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Capitolo 1: Il narcisismo ieri e oggi

Il mito di Narciso

Come interpretare il mito di Narciso? Esso presenta tre elementi distintivi.

  • Autoreferenzialità assoluta: Narciso vede nello specchio d’acqua non una realtà esterna, ma un’appendice di se stesso. La realtà coincide con lui. L’innamorarsi della sua immagine soltanto dopo aver respinto Eco è interpretato dal mito come un castigo per l’incapacità di amare. Questa incapacità di dare amore al mondo esterno fa sì che Narciso lo indirizzi verso il proprio Io. La psicoanalisi di Freud analizza il processo evolutivo che porta al superamento dello stadio narcisistico sul piano psicoaffettivo. La psicoanalisi di Jacques Lacan considera il processo sotto il profilo percettivo-cognitivo: la maturazione psichica porta il bambino (6-12 mesi) a scoprire la propria immagine riflessa nello specchio (fase dello stadio nello specchio). Questa scoperta sancisce il passaggio dalla fase soggettiva della prima persona, dell’Io, a quella oggettiva della terza persona, del Sé.
  • Dominio dell’apparenza, trompe-l’oeil: Narciso scambia la sua immagine riflessa nell’acqua per un’altra persona, ma in realtà questa è un’illusione, cioè una simulazione della realtà. Questa illusione ha potenzialmente un effetto moltiplicatore (trompe l’oeil) perché ingrandisce iperbolicamente la figura riflessa. Stessa cosa dicasi per Eco, che personifica la sua voce che sembra provenire da un’altra persona invece che da colei che parla.
  • Entropia, ovvero la progressiva perdita di energia: Narciso muore di languore, perché l’inappagamento del suo desiderio smorza e poi spegne il suo slancio. Essendo il mondo di Narciso solitario, egli ha bisogno di illusioni.

Il termine narcisismo, come concetto scientifico, è stato impiegato per la prima volta da Elis nel 1898, poi ripreso da Naecke, Hirschfeld e Freud.

Il narcisismo nel corso della storia

Nel corso della storia, sono stati attribuiti significati differenti al termine narcisismo, sempre con riferimento a un individuo che sopravvaluta se stesso e concentra il suo interesse su se stesso. Tuttavia se ne distinguono due tipi: narcisismo patologico e narcisismo fisiologico (comprendente quello infantile e quello adulto, mirato al mantenimento dell’autostima).

Tra il 1970 e il 1980, si sono confrontate due scuole di pensiero:

  • Chicago + Kohut: distingue narcisismo fisiologico e patologico, con quest’ultimo dovuto a carenze genitoriali nei primi anni di vita dell’individuo. Questo porta a nevrosi e disturbi della personalità con fissazioni al sé grandioso.
  • New York + Kernberg: il narcisismo costituisce una fase iniziale dello sviluppo personale ma diventa patologico quando il soggetto non riesce ad acquisire la capacità di rapportarsi con gli altri.

La distinzione tra narcisismo fisiologico e narcisismo patologico non è sempre chiaramente riscontrabile, in quanto ci sono soggetti che manifestano tratti narcisistici senza avere disturbi della personalità. Il narcisismo contemporaneo occupa una zona grigia tra le due polarità, in ogni caso con conseguenze negative sull’individuo e sulla collettività (narcisismo minimale).

Distinguiamo quindi:

