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Cap.2: Intreccio potere-opinione pubblica dal secondo dopoguerra agli anni ’60.

1- Potere e società nelle nuove definizioni di Lasswell

Le guerre mondiali e l’esperienza del totalitarismo posero molti problemi alla riflessione sociologica:

Il rapporto fra forza e potere:

• La mobilitazione delle masse tramite la propaganda;

• La questione della leadership come rielaborazione del concetto di “minoranza organizzata” e del “potere”

• delle èlites;

La relazione tra potere e comunicazione (dalle esperienze delle tecniche comunicative messe in atto duran-

• te la mobilitazione bellica);

I principali teorici dell’immediato dopoguerra sono gli studiosi statunitensi Harold Lasswell e Charles

Wright Mills.

Harold Lasswell è uno studioso di scienze politiche ed un teorico della comunicazione. Le sue opere princi-

pali sono “Tecnica delle propaganda durante la guerra mondiale”(1927), “Psicopatologia e Politica”(1930),

“Politica mondiale e insicurezza” (1935), “Politica e Società” (1950), lo scritto che riassume la formulazione

teorica di Lasswell. Si tratta di un lavoro teorico propedeutico alla costruzione di una scienza della politica in

grado di utilizzare la rete dei concetti in senso operativo, orientando una nuova serie di ricerche empiriche.

La prima acquisizione di Lasswell è che “ il potere è la partecipazione alla presa delle decisioni”, cioè la li -

nea di condotta che comporta sanzioni nei confronti di coloro che si oppongono. Il potere è quindi “relazio -

ne” in quanto “partecipazione”. Lo spettro del potere si estende, oltre a chi lo esercita e chi lo subisce, anche

all’area di esercizio del potere stesso, la sfera del potere, cioè i valori che sono oggetto di potere. Altre due

dimensioni indispensabili per rispettare l’ampiezza dello spettro del potere sono il suo peso (il grado di parte-

cipazione al processo di decisione) e il suo campo (l’insieme degli individui su cui il potere è esercitato).

I presupposti principiali da cui prende avvio l’analisi si Lasswell sono l’interdipendenza delle forme di pote -

re e la relatività del predominio di una sola forma di potere sulle altre: si ha una simultaneità delle forme di

potere, e la predominanza di una di queste è legata alla situazione sociale e alla valutazione collettiva. Le in-

terazioni fra i processi di potere si configurano come scontri, che determinano lo schieramento tra soggetti

nello spazio pubblico (Stati, partiti, individui), cioè i rapporti di potere a favore o contro una decisione. Al-

l’interno dei soggetti che animano lo spazio pubblico Lasswell ribadisce la tradizionale distinzione tra “se-

guaci” e “leader”, cioè i detentori di potere più attivi, che si distinguono in “agitatori” e “amministratori”.

Per “pubblico” Lasswell intende quelle persone che, nell’ambito di un gruppo, hanno o si attendono di avere

in futuro un’opinione. L’opinione pubblica è la distribuzione delle opinioni nel pubblico”. Tra pubblico e

gruppo non vi è una necessaria identificazione, in quanto il pubblico è quella parte del gruppo che ritiene di

poter influenzare la linea di condotta del gruppo stesso, la parte più disposta all’azione. Il mondo sociale è

costituito da una pluralità di gruppi di interesse, sintetizzabili con l’espressione “opinione pubblica” solo

quando ci si riferisca all’opinione dominante (nel senso di “efficacia” e non di “maggioranza”).

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L’intreccio di potere e comunicazione è ravvisabile nell’attività di “propaganda” volta ad influenzare ed indi-

rizzare l’azione dell’opinione pubblica. Ciò è possibile tramite l’abile ricorso ad alcuni “simboli” politici che

si radicano nell’attenzione dell’individuo già predisposto ad essere influenzato: brevemente, si fa leva sul suo

immaginario collettivo, ci si richiama suoi interessi veri o presunti. La propaganda da sola quindi non può

creare l’opinione pubblica, e viene negata l’onnipotenza dei media e della comunicazione politica.

Lasswell è un neo-elitista: nei regimi democratici e nella società di massa non c’è scomparsa delle èlites, ma

si verificano negoziazioni e scambi continui fra èlites e massa.

2- Le nuove èlite di potere e la società di massa negli Stati Uniti

Charles Wright Mills, in “L’ èlite del potere”(1956), evidenzia come la società americana, apparentemente

improntata all’egualitarismo, all’autogoverno, al decentramento amministrativo, si basi invece, nell’epoca

della guerra fredda, sul potere di una ristretta èlite di individui, in rappresentanza di istituzioni economiche,

politiche e militari. Anche Mills come Lasswell associa il potere alle decisioni, la cui messa in atto determina

l’andamento delle situazioni sociali. I membri delle élite non sono individui eccezionalmente dotati, ma è

l’appartenenza ad una élite che porta all’acquisizione di esperienze esclusive e qualità specifiche (emancipa -

zione del concetto di èlite dalla visione neo-aristocratica).

Nello scenario americano, un grande cambiamento di è avuto quanto vi è stata la creazione di una “èlite-eco-

nomica”, un’economia gestita per lo più da grandi gruppi, scaturita da precise scelte istituzionali che l’hanno

favorita. I dirigenti dei grandi gruppi si impegnano nella costruzione di una rete di rapporti con i centri di in-

fluenza politica. Anche l’èlite del potere si modifica. Un numero sempre maggiore di dirigenti dei grandi

gruppi entra nella scena politica per influenzare gli organi dello Stato da cui dipendono le decisioni e gli in-

terventi in economia. Nasce un nuovo tipo di uomo politico, l’”outsider”, non un politico di professione, ,

che opera secondo un principio di sempre maggiore centralizzazione privilegiando la sfera esecutiva; intrat-

tiene un forte rapporto con le alte sfere dell’esercito, sempre più influenti nel clima di guerra fredda. Si attua

una convergenza di interessi fra coloro che detengono il controllo degli strumenti di produzione e chi con-

trolla gli strumenti della violenza. Una burocrazia civile indipendente dagli interessi costituiti è assente, e

l’uomo politico di partito è collocato più in basso rispetto ai vertici del potere; il dibattito pubblico è assente.

