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astratto” , e la sua polemica contro la mass-comunication reaserch troverà accoglienza in Europa (esemplifi-

cativa è in tal senso la rottura della collaborazione tra Lazarsfeld e Adorno), soprattutto da parte della Scuola

di Francoforte, che porterà avanti la sua teoria critica contro la “ricerca amministrativa”.

In “Dialettica dell’Illuminismo” (1947) Horkeimer e Adorno criticano l’industria culturale quale articolata

macchina che muta sistemicamente la natura antropologica dell’individuo, spingendolo a pratiche ripetitive e

prive di margini evolutivi, votate alla scarnificazione del contenuto filosofico implicito nelle opere artistiche

indirizzate alla riproposizione di un mondo di banalità standardizzate, altra faccia del ciclo produttivo capita-

listico. Marcuse parlerà in “L’uomo ad una dimensione” delle tendenze totalitarie che assume la moderna so -

cietà industriale.

In Francia il concetto di “industria culturale” è stato introdotto da Edgar Morin ne “L’esprit du Temps”

(1962), dove viene sottolineata l’importanza della dimensione del consumo nelle dinamiche comunicatiche e

la centralità della struttura dell’immaginario, autentico collante delle forme archetipe della cultura occidenta -

le e dei modelli stereotopici proposti dall’industria culturale.

2-L’opinione pubblica non esiste:sondaggi e consenso

In Francia aveva visto in quegli anni un forte sviluppo dell’istituto dei sondaggi, nella convinzione di una

loro efficacia sulla valutazione del quadro politico: è il processo di “naturalizzazione dell’opinione pubblica”

(Olivesi), di oggettivazione della stessa. Il sociologo Bourdieu in “L’opinione pubblica non esiste” dichiara

di non voler mettere sotto accusa chi di mestiere si occupa dei sondaggi, nè di mostrare la fallacia dei metodi

di campionamento rappresentativo, ma avverte la necessità di affrontare alcuni temi di carattere “epistemolo -

gico”.

Alla base di ogni tipo di sondaggio vi sono tre postulati impliciti:

Tutti possono avere un’opinione: in realtà essa è una variabile soggetta agli interessi delle persone, alcune

• domande possono riguardare problemi che gli individui non si sono mai posti, e si hanno così le non-rispo-

ste.

Tutte le opinioni si equivalgono: i sondaggi mettono gli individui in una condizione di isolamento rispetto

• all’opinione mobilitata, che ha un peso decisamente maggiore rispetto all’opinione individuale.

Esiste un consenso sui problemi: con i sondaggi l’opinione pubblica viene ridotta all’opinione sondata; il

• sondaggio è uno strumento di azione politica, e non può rilevare punti di accordo sui problemi.

I sondaggi creano l’illusione che esista l’opinione pubblica come pura addizione di opinioni individuali,

mentre è un sistema di forze e di tensioni, non sottoponibile a calcolo percentuale.

3-La società dello spettacolo

Nel 1967 Guy Debord pubblica “La società dello spettacolo”, un’opera non sociologica in senso stretto dove

viene individuato il nuovo rapporto individuale mediato dalle immagini. Vi è un alto livello di separazione

inter-individuale, si è insieme solo come “folla solitaria”, spettatori silenziosi di uno spettacolo gestito dalla

competizione economica e lo sviluppo tecnologico. Le immagini sottraggono capitale esistenziale agli indi-

vidui e lo spettacolo si incarica di riorganizzare le aspirazioni collettive per difendere la società esistente. I

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mezzi di comunicazione di massa non sono neutrali sono lo strumento di rappresentazione di questo spetta-

colo: viene sottolineata la loro unilateralità, in quanto appartengono al dispositivo di dominio.

4-Piccole apocalissi crescono

In “La società dei consumi” (1970) Jean Baudrillard ritiene le merci contemporanee come un “segno”: esse

non sono strumenti, ma indicano uno status e differenze sostanziali nella gerarchia sociale. Tale processo di

differenziazione di status, per cui ciascuno si inscrive nella società, ha un duplice aspetto conscio ed incon-

scio: è l’iscrizione permanente in un codice le cui regole sfuggono agli individui. La società dei consumi, in -

nescando una continua spirale di bisogni, non fa che mantenere costati le differenze di ceto. La trafila dei bi-

sogni e dei beni è socialmente selettiva. I media di massa sono gli strumenti che impongono il codice di con-

sumo, simulano un mondo attraverso la pubblicità.

L’opinione pubblica solo nel passato ha dato prova di rappresentare l’espressione autentica di un pubblico,

mentre ora è una immagine virtuale di riferimento cui il pubblico si conforma; l’opinione pubblica acquista

un carattere simulatorio ed un legame indissolubile con i sondaggi.

Nel saggio “All’ombra della maggioranza silenziosa” (1977) Baudrillard sostiene che “massa” non è più

nemmeno un concetto, ma una classificazione opaca. Le maggioranze silenziose, con il loro iper-conformi-

smo, si presentano come referente immaginario, in quanto non sono più nell’ordine della rappresentanza.

Sondaggi e test sono dispositivi che non attengono più ad una dimensione rappresentazione rappresentativa

ma simulativa. Le masse si trovano oltre le istituzioni della politica e i movimenti del sociale.

La visione di Baudrillard assume sotto questo aspetto una tendenza al catastrofismo nell’analisi della società

contemporanea. Le società moderne sono organizzate attorno alla produzione e al consumo di beni, mentre le

società postmoderne sono organizzate attorno alla simulazione e all’attività di immagini e segni, che denota

una situazione in cui i codici, i modelli e i segni sono le forme organizzatrici di un nuovo ordine sociale dove

domina la simulazione. Nella società della simulazione, le identità sono costruite tramite l’appropriazione di

immagini e codici e i modelli determinano come gli individui si percepiscono e si relazionano ad altre perso-

ne. L’economia, la politica, la vita sociale e la cultura sono tutte governate dal modo di simulazione, tramite

il quale i codici e i modelli determinano come i beni siano consumati e usati, come sia spiegata la politica,

come la cultura sia prodotta e consumata, e come la vita quotidiana sia vissuta.

