Sociologia - Teorie e problemi (Vincenzo Cesareo)
Capitolo 1
Le due tradizioni del pensiero sociologico
I termini del dilemma
La sociologia è la scienza volta a studiare la società e i fenomeni sociali. Da una parte, si sostiene che la sociologia debba focalizzarsi sulle totalità, dall’altra che debba concentrare l’attenzione sui comportamenti individuali, seppur tra loro interconnessi ed aggregati. Nonostante la certezza che ogni fenomeno sociale implichi sempre una dimensione collettiva, è possibile sia accentuare il carattere collettivo sino a considerare i gruppi come realtà autonome distinte dagli individui che li costituiscono, sia enfatizzare la dimensione interindividuale del collettivo.
Nel primo approccio l’attenzione viene riservata al sociale nella sua globalità: gruppo, sistema, struttura, società stessa sono concepiti come realtà fondamentali da cui l’individuo deriva e influenzano fortemente i comportamenti dei singoli, assegnando loro precisi scopi e guidandoli nel loro agire. Il secondo approccio, invece, considera come riferimento l’individuo stesso nel quale vengono ricercati i principi esplicativi degli stessi fenomeni sociali. Questa distinzione si declina a sua volta nella contrapposizione tra:
- Olismo - l’individuo è un prodotto della società e si comporta secondo gli schemi della società di quel momento storico, così da sorreggere la tenuta del sistema. La società è sempre concepita come una totalità che possiede caratteristiche proprie, spesso assimilate a quelle degli organismi, e non può essere definita come una somma delle componenti individuali. Per questo motivo, questo tipo di sociologia viene definita sociologia dei sistemi: i fenomeni sociali si verificano secondo modalità proprie della natura, rendendo l’individuo un semplice esecutore che si adatta a condizionamenti esterni. Si predilige una metodologia di tipo quantitativo (risposte chiuse), con la quale si prevede già una risposta comune e si suggeriscono delle opzioni.
- Individualismo - l’attenzione è posta prevalentemente alle singole parti costitutive della società, alla cui base c’è l’individuo. La sociologia, in questo caso, viene definita come sociologia delle azioni: l’azione del soggetto è al centro, egli si comporta in modo slegato dal sistema in cui è inserito e dalla sua interazione con gli altri individui, producendo effetti complessi quali sono i fenomeni sociali.
In altre parole, olismo e individualismo non sono posizioni polari collocate agli estremi di un continuum, ma sono concezioni, tra cui esiste solo un vuoto incolmabile nel quale non è possibile trovare posizioni intermedie. Si tratta di una questione cruciale poiché al fondo di essa si pone il quesito di quanto l’uomo sia libero nell’agire e di quanto invece, in questo suo agire, sia condizionato da entità a lui esterne.
La sociologia ha riservato una costante attenzione a questo problema, arrivando a formalizzare due orientamenti:
- Oggettivistico - primato della struttura sull’attore,
- Soggettivistico - primato dell’attore sulla struttura.
È ovvio che, nel corso della storia, si è cercato anche di uscire da questa duplicità, soprattutto quando la ricerca ha smesso di concentrarsi solo sul dilemma consenso-conflitto e da quando alcuni approcci, quali il funzionalismo e il neo-marxismo, non sono stati più in grado di interpretare i mutamenti legati alla transizione dalla società industriale a quella post-industriale. Tuttavia, esclusi questi tentativi, i contributi maggiori che sono stati dati alle due correnti dell’olismo e dell’individualismo sono stati rispettivamente di Emile Durkheim e di Marx Weber.