Lo specchio della èlite del potere è la società di massa. Il “pubblico”, ambito di discussione razionale che mi -

rava a determinare una certa condotta nell’azione delle gerarchie di potere, è stato sostituito dalla “massa”,

passivamente sottomessa ai mezzi di informazione che inibiscono l’azione individuale e collettiva “costruen -

do” opinioni indirizzate verso determinati propositi: essi infatti sono sempre di più gestiti da chi detiene le ri -

sorse economiche. Per l’individuo di massa sono fabbricate identità pre-confezionate,modelli di comporta-

mento, aspirazioni sociali e culturali, attuando un processo di manipolazione (totalitarismo democratico o de-

mocrazia totalitaria). In ogni caso, Mills non considera i media di massa “onnipotenti”, e questo meccanismo

di manipolazione può “incepparsi” facendo reagire il pubblico all’esposizione mediale.

3- Gli studi sull’opinione pubblica e la mass-comunication research

Nel 1937 viene fondata la rivista “Pubblic Opinion Quaertely”, fondamentale luogo di discussione sulla mas -

s-comunication reasearch. Il primo saggio pubblicato fu quello di Allport, “Verso una scienza dell’opinione

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pubblica”, che intendeva definire quali fossero gli errori concettuali che impedivano una conoscenza scienti-

fica dell’opinione pubblica.

Allport evidenzia gli errori di “personificazione sia dell’opinione pubblica che del pubblico, trattati come es -

senza interne e superiori al gruppo; le “finzioni di identità ideale”, che snaturano l’opinione pubblica dalle

dinamiche concrete dei gruppi e la dipingono come un prodotto superiore al confronto inter-individuale; la

“confusione dell’opinione pubblica con la presentazione pubblica dell’opinione” (o “errore giornalistico”).

E’ necessario quindi individuare delle condizioni che permettano di parlare correttamente di opinione pubbli-

ca. Prima di tutto, la presenza di comportamenti di una pluralità di individui che implicano una verbalizza-

zione, cioè un’espressione che possa essere tradotta in termini di approvazione o disapprovazione rispetto ad

un oggetto esterno, i cui contenuti devono però essere sufficientemente vicini agli individui da costituire un

punto di interesse. Per gli individui è importante sentire che altri stanno reagendo alla stessa situazione in

modo simile. I media hanno in questo senso comportato un cambiamento rilevante, in quanto consentono la

simulazione di una vicinanza, anche fisica, tra individui separati spazialmente. Il condizionamento mediale

incide anche sulla rappresentazione dell’opinione pubblica stessa, creando un “allineamento di opinione” se-

condo gli indirizzamenti degli agenti di pubblicità: le opinioni sedimentate formano una base comune (con-

sensus), sui cui si fa leva per indirizzare il nuovo stimolo (metodo del riflesso condizionato). L’efficacia di

un allineamento dipende non solo dalla quantità di individui che vi aderiscono, ma anche dall’abilità delle

minoranze organizzate in fatto di espressione e organizzazione.

In breve, il termine di opinione pubblica acquista significato in relazione ad un contesto pluri- individuale in

cui gli individui si esprimono per sostenere qualcosa ed indirizzare l’azione verso lo scopo desiderato. L’opi-

nione pubblica è quindi studiata come un fenomeno esclusivamente comunicativo analizzabile secondo me-

todi quantitativi (tra gli anni ’30 e ’40 si andavano diffondendo i sondaggi) e a prescindere dal discorso sulle

dinamiche di potere.

Nell’ambito della mass-comunication research di fondamentale importanza è il contributo di Paul Lazar-

sfeld con il suo studio “The people’s Choice” (1940), una ricerca sugli effetti dei mass media sulle scelte po-

litiche della popolazione: 600 elettori furono seguiti durante le elezioni presidenziali tramite la somministra-

zione di questionari. Questa analisi mostrò che la comunicazione interpersonale, ad esempio con persone più

influenti ed istruite, aveva una forte influenza sulla scelta elettorale, mentre i mass media esercitavano un

condizionamento minore. Da quì la teoria degli effetti limitati dei media contrapposta alla teoria ipodermica,

e la teoria del flusso di comunicazione a due livelli. Quest’ultimo mostra come siano gli “opinion leader” ad

utilizzare i mezzi di comunicazione di massa per avere informazioni, che poi trasmettono al resto della popo-

lazione filtrate dalle loro opinioni.

I media hanno quindi un effetto limitato nei processi di formazione di opinione pubblica, mentre le relazioni

sociali acquistano un nuovo peso nella comunicazione politica. Gli “opinion leader” godono del prestigio

specialistico di saper comunicare all’interno di un gruppo: la leadership è un riflesso della comunicazione in-

terpersonale, indagata secondo tre livelli:

Struttura:leadership dovuta all’ubicazione sociale del leader;

• Clima: leader riconosciuto culturalmente;

• Situazione di gruppo: leader nominato dal gruppo, idoneo a rispondere ai suoi bisogni.

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L’influenza del leader viene considerata sempre più come una risposta ai bisogni dei gruppi e non come una

speciale caratteristica degli individui in posizione influenzante. Decisiva diventa la funzione comunicativa

all’interno di un gruppo, che si estende alla costruzione di identità collettive rielaborate dagli individui negli

scambi di gruppo. Le reti comunicative dei gruppi rappresentano il retroscena delle opinioni individuali.

Se le teorizzazioni sul potere a cavallo tra ‘800 e ‘900 avevano messo in luce la dinamica delle autorità verti-

cali sull’individuo, ora la sociologia si concentrava sulle autorità orizzontali, sull’influenza che nella quoti-

dianità assumevano i gruppi informali di cui facevano parte i singoli individui (dal concetto “forte” di potere

si passa a quello sfumato di “influenza”).

