Lugard era però già alle prese con il problema di come organizzare il controllo inglese su un territorio così grande. L’unica soluzione era il

governo indiretto. Così nella Nigeria settentrionale, mentre gli emirati fulani venivano collocati entro una struttura generale di legge inglese e

mentre venivano imposte loro importanti riforme, i funzionari inglesi locali erano tenuti ad agire come residenti, erano ancora i governi degli emiri

a riscuotere le tasse e a trattare direttamente con gli africani, in base alla consuetudine o alla legge islamica.

Il sistema di governo cui Lugard diede inizio diventò un modello per le amministrazioni inglesi nell’Africa tropicale. Si dimostrò inoltre un modo

economico ed efficace di amministrare la Nigeria, più importante colonia inglese nell’Africa tropicale, di cui Lugard divenne amministratore.

Il governo indiretto poteva essere difficilmente applicato in colonie come la Rhodesia meridionale o i Kenya, dove vivevano coloni bianchi convinti

che la società africana fosse un anacronismo barbarico. Si ponevano inoltre evidenti problemi nell’attuazione del governo indiretto fra le società

africane che avevano sviluppato poco in fatto di autorità politica manifesta e nelle quali la leadership tradizionale aveva ancora un carattere

essenzialmente sociale e religioso. In questi casi la soluzione fu quella di creare delle “Native Administrations”.

La principale obiezione al governo indiretto era che rischiava di diventare un sistema statico di controllo europeo. In realtà i suoi successi furono

limitati alla Nigeria, all’Uganda, nel Loziland e nell’Ashanti.

Il periodo della prima Guerra Mondiale, quando Inghilterra, Francia, Belgio e Sud Africa, conquistarono le colonie tedesche, può essere considerata

l’ultima impennata del vecchio imperialismo in Africa.

Il Togo, il Camerun e l’odierna Namibia, furono sconfitti rapidamente, ma la conquista tedesca dell’Africa Orientale fu lunga e sanguinosa. I francesi

ottennero le parti più vaste di Togo e Camerun, in africa Orientale gli inglesi si impadronirono del Tanganyika, mentre i Belgi ottennero Rwanda e

Burundi (odierni), mentre i sudafricani ottenevano la zona della Namibia.

Nel 1918 i vincitori avevano sottoscritto i 14 punti elaborati da Wilson (USA), che prevedevano la costituzione di una Società delle Nazioni che

garantisse reciproca indipendenza e integrità territoriale e inoltre affermavano il principio dell’autodeterminazione dei popoli negli sconfitti imperi

autro-ungarico e turco. Quindi i conquistatori delle colonie tedesche in Africa, avrebbero potuto amministrarle solo in virtù dei mandati delle

Società delle Nazioni.

La seconda fase del dominio coloniale (anni venti e trenta del ventesimo secolo) fu ancora molto statica.

La fiducia degli europei fu inoltre indebolita dalla depressione mondiale degli anni trenta, quando iniziò a nascere l’idea che se si voleva che l’africa

si sviluppasse adeguatamente i governi coloniali dovevano giocare un ruolo attivo nel processo.

Alcuni uomini di stato, in particolare Joseph Chamberlain in Inghilterra e Albert Sarrault in Francia avevano insistito sul fatto che i loro paesi

volevano ottenere un beneficio reale dai loro nuovi domini coloniali, dovevano intraprendere passi per garantire un loro sviluppo dinamico.

L’ostacolo principale è dato da concetto che le colonie e i governi coloniali dovessero essere autosufficienti dal punto di vista economico e non

essere una fonte di dissanguamento per le risorse metropolitane. Ma raramente si avevano entrate sufficienti da risparmiare per investire in

progetti di sviluppo. Sir Gordon Guggisberg, governatore della Costa d’Oro fu in pratica l’unico a formulare un progetto coerente per lo sviluppo

della sua colonia che comprendeva il miglioramento dei trasporti e dei servizi tecnici della colonia, in modo da rende più efficiente e produttiva la

sua economia affinché il governo potesse ottenere più entrate e sviluppare un sistema di educazione esauriente che avrebbe insegnato agli africani

a sostituire la manodopera europea nella direzione della colonia. Ma il successo economico indigeno forniva già al governo entrate in eccedenza

con le quali questo poté costruire.

Tuttavia fu la depressione degli anni trenta a suggerire alle potenze coloniali che il loro interesse richiedeva che venissero fatti sforzi per

promuovere lo sviluppo nei territori d’oltremare. La crisi aveva creato una massiccia disoccupazione e le colonie servivano ad aiutare il rifiorire del

commercio e ridurre la disoccupazione in patria. Ciò che era necessario per avviare questa benefica spirale di sviluppo erano maggiori investimenti

europei nelle colonie.

A seguito della seconda Guerra Mondiale, Inghilterra, Francia e Belgio dovettero fronteggiare gravi scarsità di valuta straniera e nel 1941-45 gli fu

negato l’accesso a caucciù e petrolio, dall’avanzata giapponese in estremo oriente.

In Francia De Gaulle fu costretto ad istituire un libero governo francese, per il quale era vitale l’appoggio delle colonie e verso il 1942, tutta l’africa

francese abbandonò Vichy.

In Inghilterra, dopo la guerra, il parlamento approvò il suo primo Colonial development Act, per aiutare finanziariamente lo sviluppo economico

nelle colonie. Ma il contributo iniziale era minimo e negli anni 40 fu sufficiente a finanziare progetti nel campo educativo e sanitario che potevano

portare benefici a lungo termine.