  • Narcisismo fisiologico: è ampiamente certo che una certa dose di amor proprio è auspicabile e salutare. Esso anima uno dei desideri universali dell’essere umano, quello di essere lodato, ovvero, in psicoanalisi, il desiderio di “conferme narcisistiche”. Per Lou Andréas Salomè, il narcisismo accompagna tutti gli stadi della vita, in quanto si rinnova ogni volta. Bela Grunberger caratterizza il narcisismo per una spinta dell’Io a valorizzare ed esaltare se stesso, i suoi atti e gli oggetti esterni. Freud sostiene una delle proiezioni dell’Io è l’Ideale dell’Io, ovvero il sostituto del narcisismo infantile perduto. Il narcisismo fisiologico ha uno specifico ruolo nel contesto dello sviluppo psicosessuale, in quanto sposta l’investimento della libido sul proprio io, a discapito degli oggetti (nella psicoanalisi postfreudiana, gli oggetti vengono interiorizzati).
  • Narcisismo patologico: nella fase prefreudiana, il narcisismo viene associato alla patologia (perversione). Narciso sopravvaluta se stesso, non provando interesse per gli altri. Freud distingue narcisismo primario infantile, in cui il bambino convoglia tutta la libido su se stesso, e il narcisismo secondario, in cui questo convogliare diventa patologia, perché il soggetto, non superando la fase edipica, conserva caratteristiche del narcisismo infantile nell’età adulta. Kohut scriverà Narcisismo e analisi di sé, considerato il manifesto dell’era del narcisismo (1971). Nel narcisismo fisiologico il bambino fa l’esperienza di una felicità permanente in quanto stabilisce con la madre un rapporto all’unisono al riparo da ogni tensione ed entra così in una totale autosufficienza avvalorata dal fatto che il suo oggetto narcisistico – la madre – rivolge la stessa attenzione nei suoi confronti. Il narcisista adulto, invece, conserva in diversa misura queste caratteristiche e la megalomania che prima era nel rapporto tra bambino e madre, ora si traduce nel bisogno di autoammirazione. L’io narcisista pensa di essere bello, ricco e onnipotente e questo è il nucleo del suo Sé grandioso, non scalfibile dalla pressione della realtà esterna e dallo scorrere del tempo. Il Sé si manifesta quindi in vissuti di autosufficienza e onnipotenza da un lato, dall’altro in false apparenze ed eccessi di cui il Sé si pavoneggia. Riguardo ai vissuti di autosufficienza, il bisogno di autosufficienza impedisce ai narcisisti di sentirsi in debito verso qualcuno. Il desiderio di onnipotenza non dipende dall’aver accumulato illimitati poteri ma dal sentirsi senza vincoli, a partire da quelli di gratitudine e scusa. Il narcisista non deve ringraziare nessuno per ciò che ha ricevuto perché si sente privo di radici, in quanto, a differenza del romantico, non le ha perse perché non le ha mai avute. Per questo il narcisista non si sente generato da qualcuno, ma si sente auto-generato, slegato dai legami oggettuali, la violazione dei quali alimenta il senso di colpa. Il narcisista ripugna ogni tipo di legame con il prossimo, perché gratitudine e sensi di colpa testimonierebbero una dipendenza, un’insufficienza personale. Riguardo invece al culto dell’apparenza fondato sull’eccesso e sul vuoto, esso si traduce in un crescendo di autoesaltazione e autodilatazione dell’Io. Come sostiene Racamier, a forza di assottigliare e infine rompere il filo che lo lega alla realtà esterna, il narcisista perde il contatto con ciò che lo circonda e si isola. Dunque il Sé grandioso esibisce una grandezza costruita sul falso, su quelle che sono solo apparenze, dietro alle quali c’è il vuoto. Finisce poi per incorporare questo vuoto e più si riempie di vuoto e si svuota di contenuti, più il Sé si dilata e diventa appunto “grandioso”.
  • Narcisismo minimalista: il Sé grandioso, quando impatta con la realtà, per lo più si affloscia, perde lo slancio vitale e il desiderio di lottare e mettersi in gioco, così vive senza motivazioni forti e convinzioni profonde, si deprime, blocca i desideri e si sente inchiodato alle sue ossessioni. Come sostiene Sennett, il ritiro in se stesso del narcisista ha carattere minimalista, in quanto al contrario di altri generi di isolamento, egli non sente il desiderio di allargare i propri orizzonti spirituali.

L'identità narcisista alla luce di un confronto storico

Gli psicoanalisti, come Freud, hanno constatato che molte delle condizioni studiate si sono in seguito generalizzate, assumendo portata storica, collettiva e culturale. Così anche il narcisismo, associato alla società affluente degli anni ’50 e poi alla mutazione antropologica avvenuta negli anni ’70, come sostengono Sennett e Lasch. Studiamo l’era del narcisismo, quella attuale, comparandola con quella che l’ha preceduta, ovvero l’umanesimo moderno.

Una differenza tra umanesimo moderno ed era del narcisismo è che la prima si caratterizza per la presenza di ostacoli al narcisismo, la seconda di valori che lo favoriscono.