Lazarsfeld e Merton sottolineano come la ricerca sugli effetti della comunicazione di massa sull’opinione

pubblica siano state una risposta ad esigenze di mercato ed interessi economici. La teoria degli effetti limitati

ridimensiona l’influenza dei media nel breve periodo, ma ribadisce la loro durevole presenza all’interno di

qualsiasi schema di comunicazione di massa (“Mezzi di comunicazione di massa, gusti popolari e azione so-

ciale organizzata”, 1948). Sono le grandi imprese a finanziare e sostenere i costi della comunicazione di

massa tramite la pubblicità, con l’intento di influenzare i consumatori verso il conformismo che sorregge il

sistema capitalistico. Nel contesto sociale, i media conferiscono un certo status alle persone e ai problemi,

determinando il grado di attenzione nei loro confronti; impongono norme sociali di comportamento secondo

l’approvazione o la disapprovazione di certi modelli comportamentali;hanno una funzione narcotizzante nei

confronti dell’azione sociale; operano per la conservazione della struttura sociale e culturale esistente piut-

tosto che per la sua trasformazione.

Con il saggio “Opinione pubblica e tradizione classica”, Lazarsfeld, ricercando buoni strumenti empirici che

consentano l’attendibilità della rilevazione sugli atteggiamenti dell’opinione pubblica, si imbatte nel proble -

ma della definizione della stessa, riscontrando che anche gli autori della tradizione classica ne hanno rilevato

l’enigmaticità di fondo. Vi è infatti una notevole mancanza di categorie logiche specifiche nel linguaggio

scientifico.

Dal lavoro di alcuni storici attenti a questi fenomeni della modernità è possibile ricavare alcune variabili da

sottoporre ad analisi: numero di persone pro o contro qualcosa, loro caratteristiche sociali e demagogiche,

loro grado di interesse al tema in discussione, fattori che determinano una certa distribuzione di opinioni in

un dato momento, modi di trasmissione delle opinioni stesse, effetti della distribuzione delle opinioni sulla

sfera politica. Il sistema dell’opinione pubblica si può dividere in:

Allineamento delle opinioni = tipo di informazioni che si ottengono con i sondaggi:

• Struttura della comunicazione = ruolo delle associazioni e delle leadership, rapporto reciproco tra media e

• pubblico.

Area del consenso = atteggiamenti durevoli delle opinioni.

Le prime due dimensioni sono sottoponibili a misurazioni empiriche mentre la terza è sottoponibile ad inda-

gine storica. Il pensiero storico-sociale esige quindi un sostegno empirico, e le ricerche empiriche devono es-

sere inserite in un contesto teorico per conseguire un valore euristico. Lazarsfeld nota la necessità di dotare le

scienze sociali di informazioni sull’opinione pubblica di tipo non solo deduttivo, come nei lavori degli stori-

ci, ma anche di tipo induttivo, a partire dai dati empirici. In “Ricerca empirica ed indagine storica” (1959) af -

ferma che i settori in cui lo storico necessita di dati di opinione sono il sistema dei valori prevalente, l’impat-

to delle nuove istituzioni sull’opinione pubblica e la documentazione scritta in cui si spiegano avvenimenti

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specifici, “fatti”. Le ricerche sull’opinione pubblica sono un’apportunità per aumentare il grado di consape-

volezza della comunità; lo sviluppo delle tecniche di indagine non garantisce un meccanico accredito euristi-

co: i dati vengono monitorati senza approfondire le motivazioni teoriche di atteggiamenti e situazioni sociali.

E’ questo l’avvio dell’indirizzo psicologico di ricerca sulla comunicazione.

4- I mutamenti di struttura della sfera pubblica

Jurgen Habermas in “Storia e critica dell’opinione pubblica” (1962) offre una ricostruzione storia della ge-

nesi dell’opinione pubblica.

La sfera pubblica borghese inglese e francese del Settecento è il “soggetto” della formazione dell’opinione

pubblica. Un ruolo centrale lo assume la famiglia borghese: questa rappresenta l’ambito “privato” che deve

essere distinto dal “pubblico”, è una istanza di libertà interiore. Tale forma di emancipazione psicologica è in

diretta relazione con l’emancipazione in campo economico fornita dal libero mercato e dalla libera concor -

renza.

La sfera pubblica borghese può essere definita come la sfera dei privati riuniti in quanto pubblico, che riven-

dicano una regolamentazione della sfera pubblica stessa per stabilire le regole generali del commercio. L’a -

spetto fondamentale, è che tale discussione avviene secondo criteri razionali, ed anche l’azione economica è

ispirata a principi di tal tipo ( le città quali centri di circolazione intellettuale e la possibilità di “acquistare”

prodotti culturali aveva favorito l’acculturazione del pubblico borghese). L’estendersi del modo di produzio-

ne capitalistico e il costituirsi di una autorità politica statuale induce un movimento di controllo della società

civile sul potere politico (estensione della pubblicità), una battaglia per la visibilità pubblica del potere politi-

co ( es. pubblicazione degli atti parlamentari) in cui un ruolo centrale verrà assunto dalla stampa: essa era il

veicolo attraverso cui la sfera pubblica poteva affrontare le questioni economiche- politiche, culturali e lette-

rarie. Sostiene Habermas che il pubblico è sin dall’inizio un pubblico di lettori. .

Tra il XVII e il XVIII si andavano diffondendo inoltre in Europa molte opere filosofiche-politiche che incu-

bavano l’idea di opinione pubblica. Habermas prende in esame i passaggi che hanno portato alla cristallizza -

zione del concetto di opinione pubblica.

Hobbes è il primo che emancipa il concetto di opinione dal significato di giudizio non comprovabile ( l’e -

stromissione dei governati dalla sfera politica è un loro atto consapevole che poggia sul loro giudizio ed opi-

nione di convenienza); Locke in “Legge dell’opinione pubblica” regola virtù e vizi sulla base delle pubblica

stima; Rousseau nel “Contratto Sociale” parlerà dell’autodeterminazione democratica del pubblico e del con -

trollo sociale sulla politica ( la società conforma le leggi alle costumi radicati, opinions, e si esprime sotto

forma di volontà generale); per i fisiocratici, è l’insieme degli intellettuali che stabilisce attraverso la discus-

sione pubblica i fondamenti per le scelte del governante, il cui risultato è l’opinione pubblica.