Il mondo postmoderno di Baudrillard è anche un mondo in cui legami e distinzioni che precedentemente era-

no importanti – come quelli tra classi sociali, generi, tendenze politiche e domini, un tempo autonomi, della

società e della cultura – perdono potere. Se le società moderne, per la teoria sociale classica, erano caratteriz-

zate dalla differenziazione, per Baudrillard le società postmoderne sono caratterizzate dalla de-differenzia-

zione, dal ‘collasso’ delle distinzioni, o dall’implosione. Nella società della simulazione di Baudrillard, i

campi dell’economia, della politica, della cultura, della sessualità e del sociale implodono tutti quanti l’uno

dentro l’altro. 5- Microfisica del potere

Il discorso di Foucault sul potere (“Microfisica del potere”) concepisce lo stesso come una organizzazione

reticolare, non una organizzazione esterna agli individui, ma un’organizzazione sociale che transita attraver -

so gli individui. Il potere non è un fenomeno di dominazione compatto ed omogeneo di un individuo sugli al-

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tri, o di un gruppo o di un classe sociale: il potere prende corpo nelle zone più basse della società secondo

norme non necessariamente vincolate a leggi statuite. E’ necessario uno scavo micro-storico e micro-sociolo -

gico, che individui come il potere si produca a contatto con le situazioni sociali. Il potere attraversa i corpi

degli individui e può essere compreso solo studiando gli apparati del sapere. Sapere e potere sono indisgiun-

gibili, in quanto l'esercizio del potere genera nuove forme di sapere e il sapere porta sempre con sè effetti di

potere. L’analisi dal basso, come già Nietzsche aveva visto, mostra che non c’è verità che non sia coinvolta

in un rapporto di forza, che sapere e scienza sono non solo strumento ed effetto ma esse stesse forme di do-

minio, microsistemi di potere. Sapere e potere si condizionano reciprocamente e l’uomo è preso dentro il

loro circolo. 6-L’opinione pubblica nella complessità sociale

La novità principale proveniente dalla Francia era l’analisi del sistema di potere delle classi dominanti come

sistema di comunicazione dominante e come costruzione sociale di una macchina produttrice di immaginario

sociale che si imponeva come “spettacolo” e “simulacro”, analizzata tramite i sondaggi. Negli anni 70’ si

perviene quindi alla consapevolezza del tramonto della nozione liberale di opinione pubblica e del suo essere

“prodotto di propaganda”, viene meno la sua funzione di “contro-potere” che aveva portato alla conquista di

importanti diritti civili. Si perdeva la dimensiona razionale dell’opinione pubblica la distinzione tra grandi

masse, che si erano battute sul campo sociale, e folle acefale.

Durante la guerra fredda, gli studi sull’opinione pubblica erano divisi fra coloro che analizzavano i meccani -

smi psicologici stabilitisi all’interno del pubblico inteso come “gruppo” e ricostruivano il concetto di opinio -

ne pubblica in senso generale, e coloro che fornivano un’analisi sostanzialmente negativa delle dinamiche di

potere in Occidente in cui l’opinione pubblica era sempre più subordinata ai media.

Da parte di molti studiosi, tra cui Bourdieu, Braudrillard e Luhmann, si avverte la necessità di riformulare il

concetto di opinione pubblica.

Nel saggio “L’opinione pubblica” Luhmann dimostra di accettare l’analisi storica di Habermas. L’opinione

pubblica nasce come dispositivo in grado di garantire controlli razionali e dibattito pubblico, di condurre ad

una “riduzione della complessità” politica. Tale idea di opinione pubblica risulta inadeguata in una società ad

alto grado di complessità, dove la capacità di attenzione degli individui è ridotta rispetto al loro ambiente:

non può essere considerata come la somma di una miriade di osservatori competenti, informati e criticamente

consapevoli, in grado di esercitare un controllo puntuale e penetrante. Il fatto che nella modernità l’opinione

pubblica inglobi tutti i consociati politici, la porta ad esercitare un controllo debole. Conseguentemente l’opi -

nione pubblica nei sistemi politici complessi deve essere articolata e strutturata in due sensi: da un lato i pos-

sibili temi di discussione politica, e dall’altro le possibili opinioni su tali temi, escludendo che i soggetti che

propongono i temi siano in gradi di formarsi delle opinioni su di essi. Da un lato quindi si pone l’attenzione

su quelli che possono essere i temi e i problemi rilevanti (in riferimento ad un sistema di valori, ad una situa-

zione di crisi, per una maggiore eco delle personalità coinvolte ecc), dall’altro si pone la sfera decisionale in

merito. L’opinione pubblica può orientare la maggiore o la minore visibilità di un tema, impedendo al siste -

ma politico di stabilire una rigida priorità tematica (viene meno quindi la rivendicazione di partecipazione al

processo di decisione); essa rinuncia anche alla pubblicità di tutte le comunicazioni politiche, e stimola la

strutturazione di queste, anche di quelle non pubbliche, mediante temi istituzionalizzati. La conclusione, è

che la produzione, la discussione, e la ripresa dei temi di opinione pubblica diventano una prerogativa dei po-

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litici di professione, opportunemente preparati a tale scopo (nella mobilitazione di un tema, risulta importan-

te anche la competenza carismatica): il potere è in stretta relazione quindi con la dimensione comunicativa.

Il potere nella modernità non può essere concepito come dominio, ma come capacità di gestione e riduzione

di complessità. L’essere fluttuante dell’opinione pubblica non è una connotazione negativa, ma una caratteri -

stiche le consente di esercitare proprio la sua funzione di selezione dei temi principali. Da notare è che

Luhmann conduce il suo ragionamento senza tenere conto del ruolo dei mezzi di comunicazione di massa:

più tardi, saranno McCombs e Shaww a chiarire che i media non influenzano il pubblico su come pensare, su

quali opinioni avere intorno ad un certo argomento, ma sono capaci di definire il territorio mentale delle scel-

te, intorno a cosa pensare. 7-Spirali del silenzio

Nel testo “La spirale del silenzio” Elizabeth Noelle Neumann approfondisce la dimensione “antropologica”

dell’opinione pubblica, facendo partire la sua riflessione dai classici della filosofia del XVII e del XVIII se-

colo.