I fondamenti delle due sociologie a confronto
Il fatto sociale di Durkheim
Emile Durkheim è considerato il più autorevole precursore dell’olismo, che si qualifica per il riconoscimento della primazia della società sull’individuo e per la ricerca di una spiegazione dei fenomeni sociali del tutto autonoma rispetto a quella delle scienze psicologiche e biologiche, configurando così la sociologia come disciplina scientifica. L’impostazione olistica di Durkheim si delinea così nelle seguenti caratteristiche:
a) Definizione del fatto sociale - il fatto sociale consiste in «ogni modo di fare, più o meno fissato, capace di esercitare sull’individuo una costrizione esterna, oppure un modo di fare che è generale nell’estensione di una società data, pur avendo esistenza propria, indipendente dalle sue manifestazioni individuali». Questi modi di fare, quali pratiche, regole, linguaggio, educazione, nella misura in cui si cristallizzano, diventano espressioni di diritto, regole giuridiche e morali. Non sono innati ma vengono appresi e praticati dai singoli individui, ritrovandosi poi nelle coscienze individuali pur esistendo autonomamente all’esterno di esse. Contrapposto all’essere individuale (=gli stati personali dei singoli individui), l’essere sociale è determinato dalle credenze e dalle pratiche religiose e morali, dalle tradizioni nazionali o professionali e varia col variare di questi elementi.
b) Concezione del fatto sociale - i fatti sociali devono essere concepiti come cose in quanto simili alla realtà naturale, pertanto posseggono una realtà indipendente dall’osservatore, sono entità conoscibili soltanto a posteriori, esistono indipendentemente dalla volontà umana e sono osservabili solo dall’esterno e non tramite introspezione. Inoltre, precisa che questo riferimento alle cose non riguarda solo gli elementi materiali ma qualsiasi fenomeno sociale viene analizzato in base alle sue manifestazioni esterne.
c) Caratteristiche del fatto sociale - il fatto sociale ha tre tratti distintivi:
- Esteriorità - il fatto sociale è esterno all’individuo perché costui nasce in una società che lo precede e che condiziona la sua personalità. Inoltre, ogni individuo rappresenta solo un elemento della totalità delle relazioni costitutive della società (linguaggio, sistema monetario, galateo esistono indipendentemente dal fatto che un soggetto li utilizzi).
- Coercizione – inteso come costrizione morale - il fatto sociale possiede il potere di coercizione esterna che presenta gradi diversi di incidenza sugli individui e che si riconosce per l'esistenza di sanzioni. Ogni individuo ha delle leggi e convinzioni da rispettare che può anche decidere di violare, consapevole però di andare incontro a una lotta di punizioni.
- Generalità - il fatto sociale deve valere solo per i membri di una determinata società senza pretendere di essere universale.
d) Metodo - al fine di spiegare i fatti sociali occorre seguire quattro regole:
- La spiegazione di un fatto sociale avviene ricercando separatamente la causa efficiente che lo produce e la funzione che esso assolve;
- La causa determinante di un fatto sociale deve essere cercata tra i fatti sociali antecedenti e non tra gli stati della coscienza individuale;
- La funzione di un fatto sociale deve venir sempre cercata nel rapporto in cui si trova con qualche scopo sociale;
- L’origine prima di ogni processo sociale di una certa importanza deve venir ricercata nella costituzione dell’ambiente sociale interno.
Da queste regole emerge l'essenzialità dell'analisi causale in sociologia, anche se Durkheim riconosce che non è facile stabilire i nessi di causa-effetto a proposito dei fenomeni sociali; inoltre, il fatto sociale trova la spiegazione solo ed esclusivamente in altri fatti sociali, e non individuali, che lo precedono. Durkheim ritiene che le spiegazioni causali vadano integrate da spiegazioni funzionali, distinguendo le cause che lo producono dalle funzioni che il fatto sociale ha in una società. Il metodo di Durkheim mostra come il paradigma che va assunto dalla sociologia e quello delle scienze della natura e sia necessario che lo studio dei fenomeni sociali si qualifichi per un carattere sperimentale: la società è simile a un organismo vivente in quanto funziona sulla base degli stessi principi ma ad un livello superiore.
L’approccio durkheimiano è definito anche come naturalismo sociologico in quanto si caratterizza come empirico e induttivo - rifiutando ogni influenza filosofica e psicologica - come oggettivo e sociologico. I fatti morali stessi sono trattati come fenomeni sociali, facendo riferimento a delle regole di azione o comportamenti, che si cristallizzano dando luogo al diritto, in modo che ogni fatto morale consiste in una regola sanzionata. Durkheim si fa portatore di un radicale relativismo e di una visione dualistica del rapporto individuo-società che vede l’individuo egoista e malvagio, mentre la società è fonte di ordine sociale e spirituale, di coesione sociale, di moralità: la sua primazia è, dunque, non solo un fatto di sovra ordinazione naturale, ma anche di superiorità in termini di valore.