Dopo la guerra il periodo coloniale entrò in una terza fase, nel quale la nuova ortodossia divenne che amministrazioni coloniali e metropolitane

pianificassero e finanziassero piani globali di sviluppo economico e sociale dei territori africani.

Nel dopoguerra le colonie inglesi poterono contribuire ai propri piani di sviluppo con proprie entrate e a metà degli anni cinquanta le colonie

africane partecipavano ormai all’economia mondiale.

Purtroppo il tasso di incremento era minimo rispetto alle popolazioni e spesso disomogeneo, così come il processo sociale era molto irregolare

2 Il periodo coloniale: colonie di popolamento

All’apice del periodo coloniale, a metà degli anni cinquanta del ventesimo secolo, c’erano più di cinque milioni di coloni di origine europea che

vivevano in Africa e la consideravano la propria patria. Le concentrazioni più vaste si trovavano in Sud Africa e Algeria. Nel diciannovesimo e nel

ventesimo secolo, altri europei si erano stabiliti in territori vicini come la Rhodesia, il Congo Belga e il Kenya. Inoltre il Mozambico e l’Angola

fungevano da sostegno alle economie europee del Transvaal e della Rhodesia.

Dagli anni quaranta circa del ventesimo secolo, il Portogallo aveva incoraggiato la migrazione dei propri cittadini verso queste due province

d’oltremare per assicurare lo sviluppo e mitigare la miseria in patria.

A sud del Sahara c’erano circa un milione di asiatici residenti, provenienti principalmente dal su-continente indiano, comprendenti anche alcuni

arabi.

In seguito alla politica condotta dalla Francia i 150.000 ebrei che vivevano in Algeria negli anni cinquanta erano stati largamente assimilati dalla

comunità europea e dopo la guerra del 1956 con Israele furono quasi tutti espulsi dal paese.

Benché i coloni europei presenti in Africa fossero una minoranza, la loro influenza sui governi coloniali locali fu sproporzionata al loro numero ed in

alcuni cassi essi ne ottennero il controllo.

I coloni europei inoltre erano importanti perché per la maggior parte avevano portato in Africa le loro famiglie e le loro fortune durante la fase

ascendente dell’imperialismo ed avevano goduto di una certa superiorità dal punto di vista della forza militare, della ricchezza, dell’educazione

della tecnologia e dell’organizzazione e naturalmente volevano conservare le proprie posizioni sia per la propria sicurezza che per continuare a

sfruttare la terra e la forza-lavoro africane, quindi continuarono a negare agli africani l’accesso al potere.

Nel diciannovesimo secolo i francesi cominciarono a conquistare l’Algeria, dove fu costituita una colonia che seguì un modello di popolamento

molto simile a quello del Sud Africa.

Ad eccezione delle terre di frontiera lungo il Sahara, il paese fu diviso in tre grandi departements, come se fossero della stessa Francia. Questa

decisione non teneva però conto della realtà della situazione, ad esempio la concorrenza tra coloni agricoltori, algerini e francesi che producevano

cereali, e la riluttanza degli algerini a rinunciare alla loro legge coranica. Tuttavia il problema degli algerini non assimilati inizialmente sembrò meno

pressante se non quello degli ebrei, e fu un’ondata di antisemitismo che portò nel 1898 a un importante cambiamento costituzionale.

La maggior parte delle attività di governo in Algeria furono poste sotto l’autorità del Governatore generale e al paese fu attribuito un bilancio

annuale che richiedeva l’approvazione di un’assemblea eletta, composta da cittadini francesi e rappresentanti algerini autoctoni.

Il riconoscimento del contributo algerino all’impresa militare francese del 14-18, fu realizzato qualche miglioramento nella posizione degli algerini

autoctoni, per i quali divenne un po’ più facile ottenere la cittadinanza e diventare elettori nei communes de plein exercice, anche se non erano

cittadini a pieno titolo. Ma la maggioranza della popolazione aveva poca voce in capitolo per quanto riguardava il governo del paese.

Dal momento che gli algerini autoctoni erano stati privati della maggior parte delle terre migliori del loro paese e dei mezzi per acceder a mercati,

capitale e istruzione, la loro agricoltura rimase primitiva e divenne sempre meno capace di provvedere mezzi di sussistenza adeguati alla

popolazione; molti algerini cercarono quindi lavoro nelle fattorie, nelle proprietà e nelle città che gli europei avevano creato. Quindi mentre una

parte di questi continuava a vivere in povertà, sugli altipiani e nelle steppe, quantità crescenti erano costrette a vivere in aree in cui la maggior

parte di loro non avevano diritti, non essendo cittadini.

Il modello di sviluppo sotto la Francia, in Tunisia e in Marocco fu simile, ma con una differenza principale, questi erano protettorati francesi, nei

quali la sovranità legale rimaneva al bey e al sultano, i sovrani locali.

In Tunisia l’amministrazione francese fornì il capitale per la costruzione di ferrovie e porti e secoli di governo stabile, avevano consentito

l’affermazione di diritti di proprietà sulle terre. Il bey e la sua classe dominante avevano creato grandi proprietà pubbliche e private, con adeguata

forza-lavoro. Poi il capitale e la tecnologia europei e un certo grado di colonizzazione diedero rapidamente vita ad una rivoluzione agricola basata

sulla coltivazione di cereali, vigneti e soprattutto ulivi.

