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Cap 1 infanzia e solitudine

La vita dell’uomo si costruisce sull’altro, ne subisce il fascino, così l’uomo è relazione, e allo stesso tempo rafforza la distanza tra sé e il resto del vivere. Mentre l’animale si trova nell’ambiente, l’uomo si trova di fronte ad un mondo da cui dipendere. In questo mondo ci sono le “differenze”, tra chi incarna la vita e chi rappresenta le ragioni dell’alterità, stabilendo così una gerarchia.

Solitudine

L’attaccamento alla vita diviene sinonimo di debolezza nel confronto con il modello di integrazione sociale. Per questo l’individuo isolato viene sempre aggredito, in quanto vive lontano da schemi sociali. Si vede in questo un aspetto patologico e quindi un aspetto da correggere, con azioni “violente”. Per contrastare ciò (ovvero le violenze) è necessario anche interrogarsi sul modello educativo. M. Blanchot definisce la solitudine “essenziale”, espressione di una condizione esistenziale che “ignora la ricerca della differenza”. La solitudine è primaria, un tratto specifico dell’uomo. La solitudine è il contenitore dell’essere, come Winnicott insegna...

La solitudine ha però bisogno di un involucro, pensiamo a un bambino che si trova nei primi giorni di vita, ma che può sopravvivere solo nelle braccia della madre. Si ha infatti la solitudine quando un corpo si trova immerso in un ambiente, circondato dall’affetto della madre.

Per venire al mondo

Per stare al mondo sono quindi necessari interventi esterni, ovvero delle norme. L’uomo è un essere da disciplinare dice Ghelden, in quanto non possiede i mezzi naturali per provvedere a sé. Perché ora il senso dell’esistenza è nella relazione, nel diventare Altro. L’ambiente al contrario basta a se stesso, consente di vivere in una solitudine, senza dipendenze, ma soprattutto la vita è condizione di beatitudine e sicurezza.

Modell racconta che durante la Seconda guerra mondiale la figlia di Freud, Anna, osservando le reazioni dei bambini ai bombardamenti scoprì che i bambini piccoli non erano traumatizzati purché non fossero separati dalla madre o dai sostituti materni. La madre riesce a tenere un certo controllo tra le esigenze del mondo esterno e le cure al suo bambino, ma sempre più mediata dai fattori culturali finisce per vedere nel bambino la prospettiva futura, la realizzazione del suo bambino nella società, cambia quindi la prospettiva, la madre porta il bambino verso la società.

Ma la vita non scompare mai, viene rimossa ma c’è, permane in un livello meno consapevole. In assenza di un aggiustamento adattivo, il ricordo di un vissuto precedente sarà molto forte, così è pensiero ricorrente il ritorno all’ambiente e l’individuo può trovare sollievo solo nel vivere da solo. Gaston Bachelard: le solitudini d’oggi ci restituiscono alle prime solitudini. Queste prime solitudini, solitudini infantili, lasciano in certi animi, tracce indelebili.

E ancora l’infanzia conosce l’infelicità attraverso gli uomini. Nella solitudine può lenire le sue pene. Una sorta di infanzia immobile che G. Baschelar definisce viva.

La solitudine nell’infanzia

Rinunciando alla sua autenticità l’individuo entra nella società e la solitudine diventa emarginazione, non accettazione; solo nell’infanzia la solitudine trova posto, un’estensione fantastica, infatti un bambino che fantastica è solo. Questa solitudine non conosce risentimento. Una solitudine non viziata dal rimpianto, non conosce l’altro.

Anche secondo Winnicott la solitudine del bambino esprime questo stato di totale serenità perché è continuamente protetta dalla costante presenza della madre. La solitudine non è una ricerca. Non è un esercizio spirituale. La solitudine non ha bisogno di tutto questo, perché solo l’infanzia si coniuga con la solitudine, che è a sua volta protetta da un ambiente. Solo qui l’uomo non viene offerto allo sguardo.

Sartre: l’inferno sono gli altri. Starobinski dice che l’ambiente assomiglia ad uno specchio, ad una sorta di passività dall’accoglienza infinita. Un tempo nella nostra mente c’era un mescolanza armoniosa tra noi e il mondo circostante, nel quale era coinvolta nostra madre. La nascita rappresenta un’interruzione. Un esempio è quello di un pesce nel mare: l’acqua che si trova nelle branchie del pesce fa parte del mare o del pesce? (Ferruzza)

Cap 2 narcisismo e società

La madre come specchio e il mito di Narciso

L’ambiente materno è lo specchio biologico del bambino. Ferruzza ci dice del pensiero di Winnicott “nello sviluppo emozionale individuale il precursore dello specchio è la faccia della madre...secondo me ciò che vede il lattante è se stesso.” La madre come specchio è anteriore al mito di Narciso, secondo Grumberger Narciso è catturato dall’immagine riflessa perché intorno ad essa vede il liquido amniotico, e così anche Genevieve Guy-Gillet è convinto che se il bambino ama l’immagine di quello specchio così tanto è perché lì ritrova tutto quello che ha fino ad ora conosciuto nel corpo della madre, prima di vederlo riflesso nei suoi occhi.

Lo specchio separato dalla figura materna riflette un corpo vuoto, immagine superficiale: è la nostra immagine agli occhi degli altri, e quel che è peggio, è che all’inizio cerchi di dipingertela da solo poi basta una sola formula maligna (dice Kundera) e sei trasformato per sempre in una pietosa caricatura. La madre permette alla vita di riconoscersi, non c’è distinzione tra sé e un altro sé, mentre nel racconto di Narciso, dice Lasch, questo annega non capendo mai che è un’immagine, la prende per un’altra persona e cerca di abbracciarla, senza badare al pericolo che corre.

Narciso è un bambino che ha perso la madre, e la sua follia è quella di continuare ad amare in un mondo in cui la madre è assente, come prima amava la madre e quindi la vita. Ma nel mondo non si può amare indiscriminatamente. G. Guy-Gillet si chiede se è follia amarsi in quel modo. Narciso non sa ancora distinguere la vita dall’esterno. Narciso è ingenuo e per non soccombere la vita deve farsi furba ed alla fine di questa vita rimane solo l’immagine riflessa, l’apparenza. In realtà non può esserci continuità tra lo specchio e la madre, il primo non può amare Narciso, può solo rifletterlo. Il mito di Narciso è dunque una costruzione sociale, è il narcisismo visto dall’altro.

Modalità relazionali e narcisismo

Esistono diverse modalità relazionali: narcisista e per appoggio (anaclitica). La scelta narcisistica è la scelta dell’oggetto sulla base della somiglianza con se stessi, quella anaclitica si riferisce alle persone che dispensano cure (amore delle madre per esempio). Freud attribuisce alla figura materna una funzione importante sulla conservazione della vita, prendendo in considerazione due amori: uno verso la madre e uno verso se stessi. L’economia affettiva dell’uomo ha quindi due soggetti: se stesso e la donna che si prende cura del suo corpo. Secondo N. Brown è impossibile scindere questi due aspetti. Mentre nella realtà sociale si devi rinunciare all’amore per sé per l’amore verso gli altri. Ancora Brown afferma...

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher VCaterina23 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Stauder Paolo.
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