L’azione sociale di Weber
Max Weber è il sostenitore dell’approccio individualistico: pone al centro della ricerca l’individuo in quanto capace di pensare, sentire, partecipare, cose che le collettività non sono in grado di fare. Le differenti strutture sociali quali lo stato, le organizzazioni economiche, la famiglia, costituiscono solo il risultato di processi e connessioni dell’agire di singoli individui. Queste strutture sono prive di realtà e vanno intese solo come costruzioni artificiali elaborate dagli studiosi sociali. Weber afferma che la sociologia «non può procedere che dalle azioni di un individuo, di qualche individuo e di numerosi individui separati. È perciò che essa deve adottare dei metodi strettamente individualisti». Da qui il rifiuto weberiano di ogni tentazione olistica in quanto l’analisi delle configurazioni di ordine deve avvenire dagli attori sociali singoli o anche dagli individui storici collettivi. Weber definisce la propria teoria sociologica come sociologia comprendente, perché la caratterizza come una scienza il cui metodo consiste fondamentalmente nell’intendere o comprendere l’agire di uno o più individui, i quali associano al proprio comportamento un senso soggettivo che convogli il singolo corso d’azione all’interno di regole generali, inserendolo in connessioni di causa ed effetto.
a) Azione sociale - l’approccio individualista è basato su una distinzione in azione sociale in termini generali o in termini specifici. L’azione generale consiste in un atteggiamento umano, a cui viene attribuito un senso soggettivo. Un agire si definisce sociale se è riferito all’atteggiamento di altri individui, e orientato nel suo corso in base a questo.
- Solo l’agire dotato di una motivazione individuale e di un senso è un’azione distinta dal mero comportamento non consapevole. Weber sostiene che gli esseri umani si distinguono dagli altri proprio perché creano e hanno bisogno di senso e interpretazioni. Questo bisogno nasce dall’esigenza di rapportarsi con il mondo esterno e di possedere orientamenti interni convincenti. Sono gli interessi che spingono gli uomini ad agire, e questi possono essere materiali, quando tendono al raggiungimento di beni esteriori, oppure ideali se sono finalizzati a perseguire beni interiori.
- L'azione è sociale quando gli individui tengono conto dell'agire di altri, da cui può essere anche influenzato. Le azioni devono sempre avere un significato (valore simbolico) sia per chi agisce sia per gli altri. Oltre ciò, è necessario che il soggetto produca dei segnali: tramite il suo agire in modo da far comprendere di aver colto le attese che gli altri hanno nei suoi confronti, comunicare la sua intenzione e rispondervi in modo positivo o negativo. Quando l’individui attribuisce il significato alla sua azione e a quella altrui, chiama in causa dei simboli che possono essere trasmessi e compresi solo se tutti condividono uno stesso codice di segni (un patrimonio culturale).
- Un altro elemento complementare ai primi due è la condotta oggettivamente osservabile che il soggetto mette in atto, mediante la quale dimostra di aver compreso le attese degli altri e di rispondervi più o meno adeguatamente. In altri termini, ogni azione sociale è influenzata dalla percezione che il soggetto agente ha dell’agire concreto proprio e altrui. Il significato dell’azione soggettiva diventa anche una componente causale della condotta, determinata dallo stesso significato che il soggetto vi attribuisce. Un ulteriore chiarimento evidenzia che l'agire sociale non si identifica né con un agire uniforme di più individui, né con un agire qualsiasi influenzato dall'atteggiamento di altri. Per questo motivo, Weber esclude dall’agire sociale i comportamenti automatici o semi-automatici, così come l’agire di massa, che definisce “agire condizionato di massa” secondo il quale l’individuo è mosso passivamente dalla semplice azione della massa e non è orientato in vista di un atteggiamento altrui. Non è quindi sufficiente che siano presenti altri soggetti, ma occorre anche che ci sia il requisito del senso, del significato che il soggetto attribuisce alle proprie e alle altrui azioni.
b) Tipologie dell’agire - il senso dell’agire individuale non è sempre il medesimo, ma varia a seconda dei tipi di azione sociale, che Weber classifica in ordine decrescente in base alla comprensione o interpretazione del senso dell’agire:
- Agire razionale rispetto allo scopo - l’individuo agisce per uno scopo, scegliendo anche i mezzi più efficaci per raggiungerlo e cercando di prevedere le conseguenze dell’azione (es.= l’agire di mercato).