Le autorità francesi erano riuscite ad ottenere mano libera nella gestione degli affari in Tunisia raccogliendo un prestito per subentrare ai creditori

stranieri del bey, così che i loro funzionari potessero dirigere l’amministrazione centrale, introducendo moderni sistemi sanitari ed educativi e

fornendo un sistema di leggi e tribunali francesi per regolare gli affari della popolazione non-nativa. Ma il governo locale, la tassazione diretta e

l’amministrazione della giustizia per la maggioranza indigena, furono lasciati essenzialmente ai caid e ai funzionari minori del governo del bey. Così

il governo della Tunisia sotto la Francia fu fortemente autocratico e burocratico nella struttura.

Ma prima dell’arrivo dei francesi, il bey aveva offerto alla Tunisia un governo costituzionale in difesa dei diritti della gente e nei tardi anni trenta il

partito Neo Destour (nuova costituzione), guidato da Habib Burghiba, si trovò in aperto conflitto con le autorità francesi.

In Marocco la situazione era diversa, il makhzin (governo) raramente era penetrato al di là delle pianure della costa in cui si trovavano le principali

città. I vasti altipiani e le regioni montuose dell’Atlante e del Rif erano stati riconosciuti come bilad as-siba (terra dissidente) dal lasciare alle tribù

dei Berberi e ai loro capi e il desiderio di un sultano di europeizzare il suo paese, aveva provocato ostilità fra i suoi sudditi più influenti.

Il primo compito del primo Generale residente francese Lyautey fu quindi di restaurare l’ordine con la forza e nel 1918 il dominio francese era stato

imposto su tutte le terre lungo la frontiera con l’Algeria e nel resto del paese fin oltre ai precedenti limiti reali del makhzin e i francesi inoltre si

sentirono in dovere di aiutare a sedare l’energica resistenza all’instaurazione del controllo spagnolo nel Rif, organizzata da Abd al-Krim tra il 1921-

26.

Sul fronte civile Lyautey si trovò a dover restaurare il prestigio del sultano e a costituire un’amministrazione marocchina moderna, con personale

francese, a fianco del tradizionale makhzin. Con il procedere della conquista, questo sistema fu esteso alle campagne, si impose una supervisione

francese più stretta sul sistema amministrativo e giudiziario e si giunse a delle intese con i capi tribù berberi.

Le pianure della costa furono aperte all’agricoltura e all’estrazione dei fosfati da ferrovie e strade e i vecchi centri di Fez e Marrakesh persero in

influenza rispetto a città costiere come Rabat. Rispetto alla Tunisia, lo sfruttamento economico dovette partire quasi da zero. In questa città viveva

un nuovo proletariato marocchino salariato e il sistema di educazione francese contribuì alla formazione di una nuova leadership politica orientata

verso l’esterno e pronta a sfidare il dominio francese.

Il modello di colonizzazione europea che si affermò nel Sud Africa alla fine del diciannovesimo secolo, era essenzialmente uguale a quello attuato

in Algeria. Una forza superiore aveva permesso ai coloni di occupare molta della migliore terra agricola, attraverso la quale furono costruite

ferrovie per permettere ai loro prodotti di raggiungere i mercati mondiali. Numerosi abitanti indigeni erano stati relegati nelle terre meno

favorevoli ed accessibili, dove fungevano da serbatoio di forza lavoro a buon mercato. Inoltre i coloni avevano il monopolio del potere politico, del

capitale e dell’occupazione specializzata.

Nel Sud africa le quattro colonie inglesi del Capo, Natal, Transvaal e del Libero Stato dell’Orange, si unirono a formare l’Unione del Sud Africa; qui la

minoranza europea aveva ottenuto potere assoluto, perché nel Witwatersrand avevano accesso ad una ricchezza mineraria certa, sufficiente a

promuovere una rivoluzione industriale e un decollo economico; inoltre erano riusciti ad emanciparsi completamente da ogni controllo da parte

dell’Europa e costituivano il solo gruppo di coloni in Africa capaci di dar vita a un senso di identità nazionale. I coloni algerini non possedevano

nessuno di questi vantaggi.

Tuttavia soltanto otto anni prima della formazione dell’Unione del Sud Africa il potere e le risorse dell’impero inglese avevano finalmente vinto una

guerra lunga e costosa per arrestare le sollecitazioni separatiste e nazionaliste dei Boeri.

Milner, l’Alto Commissario imperiale del Sud Africa pianificò una generazione di dominazione britannica sulle due repubbliche boere conquistate,

questo significò anche che le due colonie inglesi autonome finirono per subire l’influenza predominante degli interessi imperiali inglesi. Ciò che

importava a Miler era creare nel Sud Africa

Un sistema politico che assicurasse che la sua ricchezza potesse continuare ad essere sfruttata nell’interesse imperiale inglese.

Tuttavia egli rimase prigioniero di una situazione al di la del suo controllo: l’emigrazione dalle isole britanniche si era ridotta ed era costituta da

povera gente non attratta dal Sud Africa, inoltre quando Chamberlain lasciò il Colonial office nel 1903 e il partito liberale vinse le elezioni tre anni

dopo, si verificò un ritorno alla tradizione imperiale britannica precedente a quella che proponeva lo sfruttamento attivo delle colonie.

Quindi ai due territori conquistati furono rapidamente accordate delle costituzioni ed elessero dei governi boeri sotto la guida di capi decisi a

conquistare con mezzi costituzionali la libertà di amministrare gli affari sudafricani senza interferenze straniere.