Già Locke in “La legge dell’opinione e della reputazione” aveva attribuito i vizi e le virtù a giudizi relativi

all’approvazione sociale, rilevando quindi il carattere sociale dell’espressione delle opinioni. Hume nel

“Trattato sulla natura umana” notava come l’uomo tendesse a conformarsi alle opinioni del proprio ambien-

te. Gli empiristi inglesi quindi negarono che lo spirito di una civiltà si celasse solo nelle leggi scritte, com-

prendo che gli individui sono capaci di percepire il “clima di opinione”, le tendenze che riscuotono consenso

nel loro ambiente. Da quì la formulazione di Noelle-Neumann della “Spirale del silenzio”: l’energia e la con-

centrazione degli individui per cogliere i cambiamenti di opinione deriva dal pericolo di isolamento. Sono

pubbliche quelle opinioni che attengono alla sfera della polemica che un individuo può esprimere in pubblico

senza isolarsi. Vi è quindi il rigetto del concetto tradizionale di opinione pubblica critica: la concezione di

opinione pubblica va oltre la dimensione politica, investendo tutta la sfera sociale, si tratta di un insieme di

valori e comportamenti che fanno interagire la sfera individuale con quella collettiva, e il cui prodotto di sin-

tesi costituisce una potente autorità, capace di isolare chi non si conforma. Essa ha quindi una funzione di in-

tegrazione e legittimazione sociale.

Il monitoraggio dell’opinione pubblica tramite inchieste e sondaggi può portare a scambiare la dialettica del-

le opinioni con una risposta automatica alle preferenze. Un governo rappresentativo deve anche avere il co-

raggio di interrompere la spirale del silenzio e andare contro l’opinione della maggioranza per portare dei

cambiamenti e non cadere nell’immobilità.

Viene affermata una teoria “forte” dei media, in quanto esercitano una pressione ambientale, forniscono al-

l’individuo delle informazioni che vanno a costituire il clima di opinione, sono i misuratori di dibattito intor-

no ad un certo problema e quindi giocano un ruolo fondamentale nel meccanismo della spirale del silenzio.

8- Oltre la società industriale:nuovi modelli teorici delle scienze sociali

L’indagine sociologica sui media tra gli anni ’40 e ’70 vede diversi orientamenti.

La comunication research porta avanti una teoria degli effetti limitati dei media, contro una società “forte”,

individuando un legame stretto tra società ed opinione pubblica. A questa impostazione se ne contrapposero

molte, prima di tutto quella che fornisce un giudizio debole sull’opinione pubblica, la quale avrebbe perso la

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sua funzione critica, e un forte potere ai media che di fatto “sostituiscono” l’opinione pubblica e si impongo -

no come una nuova forma di dominio.

L’impostazione sistemica di Luhmann trasferisce l’opinione pubblica nel campo degli operatori di “riduzione

di complessità”, la cui funzione è la selezione dei temi in vista di un intervento della sfera politica decisiona -

le, la cui autonomia è requisito fondamentale per il governo della complessità; l’opinione pubblica è debole

per definizione, mentre il potere politico rappresenta il mezzo di comunicazione più adatto a garantire lo

scambio tra sistemi sociali.

Noelle-Neumann tenta una sintesi nuova, staccando l’opinione pubblica dalla semplice sfera politica e collo-

candone il concetto all’interno del perimetro del controllo sociale, e attribuendo un ruolo “forte” ai media.

La progressiva estensione dei lavori sociologici sulla comunicazione ha segnalato la crescente importanza

della comunicazione stessa all’interno della molteplicità delle dinamiche sociali. E’ questo uno dei temi cen -

trali dell’avvento del “post-industriale”, della “condizione postmoderna”, della “società dell’informazione”.

Per Daniel Bell cinque sono le dimensioni per cogliere questo passaggio:

Passaggio da una economia produttiva di beni ad una economia di servizi;

• Preminenza della classe di professionisti e tecnici;

• Centralità della conoscenza teorica come fonte di innovazione e formulazioni politiche per la società;

• Controllo della tecnologia e sviluppo dell’innovazione tecnologica;

• Creazione di una nuova “tecnologia intellettuale”.

Jean Fracois-Lyotard in “La condizione postmoderna” (1979), rileva un cambiamento dello statuto del sapere

nel momento in cui le società entrano nell’epoca post-industriale. Trasformato dal rapporto tecnologico che

si instaura tra scienza e linguaggio, il sapere viene colpito nelle sue due principali funzioni: la ricerca e la tra-

smissione delle conoscenze. Il sapere viene “mercificato” e si deve adattare al linguaggio-macchina dell’in-

formatica, perde il suo valore in sè e diviene la principale forza produttiva.

Anche per Alain Touraine il centro delle nuove dinamiche sociali è la produzione scientifica. Il potere deci-

sionale passa dai proprietari dei mezzi di produzione ai gestori dei processi conoscitivi ed informativi (Socie-

tà Tecnocratica).

Alvin Toffler evidenzia che i processi industriali sono retti dalla logica dell’uniformità, e sono stati la base

dello sviluppo della società di massa. Il passaggio dalla società industriale a quella post-industriale si fonda

sulla de-strutturazione dei fenomeni di uniformità e massificazione, l’individuo riacquista una dimensione

“forte” all’interno della dinamica sociale. Per alcuni studiosi, tale passaggio non si configura come una frat-

tura, ma come una “radicalizzazione” del processo della modernità.

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Cap. 4: I media cambiano la politica? L’opinione pubblica nella società dell’informa-

zione.

1- Televisione e new media: una nuova cultura elettronica integrale?

Le nuove tecnologie dell’informazione (IT, “Information Technologies”) hanno registrato un forte impatto

sulla società.