Kant è colui che aggiunge un tassello fondamentale alla genesi della dimensione pubblica borghese, interes-

sandosi primariamente dello sviluppo della pubblicità del potere politico. Per Kant è solo nella ragione che

risiede il fondamento del potere, e di tale ragione è necessario fare un “uso pubblico” perchè a nulla vale la

libertà di pensiero senza la comunicazione interpersonale e la possibilità di verifica di fronte ad un pubblico.

La sfera pubblica è lo spazio simbolico che riconduce la pubblica discussione all’azione politica e questa

alle leggi, nel loro carattere universale e ragionevole (legame tra politica e morale). L’autonomia dei parteci -

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panti alla discussione pubblica deve fondarsi sulla autonomia privata, e quindi rientra nella sfera pubblica la

classe borghese, proprietaria dei beni e di se stessa

Hegel smentisce il carattere universale dell’opinione pubblica in quanto la società civile è divisa tra i conflitti

di classe; per Marx invece l’opinione pubblica è una “falsa coscienza” che maschera gli interessi della classe

borghese e non garantisce il principio di pubblicità; da parte liberale, John Stuart Milla parlerà di “giogo del -

l’opinione pubblica”, perchè essa quanto più tende ad allargarsi ai ceti non borghesi, tanto più tende ad eser-

citare una forza coercitiva e a trasformarsi nel dominio dei molti e dei mediocri (la stampa da strumento di

emancipazione diviene strumento di manipolazione delle moltitudini); anche Tocqueville parla di “tirannia

della maggioranza” che domina il potere legislativo, esecutivo e giudiziario, e dei pericolo di uno Stato sem-

pre più burocratizzato, che schiaccia il cittadino divenendo l’unico regolatore dei suoi bisogni e del suo be-

nessere. I pensatori liberali, avvertono il pericolo dello sconvolgimento dell’opinione pubblica nella società

di massa, di una opinione dominante priva di base razionale, e ciò li spinge al ritorno verso posizioni elitiste

per ristabilire un clima di opinione ragionevole che rappresenti anche il pubblico della classe non-borghese.

Per Habermas il periodo aureo dell’opinione pubblica si interrompe con le difficoltà del liberalismo che ri -

propone una sfera dell’opinione pubblica elitaria mentre sono in atto processi di allargamento del pubblico.

La divisione fra Stato e società nel XIX sec. diviene meno netta, con l’intervento dello Stato nella vita eco-

nomica, mentre le grandi imprese si fanno istituzioni fornendo servizi alla popolazione e radicandosi nel ter-

ritorio: sfuma la differenza tra impresa privata e amministrazione statale e si costruisce la dilatazione di un

nuovo spazio pubblico, la sfera professionale. Alla compenetrazione di sfera pubblica e privata si aggiunge il

depotenziamento della sfera intima rappresentata dalla famiglia.

Dalla sfera pubblica “letteraria” si passa a quella del “consumo culturale”: i nuovi mezzi di massa sono volti

all’ intrattenimento, non a stimolare la criticità, il ceto degli intellettuali perde la sua funzione. Il pubblico è

esonerato dalla discussione pubblica, pur essendone quotidianamente aggiornato dai media. Le questioni di

potere sono affrontate da mani non pubbliche, la pubblicità delle sedute parlamentari ha perso la sua funzio-

ne “critica” e ne ha assunta una puramente dimostrativa di “spettacolarizzazione della politica”. La stampa è

sottomessa alle pressioni economiche esterne, alla manipolazione dei grandi acquirenti pubblicitari, diviene

mezzo di massa di servizio pubblico, plasma ciò che resta del dibattito pubblico. Le cosiddette “pubbliche re-

lazioni” compiono una ricerca strategica che legittima un certo modo di produrre affari e servizi per creare

consenso, l’opinione pubblica viene evocata per spingere verso l’approvazione.

Sono questi i motivi che spingono Habermas ad affermare, secondo le linee di pensiero della Scuola di Fran-

coforte, che non si può attualmente parlare di opinione pubblica, ormai disgregata.

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Capitolo 3: Crisi dei concetti tradizionali di opinione pubblica.

1- Teoria critica versus ricerca amministrativa: un epilogo europeo

Lo sviluppo del capitalismo, della società industriale, delle nuove tecnologie a partire dal XIX sec., ha con-

dotto a mutamenti considerevoli degli strumenti comunicativi, che non a caso sono stati definiti mass media,

cioè mezzi di comunicazione massa: caratteristici sono i fenomeni di produzione seriale di spettacolo, cultu-

ra, informazione veicolata da stampa, radio, televisione. I mezzi di comunicazione di massa si pongono come

“filtro” tra eventi e pubblico (Lippman), stabiliscono nuove forme di partecipazione alla vita collettiva (Las-

swell): esistono in funzione della società di massa, ed essa è tale proprio per la circolazione delle idee e dei

messaggi (Habermas). Le dinamiche di potere devono fare i conti con l’imponenza della dimensione comuni-

cativa.

Durante gli anni ’60 negli Stati Uniti prende avvio una ricerca organizzata e sistematica sui media, sorretta

da una committenza privata (le grandi industrie) e pubblica, intenzionata a cogliere gli orientamenti del

“pubblico”. E’ la mass-comunication research, i cui più importanti risultati sono il ridimensionamento del

potere diretto dei media sul singolo individuo e l’esame dei comportamenti comunicativi secondo dinamiche

di gruppo (secondo un approccio psico-comunicativo). Mills denuncia il pericolo di cadere in un “empirismo

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astratto” , e la sua polemica contro la mass-comunication reaserch troverà accoglienza in Europa (esemplifi-

cativa è in tal senso la rottura della collaborazione tra Lazarsfeld e Adorno), soprattutto da parte della Scuola

di Francoforte, che porterà avanti la sua teoria critica contro la “ricerca amministrativa”.