Quindi l’Inghilterra si tenne deliberatamente in disparte dalle consultazioni inter-coloniali del 1908, considerate come problemi dei rappresentanti

eletti delle 4 colonie e l’enfasi fu posta interamente sul superamento delle divisioni all’interno della comunità bianca. L’unica azione a favore degli

interessi africani venne dall’esterno, quando l’Inghilterra dovette prendere atto dell’opposizione all’incorporazione del Sud Africa bianco diffusa

nel Basutoland, nel Bechuanaland e nello Swaziland. Nella legge approvata dal parlamento inglese per trasferire i poteri alla nuova Unione fu

stabilito che questi tre territori rimanessero per il momento protettorati inglesi e che fosse necessario il consenso dei loro abitanti perché

potessero essere in seguito annessi all’Unione.

Nelle consultazioni costituzionali che portarono alla formazione dell’Unione nel 1910 l’iniziativa fu presa dai boeri. I distretti rurali più poveri, dove

si trovava la maggior parte dei boeri, furono sovra rappresentati in parlamento per compensare il potere dei centri urbani e industriali dominati da

coloni di lingua inglese.

L’Apartheid fu enunciato come dottrina politica ufficiale nel 1947 e preparò la vittoria elettorale di Malan nel 1948, che consolidò definitivamente

il potere dei nazionalisti.

In questo periodo una serie di iniziative come le Native Land Acts (1913-36), limitarono legalmente l’occupazione della terra da parte dei due terzi

africani della popolazione, la riduzione e alla fine l’abolizione della rappresentanza parlamentare dei non europei, e il numero sempre crescente di

leggi che riservavano ai bianchi le attività specializzate e controllavano il modo in cui i non europei erano autorizzati a entrare, vivere e lavorare

nelle aree dei bianchi, contribuirono a consolidare la struttura legale dell’apartheid. Nacquero così comunità distinte e separate da quelle dei

bianchi, sovraffollate e con sovra sfruttamento della terra.

I protagonisti dell’apartheid sostenevano che la soluzione e tali problemi poteva consistere nell’orientare il capitale affinché si sviluppassero

industrie nel Bantustan o lungo i confini e venissero migliorate le loro condizioni agricole, ma per gli europei era più redditizio impiegare questi

capitali nelle aree sviluppate del paese, ossia le loro, che disponevano di risorse minerarie, adeguate infrastrutture di trasporto, abitative e altri

servizi.

Malgrado questa politica la quantità di africani residenti nelle aree europee continuò ad aumentare, ciò a conseguenza della rivoluzione industriale

iniziata dopo la scoperta di diamanti e oro negli anni settanta e ottanta del diciannovesimo secolo. Questa rivoluzione industriale portò altrettanti

cambiamenti sociali; la divisione degli europei tra i boeri e coloni di lingua inglese non aveva più molta rilevanza, essi non erano più gente di

campagna e divennero membri attivi di una società bianca, urbana, industriale e commerciale.

Gli europei avevano sempre più bisogno dei non-europei, le forze economiche richiedevano che questi fossero ammessi a lavori sempre più

specializzati e aumentassero il loro potere d’acquisto in modo che diventassero i consumatori più importanti.

Il successo della colonizzazione bianca nell’Africa Meridionale sembrò suggerire che questa fosse uno strumento adatto allo sviluppo di altre

colonie sub-sahariane; gli esperimenti principali furono Rhodesia e Kenya.

3 L’indipendenza riconquistata

Negli anni sessanta il sistema coloniale era in piena retrocessione e alla fine del 1970 era scomparso del tutto. La sua presenza più evidente

rimanevano le guarnigioni assediate dai residenti bianchi in Sud Africa, i quali avevano già raggiunto l’indipendenza nella gestione dei propri affari

e avevano un proprio territorio (Namibia).

Le due guerre mondiali e la depressione intermedia, servirono dapprima a indebolire la fiducia dell’Europa Occidentale nella sua missione

civilizzatrice e poi a produrre un declino della sua capacità di mantenere il controllo dell’imper.

Gli europei non potevano evitare il fatto che il controllo coloniale fosse istruttivo. La costituzione di ogni colonia implicò l’istituzione di sistemi

formali di educazione per le popolazione, anche solo per farne dei dipendenti e degli strumenti più efficienti per l’estrazione delle ricchezze del

paese. Quindi gli africani impararono a voler fare queste cose per se stessi e impararono anche in qualche misura come farle, sia adattando le loro

organizzazioni tradizionali, sia facendo proprie le forme di organizzazione europee. Perciò da un lato i nazionalisti africani furono incoraggiati e

d’altra parte gli europei non potevano continuare a respingere le loro rivendicazioni e capirono che non era nel loro interesse farlo. La seconda

importante finalità dell’impero, l’utilizzo dei mercati e delle risorse coloniali a beneficio di un’economia industriale creata e amministrata dagli

europei occidentali e dai loro alleati, era stata raggiunta. Dal momento che si riteneva che questo sfruttamento economico fosse inevitabile e

irreversibile, non sarebbe andato distrutto con la rimozione dei domini politici europei. Per di più si vide presto che ogni tentativo di mantenerli

con la forza, poteva diminuire i benefici economici.