Una delle versioni più complesse di determinismo tecnologico (stretta connessione tra tecnologie e strutture

di pensiero) è quella offerta da Marshall McLuhann. I media sono estensione dei sensi e ridefiniscono il rap-

porto con l’ambiente circostante. Egli parla di “Galassia Gutenberg” per indicare come la stampa abbia per -

messo agli individui alfabetizzati la visione diretta della propria lingua madre, percepita come entità unifor-

me e “carattere distintivo” di una nazione. La riproducibilità di massa degli stampati anticipa la riproducibili-

tà tecnica dei beni propria della rivoluzione industriale.

Con i media elettrici non si ha più l’estensione di un solo senso, la vista, ma l’accrescimento e l’esteriorizza -

zione del nostro intero sistema nervoso centrale. Hanno luogo processi di ri-tribalizazione attraverso l’im-

mersione totale in un vortice di informazioni provenienti da tutto il pianeta. E’ il “ Villaggio Globale”: grazie

ai computer, si viaggia verso forme di “coscienza globale”.

Per Joshua Meyrowitz la diffusione dei media di massa ridefinisce i confini tra i diversi ambienti sociali che

si ricreano nella stessa psiche individuale, dando vita a comportamenti tanto diversi da parte del medesimo

individuo a seconda della situazione in cui viene a trovarsi. I media riformulano il rapproto tra consumo di

un luogo e appartenenza locale. I media elettronici hanno abolito la distanza spaziale e ridefinito il concetto

di scena e retroscena, proponendo in pubblico di dimensioni sempre più vaste della sfera privata di personag-

gi e situazioni. La televisione permette di scorgere il “retroscena” degli eventi, e non è un caso che allo svi-

luppo del medium televisivo siano seguiti fenomeni di rivolta delle minoranze etniche, contestazione giova-

nile, nascita del movimento femminista, la ridefinizione antropologica dell’infanzia, la perdita di aurea delle

leadership politiche.

Il medium è il messaggio, la televisione struttura un insieme di relazioni sociali fornendo l’uscita per la rior-

ganizzazione sensoriale e la trasformazione del contesto comunicativo, anche a prescindere dalla volontà di

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chi emette il messaggio. La TV dà vita ad una metamorfosi del corpo sociale. Cresce il livello di visibilità dei

processi pubblici, mutano i ruoli tradizionali di maschio e femmina, si estende la consapevolezza infantile

del potere adulto, cambiano i criteri di appartenenza locale (“oltre il senso del luogo”).

I media elettronici hanno creato una rottura rispetto alle tecnologie meccaniche, hanno prodotto l’uscita dalla

razionalizzazione industriale dando vita ad un’esplosione sensitiva che spinge in direzione di una nuova

“cultura elettronica integrale”.

George Gilder, in “La vita dopo la televisione” (1994), dichiara che la televisione è un mezzo autoritario:po-

chi centri di trasmissione generano programmi per milioni di ricevitori passivi. Ma l’epoca di dominazione

della TV è finita. Le tecnologie dell’epoca dei computer sono più ricche e interattive; si giungerà ad un nuo -

vo medium, il teleputer, che offrirà possibilità di svago (personalizzato) e accesso all’attività professionale.

L’interattività globale sarà il nuovo centro sistemico. Il teleputer decreterà l’obsolescenza del sistema televi -

sivo tradizionale, gestito da pochi esperti di tele-programmazione che riempiono i palinsesti per milioni di

persone, ed anche la caduta culturale indotta dal basso profilo della programmazione verrà meno.

La diffusione delle IT pone però un problema, la cosiddetta questione del “Grande Fratello” evidenziata da

David Lyon: vi è un aumento esponenziale dei dati informatizzati che entrano in data-base pubblici e privati,

e c’è il serio rischio di scivolare da una società dell’informazione ad una società della sorveglianza, dove vie -

ne effettuato un “controllo reticolare”. Anche Stefano Rodotà analizza il problema della privacy. La tecnolo-

gia elettronica lascia tracce del passaggio individuale in un numero crescente di scambi e transazioni, tracce

che appartengono alla sfera delle determinazione privata ma che entrano in un circuito comunicativo più

ampi.

Tra le trasformazioni sociali indotte dalle IT, vi è il loro nuovo ruolo che possono assumere nel campo di par-

tecipazione della politica, nell’intreccio tra sfera pubblica e opinione pubblica e basi della democrazia ( come

già è successo con i media “tradizionali”, che per molti studiosi avrebbero indotto alla passività collettiva e

quindi allo svilimento delle forme democratiche).

2-Repubbliche elettroniche

Tòmas Maldonaldo rifacendosi all’espressione “Repubbliche elettroniche” ha sintetizzato in tre diverse esi-

genze che si configurano nell’intreccio tra comunicazione politica e ICT: un aggiornamento burocratico degli

apparati statali tramite informatizzazione (per diminuire le inefficienze e le difficoltà di accesso dei cittadini

alle prestazioni burocratiche), un ampliamento delle opportunità di partecipazione democratica dei cittadini

attraverso le ICT (da nuovi modi di esprimere il voto e i pareri consultivi ai sondaggi di opinione in tempo

reale, all’interfaccia cittadini- rappresentanti) e una “re-invenzione della politica”. Su quest’ultimo punto

Maldonado registra una duplicità di intenti: da un lato quella di chi vede le opportunità di comunicazione po-

litica innervate dalle ICT al servizio di un miglioramento e di un rafforzamento della democrazia rappresen-

tativa (es. nelle pratiche di voto, anche se questo comporterebbe il rischio di una sondocrazia), dall’altro

quella di chi punta ad una vera e propria alternativa (es. il venir meno dell’apparato di partito nel candidarsi

alle elezioni grazie alle possibilità di visibilità offerte dai mezzi comunicativi).

