Le società, i fondamenti e il loro mutamento
Perché nasce la sociologia?
La sociologia nasce in Francia, negli ultimi due decenni dell’Ottocento; poi si diffonde gradualmente nel resto d’Europa e nel Nuovo Continente. Di fronte ai numerosi cambiamenti della società (modernità nelle caratteristiche economiche, sociali, politiche…), la sociologia si configura come disciplina che tematizza la società, ossia, di fronte ai cambiamenti appena messi in evidenza, si pone il problema di spiegare quali sono le forze che presiedono alla coesione sociale.
Modernità e mutamento
Indichiamo nella seconda metà del Settecento quel periodo in cui si è messo in moto un processo di radicale trasformazione dell’assetto che aveva caratterizzato il mondo precedente: la Prima rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese hanno segnato l’avvio di un intreccio complesso di trasformazioni della società che caratterizzano la modernità. Concretamente, la modernità rinvia all’insieme dei processi dell’industrialismo, del capitalismo, della nascita dello stato-nazione, della burocratizzazione e dell’urbanesimo che hanno determinato il passaggio dalla società tradizionale alla società moderna, ovvero da una forma di società di tipo rurale e autoritario a una di tipo industriale, urbana e democratica. Nessuna società è completamente statica o dinamica: ciò che cambia è il ritmo del mutamento. Nella modernità questo ritmo diventa accelerato, anzi la velocità e vistosità del mutamento diventano un tratto distintivo dei tempi moderni.
Quali sono i principali concetti su cui è costruita la disciplina sociologica ai suoi esordi?
I precursori della sociologia e la prima generazione di sociologi hanno di fronte a sé una società completamente nuova, sorta da una moltitudine di eventi traumatici (rivoluzione industriale e francese). Nel clima di mutamento sociale accelerato inaugurato dalla modernità, la sociologia muove i primi passi, mettendo insieme alcune tradizioni sociologiche; è possibile definire la società come quell’insieme di relazioni tra individui che danno vita a forme più o meno stabili di convivenza.
Essi si pongono come osservatori e interpreti della società moderna, assumendosi il compito di comprendere l’entità e le conseguenze sociali e culturali di queste trasformazioni. Le prime riflessioni di tipo nuovo sulla società maturano proprio nell’ambito dell’Illuminismo francese. In questo ambito, tra i primi a dare evidenza del fatto che è possibile considerare diverse forme di società, caratterizzate da differenti costumi e da differenti sistemi giuridici, è il pensatore Montesquieu. Con lui impariamo a fare nostra una facoltà tipica del sociologo, ossia la capacità di guardare noi stessi con curiosità.
Successivamente serve un’idea che permetta di considerare la società come una realtà sui generis, vale a dire che, se da un lato non è riconducibile a leggi immutabili ed eterne, dall’altro non è neanche riconducibile alle motivazioni, agli interessi o alle pulsioni degli individui che la costituiscono. Si tratta, quindi, di stabilire una disciplina che si configuri come fisiologia della società. Comte fa proprio il programma di studiare la società come una realtà sui generis. Egli introduce ufficialmente il termine sociologia, dividendo questa nuova scienza in due branche: la statica sociale (leggi che determinano la tenuta della società) e la dinamica sociale (studia i processi e le leggi di sviluppo della società).
Lo studio della società come realtà sui generis si è prestato alla proposizione di modelli tratti dalla natura. L’inglese Spencer è il fondatore dell’organicismo sociale: la società è paragonata a un organismo biologico che si è evoluto attraverso un processo di specializzazione e di differenziazione. Anche il francese Durkheim ritiene che la società sia una realtà sui generis ossia “una entità specifica avente delle esigenze sue proprie, che si impongono sugli individui”. Egli enfatizza ulteriormente questo aspetto, mettendo in evidenza come lo studio della società debba essere fondato sull’assunto che è possibile individuare fatti sociali che non sono riconducibili alle pulsioni o agli interessi degli individui, ma che rispondono a loro volta, ad altri fatti sociali.