La decolonizzazione iniziò nel nord del Sahara, in particolare nell’Africa Nord-Orientale, con la sola eccezione degli altipiani etiopici. Questa parte

del continente per secoli aveva fatto parte del mondo musulmano quindi partecipò al movimento di riforma islamico, che produsse filosofi e

politici che cercarono di sviluppare l’Islam per dimostrare che gli europei non avevano il monopolio delle iniziative modernizzanti. La predicazione

di tali uomini facilitata dalla distruzione dell’impero ottomano, che però non ebbe altro effetto politico pratico che la dichiarazione dell’Inghilterra

del 1922, che l’Egitto era un regno sovrano, con il quale essa propose di negoziare un accordo per garantire il rispetto dei propri interessi in

questioni quali il canale di Suez. Ma nelle terre islamiche d’origine si verificarono cambiamenti drammatici; la Tirchia passò sotto l’amministrazione

riformista di Kemal Ataturk; altrove gli arabi ottennero l’indipendenza, sotto Ibn Sa’ud.

Il riformismo islamico e il cambiamento politico nei paesi arabi confinanti del Vicino oriente, suscitarono un senso di crescente frustrazione tra la

generazione più giovane dell’Africa Settentrionale. Da un lato il dominio coloniale fornì a questi giovani un nuovo accesso al pensiero politico e

tecnologico moderno, dall’altro non diede loro una possibilità reale di utilizzare le nuove idee se non come membri subordinati del dominio

coloniale. Il risultato fu il sorgere di movimenti nazionalisti che cercarono di abbattere questo dominio.

In Egitto, l’Inghilterra aveva espresso la sua volontà di cooperare con un regime autoctono che accettasse le sue particolari necessità di sicurezza

delle vie di comunicazione con l’India. Seguirono quindi molti anni di dispute politiche che coinvolsero tre importanti protagonisti. Il primo era il

partito nazionalista, il Wafd, in grado di vincere in libere elezioni, gli altri due erano prima re Fu’ad, poi re Faruq e l’Inghilterra. Entrambi avevano

interessi che sentivano minacciati dai nazionalisti e nessuno dei due desiderava cedere i propri poteri tradizionali. I governi Wafd finirono quindi

per essere sciolti e sostituiti da amministrazioni di moderati.

Alla fine comunque il Wafd e gli inglesi capirono che non avrebbero potuto distruggere rapidamente le basi del potere reciprocamente e che era

meglio giungere ad un’intesa. Il risultato fu il trattato di alleanza anglo-egiziano del 1936, che mise fine all’occupazione militare inglese dell’Egitto

e, anche se per vent’anni, l’Inghilterra ebbe il diritto di conservare una forza militare ridotta in una zona sulle due rive del canale di Suez.

Ma nel giro di tre anni era cominciata la Seconda Guerra Mondiale. L’Africa Settentrionale e Nord-orientale, divennero teatro di operazioni. La

conseguenza più immediata della guerra fu che l’Inghilterra sentì il bisogno di difendere a tutti i costi l’Egitto e il suo canale contro l’asse italo-

tedesco. Le forze inglesi furono rafforzate per far fronte alla minaccia degli eserciti italiani che fiancheggiavano la valle del Nilo e il Mar Rosso, in

Libia e in Etiopia.

I primi successi inglesi in Libia fecero si che gli italiani fossero rinforzati dai tedeschi, con il risultato che nel 1942 un’armata dell’Asse invase l’Egitto.

Ma l’intesa inglese con il Wafd resse e la minaccia della forza fu usata per imporre un governo Wafd a re Faruq.

Verso la fine del 1942 gli inglesi riuscirono a realizzare un’importante offensiva nell’Africa Settentrionale, sconfiggendo definitivamente l’esercito

italo-tedesco a El Alamein. Poiché la Francia era sotto l’occupazione tedesca, un esercito anglo-americano sbarcò in Marocco e in Algeria, con lo

scopo di avanzare verso la Tunisia per dare il colpo di grazie agli italiani li respinti. Gli eserciti alleati che avanzavano da est e da ovest, si unirono e

vicino a Tunisi ottennero la resa dell’esercito italiano. Tutta l’Africa Settentrionale, dalla Somalia al Marocco era sotto il controllo inglese e

francese.

Le amministrazioni istituite dagli inglesi in Eritrea e Libia erano governi militari di transizione; in Libia il candidato al governo era il capo del

Sanusiyya, un tariqa cirenaico fondato nel 1843. Nel 1950 Idrs al-Sanusi fu eletto re di un’unione federale che comprendeva Cirenaica e Tripolitania

e l’anno successivo la Libia ottenne l’indipendenza. Per quanto riguarda l’Eritrea nel 1952 divenne una provincia federata dell’Etiopia; mentre per

la Somalia, l’Italia ottenne un mandato per prepararla all’indipendenza, mentre l’Inghilterra si impegno per fare lo stesso nel suo protettorato. Nel

1960 questi obiettivi furono raggiunti e i due territori si unirono in una Repubblica Somala indipendente.

Nel frattempo la fine della guerra fece si che fosse possibile normalizzare le relazioni anglo-egiziane e preparare un nuovo accordo in sostituzione

del trattato destinato a scadere nel 1856, ma la vita pubblica egiziana si trovava in condizioni instabili. Gli affari interni furono trascurati a favore

della formazione della Lega Araba e della difesa degli arabi in Palestina, contro le pretese degli immigrai ebrei di fondare un nuovo Israele. I

negoziati con l’Inghilterra furono rotti più di una volta, soprattutto perché gli egiziani insistevano che il Sudan era egiziano.