- Agire razionale rispetto al valore - l’agente opera in base a convinzioni etiche, religiose o estetiche che non mette in discussione e di cui non valuta le conseguenze (es.= la conformità a comandamenti divini).
- Agire affettivo - l’azione è mossa dal bisogno di affetti ed emozioni (es.= perdere la testa per qualcuno).
- Agire tradizionale - l’attore si comporta in base ad abitudini acquisite da modelli di comportamento tramandati nel tempo, con un fine e dei mezzi già prestabiliti. (es.= alzarsi la mattina). Quest'ultimo tipo di agire, motivato da una “abitudine acquisita”, costituisce un caso limite di agire è dotato di senso perché consiste spesso in una reazione a stimoli abitudinari ed è molto frequente perché la maggior parte nel nostro agire quotidiano acquisito si avvicina proprio a questo genere di azione.
Questa tipologia dell’agire è direttamente connessa alla comprensione o interpretazione del senso dell’agire stesso. Per Weber, risultano razionalmente intellegibili al massimo grado soprattutto le connessioni di senso logico o razionale. Per questo, l’agire rispetto allo scopo presenta una superiore intelligibilità e accessibilità all’interpretazione e alla comprensione rispetto agli altri. L’agire razionale rispetto al valore ha un’evidenza maggiore in quanto attiene la connessione tra i mezzi e lo scopo dell’azione, differentemente dai valori e ancor meno dall’affetto e dall’abitudine. A sua volta l’agire determinato affettivamente possiede una evidenza più bassa, cioè simpatetica, in forza della quale è possibile rivivere emotivamente gli stati affettivi altrui. Infine, l’ultima posizione, l’agire tradizionale, è priva di evidenza razionale e ha un livello molto di interpretazione e comprensione.
d) Metodo - per Weber, la sociologia è la scienza che si propone di intendere, in virtù di un procedimento interpretativo, l’agire sociale, e quindi di spiegarlo causalmente nel suo corso e nei suoi effetti. I principi metodologici sono pertanto due:
- La comprensione del senso dell’agire, con lo scopo di coglierne i significati;
- La spiegazione, che consiste nell’individuare la causa dell’agire cercando di evidenziarne le eventuali regolarità.
Questa metodologia, di tipo individualistico, evidenzia che l’agire umano è primariamente influenzato dalla percezione che i soggetti possiedono in merito alle proprie opportunità e costruzioni, mentre non è determinato da forze sociali esterne. Lo studioso deve sforzarsi di comprendere l’agire sociale dell’attore cercando di stabilire con lui un legame simpatetico, allo scopo di penetrare le sue scelte decisionali.
È opportuno fare una distinzione tra intendere attuale e intendere esplicativo: il primo si ha quando cogliamo immediatamente (cogliere l’azione nel momento in cui la vediamo) il senso della proposizione “2x2=4” (es.= quando registriamo uno scoppio di collera attraverso l’espressione del volto), il secondo coglie invece il significato che il soggetto agente associa al proprio agire con riferimento a un preciso atto (es.= lo scoppio di collera può essere motivato da gelosia o un insulto). La motivazione costituisce, dunque, una componente essenziale per riuscire a cogliere il senso dell’agire. Questo “intendere esplicativo” o “comprensione motivazionale” costituisce però solo una tappa intermedia dell’intero procedimento di comprensione-spiegazione. L’intendere esplicativo consente di conseguire l’evidenza, risultato dell’interpretazione, ma non permette di ottenere un’interpretazione causalmente valida. Attraverso l’evidenza, è possibile cogliere il “senso intenzionato” del singolo, ma questo non basta in quanto la sociologia studia l’uniformità dell’azione.
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