Famiglia e socializzazione
I processi di socializzazione: si illustrino i principali approcci evidenziandone le differenze
Vi sono due principali modelli di socializzazione: modello del condizionamento (Parsons) e modello dell’interazione (Piaget, Mead).
- Per modello del condizionamento si intende un processo che può essere suddiviso in quattro principali punti:
- I soggetti apprendono passivamente i valori condivisi da una società.
- Importanza della dimensione psichica dei soggetti.
- La socializzazione avviene per interiorizzazione di rapporti sociali.
- La socializzazione progredisce per tappe.
- Per modello dell’interazione si intende un processo adattivo in cui il soggetto ha un ruolo attivo quindi si può dire che è indotto attivamente, ovvero arricchisce la sua sfera cognitiva, varia il suo modello normativo e costruisce la sua identità in rapporto alle interazioni sociali vissute.
Famiglia e processi di socializzazione: si illustri il loro legame
La famiglia è anche l’attore principale nel processo di socializzazione che si compie nei primi anni di vita. Gli studi che hanno colto l’importanza della famiglia rispetto allo sviluppo della personalità e, quindi, al modo di stare in società, consentono oggi di guardare con maggiore attenzione sia alla crisi della funzione adulta sia agli sviluppi di un nuovo paradigma educativo e genitoriale, in cui i più piccoli vengono riconosciuti come attori sociali.
I processi di socializzazione: in cosa consistono?
I processi di socializzazione sono processi attraverso il quale impariamo a stare in società e a ricoprire diversi ruoli sociali, acquisendo i valori e i criteri di orientamento necessari per stare in interazione con altri e per decidere della nostra vita.
La famiglia tra passato e presente
Non esisteva un unico modello di struttura familiare, ma diversi e variabili nello spazio di una stessa nazione. Fino agli anni Sessanta è stata accettata la tesi del pensatore Le Play, il quale sosteneva che l’industrializzazione e l’urbanizzazione avrebbero contribuito all’assottigliamento della struttura familiare, sostenendo il passaggio dalla famiglia patriarcale a quella instabile.
Con famiglia patriarcale si intendeva una famiglia caratterizzata dalla permanenza di tutti i figli, dopo il matrimonio, nella casa paterna, assicurava una socializzazione molto rigida delle generazioni più giovani, attraverso la vita in comune con i genitori. La seconda, quella instabile, in cui i figli lasciano la casa paterna appena sono in grado di mantenersi da soli, si fonda sull’interruzione delle relazioni tra generazioni.
Durkheim nella sua opera “La famille conjugale”, espone l’idea di un nuovo tipo di famiglia, la famiglia nucleare. In essa cambia la solidarietà domestica, che si restringe e si confina temporalmente all’esistenza del legame di coppia. Il rischio che Durkheim intravede nella diffusione di questo tipo di famiglia è che non sia in grado di socializzare i più piccoli a una morale che dia alla vita in società una prospettiva transgenerazionale.
Oggigiorno, in Europa possono essere individuati almeno tre modelli familiari: quello nordico, mediterraneo e continentale. Essi sono in relazione alla tenuta del matrimonio come fondamento delle scelte di convivenza.
Partecipazione politica
I movimenti sociali: approcci teorici a confronto
Secondo Melucci, “i movimenti sociali, sono anzitutto l’espressione di un conflitto sociale (conflitto tra due attori per il controllo di una risorsa), inoltre perché ci sia un movimento occorre che l’azione collettiva provochi una rottura dei limiti di compatibilità del sistema nel quale si trova”. L’assenza di conflitto e la compatibilità con il sistema definiscono le condotte di aggregato (panico, tumulti, moda). Quando la rottura dei limiti di compatibilità del sistema non si accompagna al conflitto interno a una posta in gioco si parlerà di devianza.