In “Dialettica dell’Illuminismo” (1947) Horkeimer e Adorno criticano l’industria culturale quale articolata

macchina che muta sistemicamente la natura antropologica dell’individuo, spingendolo a pratiche ripetitive e

prive di margini evolutivi, votate alla scarnificazione del contenuto filosofico implicito nelle opere artistiche

indirizzate alla riproposizione di un mondo di banalità standardizzate, altra faccia del ciclo produttivo capita-

listico. Marcuse parlerà in “L’uomo ad una dimensione” delle tendenze totalitarie che assume la moderna so -

cietà industriale.

In Francia il concetto di “industria culturale” è stato introdotto da Edgar Morin ne “L’esprit du Temps”

(1962), dove viene sottolineata l’importanza della dimensione del consumo nelle dinamiche comunicatiche e

la centralità della struttura dell’immaginario, autentico collante delle forme archetipe della cultura occidenta -

le e dei modelli stereotopici proposti dall’industria culturale.

2-L’opinione pubblica non esiste:sondaggi e consenso

In Francia aveva visto in quegli anni un forte sviluppo dell’istituto dei sondaggi, nella convinzione di una

loro efficacia sulla valutazione del quadro politico: è il processo di “naturalizzazione dell’opinione pubblica”

(Olivesi), di oggettivazione della stessa. Il sociologo Bourdieu in “L’opinione pubblica non esiste” dichiara

di non voler mettere sotto accusa chi di mestiere si occupa dei sondaggi, nè di mostrare la fallacia dei metodi

di campionamento rappresentativo, ma avverte la necessità di affrontare alcuni temi di carattere “epistemolo -

gico”.

Alla base di ogni tipo di sondaggio vi sono tre postulati impliciti:

Tutti possono avere un’opinione: in realtà essa è una variabile soggetta agli interessi delle persone, alcune

• domande possono riguardare problemi che gli individui non si sono mai posti, e si hanno così le non-rispo-

ste.

Tutte le opinioni si equivalgono: i sondaggi mettono gli individui in una condizione di isolamento rispetto

• all’opinione mobilitata, che ha un peso decisamente maggiore rispetto all’opinione individuale.

Esiste un consenso sui problemi: con i sondaggi l’opinione pubblica viene ridotta all’opinione sondata; il

• sondaggio è uno strumento di azione politica, e non può rilevare punti di accordo sui problemi.

I sondaggi creano l’illusione che esista l’opinione pubblica come pura addizione di opinioni individuali,

mentre è un sistema di forze e di tensioni, non sottoponibile a calcolo percentuale.

3-La società dello spettacolo

Nel 1967 Guy Debord pubblica “La società dello spettacolo”, un’opera non sociologica in senso stretto dove

viene individuato il nuovo rapporto individuale mediato dalle immagini. Vi è un alto livello di separazione

inter-individuale, si è insieme solo come “folla solitaria”, spettatori silenziosi di uno spettacolo gestito dalla

competizione economica e lo sviluppo tecnologico. Le immagini sottraggono capitale esistenziale agli indi-

vidui e lo spettacolo si incarica di riorganizzare le aspirazioni collettive per difendere la società esistente. I

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mezzi di comunicazione di massa non sono neutrali sono lo strumento di rappresentazione di questo spetta-

colo: viene sottolineata la loro unilateralità, in quanto appartengono al dispositivo di dominio.

4-Piccole apocalissi crescono

In “La società dei consumi” (1970) Jean Baudrillard ritiene le merci contemporanee come un “segno”: esse

non sono strumenti, ma indicano uno status e differenze sostanziali nella gerarchia sociale. Tale processo di

differenziazione di status, per cui ciascuno si inscrive nella società, ha un duplice aspetto conscio ed incon-

scio: è l’iscrizione permanente in un codice le cui regole sfuggono agli individui. La società dei consumi, in -

nescando una continua spirale di bisogni, non fa che mantenere costati le differenze di ceto. La trafila dei bi-

sogni e dei beni è socialmente selettiva. I media di massa sono gli strumenti che impongono il codice di con-

sumo, simulano un mondo attraverso la pubblicità.

L’opinione pubblica solo nel passato ha dato prova di rappresentare l’espressione autentica di un pubblico,

mentre ora è una immagine virtuale di riferimento cui il pubblico si conforma; l’opinione pubblica acquista

un carattere simulatorio ed un legame indissolubile con i sondaggi.

Nel saggio “All’ombra della maggioranza silenziosa” (1977) Baudrillard sostiene che “massa” non è più

nemmeno un concetto, ma una classificazione opaca. Le maggioranze silenziose, con il loro iper-conformi-

smo, si presentano come referente immaginario, in quanto non sono più nell’ordine della rappresentanza.

Sondaggi e test sono dispositivi che non attengono più ad una dimensione rappresentazione rappresentativa

ma simulativa. Le masse si trovano oltre le istituzioni della politica e i movimenti del sociale.

La visione di Baudrillard assume sotto questo aspetto una tendenza al catastrofismo nell’analisi della società

contemporanea. Le società moderne sono organizzate attorno alla produzione e al consumo di beni, mentre le

società postmoderne sono organizzate attorno alla simulazione e all’attività di immagini e segni, che denota

una situazione in cui i codici, i modelli e i segni sono le forme organizzatrici di un nuovo ordine sociale dove

domina la simulazione. Nella società della simulazione, le identità sono costruite tramite l’appropriazione di

immagini e codici e i modelli determinano come gli individui si percepiscono e si relazionano ad altre perso-

ne. L’economia, la politica, la vita sociale e la cultura sono tutte governate dal modo di simulazione, tramite

il quale i codici e i modelli determinano come i beni siano consumati e usati, come sia spiegata la politica,

come la cultura sia prodotta e consumata, e come la vita quotidiana sia vissuta.

