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Nel segno di Nietzsche

Nietzsche: il tragico risiede nell'identità di due principi inconciliabili (apollineo/dionisiaco) che nella tragedia mostrano correlazione. Tale identità corrisponde all'identità dei contrari di Eraclito e designa la natura tragica della filosofia prima di Socrate. Tragico è unità duale di questi due principi in cui la sofferenza dei moti di Dioniso è resa manifesta dalla forma apollineo. Per giungere a questa unità duale bisognava portare alla luce il legame dell’arte col culto, nel quale il dolore mostra l’esperienza ritualizzata. Dioniso è il dio della musica e della sofferenza. La musica può guarire l’uomo dalla malattia del linguaggio perché la musica è espressione universale del sentimento. Wilamowitz critica Nietzsche. No derivazione da Dioniso. Wilamowitz però prescinde il concetto di tragico e guarda al genere letterario.

Culto e teatro

Rohde: il tragico risiede nel principio della dualità nell’identità. La dualità apollineo e dionisiaco (prima della tragedia hanno conciliazione in Melampo) è sostituita da una dualità diversa: individualità moderna dell’eroe Vs tradizione del mito. Il conflitto tragico emerge quando il poeta non si limita a esporre i racconti ma li problematica facendoli gravare sull’anima del personaggio (→Ciò è simile a Schlegel quando dice che la tragedia repubblicanizza il mito/le stirpe eroiche). Per Rohde prevale la psicologia sull’azione.

Otto: il tragico si manifesta nel fenomeno primigenio della duplicità, cioè nell’incontro fraterno tra vita e morte. La maschera è simbolo di questa duplicità, è manifestazione di immediata presenza e assoluta assenza (anche nell’autorità si vede questa scissione). Una simile tragicità e duplicità si ritrova nella natura di Dioniso: il suo essere coincidenza di sacrificio e autosacrificio. Il compiersi del suo fato lo rende del tutto simile alle sue vittime (vedi mito di Dioniso).

Kereny: il tragico sta nella dialettica zoè (Dioniso) e bios (Arianna) cioè nel fatto che la continuità della vita (=anima nella sua sostanza immortale, zoè) per essere percepita deve presupporre l’esistenza dei bioi cioè si alimenta della mortalità dei bioi individuali. È un principio naturale perché si basa sulla sessualità: elemento maschile (Diomiso) aspira per natura all’elemento femminile (=Arianna). La reciproca implicazione zoè – bios corrisponde alla dualità nell’identità in cui trovano radice comune culto e rappresentazione. Si veda la diletta Dioniso -Penteo (=zoè/bios). Dioniso è infatti detto ktonios e zagreus.

Frazer: Dioniso forma arcaica della divinità. Avrebbe occupato il posto di Zeus per assorbire i mali del padre ed essere sacrificato (=capro espiatorio e demone annuale). Dioniso zagreo è colui che caccia gli animali vivi per farli a pezzi e divorare (vedi mito di Dioniso).

Cambridge Ritualists

Mostrano il legame tra la tragedia e il rituale. Priorità del mito rispetto al mito (il mito viene dopo). Si basano sull’analisi delle Baccanti.

  • Harrison: il mito è un racconto fittizio corrispettivo dell’azione rituale, quando questa perde significato. C’è corrispondenza nella struttura tra rito e tragedia ma in quest’ultima non c’è monotonia perché le forme si arricchiscono di nuovi contenuti della saga eroica. Le Baccanti sono il dromenon del ditirambo.
  • Murray: struttura del sacerdote ludus (agon, pathos, messaggio, threnos, anagnorisis, theophania, peripeteia) è uguale alla struttura delle tragedie e la cosa è evidente nelle Baccanti.
  • Dodds: Penteo sacrificato mediante irruzione del divino nell’umano. I pathe di Dioniso sono i più antichi soggetti drammatici; il fatto che ne parlino solo le Baccanti è dovuto al successo dell’opera che ha portato all’oblio delle altre.

Vernant: la tragedia non ha a che fare con il rito, ma la tragedia è una forma di legalità autonoma proprio perché si differenzia da un contesto pre-estetico. Il tragico sta nel contenuto, ovvero nella sua essenziale conflittualità (=Rohde e Hegel) e duplicità: riprende la relazione dionisiaco e apollineo di Nietzsche e il concetto di identità dei contrari che è Dioniso stesso. La capacità salvifica della forma tragedia risiede nel suo aspetto puramente formale (Apollo) che richiama l’abisso da cui salva (=Dioniso). Dioniso è la figura dell’alterità, del suo essere presenza e assenza il cui simbolo è la maschera (=Otto). La maschera manifesta il significato universale di Dioniso, ossia l’ambiguità dell’essere. Dioniso è dio tragico in quanto è un altrove collocato nella presenza. In Edipo tale ambiguità dell’essere si riscontra nell’ambiguità del linguaggio (=Edipo è epifania linguistica di Dioniso).

