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Sonno nell’anziano

Anche nell’invecchiamento ci sono modificazioni che richiamano caratteristiche di quelle che abbiamo visto nel primo sviluppo, ma ovviamente hanno un significato diverso. L’invecchiamento va a influenzare:

  • Modificazioni struttura interna e organizzazione del sonno
  • Modificazioni della distribuzione del sonno nelle 24h
  • Va a peggiorare la qualità del sonno, intesa sia in termini oggettivi che soggettivi

Le modificazioni riguardano anche le caratteristiche dell’attività elettrica cerebrale e le possiamo trovare anche durante la veglia. Ad esempio, possiamo trovare l’attività “delta transitoria benigna” che è un'attività lenta rilevata nella regione temporale sinistra. L’1% del tracciato, superati i 60 anni, può mostrare questa attività lenta.

Se il soggetto è in veglia rilassata (ritmo alfa 8-12 HZ), diminuisce la frequenza ma anche l’ampiezza. Inoltre, diminuisce la ripartizione spaziale della produzione di questa attività elettrica cerebrale. Ad esempio, sappiamo che il ritmo alfa è soprattutto prodotto dalle regioni occipitali; questa differenziazione spaziale del giovane adulto inizia un po’ a sgretolarsi nell’anziano. Se osserviamo i risultati degli studi che hanno usato i PE, vediamo che soprattutto nelle componenti tardive appare un ritardo e una diminuzione dell’ampiezza. C’è quindi una modificazione globale dell’attività elettrica cerebrale che riguarda sia la veglia che il sonno.

Modificazioni del sonno

All’interno del sonno NREM ci sono modificazioni:

  • Della qualità: meno fusi e complessi k nello stadio 2. Quindi morfologia di stadio 2 più povera, pur rimanendo l’attività theta;
  • Della quantità: sebbene questa morfologia sia più povera, lo stadio 2 aumenta nell’anziano, come anche lo stadio 1. Vuol dire che produce più sonno leggero rispetto al giovane adulto.

Altre modificazioni riguardano lo stadio 3-4 (sonno a onde lente), sono modificazioni diverse a seconda del criterio che utilizzo per identificare questo tipo di sonno. Sapete che le onde delta hanno criteri di ampiezza e di frequenza (hanno ampiezza superiore ai 75mV e frequenza compresa tra gli 0,5 e i 3 Hz). Se si utilizza l’ampiezza e la frequenza, nell’anziano ottengo una quantità inferiore di sonno a onde lente rispetto al giovane adulto.

Altri ricercatori hanno evidenziato che in realtà le modificazioni del SWS non fossero tanto nella capacità di produrre questo tipo di sonno ma di produrre onde lente sufficientemente ampie. Infatti, se vado ad applicare solo il criterio della frequenza per identificare il sonno ad onde lente non osservo alcuna differenza quantitativa del sonno a onde lente. La principale modificazione riguarda l’ampiezza delle onde lente.

Distribuzione degli stati nel corso della notte

Il sonno a onde lente è concentrato nella prima parte dell’episodio e va a diminuire nella seconda; nell’anziano viene invece distribuito in modo più uniforme. Non c’è differenziazione tra prima e seconda parte del sonno.

Questa modificazione ha fatto ipotizzare che nel soggetto anziano sia:

  • Alterato il processo S correlato al sonno a onde lente. A questa riduzione di SWS potrebbe anche essere correlato il numero maggiore dei risvegli (soprattutto durante la prima parte della notte).

Ma questa prima ipotesi sembra sbagliata: sono stati fatti anche studi in cui è stato chiesto di dormire il pomeriggio, cioè attenuare il processo S, effettivamente quando i soggetti dormono il pomeriggio diminuisce il SWS di notte.

  • Oppure questa diminuzione di sonno a onde lente potrebbe derivare dalla riduzione del soggetto anziano di produrre onde di elevata ampiezza, e di sostenere un certo stato comportamentale a lungo.

Un’ipotesi più probabile è che il soggetto anziano presenti una relativa inconsistenza del SNC che si traduce nell’incapacità di mantenere per tempo prolungato le stesse attività. Quindi anche il fatto che ci sia un frequente passaggio da uno stato di sonno all’altro (incertezza funzionale).

Recentemente è stato pubblicato uno studio in cui sono stati analizzati gli episodi di sonno di soggetti anziani di età compresa tra i 65 e 85 anni, confrontati con giovani adulti di età tra 22 e 32 anni per vedere differenze nei pattern di sonno.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/02 Psicobiologia e psicologia fisiologica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher JulieDeCorrencon di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia del sonno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Giganti Fiorenza.
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