Il mondo postmoderno di Baudrillard è anche un mondo in cui legami e distinzioni che precedentemente era-

no importanti – come quelli tra classi sociali, generi, tendenze politiche e domini, un tempo autonomi, della

società e della cultura – perdono potere. Se le società moderne, per la teoria sociale classica, erano caratteriz-

zate dalla differenziazione, per Baudrillard le società postmoderne sono caratterizzate dalla de-differenzia-

zione, dal ‘collasso’ delle distinzioni, o dall’implosione. Nella società della simulazione di Baudrillard, i

campi dell’economia, della politica, della cultura, della sessualità e del sociale implodono tutti quanti l’uno

dentro l’altro. 5- Microfisica del potere

Il discorso di Foucault sul potere (“Microfisica del potere”) concepisce lo stesso come una organizzazione

reticolare, non una organizzazione esterna agli individui, ma un’organizzazione sociale che transita attraver -

so gli individui. Il potere non è un fenomeno di dominazione compatto ed omogeneo di un individuo sugli al-

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tri, o di un gruppo o di un classe sociale: il potere prende corpo nelle zone più basse della società secondo

norme non necessariamente vincolate a leggi statuite. E’ necessario uno scavo micro-storico e micro-sociolo -

gico, che individui come il potere si produca a contatto con le situazioni sociali. Il potere attraversa i corpi

degli individui e può essere compreso solo studiando gli apparati del sapere. Sapere e potere sono indisgiun-

gibili, in quanto l'esercizio del potere genera nuove forme di sapere e il sapere porta sempre con sè effetti di

potere. L’analisi dal basso, come già Nietzsche aveva visto, mostra che non c’è verità che non sia coinvolta

in un rapporto di forza, che sapere e scienza sono non solo strumento ed effetto ma esse stesse forme di do-

minio, microsistemi di potere. Sapere e potere si condizionano reciprocamente e l’uomo è preso dentro il

loro circolo. 6-L’opinione pubblica nella complessità sociale

La novità principale proveniente dalla Francia era l’analisi del sistema di potere delle classi dominanti come

sistema di comunicazione dominante e come costruzione sociale di una macchina produttrice di immaginario

sociale che si imponeva come “spettacolo” e “simulacro”, analizzata tramite i sondaggi. Negli anni 70’ si

perviene quindi alla consapevolezza del tramonto della nozione liberale di opinione pubblica e del suo essere

“prodotto di propaganda”, viene meno la sua funzione di “contro-potere” che aveva portato alla conquista di

importanti diritti civili. Si perdeva la dimensiona razionale dell’opinione pubblica la distinzione tra grandi

masse, che si erano battute sul campo sociale, e folle acefale.

Durante la guerra fredda, gli studi sull’opinione pubblica erano divisi fra coloro che analizzavano i meccani -

smi psicologici stabilitisi all’interno del pubblico inteso come “gruppo” e ricostruivano il concetto di opinio -

ne pubblica in senso generale, e coloro che fornivano un’analisi sostanzialmente negativa delle dinamiche di

potere in Occidente in cui l’opinione pubblica era sempre più subordinata ai media.

Da parte di molti studiosi, tra cui Bourdieu, Braudrillard e Luhmann, si avverte la necessità di riformulare il

concetto di opinione pubblica.

Nel saggio “L’opinione pubblica” Luhmann dimostra di accettare l’analisi storica di Habermas. L’opinione

pubblica nasce come dispositivo in grado di garantire controlli razionali e dibattito pubblico, di condurre ad

una “riduzione della complessità” politica. Tale idea di opinione pubblica risulta inadeguata in una società ad

alto grado di complessità, dove la capacità di attenzione degli individui è ridotta rispetto al loro ambiente:

non può essere considerata come la somma di una miriade di osservatori competenti, informati e criticamente

consapevoli, in grado di esercitare un controllo puntuale e penetrante. Il fatto che nella modernità l’opinione

pubblica inglobi tutti i consociati politici, la porta ad esercitare un controllo debole. Conseguentemente l’opi -

nione pubblica nei sistemi politici complessi deve essere articolata e strutturata in due sensi: da un lato i pos-

sibili temi di discussione politica, e dall’altro le possibili opinioni su tali temi, escludendo che i soggetti che

propongono i temi siano in gradi di formarsi delle opinioni su di essi. Da un lato quindi si pone l’attenzione

su quelli che possono essere i temi e i problemi rilevanti (in riferimento ad un sistema di valori, ad una situa-

zione di crisi, per una maggiore eco delle personalità coinvolte ecc), dall’altro si pone la sfera decisionale in

merito. L’opinione pubblica può orientare la maggiore o la minore visibilità di un tema, impedendo al siste -

ma politico di stabilire una rigida priorità tematica (viene meno quindi la rivendicazione di partecipazione al

processo di decisione); essa rinuncia anche alla pubblicità di tutte le comunicazioni politiche, e stimola la

strutturazione di queste, anche di quelle non pubbliche, mediante temi istituzionalizzati. La conclusione, è

che la produzione, la discussione, e la ripresa dei temi di opinione pubblica diventano una prerogativa dei po-

Potere e Comunicazione 19

litici di professione, opportunemente preparati a tale scopo (nella mobilitazione di un tema, risulta importan-

te anche la competenza carismatica): il potere è in stretta relazione quindi con la dimensione comunicativa.

Il potere nella modernità non può essere concepito come dominio, ma come capacità di gestione e riduzione

di complessità. L’essere fluttuante dell’opinione pubblica non è una connotazione negativa, ma una caratteri -

stiche le consente di esercitare proprio la sua funzione di selezione dei temi principali. Da notare è che

Luhmann conduce il suo ragionamento senza tenere conto del ruolo dei mezzi di comunicazione di massa:

più tardi, saranno McCombs e Shaww a chiarire che i media non influenzano il pubblico su come pensare, su

quali opinioni avere intorno ad un certo argomento, ma sono capaci di definire il territorio mentale delle scel-

te, intorno a cosa pensare. 7-Spirali del silenzio

Nel testo “La spirale del silenzio” Elizabeth Noelle Neumann approfondisce la dimensione “antropologica”

dell’opinione pubblica, facendo partire la sua riflessione dai classici della filosofia del XVII e del XVIII se-

colo.