Dal canone alla mimesis

Platone: X libro della Repubblica condanna l’arte. Retorica, musica, poesia e tragedia riducono la realtà ad apparenza. La poesia si avvale della sollecitazione edojistica e ciò potrebbe indurre all’esibizione incontrollata di contraddizioni, il cittadino potrebbe smarrire se stesso. La poesia può essere presente nella formazione del cittadino solo se l’estetica è guidata dalle leggi etiche. Nella sua ontologia troppa rigidità per cui limitazione di un zoppo equivale a zoppicare. Non ammette lo scarto Arte – realtà. La tragedia è imitazioni di caratteri e di uomini, non di azioni.

Aristotele: Poetica si occupa del problema della mimesis artistica. La mimesis è per Aristotele imitazione della natura, ma non è un copiare passivo ma una trasfigurazione dotata di senso. L’arte integra il mondo naturale (=quindi nelle situazioni estetiche non siamo portati ad agire e siamo attratti da cose che nella realtà ci ripugnano perché l’arte imita la natura e le conferisce un aspetto atto a far riflettere il suo pubblico). Il fine del genere tragico è condurre il pubblico alla riflessione sull’uomo, sulla politica, sulla comunità. Limitazione tragica è mimesis di azione e non dell’ethos. La poesia ha per oggetto il possibile secondo verosimiglianza e necessità. Tragico è l’eroe che commette hamartia, trovandosi a metà tra fortuna e sfortuna, in fatti estremi e ripugnanti dal valore apotropaico.

Classicismi

Goldmann: Centri delle ricerche di Goldmann è la natura tragica della modernità nella sua anima pre-dialettica. Secondo la visione di Goldmann l’opera letteraria è una visione di mondo e in quanto tale l’individuo vi concorre come parte di un gruppo sociale. Per la sua riflessione riprende Pascal (pensiero giansenista) che ritiene che la ragione individuale può giungere a verità e valori universali solo attraverso la matematica e la geometria, ammettendo che alcune cose sono inconoscibili all’uomo e perciò deve accettare tale limite e affidarsi alla fede, al cuore. Pascal contrappone quindi al pensiero razionalista (razionalità egoista, punto di vista unilaterale) una concezione di razionalità più complessa, riconoscendo i limiti della prima.

Razionalismo scientifico ha scavato un abisso tra mondo e la concretezza storica dell’esistenza umana, condividendo con il pensiero tragico la mancanza di una dimensione storica, sedendo nell’eternità presente. Il principio di una collisione insanabile è l’essere l’uomo moderno portatore dell’idea di infinito che comporta un modo di pensare egoista e unilaterale, ritenendo che con la razionalità di tipo matematico si possa raggiungere verità universali. Contro il cartesianesimo (areligioso) si pone il versante della razionalità religiosa proposta da Pascal e Racine che sentono l’insufficienza radicale di tale condizione umana e sociale. Il pensiero tragico della scissione e della frattura allora rifiuta di accettare questo mondo come la sola possibilità e la sola prospettiva dell’uomo (tragedia del rifiuto = l’uomo una volta che avrà preso coscienza dei suoi limiti (il proprio e il mondo) e rifiutandoli salverà i valori umani e supererà il mondo è la propria condizione).

Racine è emblema della coscienza tragica moderna perché scrive drammi le cui vicende avvengono nell’animo dei personaggi, conservando il dubbio sulla natura dell’animo umano il cui dolore fa tutt’uno con la condizione che senza la grazia sarebbe destinata a rimanere vittima del suo stesso peccato. Solo il pensiero dialettico di Hegel e Marx possono superare l’impasse del tragico in quanto da una parte ne conserva le questioni fondanti, dall’altra elabora un punto di vista scientifico che sostituisce il trascendente pascaliano con la dimensione dell’avvenire storico e umano, restituendo la speranza del ritorno al classicismo greco e ristabilendo l’unità uomo mondo. La tragicità della coscienza storica mette di fronte a chi la consideri la possibilità del fallimento, dimostrando una dimensione responsabilizzante e irriducibile della condizione umana.