Un ulteriore anello di congiunzione fra ICT e comunicazione politica è individuata da Levy in quella che po-

trebbe essere la “democrazia del cyberspazio”: chat, forum, potrebbero diventare nuovi sistemi di esercizio

di cittadinanza, ampliando le possibilità di partecipazione diretta alla democrazia. Il cyberspazio mette a di-

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sposizione un universo fluttuante di informazioni; attraverso la socializzazione e il dialogo, la rielaborazione

delle informazione può diventare conoscenza collettiva. Si delinea un modello di città digitale, di luoghi vir-

tuali usufruibili da chiunque (basti pensare ad Internet). Si può istituire una analogia tra i processi che hanno

attraversato Internet e il processo di creazione della sfera pubblica borghese descritta da Habermas. I piccoli

gruppi di users interessati ad una discussione liberamente scelta potrebbero essere definiti “la sfera di privati

riuniti in quanto pubblico”, interessati alla stessa stregua dei cittadini borghesi acculturati del XVIII sec. ad

esercitare il diritto di espressione e critica su temi di vasta portata, che riflettono il desiderio di quel pubblico

di definire le proprie strategie di opinione.

In ogni caso, per quanto le nuove tecnologie della comuncazione configurino inediti dispositivi di “democra -

zia continua” in contrapposizione ai modelli di “democrazia intermittente” fino ad oggi realizzati nelle so -

cietà avanzate (Levy, Rodotà), la questione dell’impatto sociale delle tecnologie mediali a carattere verticale,

di cui la TV è rappresentativa al massimo grado, continua a porsi. Vi è un mutamento di cordinate dell’agire

politico in relazione allo sviluppo della comunicazione televisiva. Come Wolton evidenzia, la comunicazione

prevale sulla politica. Vi è stata una moltiplicazione dei programmi di attualità politica, dove i politici devo-

no adeguare i loro discorsi alle esigenze del mezzo televisivo (prima di tutto la brevità, quindi si punta su

elementi extra-verbali per catturare l’attenzione), e gestirsi all’interno della conduzione del presentatore-

giornalista. Il successo del leader politico diviene sempre più legato alla sua veicolabilità televisiva, si instau-

ra un nuovo tipo di rapporto con gli elettori in quanto la televisione mette al centro della comunicazione l’in-

tera figura. La tv ricerca un modello personalizzato di leadership, semplifica i conflitti tra politiche attraverso

conflitti tra leader. La “riduzione di complessità” si integra con la ricerca di personalità straordinarie. Ritorna

il tema del “potere carismatico” weberiano, ma ricordando Meyrowitz bisogna ricordare come la Tv riveli

anche il “retroscena”, le reazioni istintive e le dafaillance del politico. I leader politici perdono il controllo

sulle proprie immagini e le proprie azioni.

La “teoria dei media events” di Dayan e Katz, evidenzia come gli eventi mediali interrompano il normale

flusso televisivo producendo nuovi rituali comunicativi cui partecipa in diretta un gran numero di individui;

si può trattare di competizioni, conquiste, incoronazioni. Il pubblico viene raggiunto da un pieno dispiega-

mento tecnologico, che agevola l’integrazione audiovisiva di massa dell’evento.

3- Dalla massa concentrata alla moltitudine differenziata

Sussiste una dialettica tra massificazione e de-massificazione. I primi teorici della società post-industriale,

soprattutto Bell e Toffler, prospettavano un futuro sociale de-massificato, grazie alle possibilità offerte dalle

nuove tecnologie dell’informazione in grado di emancipare gli individui da un destino di omologazione pro -

prio sul terreno dell’informazione e della costruzione di un palinsesto comunicativo. La massificazione è un

fenomeno emblematico delle società industriali classiche: La società di massa è l’oggetto di studio privile -

giato delle indagini sociologiche del Novecento: essa si fonda sulla quantità e l’uniformità, cioè sulla massi -

ma riduzione della complessità in un sistema quantitativo.

Canetti in “Massa e potere” evidenzia quali siano le caratteristiche permanenti della massa:

Vuole sempre crescere;

• All’interno di essa domina l’uguaglianza;

• Ama la concentrazione;

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Ha bisogno di una direzione.

La massa moderna, tenzialmente aperta, presenta quindi un paradosso: la compresenza del bisogno di cresci-

ta e il desiderio di durare nel tempo, che le consente di sfuggire alla disgregazione una volta che l’obiettivo è

raggiunto, si scontra con la minore fluidità e accrescimento che deriva proprio dalla sua pretesa di durata, di-

ventando quindi chiusa.

La società in realtà si configura come un insieme di moltitudini aperte e chiuse, generando il paradosso delle

doppie masse: il raggiungimento di un obiettivo di generale uniformità nelle condizioni di vita procura un li-

mite all’esposizione della società di massa stessa, generando una situazione di complessità.

I mezzi di comunicazione sono lo strumento principale di rappresentanza delle istanze della massa aperta,

contribuiscono al movimento di uniformità quali tecnologie destinate a tutti. Essi però creano spazi intermedi

per il consumatore di massa, di personalizzazione ed interattività.

Una società che si fonda sulle informazioni non può che fondarsi su una logica di massa (agisce “oltre il sen -

so del luogo”). La massificazione della società dell’informazione non si riferisce più a gruppi stabili e rigidi

(classi e ceti), ma a moltitudini di individui che hanno maturato nuovi bisogni ed aspettative. La massifica-

zione tende a diventare altro da sè, è accompagnata dalla disgregazione dell’uniformità mantenendo il carat-

tere della quantità. La massa si destruttura in moltitudine: i mass media inducono la moltiplicazione dei flussi

ed una interattività consapevole. Ciò secondo i teorici della democrazia nel cyberspazio, è tanto più visibile

nel settore della comunicazione politica, ma chi e cosa può garantire che il processo di ri-creazione di una

sfera pubblica (consustanziale alla tecnologia della stampa, quindi alla Galassia Gutenberg) possa realizzarsi

in epoca di avanzatissima diffusione dei media elettrici (Costellazione Marconi)?