Già Locke in “La legge dell’opinione e della reputazione” aveva attribuito i vizi e le virtù a giudizi relativi

all’approvazione sociale, rilevando quindi il carattere sociale dell’espressione delle opinioni. Hume nel

“Trattato sulla natura umana” notava come l’uomo tendesse a conformarsi alle opinioni del proprio ambien-

te. Gli empiristi inglesi quindi negarono che lo spirito di una civiltà si celasse solo nelle leggi scritte, com-

prendo che gli individui sono capaci di percepire il “clima di opinione”, le tendenze che riscuotono consenso

nel loro ambiente. Da quì la formulazione di Noelle-Neumann della “Spirale del silenzio”: l’energia e la con-

centrazione degli individui per cogliere i cambiamenti di opinione deriva dal pericolo di isolamento. Sono

pubbliche quelle opinioni che attengono alla sfera della polemica che un individuo può esprimere in pubblico

senza isolarsi. Vi è quindi il rigetto del concetto tradizionale di opinione pubblica critica: la concezione di

opinione pubblica va oltre la dimensione politica, investendo tutta la sfera sociale, si tratta di un insieme di

valori e comportamenti che fanno interagire la sfera individuale con quella collettiva, e il cui prodotto di sin-

tesi costituisce una potente autorità, capace di isolare chi non si conforma. Essa ha quindi una funzione di in-

tegrazione e legittimazione sociale.

Il monitoraggio dell’opinione pubblica tramite inchieste e sondaggi può portare a scambiare la dialettica del-

le opinioni con una risposta automatica alle preferenze. Un governo rappresentativo deve anche avere il co-

raggio di interrompere la spirale del silenzio e andare contro l’opinione della maggioranza per portare dei

cambiamenti e non cadere nell’immobilità.

Viene affermata una teoria “forte” dei media, in quanto esercitano una pressione ambientale, forniscono al-

l’individuo delle informazioni che vanno a costituire il clima di opinione, sono i misuratori di dibattito intor-

no ad un certo problema e quindi giocano un ruolo fondamentale nel meccanismo della spirale del silenzio.

8- Oltre la società industriale:nuovi modelli teorici delle scienze sociali

L’indagine sociologica sui media tra gli anni ’40 e ’70 vede diversi orientamenti.

La comunication research porta avanti una teoria degli effetti limitati dei media, contro una società “forte”,

individuando un legame stretto tra società ed opinione pubblica. A questa impostazione se ne contrapposero

molte, prima di tutto quella che fornisce un giudizio debole sull’opinione pubblica, la quale avrebbe perso la

Potere e Comunicazione 20

sua funzione critica, e un forte potere ai media che di fatto “sostituiscono” l’opinione pubblica e si impongo -

no come una nuova forma di dominio.

L’impostazione sistemica di Luhmann trasferisce l’opinione pubblica nel campo degli operatori di “riduzione

di complessità”, la cui funzione è la selezione dei temi in vista di un intervento della sfera politica decisiona -

le, la cui autonomia è requisito fondamentale per il governo della complessità; l’opinione pubblica è debole

per definizione, mentre il potere politico rappresenta il mezzo di comunicazione più adatto a garantire lo

scambio tra sistemi sociali.

Noelle-Neumann tenta una sintesi nuova, staccando l’opinione pubblica dalla semplice sfera politica e collo-

candone il concetto all’interno del perimetro del controllo sociale, e attribuendo un ruolo “forte” ai media.

La progressiva estensione dei lavori sociologici sulla comunicazione ha segnalato la crescente importanza

della comunicazione stessa all’interno della molteplicità delle dinamiche sociali. E’ questo uno dei temi cen -

trali dell’avvento del “post-industriale”, della “condizione postmoderna”, della “società dell’informazione”.

Per Daniel Bell cinque sono le dimensioni per cogliere questo passaggio:

Passaggio da una economia produttiva di beni ad una economia di servizi;

• Preminenza della classe di professionisti e tecnici;

• Centralità della conoscenza teorica come fonte di innovazione e formulazioni politiche per la società;

• Controllo della tecnologia e sviluppo dell’innovazione tecnologica;

• Creazione di una nuova “tecnologia intellettuale”.

Jean Fracois-Lyotard in “La condizione postmoderna” (1979), rileva un cambiamento dello statuto del sapere

nel momento in cui le società entrano nell’epoca post-industriale. Trasformato dal rapporto tecnologico che

si instaura tra scienza e linguaggio, il sapere viene colpito nelle sue due principali funzioni: la ricerca e la tra-

smissione delle conoscenze. Il sapere viene “mercificato” e si deve adattare al linguaggio-macchina dell’in-

formatica, perde il suo valore in sè e diviene la principale forza produttiva.

Anche per Alain Touraine il centro delle nuove dinamiche sociali è la produzione scientifica. Il potere deci-

sionale passa dai proprietari dei mezzi di produzione ai gestori dei processi conoscitivi ed informativi (Socie-

tà Tecnocratica).

Alvin Toffler evidenzia che i processi industriali sono retti dalla logica dell’uniformità, e sono stati la base

dello sviluppo della società di massa. Il passaggio dalla società industriale a quella post-industriale si fonda

sulla de-strutturazione dei fenomeni di uniformità e massificazione, l’individuo riacquista una dimensione

“forte” all’interno della dinamica sociale. Per alcuni studiosi, tale passaggio non si configura come una frat-

tura, ma come una “radicalizzazione” del processo della modernità.

Potere e Comunicazione 21

Cap. 4: I media cambiano la politica? L’opinione pubblica nella società dell’informa-

zione.

1- Televisione e new media: una nuova cultura elettronica integrale?

Le nuove tecnologie dell’informazione (IT, “Information Technologies”) hanno registrato un forte impatto

sulla società.