Lessing: Drammaturgia d’Amburgo rassegna di critiche teatrali redatte allo scopo di cercare un correttivo al teatro d’attore ripristinando il teatro d’autore (=Aristotele). Riprende la Poetica e cerca di ricostruire il senso genuino. Unica passione tragica la riconosce nella compassione: il terrore si dissolve nello stupore della compassione. Pietà (compassione) è lo scopo della tragedia, la quale deve ampliare la nostra capacità di provare compassione. La pietà è un sentimento misto: è timore per le nostre sorti personali ma solo in quanto soffriamo in essa il destino universale dell’umanità. Scopo morale della tragedia è dunque la catarsi che Lessing intende come la trasformazione delle passioni in disposizioni virtuose.

Natura dell’arte sta nel conciliare dolore e bellezza, ma non perché vorremmo provare lo stesso dolore di un uomo sublime (Laocoonte, Winckelmann). Un personaggio è tragico se il dolore che prova è sia fisico, che spirituale, unica a suscitare compassione (vedi Filottete). La compassione, piangendo nella sorte dell’eroe la sorte dell’umanità, diviene una sorta di sacramento di una religione dell’umanità.

Goethe: deplora le interpretazioni di catarsi precedenti: Goethe crede sia assurdo pensare che un trattato di poetica si occupi dell’effetto sugli spettatori; Goethe intende catarsi nel senso di conclusione riconciliatrice, l’opera teatrale ha come significato morale la sua compiutezza. Moralità per Goethe significa libertà: l’opera d’arte rappresenta un piccolo mondo autonomo dal mondo reale. La grandezza della tragedia sta non nel libero volere del singolo, ma nello scontro tra dovere e volontà (la volontà più si oppone al dovere, più lo acuisce, vedi Edipo re); soltanto conciliando necessità e libertà si potrà aspirare alla tragedia antica. Per ora solo Shakespeare: la volontà che muove i suoi personaggi viene da una causa esterna e quindi il dovere si trasforma in volere (Shakespeare rende morale la necessità).

Schiller: Sposa di Messina richiama la tragedia antica nell’intreccio e nel coro. Il ripristino del coro → il coro simboleggia l’autonomia dell’opera rispetto al reale, perché crea un muro vivente di cui la tragedia si cinge per preservare la propria autonomia dal reale. È un organo artificiale che permette al poeta di tradurre in essenza ideale l’azione reale. Accosta tragedia e sublime: il sublime produce piacere attraverso il dispiacere (consiste nella nostra impotenza, ma anche della nostra prepotenza). È un sentimento misto, procura godimento con la facoltà superiore (la ragione), dispiacere con la facoltà inferiore (la sensibilità). Questo dispiacere è una finalità morale: le grandi personalità malvagie ci attraggono perché la loro malvagità è un mezzo per provare piacere. Sublime è detto a proposito della tragedia con il termine compassione, che sorge in 3 circostanze: se l’azione ha per oggetto un uomo e la sua azione riguarda la libertà; se la sofferenza si manifesta da fatti legati dalla necessità; i fatti devono essere resi sensibilmente (tragedia). La tragedia è quindi imitazione poetica di fatti concatenati, su persone in stato di sofferenza, ha lo scopo di suscitare compassione.

Il tragico e la filosofia classica tedesca

Holderlin, Solger, Schelling accomunati dalla distinzione tra forma interna e forma esterna della tragedia che devono risolversi l’un l’altra.

Holderlin: applica al concetto di tragico il suo concetto di partizione originaria dell’essere assoluto in oggetto e soggetto, la cui unità è data dall’intelletto. “Io sono io” significa che l’io si oppone a se stesso, ossia praticamente si oppone al non-io. L’io è possibile solo attraverso l’autocoscienza (=opporsi a se stesso e riconoscersi lo stesso nell’opposto). Tragico → i greci hanno acquisito autocoscienza trasferendosi nell’elemento esterno della loro natura. Per i moderni il tragico consiste allora nell’apertura di uno spazio di riflessione che consenta l’identificazione con l’estraneo. La verità non può manifestarsi, dunque, se non trasferiamo il nostro animo e la nostra esperienza in una materia estranea (Morte di Empedocle, tragedia interiore). Il paradosso tragico consiste quindi nella contrapposizione tra contenuto e forma che lo esprime. La tragedia è drammatica in forma e contenuto. Perché il poeta possa esprimere la propria interiorità deve negare la propria persona e la propria soggettività trasfere...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

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