Le istituzioni definite da Robert Dahl della “poliarchia” (elezioni, libertà di associazione, diritti di rappresen-

tanza ecc) sono entrate in stretta relazione con il trittico infernale “televisione/sondaggi/elezioni”. La demo-

crazia è diventata “promocrazia”. Una destrutturazione dell’idea tradizionale di massa si associa alle prime

indicazioni di democrazia nel cyberspazio. L’ingresso di nuovi utenti nelle reti telematiche ridisegna il cyber -

spazio verso finalità comunicative generiche e verso l’uso commerciale delle stesse reti, dimostrando che una

eventuale democrazia continua non si dovrà attribuire all’ontologia stessa dei new media, che non sono tec-

nicamente predisposti alla democrazia.

L’insieme di questi fenomeni risente della trasformazione del concetto di massa, complementare a quello di

èlite, anche questo modificatosi nel tempo. E’ ancora possibile usare questo concetto per capire in ch emodo

il potere attraversa la società dell’informazione?

Per Robert Dahl, le prove addotte dai teorici dell’èlite per dimostrare il dominio di una minoranza sarebbero

non valide, tuttavia l’esperienza umana rintraccia la presenza di un vertice della piramide del potere in ogni

tipo di organizzazione, anche in quelle più ostentatamente democratiche. Vi sono stati dei cambiamenti che

hanno portata ad una diversa concezione dell’èlite: non più il dominio di una minoranza dominante, ma il

sorgere di una molteplicità di piramidi di potere (élite economiche, politiche ecc), ed ogni centro decisionale

è legato alle possibilità di scelta e di controllo stabilite dal potere potestativo dell’elettorato. In discussione

non vi è più il potere di pochi e permanenti individui complementare ad una società di massa amorfa e mani-

polata, ma la possibilità di associare le istituzioni della poliarchia ad un accesso universale. E’ la stessa con -

cezione della democrazia rappresentativa a produrre gruppi di potere ristretti, temperandone però l’autorità.Il

potere delle èlitè deve diventare mobile all’interno di una competizione pluralistica.

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Una nuova èlite individuata da James Burnham è quella dei dirigenti tecnocrati, i managers: la ledearship

aziendale non è più esercitata dall’imprenditore proprietario, si ha il prevalere della “tecnostuttura” (Tourai-

ne), è l’insieme di coloro che possiedono le conoscenze specialistiche che partecipa al processo decisionale.

Il governo della società stessa assume basi tecnocratiche.

A riguardo le posizioni sono diverse: David Lyon è prudente riguardo gli effetti delle It sul mondo del lavoro,

mentre molto di più si sbilancia Jeremy Rifkin: in “End of the Work” sostiene che l’America post-industriale

stia stimolando l’assottigliamento della classe media e la formazione di una piccola èlite cosmopolita di ric -

chi racchiusa in un paese di lavoratori sempre più impoveriti. Anche Christopher Lasch parla di una nuova

classe medio superiore, nerbo delle nuove èlite professionali e manageriali, estranea al resto della popolazio-

ne in quanto priva di radici locali, è inserita in flussi comunicativi che non hanno connotazioni nazionali evi-

denti. E’ una forma di “Ribellione delle èlites”, che le porta anche al disinteresse politico-sociale.

Anche i partiti politici e le loro leadership hanno riscontrato notevoli cambiamenti (attenuazione del carattere

ideologico originario, tendenza a reclutare voti in tutti i settori della popolazione a prescindere dal pubblico

originario di riferimento, ridimensionamento del ruolo degli iscritti ed attivisti, rafforzamento dei vertici che

esigono una maggiore autonomia). Vi è una moltiplicazione degli attori politici non istituzionali, i partiti si

rivolgono all’elettorato globale e sono guidati dal pragmatismo partitico, le leadership si dividono per settori

(parlamento, esecutivo ecc), all’interno di un unico partito si individuano più correnti.

Il concetto di èlite delle teorie sociologiche del Novecento ha perso i suoi connotati originari; nel passaggio

dalle società capitalistiche industriali quelle post-industriali, dalla produzione dei beni alla realizzazione dei

servizi, dall’intensificazione della produzione all’intensificazione dell’informazione, pur aumentando il peso

delle competenze tecniche, viene meno il principio di unidirezionalità e compattezza dell’organizzazione so -

ciale. Modelli rigidi ed immodificabili di dominio di minoranze vengono meno, La divisione del corpo socia-

le in classi rigide viene meno, ma ciò non significa che le diseguaglianze sociali si siano attenuate. Sussiste

una difficoltà nello stabilire quali siano i centri nevralgici dell’autorità e ruoli che all’interno di essi possono

garantire il perpetuarsi dell’autorità che scaturisce dalla decisione. La catena delle molteplici relazioni tra

soggetti del potere decisionale (economia, politica, società) non può essere condensata da modelli dicotomici

(borghesia-proletariato;elitè-massa; dominanti-dominati ecc) che si rilevano, nella loro antica rigidezza asso-

luta, ormai euristicamente opachi. Un nuovo protagonismo lo hanno adesso i gruppi di interesse che si espri-

mono nella costruzione di forme associative, con considerevole rivalutazione della prospettiva “locale”.

4- L’opinione pubblica come luogo di intreccio dei nuovi flussi socio-comunicativi

Questo mutamento di scenario si deve necessariamente riflettere anche sull’idea di opinione pubblica. Si è

visto come la prima accezione di opinione pubblica concepisca la stessa come soggetto sociale agente sullo

scenario politico tramite un discorso razionale che mira ad conseguire determinati effetti (Habermas). Con la

creazione di un pubblico “di massa” e il dilagare dell’industria culturale, l’opinione pubblica viene per lo più

concepita come “oggetto”. Con la globalizzazione, lo sviluppo tecnologico e la dilatazione della sfera comu-

nicativa l’opinione pubblica diviene un luogo di interazione socio-comunicativa grazie all’apporto dei new-

media.

Nel linguaggio comune, tre sono le accezioni del termine “opinione pubblica”:

Potere e Comunicazione 26

Pubblico di massa (es. bisogna informare l’opinione pubblica)

• Opinione corrente, clima di opinione;

• “Soggettività” operante tramite la comunicazione sociale: si ritorna alla concezione classica entrata in crisi.