Le società precedenti all’attuale presentavano caratteristiche strutturali di durezza che costringevano gli esseri umani a superare la condizione psichica infantile per arrivare a un’adeguata emancipazione. Cause di questa durezza sono state condizioni come la scarsità dei beni e la visione etico-pedagogica esigente, per la quale gli esseri umani erano chiamati a dare il massimo di loro stessi. Nell’era dell’umanesimo moderno la rivoluzione industriale non ha cambiato tutto questo (pur avendo altri effetti benefici), ma anzi sono comparsi nuovi elementi di durezza come la disciplina del lavoro in fabbrica, l’aumento delle aspettative e della difficoltà di realizzazione degli obiettivi.

Il mutamento della struttura della società culminato negli anni ’60, ha determinato la cultura della postdurezza (G. Sartori), ovvero il ridimensionamento della durezza, con il conseguente aumento della ricchezza e delle qualità della vita. Questo ha provocato l’indebolimento della spinta al superamento del regime infantile narcisistico di vita, guidato dal principio del piacere.

Dall'umanesimo moderno al narcisismo contemporaneo

La formulazione dell’umanesimo moderno risale all’epoca del tardo 700, in cui Europa nordoccidentale e centrale rinnovano la loro identità, un’identità ora basata sul progresso come fede e centro focale della società. Gran Bretagna, Francia e Germania rielaborarono il concetto di civiltà e cultura, allontanandolo dalle caratteristiche sensoriali e istintuali della natura umana. La cultura diventa un elevarsi al di là delle immediate necessità della vita, un coltivare spirito, mente e anima.

Apparentemente le nuove idee di civiltà possono sembrare discriminatorie nei confronti degli uomini non artefici e beneficiari del progresso perché appartenenti a stadi di sviluppo inferiori. Tuttavia è proprio l’idea di progresso, associata a quella fondamentale di eguaglianza a garantire l’abbraccio di questo ideale a tutti i ceti e le classi.

L’umanesimo moderno si fonda su tre elementi: lavoro, famiglia, educazione (o formazione). Goethe prima e Freud successivamente sosterranno l’importanza e il valore del lavoro e del matrimonio. Questi ideali hanno le loro radici nella riforma cristiana, protestante e nel calvinismo.

La precarietà dell’ideale umanistico moderno, la sua incapacità di generare una società giusta e relazioni eque tra classi e popoli, la sua incapacità di incarnarsi totalmente nella società borghese, costituiscono i limiti dell’umanesimo stesso. Eccessiva comprensione della propria importanza, moralismo ipocrita, ottusa soddisfazione per il privilegio ottenuto costituirono lo spirito filisteo, quindi la nascita del modello culturale chiamato filisteismo, ovvero la tendenza di ogni spiritualità a corrompersi e smarrirsi in un gretto e compiaciuto egoismo e al conformismo. L’umanesimo perse quindi il suo slancio e dalle sue ceneri nacquero i totalitarismi del 900 (come il Terzo Reich).

È possibile distinguere due modalità fondamentali d’esperienza nell’umanesimo moderno:

  • Esperienza d’amore: l’umanesimo moderno era animato da una fede nella natura umana, nella missione del soggetto ora slegato da vincoli, che irrompeva nella storia ponendosi di fronte all’ignoto, il futuro, e non spaventandosi di fronte ad esso.
  • Esperienza di timore: l’amore si rovescia in timore quando si teme di perdere quanto si è ottenuto o di non ottenere quanto si era sperato. Fascino e timore risaltano nelle rivoluzioni, che hanno sempre due volti: quello della promessa di rigenerazione del genere umano e quello violento del caos e della distruzione. Oltre al secondo volto della rivoluzione, l’essere umano ha temuto alcuni effetti del progresso come lo sradicamento del tessuto comunitario attuato nel sistema di fabbrica, il sovraffollamento demografico, la crisi ecologica, gli attentati terroristici. Nonostante tutto questo, come sostiene Spengler, l’uomo non si è mai fatto paralizzare ma anzi ha guardato al futuro con la consapevolezza di chi guarda in faccia la propria morte imminente.
  • Sintesi di amore e di timore: esempio di Henry Adams e della dinamo.