Tra il 1948-49 l’incompetenza e la corruzione di palazzo e dei politici ortodossi, si manifestò nella schiacciante sconfitta inflitta all’esercito egiziano

durante la prima guerra arabo-israeliana.

Nel 1952 il colonnello Gamal Abdul Nasser realizzò un colpo di stato che ottenne l’abdicazione e l’esilio di Faruq; l’anno seguente il paese fu

dichiarato una repubblica e Nasser divenne presidente. La sua azione più significativa fu una riforma agraria che annientò i proprietari terrieri che

fino ad allora avevano dominato la vita politica ed economica del paese.

Furono rapidamente raggiunti accordi con l’Inghilterra che ottennero il ritiro delle ultime truppe dalla zona del canale e diedero inizio ad un

periodo di autogoverno di transizione per il Sudan, alla fine del quale il popolo optò per l’indipendenza dall’Egitto.

Il controllo francese fu ristabilito nei territori Nord Africani, mentre gli altri territori ottenevano la libertà. Gli appelli dei nazionalisti algerini,

tunisini e marocchini furono ignorati, e l’Algeria ottenne solo un nuovo statuto costituzionale che estendeva la cittadinanza francese a tutti i

musulmani.

Il risultato in Tunisia fu la dissidenza violenta dei neo-Destour; in Marocco la maggior parte del paese fu controllata dalla Francia tramite accordi

con i capi berberi locali, tradizionalmente ostili al dominio del sultano, che venne infine esiliato e l’opposizione armata contro il dominio francese

in poco tempo prese il via nei quartieri delle classi lavoratrici delle città più grandi.

Nel 1954 i nazionalisti erano in aperta rivolta in tutto il Maghreb, ma il pericolo più serio per i francesi era l’Algeria, paese in cui avevano più da

perdere e dove la società locale aveva sofferto più duramente la presenza francese.

Entro diciotto mesi era stato formato il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) e questa fu come una dichiarazione di guerra che destabilizzò i

francesi. Questa crisi costrinse i francesi a rivalutare le situazioni di Tunisia e Marocco. Nel 1954 in Tunisia un governo neo-Destour era in carica e

nel Marocco si arrivò alla rivolta aperta nelle città e nelle campagne, che riportarono al potere il sultano e la Francia acconsentì che il Marocco

tornasse ad essere una monarchia indipendente. Questa azione ebbe conseguenze in Tunisia e nel protettorato spagnolo in Marocco, che dovette

cessare .

Quindi nel 1957 fu proclamata una repubblica e Habib Burghiba, leader del neo-Destour, ne divenne presidente. Nel frattempo in Algeria i francesi

erano impegnati in una guerra totale, con metodi di repressione violenti. Ma gli ufficiali dell’esercito e i coloni in Algeria cominciarono una propria

rivolta, che riportò al potere in Francia de Gaulle, il quale costituì una Quinta Repubblica.

Nel 1961 furono aperte le trattative tra autorità francesi e governo provvisorio dei nazionalisti algerini e l’anno successivo fu concordato che il

futuro dell’Algeria sarebbe stato deciso con un referendum.

L’Africa a sud del Sahara non fu direttamente coinvolta nelle campagne militari della seconda guerra mondiale, che però portò all’accentuazione

delle pressioni per lo sviluppo in campo economico e dell’istruzione da cui emersero richieste per cambiamenti in campo politico.

Questo fu particolarmente evidente nell’Africa Occidentale; fu solo gradualmente che gli africani si resero conto di essere considerati subordinati

dagli europei.

Anche all’interno dell’insediamento europeo in Sud Africa questo divenne evidente e portò alla nascita di un South African Native National

Congress, nel quale africani istruiti si unirono per esporre la loro situazione.

Ma le attività di questa ed altre organizzazioni, servirono a indurre i bianchi a reprimere più severamente qualsiasi attività politica o sindacale

dissidente.

Quando finalmente nel 1960 il PAC (Pan-African Congress) ispirò un’opposizione africana alle leggi salvacondotti, il risultato fu il massacro di

Sharpeville, la proibizione di tutte le attività politiche africane e la fine di ogni comunicazione tra le razze in Sud Africa, se non tramite il sistema dei

bantustan controllato dai bianchi.

Anche nell’Africa Orientale e Centrale il combinarsi della prima educazione missionaria e delle successive pressioni dell’insediamento europeo poté

stimolare l’organizzazione politica degli africani secondo schemi quasi europei. Un primo esempio furono le serie di associazioni politiche del Kenya

dei primi anni venti.

Si sviluppò anche una considerevole attività politica nell’Uganda meridionale, al fine di modernizzare i regni tradizionali, in particolare il Buganda.

Nella Rhodesia meridionale gli sviluppi in atto seguirono il modello sudafricano e la prima significativa protesta moderna contro la dominazione

europea fu lo sciopero dei lavoratori africani delle ferrovie del 1945.

Ma in generale prima degli anni cinquanta, il numero di abitanti dell’africa Orientale e Centrale che conquistarono l’accesso a importanti livelli di

educazione, di solito fu troppo basso per sostenere un’attività politica continuativa di una certa complessità.

In questa situazione una reazione al dominio, fu la creazione di chiese separatiste etiopiche; la chiesa donatista e quella copta dell’Egitto e

dell’Etiopia erano di questo tipo e il primo esempio registrato a sud del Sahara, fu la chiesa antonina nel regno del Kongo.