Sociologicamente parlando, il luogo può essere fisico o simbolico. Concependo l’opinione pubblica come

campo di forze contestualizzato, in essa si possono rintraccire quattro percorsi di autorità:

I. Minoranze attive: lobbies, gruppi di interesse, movimenti di opinione...

II. Mezzi di comunicazione;

III. Moltitudini differenziate;

IV. Decisori.

L’opinione pubblica è intesa quindi come una doxosfera o sfera dell’opinione come spazio deputato all’emer-

gere di iusses di rilevanza generale e che struttura l’azione sociale ai fini di influenzare il raggiungimento di

obiettivi di varia natura.

Le possibilità do definizione di una doxosfera o sfera dell’opinione pubblica, dipendono dall’individuazione

di quattro processi sociologici principali:

I. Ridefinizione dei gruppi individuatori di iusses alla luce della fine delle grandi narrazioni ideologiche

(azione delle minoranze attive);

II. Presenza capillare e pervasiva dei mezzi di comunicazione di massa, affiancati da un insieme di new

media che rendono potenzialmente praticabili nuove forme di partecipazione democratica;

III. Ridefinizione del pubblico di massa (moltitudine differenziata);

IV. Ridefinizione dei decisori (èlite “tecno-politica” promossa dalla società dell’informazione).

Cap.5: Mappa del potere e sfera dell’opinione, ipotesi per un modello sociologico.

1-Ciò che resta di Weber: introduzione ad una nuova tipologia di poteri

Potere e Comunicazione 27

Vi è un forte nesso tra l’espressione della doxosfera e le forme del potere in un dato contesto sociale, vi è una

relazione tra i modi concreti in cui si formano le opinioni collettive e la conformazione dei poteri. L’opinione

pubblica borghese nasce proprio come contrasto rispetto ai poteri istituzionali, come “contropotere”. Il lega-

me sostanziale tra potere ed opinione di articola in due direzioni:

1. Stato delle condizioni istituzionali date, fondativo della libertà di espressione, a sua volta posta alla base

della doxosfera.

2. Stato delle forze i cui interessi possono incontrare benefici ed ostacoli a seconda del disporsi delle opi-

nioni pubbliche in un determinato contesto.

Si ritorni alla definizione del potere di Weber: “Per potere si deve intendere la possibilità per specifici co -

mandi (o per qualsiasi comando) di trovare obbedienza da parte di un determinato gruppo di uomini,e non

già qualsiasi possibilità di esercitare “potenza” e “influenza” su altri uomini”. Vi deve essere quindi l’intento

di agire sulla volontà di altre persone, vi deve essere una introiezione del comando da parte dei governati,

fondativa delle dinamiche di legittimità. Un rapporto così drastico tra comando-obbedienza non è però adatto

alla complessità di relazioni della società contemporanea: la capacità di ottenere gli effetti voluti incontra

nella società dell’informazione e della globalizzazione un nuovo problema, essendovi forti legami di interdi-

pendenza che porta a catene di conseguenze involontarie. Si è inoltre attenuato l’esercizio dell’uso della for-

za per sanare controversie e conflitti di natura politica interni, cioè il ricorso al monopolio statale della vio-

lenza.

La legittimità del tipo di potere razionale-legale poggia per Weber sulla credenza nella legalità di ordinamen-

ti statuiti e del diritto di comando di coloro che sono chiamati ad esercitare il potere in base ad essi (potere

legale). Questa può essere la cornice per studiare i fenomeni del potere nella società dell’informazione. Le

diverse caratteristiche sociali, economiche, culturali delle attuali società occidentali trovano la propria collo-

cazione all’interno della cornice razionale-legale, che propone il mutamento in base a patti stabiliti tra i di -

versi soggetti attraverso il diritto collettivo. L’alto grado di mobilità interno alle società occidentali si svolge

nel quadro garantito dalla cornice razionale-legale, i cui limiti sono oggi riconoscibili in senso politico dal-

l’esistenza di un regime di democrazia rappresentativa e in senso economico dall’esistenza di un libero mer -

cato: è la democrazia liberale, un sistema politico caratterizzato da elezioni libere ed eque, dallo Stato di di-

ritto, dalla separazione dei poteri e dalla difesa delle libertà fondamentali di parola, riunione, religione e pro-

prietà.

E’ necessario condurre un’analisi delle forme di potere nella transizione dalla società industriale alla società

dell’informazione. Vi è prima di tutto una differenza nella concezione della legittimità: le attuali società occi-

dentali ammettono come legittimamente fondati solo sistemi politici che rispondono alle prerogative della

poliarchia (differenza del grado di legalità). La società dell’informazione, basata sullo sviluppo tecnologico e

sui canoni di flessibilità, necessita di strutture più complesse e meno rigide rispetto a quelle del potere buro-

cratico quale lo intendeva Weber. Nella società dell’informazione si attenuano i paradigmi di rigidità e stan-

dardizzazione e cambia il paradigma culturale e valoriale di riferimento. Si affermano i processi di globaliz-

zazione e de-territorializzazione a seguito della diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione, con il

sorgere delle tecno-èlitè e di nuove spinte sociali verso la ridefinizione delle conflittualità identitarie, che

sembrano sfuggire a cristallizzazioni di tipo politico generale. I recenti studi sul potere individuano nella so-

cietà dell’informazione un nuovo assetto della sfera decisionale, e riflettono sui fenomeni di scollamento so-

ciale che nascono dalla ridefinizione delle categorie tradizionali di massa ed èlite.

Potere e Comunicazione 28

Negli anni ’70 Franco Ferrarotti segnalava come la ricerca teorica si sia soffermata sulla scomposizione del

concetto di potere ma non abbia colto l’interezza del fenomeno del potere nella modernità. Per ritornare alla

concretezza dell’analisi sociologica sul potere, è necessario un ritorno a Weber.

Si possono proporre, in analogia all’analisi weberiana, tre nuove tipologie di poteri ideali: potere associativo,

potere mediale e potere delle grandi organizzazioni (o della grande ricchezza).