Una delle versioni più complesse di determinismo tecnologico (stretta connessione tra tecnologie e strutture

di pensiero) è quella offerta da Marshall McLuhann. I media sono estensione dei sensi e ridefiniscono il rap-

porto con l’ambiente circostante. Egli parla di “Galassia Gutenberg” per indicare come la stampa abbia per -

messo agli individui alfabetizzati la visione diretta della propria lingua madre, percepita come entità unifor-

me e “carattere distintivo” di una nazione. La riproducibilità di massa degli stampati anticipa la riproducibili-

tà tecnica dei beni propria della rivoluzione industriale.

Con i media elettrici non si ha più l’estensione di un solo senso, la vista, ma l’accrescimento e l’esteriorizza -

zione del nostro intero sistema nervoso centrale. Hanno luogo processi di ri-tribalizazione attraverso l’im-

mersione totale in un vortice di informazioni provenienti da tutto il pianeta. E’ il “ Villaggio Globale”: grazie

ai computer, si viaggia verso forme di “coscienza globale”.

Per Joshua Meyrowitz la diffusione dei media di massa ridefinisce i confini tra i diversi ambienti sociali che

si ricreano nella stessa psiche individuale, dando vita a comportamenti tanto diversi da parte del medesimo

individuo a seconda della situazione in cui viene a trovarsi. I media riformulano il rapproto tra consumo di

un luogo e appartenenza locale. I media elettronici hanno abolito la distanza spaziale e ridefinito il concetto

di scena e retroscena, proponendo in pubblico di dimensioni sempre più vaste della sfera privata di personag-

gi e situazioni. La televisione permette di scorgere il “retroscena” degli eventi, e non è un caso che allo svi-

luppo del medium televisivo siano seguiti fenomeni di rivolta delle minoranze etniche, contestazione giova-

nile, nascita del movimento femminista, la ridefinizione antropologica dell’infanzia, la perdita di aurea delle

leadership politiche.

Il medium è il messaggio, la televisione struttura un insieme di relazioni sociali fornendo l’uscita per la rior-

ganizzazione sensoriale e la trasformazione del contesto comunicativo, anche a prescindere dalla volontà di

Potere e Comunicazione 22

chi emette il messaggio. La TV dà vita ad una metamorfosi del corpo sociale. Cresce il livello di visibilità dei

processi pubblici, mutano i ruoli tradizionali di maschio e femmina, si estende la consapevolezza infantile

del potere adulto, cambiano i criteri di appartenenza locale (“oltre il senso del luogo”).

I media elettronici hanno creato una rottura rispetto alle tecnologie meccaniche, hanno prodotto l’uscita dalla

razionalizzazione industriale dando vita ad un’esplosione sensitiva che spinge in direzione di una nuova

“cultura elettronica integrale”.

George Gilder, in “La vita dopo la televisione” (1994), dichiara che la televisione è un mezzo autoritario:po-

chi centri di trasmissione generano programmi per milioni di ricevitori passivi. Ma l’epoca di dominazione

della TV è finita. Le tecnologie dell’epoca dei computer sono più ricche e interattive; si giungerà ad un nuo -

vo medium, il teleputer, che offrirà possibilità di svago (personalizzato) e accesso all’attività professionale.

L’interattività globale sarà il nuovo centro sistemico. Il teleputer decreterà l’obsolescenza del sistema televi -

sivo tradizionale, gestito da pochi esperti di tele-programmazione che riempiono i palinsesti per milioni di

persone, ed anche la caduta culturale indotta dal basso profilo della programmazione verrà meno.

La diffusione delle IT pone però un problema, la cosiddetta questione del “Grande Fratello” evidenziata da

David Lyon: vi è un aumento esponenziale dei dati informatizzati che entrano in data-base pubblici e privati,

e c’è il serio rischio di scivolare da una società dell’informazione ad una società della sorveglianza, dove vie -

ne effettuato un “controllo reticolare”. Anche Stefano Rodotà analizza il problema della privacy. La tecnolo-

gia elettronica lascia tracce del passaggio individuale in un numero crescente di scambi e transazioni, tracce

che appartengono alla sfera delle determinazione privata ma che entrano in un circuito comunicativo più

ampi.

Tra le trasformazioni sociali indotte dalle IT, vi è il loro nuovo ruolo che possono assumere nel campo di par-

tecipazione della politica, nell’intreccio tra sfera pubblica e opinione pubblica e basi della democrazia ( come

già è successo con i media “tradizionali”, che per molti studiosi avrebbero indotto alla passività collettiva e

quindi allo svilimento delle forme democratiche).

2-Repubbliche elettroniche

Tòmas Maldonaldo rifacendosi all’espressione “Repubbliche elettroniche” ha sintetizzato in tre diverse esi-

genze che si configurano nell’intreccio tra comunicazione politica e ICT: un aggiornamento burocratico degli

apparati statali tramite informatizzazione (per diminuire le inefficienze e le difficoltà di accesso dei cittadini

alle prestazioni burocratiche), un ampliamento delle opportunità di partecipazione democratica dei cittadini

attraverso le ICT (da nuovi modi di esprimere il voto e i pareri consultivi ai sondaggi di opinione in tempo

reale, all’interfaccia cittadini- rappresentanti) e una “re-invenzione della politica”. Su quest’ultimo punto

Maldonado registra una duplicità di intenti: da un lato quella di chi vede le opportunità di comunicazione po-

litica innervate dalle ICT al servizio di un miglioramento e di un rafforzamento della democrazia rappresen-

tativa (es. nelle pratiche di voto, anche se questo comporterebbe il rischio di una sondocrazia), dall’altro

quella di chi punta ad una vera e propria alternativa (es. il venir meno dell’apparato di partito nel candidarsi

alle elezioni grazie alle possibilità di visibilità offerte dai mezzi comunicativi).

Un ulteriore anello di congiunzione fra ICT e comunicazione politica è individuata da Levy in quella che po-

trebbe essere la “democrazia del cyberspazio”: chat, forum, potrebbero diventare nuovi sistemi di esercizio

di cittadinanza, ampliando le possibilità di partecipazione diretta alla democrazia. Il cyberspazio mette a di-

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecilialll di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Caputo Cosimo.

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