Nell’Africa Occidentale invece le chiese separatiste tendevano ad essere apolitiche ed erano rifugi spirituali contro il malcontento comune. Invece

le chiese kimbanguiste del Congo Belga e il movimento Kitawale in Zambia assunsero la forma di rivolte popolari massicce contro l’autorità

costituita.

Il motivo per cui i movimenti nazionalisti misero radici prima nell’Africa Occidentale è che questa era particolarmente aperta all’influenza di

ideologie internazionali critiche nei confronti del sistema coloniale. Le condizioni depresse delle masse nell’Africa Meridionale resero quest’area

anche più ricettiva nei confronti di tali ideologie.

Gli africani occidentali di lingua inglese furono fortemente influenzati dai principali leaders neri del nuovo mondo, quali Marcus Garvey e W.E.B.

Dubois. In particolare presero parte a una serie di congressi pan-africani diretti da quest’ultimo. All’epoca in cui si tenne l’ultimo di questi a

Manchester nel 1945, il movimento di Neri del Nuovo Mondo era in effetti diventato la scuola d’addestramento dei futuri leaders dei movimenti di

indipendenza dell’Africa anglofona e di quella Occidentale. E mentre gli africani occidentali di lingua inglese adottavano il credo pan-africanista,

quelli dell’Africa Occidentale francese si univano agli esponenti delle Indie occidentali di lingue francese, come Amié Césaire, per sviluppare la

dottrina parallela della négritude, che essenzialmente portava lo stesso messaggio.

Negli anni quaranta numerosi uomini che portavano questo vangelo erano di ritorno in Africa Occidentale e la situazione che trovarono sulle coste

alla fine della seconda guerra mondiale era ideale per la sua diffusione.

Gli inglesi stavano ancora dando gli ultimi tocchi al governo indiretto della Costa d’Oro negli anni 1943-44 e quella che negli anni successivi fu

considerata come la radicale avanzata delle maggioranze africane nei consigli della Costa d’Oro, della Nigeria e della Sierra Leone, finì rapidamente

per essere ritenuta un atto sterile. Pochi tra i membri africani furono eletti direttamente e soltanto dai minuscoli elettorati delle città principali.

Anche sul versante francese si registrava la stessa delusione; era stata tenuta a Brazzaville, nel 1944 un’importante conferenza di funzionari

coloniali, l’impero doveva essere trasformato in un’Union, in cui le colonie avrebbero condiviso una parte delle responsabilità del loro governo

locale tramite delle assemblee elette. Gran parte di questo programma fu incorporato nell’abbozzo di costituzione dell’aprile 1944, ma fu respinto

dal referendum e la costituzione definitiva della Quarta Repubblica era meno favorevole alle colonie; i loro abitanti diventavano cittadini, ma non

con gli stessi diritti degli altri.

Inghilterra e Francia intrapresero importanti programmi di sviluppo coloniale che aumentarono le aspettative degli africani, ma i benefici furono

inferiori in rapporto al flusso di tecnici, consulenti e insegnanti europei portati per attuarli. Anche i beni di consumo erano scarsi e costosi.

La frustrazione dapprima traboccò in Costa d’Oro; nel febbraio del ’48 si verificarono tumulti nelle città più grandi del sud e dell’Ashanti. Fu

rapidamente inviata sul posto una commissione d’inchiesta che raccomandò che gli stessi africani potessero contribuire ad elaborare una nuova

costituzione che fosse il primo passo per un rapido progresso verso l’autonomia.

Una leadership nazionalista africana era rappresentata dalla United Gold Coast Convention, un’associazione politica fondata nel 1947 da J.B.

Danquah, allo scopo di sviluppare la tradizione di Casely Hayford e del National Congress of British West Africa degli anni venti ed elaborare la

nuova costituzione che fu debitamente messa in vigore nel 1951. Tuttavia dal progetto era escluso Kwame Nkrumah che si separò dai suoi

compagni e convogliò nel suo Convention People’s Party con un programma di “autogoverno adesso” e di azione concreta per ottenerlo. Questo

portò immediatamente al conflitto con le autorità inglesi.

Nello stesso anno il CPP vinse quasi tutti i seggi all’elezione diretta della nuova assemblea Legislativa. Il Colonial Office e il nuovo governatore che

questo aveva inviato nella Costa d’Oro, Sir Charles Arden-Clarke, fecero ricoprire a Nkrumah e i suoi compagni la maggior parte dei seggi

ministeriali nel consiglio esecutivo. Il risultato fu che nel 1957 la Costa d’Oro era stata trasformata in un membro indipendente del Commonwealth

inglese e delle nazioni Unite, prendendo il nome di Ghana, primo stato conosciuto della storia dell’Africa.

Le altre colonie presentavano problemi che fecero si che il loro progresso fosse un po’ più lento. In Nigeria il problema era costituito dalla difficoltà

di elaborare una costituzione democratica che fosse nello stesso tempo attuabile e accettabile da parte di tutte le regioni di questo vasto e

popolato territorio, che fu quindi trasformato in una federazione con amministrazioni regionali indipendenti e autonomia locale. Ma il problema di

come ottenere al centro un governo stabile ed efficace, al quale l’Inghilterra potesse trasferire il potere, non fu mai risolto.

Alla fine l’apparenza di una maggioranza democratica nell’assemblea fu raggiunta quando il Northern People’s Congress formò una coalizione con il

gruppo nazionalista più radicale, l’NCNC. I risultati furono corruzione, inefficienza e tensioni intollerabili, soprattutto per gli Yoruba dell’ovest e per

le popolazioni escluse dall’apparato di potere. Tuttavia fu a questa coalizione che nel 1960, l’Inghilterra accordò l’indipendenza della Nigeria.