Melucci individua tre sistemi fondamentali di riferimento dell’azione collettiva: il modo di produzione (indica il sistema di rapporti antagonisti entro i quali avviene la produzione), il sistema politico (indica il livello di formazione delle decisioni normative di una società attraverso la competizione di interessi all’interno di regole condivise e attraverso processi di rappresentanza) e l’organizzazione sociale (indica quel sistema di rapporti che assicurano l’equilibrio di una società).
Secondo Touraine vede la società come un “campo di creazione conflittuale” e definisce il movimento sociale come “l’azione conflittuale di agenti di classi sociali che lottano per il controllo del sistema d’azione storica”. Per questo autore un movimento sociale nasce dalla combinazione di tre principi: identità (definizione che un attore dà di se stesso), opposizione (un movimento si organizza solo se può dare un nome al suo avversario) e totalità (il sistema d’azione di cui gli avversari si disputano il dominio).
Pizzorno colloca lo spazio dei movimenti sociali nell’ambito dell’azione extra-statuale caratterizzata da una solidarietà politica prevalente. Per Pizzorno, i movimenti sociali propongono valori alternativi al sistema dominante, incoraggiando una partecipazione che si muove su fini universalistici.
I movimenti sociali: tipi, scopi, forme e spazio d’azione
L’espropriazione culturale è stata a tal punto potente e generalizzata che definiamo i nostri tempi come “post” qualcosa che c’è già stato. In questo mutato contesto, i movimenti sociali hanno interpretato il loro ruolo rifacendosi in talune circostanze alle tradizionali forme espressive di conflitto (movimenti democratici, di classe), ma assumendo in altri contesti forme e contenuto nuovi che esprimevano contraddizioni e incertezze derivanti dall’emergere di nuovi soggetti e nuove fratture sociali (movimenti delle donne, giovanili pacifisti).
Rispetto ai vecchi movimenti sociali, che prevalentemente, avevano natura generale, i nuovi movimenti nascono in tanti casi come movimenti specifici attorno a uno scopo determinato, raggiunto il quale il movimento non ha più ragione di esistere. La nuova forma organizzativa dei movimenti contemporanei non è solo “strumentale” ai loro obiettivi. È un obiettivo in sé stessa. Dal momento che l’azione è concentrata sui codici culturali, la forma del movimento è un messaggio, una sfida simbolica ai modelli dominanti.
I partiti politici: approcci teorici a confronto
Max Weber scrive che i partiti politici sono associazioni fondate su un’adesione libera costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale. Inoltre, aggiunge che i partiti possono assumere le forme organizzative e perseguire i programmi più diversi, ma sono pur sempre accomunati dall’obiettivo della “conquista di posizioni dell’apparato amministrativo”. Per Weber il partito è un mezzo assai importante ai fini della “potenza sociale”.
Le associazioni politiche moderne che chiamiamo partiti sono quindi contraddistinte da un legame che tiene uniti i suoi membri in vista di fini razionalmente individuati ed elaborati, perseguiti attraverso il valore e carica della partecipazione.
La partecipazione politica: movimenti sociali e partiti politici a confronto
Fra i movimenti sociali e i partiti politici esistono elementi di continuità e discontinuità. Entrambi questi soggetti agiscono nello stesso ambiente e per simili obiettivi ma nascono e si strutturano con metodi assai diversi. Un movimento può generare uno o più partiti. Un sistema di partiti impermeabile al mutamento sociale può generare un movimento politico che si prospetta come antagonista e alternativo a quel sistema. Sia i movimenti sociali sia i partiti politici si adattano alle mutate condizioni di contesto, sia rispetto alle domande (interessi e valori) di cui sono portatori sia rispetto alle modalità di aggregazione e al repertorio di azione.
Le organizzazioni
Le principali caratteristiche del processo organizzativo
Vi sono tre aspetti cruciali del processo organizzativo:
- Cooperazione (collaborazione avendo uno scopo condiviso)
- Divisione del lavoro in compiti specializzati (versione concreta della cooperazione)
- Coordinamento dei compiti (azione che consente di mettere insieme le attività svolte da ciascun membro in modo tale che l’esecuzione dei compiti distribuiti rientri in un disegno unitario)
Tra tali caratteristiche quella di gran lunga più importante è rappresentata dal coordinamento che può essere conseguito in vari modi, principalmente attraverso l’adattamento reciproco, la supervisione diretta e la standardizzazione (dei compiti e processi, della produzione, delle specializzazioni o delle norme).