2- Il potere associativo

Per potere associativo si deve intendere l’insieme delle prestazioni in ambito politico-sociale proveniente da

soggetti (gruppi) legittimati dall’esistenza di uno statuto collettivo che ne stabilisca lo scopo (può anche esse-

re omesso e non formalizzato) Lo statuto è fonte di legittimazione interna del soggetto, quella esterna è rego-

lata dallo statuto stesso. Lo scopo di queste organizzazioni associative è il potere e la conquista di spazi deci-

sionali. Il potere associativo è il prodotto dei soggetti che tentano di conquistare spazi discrezionali nel rag-

giungimento di specifici obiettivi di rilevanza politico-sociale, inseribili in una cornice razionale-legale. Il

contesto di azione dei soggetti può variare, e darsi finalità praticabili territorialmente, nazionalmente o inter-

nazionalmente. Il potere associativo nasce dalla concentrazione di potere in mano a gruppi di interesse, ini-

zialmente intesi come aggregazioni razionali-legali deliberate a perseguire determinati obiettivi. Il formarsi

di gruppi di interesse si inserisce nella sfera istituzionale della democrazia rappresentativa e del mercato ca-

pitalistico (es.partiti politici, sindacati, associazioni di categoria): essi intrattengono frequentemente una atti-

vità di negoziazione con i poteri istituzionali. Sono gruppi di pressione sulla sfera politica, ed hanno un rap-

porto partecipativo-conflittuale con il potere politico. I gruppi di pressione si esprimono attraverso azioni che

pressuppongono la volontà di partecipare al processo di presa delle decisioni, esplicitamente per ciò che ri-

guarda il loro obiettivo statuito (interesse).

La manifestazione di tale tipo di potere è una conseguenza dell’indebolirsi delle dicotomia tra le classi e la

moltiplicazione delle identità sociali, che portano con sè rivendicazioni ed inediti comportamenti, sempre più

difficilmente sussumibili da una sfera politica “pura” di impianto generalista. Vi è stato un abbassamento del

clima ideologico generale a seguito della Guerra Fredda e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Agli

schieramenti ideologici si sono sostituiti orientamenti associativi.

Le lobby costituiscono un gruppo particolare di gruppi di pressione. Sono agenzie specializzate di “pressio-

ne” sul potere politico al servizio dei gruppi di interesse. Il terreno naturale di azione delle lobby è costituito

dalle pubbliche relazioni. Forniscono servizi strategici di consulenza legale ed elettorale (es.organizzano una

campagna elettorale che si adatti alla dimensione comunicativa del candidato), stabiliscono relazioni di

influenza tra aziende e personaggi politici che hanno contribuito a far eleggere. E’ un’azione che va al di là

degli schieramenti politici. Le lobby intrattengono relazione anche con la pressione indiretta che viene dal

basso, mobilitando orientamenti ed interessi degli elettori per ricavare un eventuale strumento di influenza

sulla sfera politica-istituzionale (ed in questo di grande importanza è il ruolo delle nuove tecnologie).

3-Il potere dei media

Vi sono tre tipologie storiche di media comunicativi:

Galassia Gutenberg: giornali, libri;

Potere e Comunicazione 29

Costellazione Marconi: cinema, radio, televisione;

• Costellazione McLhuan: pc e reti telematiche.

I media rappresentano l’accadere del mondo in un visione sempre più continua e globalizzata.

Siamo in presenza di una concezione estesa del potere che si esplica in forma di dipendenza informativa: i

media attuano meccanismi di visibilità di porzioni limitate del logos collettivo. Lo spettro dell’azione comu-

nicativa produce una agenda di argomenti variabile e continuamente aggiornata. Non sono i media a parteci-

pare alla vicende mondane, ma gli individui a partecipare alle vicende mediali.

Sussiste un forte legame tra media e trasformazione dell’agire politico:

1. I media di massa hanno condizione le forme di espressione della politica in chiave comunicativa e spetta-

colare;

2. I media hanno imposto stilemi comunicativi propri delle argomentazioni politiche, dai format (brevità,

sintesi...) alla tenuta comportamentale del personaggio politico a contatto con il medium;

3. I media hanno offerto canali promozionali e di presenza ai messaggi politici;

4. I media hanno ampliato gli spazi per la comunicazione politica, fornendo audiovisivamente contenuti po-

litici attraverso le news, i programmi specializzati e l’intrattenimento.

5. I media hanno progressivamente eroso il margine di retroscena del potere associativo, manifestando co-

stantemente l’agire politico.

(sono tutti tratti che evidenziano la preminenza del medium televisivo)

Il potere dei media non coincide con la partecipazione al potere decisionale. In ogni caso i media hanno visto

un incremento delle loro funzioni socializzanti a seguito del ridimensionamento dei mediatori politici tradi-

zionali. Essi fungono da arena del conflitto, della rappresentazione, della sedimentazione e dell’emersione

delle iusses (selezione dei temi per il decisore).

I media di massa non rispondono alle logiche del decisore politico, ma a quelle dell’audience, che a sua volta

regola l’afflusso economico degli investitori del mercato pubblicitario. Rispondere agli ascolti significa di -

sporre di uno svincolamento rispetto al potere associativo, che esercita la propria azione principalmente nei

confronti del decisore politico che, in ultima istanza, dipende dal consenso elettorale Eppure è proprio nello

stretto vincolo esistente tra potere mediale e organizzazione del consenso che si aprono nuovi contatti con la

sfera del decisore.

L’ audience è composta da consumatori, cittadini, individui, che rappresentano, sotto altra forma, la tradizio-

nale simbologia democratica del “sovrano”.

Il potere mediale è in grado di intercettare una domanda di accesso informativo di massa e un autput di solle-

citazioni sul decisiore.

I. Determinazione di iusses da parte dei media;

II. Riconoscimento e gradimento delle iusses da parte del pubblico;

Potere e Comunicazione 30


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecilialll di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Caputo Cosimo.

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