La Sierra Leone si trovò di fronte ad un problema analogo a quello della Nigeria, ma il divario interno sembrò essere colmato con il sorgere di un

Sierra leone People’s Party, guidato da Milton Margai e quindi l’indipendenza fu accordata nel 1961.

Il Gambia ottenne l’indipendenza nel 1965.

Il Togoland inglese era sempre stato amministrato con la Costa d’Oro e nel 1956, la sua popolazione votò per l’indipendenza e costrinse la Francia a

concederla anche al suo territorio ad amministrazione fiduciaria.

Gli africani disponevano adesso di basi legali per svolgere un’attività politica nelle colonie allo scopo di contrapporsi al controllo francese. Così

crearono un Ressemblement Democratique Africain, che cooperava con il partito comunista francese; ma questo fatto suscitò l’ostilità degli

amministratori francesi in Africa, che tra il 1948-50 ottennero la soppressione dell’RDA in tutte le colonie. Sotto la guida di Félix Houphouet-Boigny,

l’RDA cominciò ad offrire i voti del suo piccolo corpo di rappresentanti alla legislatura francese a qualsiasi governo che in cambio facesse

concessioni alle colonie. In effetti egli e altri africani furono ricambiati con cariche ministeriali, quindi nel 1956 ottennero l’approvazione di un

disegno di legge che permetteva la costituzione in ogni colonia di un’assemblea locale eletta, con poteri reali di controllo della politica e della

finanza.

Questa politica era particolarmente svantaggiosa per il Senegal e giovava a quelle colonie che stavano attraversando una fase di rivoluzione

economica. La maggior parte degli altri territori erano di gran lunga troppo dipendenti dall’aiuto della Francia per raggiungere un’autonomia

significativa. All’interno dell’RDA queste argomentazioni trovarono eco in Sekou Touré, che aveva costituito una grande forza nella Guinea francese

organizzando un movimento sindacale.

Poi nel 1958 la Quarta Repubblica cadde e de Gaulle tornò al potere, e la costituzione della sua Quinta Repubblica portò avanti il concetto di una

Communauté francese dove le colonie potevano diventare territori d’oltremare pari alla Francia da un punto di vista legale, ad essa associati in un

governo centrale comune.

Quando questa costituzione fu sottoposta all’elettorato in un referendum nel 1958, tutte le colonie votarono per la Comunità, ad eccezione della

Guinea; dopo di che i francesi ritirarono immediatamente tutto il loro personale, le attrezzature e il loro aiuto; ma la Guinea sopravvisse e ricevette

subito offerte d’aiuto e unione politica dal Ghana dove Nkrumah stava dedicando tutte le sue energie allo scopo di realizzare un’unione degli stati

africani liberi sotto la sua leadership messianica.

In Senegl e il Sudan francese presero l’iniziativa nel 1959, unendosi in quella che essi chiamarono federazione del Mali e poi chiedendo ed

ottenendo, la completa indipendenza pur rimanendo all’interno della Comunità. In realtà questa federazione si ruppe l’anno successivo e il Sudan

assunse il nome di Mali.

Tuttavia in seguito a questo esperimento tutti i governi territoriali capirono che la Comunità di de Gaulle era inutile. Ognuno negoziò accordi con la

Francia in base ai quali fu concessa loro la completa indipendenza legale. Ma tutti continuarono a ricevere una considerevole assistenza per il loro

budget e per il loro sviluppo.

Nel Congo i Belgi continuarono sulla loro via, finché non furono istituiti dei consigli elettivi per le città più grandi e cominciarono a emergere dei

partiti politici congolesi.

Il risultato, nel gennaio 1959 fu che il proletariato urbano di Leopoldville decise di scendere nelle strade; i tumulti furono più gravi di quelli della

Costa d’Oro e la risposta belga fu da un lato di arrestare i leaders politici locali, e dall’altro promettere l’indipendenza al Congo.

Nel maggio 1960 furono tenute le elezioni per un’assemblea nazionale e il 1° luglio nacque la repubblica indipendente del Congo. Ma essa mancava

di uomini preparati ad amministrare uno stato moderno. Lumumba, che divenne primo ministro, e il suo Mouvement National Congolais, non

poterono ottenere la fiducia di uomini come J. Kasavubu, leader bakongo e primo presidente della repubblica e come Moise Tshombe, il cui potere

si fondava sul Katanga e su un’intesa con le compagnie minerarie europee; entrambi questi uomini volevano una costituzione federale. Entro pochi

giorni l’intera struttura fu abbattuta da una rivolta dei soldati africani della Force publique. Il risultato furono danni enormi, caos e la tentata

successione del Katanga, che provocò l’intervento delle nazioni Unite. Venne infine imposta l’unità sotto il Generale Mobutu Sese Seko e il paese fu

rinominato Zaire e la sua provincia Katanga divenne Shaba.

La crisi del Congo fu un fattore importante nel rafforzamento dell’ostilità da parte dei rimanenti gruppi di coloni a riconoscere i diritti degli africani,

sia nell’Africa di lingua portoghese che in quella anglofona. Dopo il 1962 con l’indipendenza di Burundi e Rwnada la responsabilità della

decolonizzazione divenne essenzialmente inglese e portoghese.


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche per la cooperazione
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.chialant di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'Africa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Volterra Alessandro.

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