Struttura e tipi di organizzazione
L’organizzazione è formata da fattori, ovvero:
- Definizione dei compiti di lavoro e coordinamento
- Distribuzione dei compiti e delle posizioni corrispondenti
- Definizione delle relazioni tra le posizioni
- Distribuzione dell’autorità formale
- Elaborazione di regole e procedure
L’insieme di questi elementi è convenzionalmente noto come struttura dell’organizzazione. Questa rappresentazione è universalmente nota come l’organigramma di un’organizzazione. In quanto rappresentazione degli elementi che caratterizzano sul piano normativo la configurazione dell’organizzazione e il reticolo delle sue relazioni interne, l’organigramma la descrive nella sua dimensione formale e riassume tutto ciò che riguarda la configurazione astratta delle relazioni organizzative.
Le organizzazioni sono molto diverse tra loro e tale diversità dipende, in primo luogo, dalla loro natura di insieme sociali abitati da individui portatori di disposizioni, scopi, preferenze e caratteristiche peculiari, in secondo luogo dipendono dai modo in cui tali individualità si combinano tra loro.
Mintzberg descrive cinque configurazioni organizzative:
- Organizzazione imprenditoriale, che è caratterizzata da ridottissime dimensioni dal ruolo dominante del vertice strategico rispetto agli operatori.
- Organizzazione burocratica, che è generalmente di grandi dimensioni.
- Organizzazione diversificata, che è caratterizzata da forme di parziale decentramento verticale del potere in sub-unità.
- Organizzazione professionale, il nucleo operativo è composto da professionisti.
- Organizzazione innovativa, che descrive appunto le organizzazioni il cui orientamento è legato alla produzione di innovazioni.
Le teorie classiche del pensiero organizzativo
La rilevanza e l’origine del pensiero organizzato di Weber sono legate alla teoria della burocrazia che si propone di spiegare le condotte sociali attraverso l’analisi del loro svolgersi e delle loro conseguenze. La teoria weberiana della burocrazia assume come campo di studio privilegiato un tipo specifico di condotte sociali: quelle associate alla sfera della politica e in particolare alle dimensioni specifiche del potere che di essa costituiscono l’espressione più rilevante.
Weber quindi costruisce tre tipi ideali di potere: il potere tradizionale (basato sulla stabilità di credenze consolidate e radicate nelle tradizioni in uso), il potere carismatico (fondato sulla totale dedizione dei membri di un gruppo sociale al valore personale di un individuo dotato di tratti del tutto speciali) e il potere legale (chi detiene il potere lo esercita non solo in virtù di un’investitura legale, ma anche nel quadro di un sistema impersonale di vincoli che lo assoggetta al rispetto delle regole).
È con Taylor che si può collocare l’avvio dello studio sistematico delle organizzazioni che, sviluppano una gran varietà di concetti grazie ai quali siamo in grado di esplorare il mondo delle organizzazioni uniti di strumenti sempre più affidabili. Secondo Taylor l’organizzazione del lavoro può essere oggetto di scienza, si arriva infatti al taylorismo. Gli sviluppi successivi del fordismo non faranno che confermare e rafforzare il concetto per cui, il taylorismo si fonda su due principi, il primo è quello della “one-best-way” che postula la possibilità che per ogni attività ci sia un modo ottimale e unico per svolgerla. Il secondo principio è quello dell’homo oeconomicus: l’uomo al lavoro è spinto solo da motivazioni di massimizzazione del guadagno economico ai cui stimoli egli risponde.
Bisogna giungere negli anni 30/40 del 900’ per poter osservare un cambiamento, che avviene anche in presenza di fenomeno che mettono in evidenza i radicali limiti dell’approccio tradizionale.
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