Il narcisismo contemporaneo si pone in antitesi all’ideale dell’umanesimo moderno appena illustrato. Mentre l’umanesimo mostra un uomo sempre pronto a mettersi in gioco e farsi strada, il narcisismo mostra un uomo stanco che si ritira nel suo recinto.

Il narcisista è interessato soltanto a se stesso, ma quando si rapporta con la realtà ha poca autostima e scarsa fiducia di potersi rapportare costruttivamente con essa. Il narcisista non riesce a distinguere cosa è più valido e importante da ciò che non lo è. È apatico sul piano affettivo. Il ridimensionamento delle sue prospettive stringe i suoi orizzonti esistenziali, facendolo fermare al “qui” e all’”adesso”.

Sul livello spaziale, il narcisista vede se stesso come un io autocentrato, soggetto di impulsi e bisogni che devono avere un appagamento immediato e con il minimo sforzo. Dunque è egoista perché rifiuta di subordinare i suoi bisogni a quelli degli altri o a qualsiasi ideale. Questo è il “sé non collaborativo” di Sennett, ovvero un soggetto che, vedendo come un foro al suo guscio ogni legame con gli altri, perde desiderio e capacità di collaborare.

Sul livello temporale, il narcisista vive alla giornata e vive in maniera frammentata, con episodi staccati l’uno dall’altro, casuali, monotoni e ripetitivi. Fa esperienza del nuovismo e dell’ossessione. Il nuovismo è un atteggiamento che spinge alla ricerca incessante ed esausta di esperienze sempre nuove ma superficiali. L’ossessione rispecchia la ripetitività degli accadimenti nella sua vita e lo fa sentire assediato da eventi sempre uguali.

Se nell’umanesimo dominavano i concetti di lavoro, amore e politica come missione storica, nell’era contemporanea domina il concetto di consumo. La politica si spettacolarizza e l’azione educativa si indebolisce. Si sviluppa il culto per l’apparenza, le superfici, le immagini di copertina, gli pseudoeventi mediatici, le esibizioni della corporeità, tutti elementi che fanno sì che Narciso si rispecchi nella realtà e si interessi di lei nel momento in cui è simile a lui, come in una stanza di specchi.

Allan Bloom ha individuato il tratto distintivo di questa mentalità nella mancanza di pensiero.

Il pensiero:

  • Spinge alla ricerca della verità e alla distinzione tra bene e male;
  • Elabora universi simbolici e le situazioni limite dell’esistenza (come la morte) e alimenta quindi gli interrogativi esistenziali;
  • Rende presente alla mente ciò che è assente ai sensi, aprendo la memoria al passato e anticipando il futuro. Determina quindi la formazione della coscienza storica;
  • Determina la formazione della coscienza morale.

Il narcisista subisce il depotenziamento delle caratteristiche del pensiero sopra indicate:

  • Relativismo valoriale: la verità è relativa, nulla della vita è estremamente importante e valido e questo slega il narcisista da vincoli e doveri;
  • Desensibilizzazione e disinteresse per gli interrogativi esistenziali, in particolare della morte;
  • Venir meno della coscienza storica, perché concentrato sul “qui” e “adesso”;
  • Erosione della coscienza morale che si concretizza nella desensibilizzazione nei confronti dell’idea di libertà morale, intesa come “libertà di” fare promesse, assumere impegni, autovincolarsi, e che implica quindi una vita morale intensa in cui troviamo l’interiorizzazione dei valori e di sviluppo della coscienza morale. Il narcisista ribalta il tutto avanzando la “libertà da” vincoli, altri individui, valori e finalità, una libertà illusoria e apparente.

Le impressionanti statistiche sul consumo di psicofarmaci e antidepressivi dimostrano come il narcisismo provoca la rottura tra individuo e realtà esterna.

Il confronto tra umanesimo aperto e narcisismo chiuso si svolge in tre ambiti: quello personale, in cui si contrappongono due identità, quella unitaria dell’umanesimo e quella frammentaria del narcisismo; quello culturale in cui si contrappongono due modelli antropologici, quello dell’umanesimo e quello narcisista; quello sociale, in cui si contrappongono due stili di vita.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

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