Capitolo 1: La religione esplosa. Riflessioni preliminari sulla modernità religiosa
La modernità, scenario all’interno del quale avviene il processo di secolarizzazione, presenta tre caratteristiche peculiari:
- Razionalità: adattamento coerente dei mezzi ai fini;
- Autonomia individuale: l’individuo è padrone delle proprie scelte;
- Differenziazione istituzionale: la società si suddivide in molteplici settori specializzati.
La società moderna si distingue da quella tradizionale perché nel frattempo è avvenuto un processo che ha fatto venir meno l’influenza della religione nelle decisioni politiche e di amministrazione dello Stato: la laicizzazione. La religione ha perduto il potere temporale e non fornisce più agli individui tutto quell’insieme di elementi simbolici e relazionali che li possono aiutare a muoversi nel mondo e a dare un senso alla loro esistenza.
Questo non significa che la società tradizionale fosse completamente sottomessa alla religione, dato che sussisteva un certo margine di negoziazione tra i cittadini e le istituzioni religiose. L’appartenenza religiosa non è più un fatto pubblico dato per scontato, ma una scelta privata: nessuna imposizione proveniente dall’esterno può costringere l’individuo ad aderire a una determinata fede.
Si potrebbe pensare che religione e modernità siano incompatibili, escludendosi a vicenda, ma in realtà non è così: la società moderna si è evoluta attingendo in parte a rappresentazioni e principi della religione. Questo si è visto soprattutto con la religione protestante e il suo principio della salvezza da perseguire attraverso il lavoro nella vita terrena. Secolarizzazione non vuol dire che la religione è accantonata, bensì che sono in atto due processi in contemporanea: la perdita progressiva d’influenza sociale da parte delle istituzioni religiose e la ricomposizione sotto una forma nuova delle rappresentazioni religiose tradizionali.
È senz’altro vero che la modernità ha volutamente rotto con la religione, affermando che la storia è quella delle gesta dei grandi uomini e non il frutto di un disegno divino, ma d’altra parte la storia è stata pensata rimanendo all’interno di una visione squisitamente religiosa.
Il mondo moderno vive in uno stato di costante anticipazione: dopo un XX secolo dilaniato da guerre e regimi totalitari, si sente l’impellente bisogno di valorizzare l’innovazione e sedare la sensazione di inappagamento. Non ci si può accontentare della promessa di essere ricompensati in un altro mondo: questa è la principale delle utopie religiose ad essere venuta meno. Questa tensione tra le contraddizioni del presente e le aspirazioni future è all’origine della nascita di nuove forme di religiosità: non è un caso che le “religioni secolari” siano comparse in epoche storiche di grande espansione, come la Rivoluzione industriale e i Golden Sixties.
Dunque, la secolarizzazione non è la fine della religione perché è proprio l’incertezza della modernità a far avvertire il bisogno di rifugiarsi nelle credenze religiose. In conclusione, la secolarizzazione è il processo di riorganizzazione di tutte le credenze prodotte da una società in un contesto di precarietà per le profonde incertezze legate al futuro.
Il panorama religioso odierno è decisamente frammentato, una tendenza che si riscontra in buona parte dei paesi europei occidentali. Primo segnale di questo fenomeno è la sempre più marcata divaricazione tra credenza e pratica: è emersa in maniera ormai indiscutibile la figura del “credente non praticante” che scalfisce l’idea tradizionale del fedele che, per definirsi tale, deve recarsi assiduamente alla funzione. Inoltre, si assiste sempre più a un vero e proprio “bricolage” delle credenze: ogni individuo costruisce la propria fede personale, attingendo ad elementi provenienti dalle più disparate confessioni religiose. Ad esempio, sono sempre più i cattolici e i protestanti che dichiarano di credere nella reincarnazione, nata nell’ambito delle religioni orientali.
Esistono competenze di bricolage socialmente diversificate, a seconda delle risorse culturali che gli individui hanno a disposizione: ciò dipende dalla classe sociale, dal sesso e da altri parametri simili. Mentre i teologi stanno cercando di restituire credibilità alle credenze tradizionali, i membri dei ceti sociali più svantaggiati manifestano la tendenza opposta a de-simbolizzarle perché scoraggiati dal presente e poco fiduciosi per l’avvenire. In Francia è cresciuta negli ultimi anni la percentuale di chi crede nell’esistenza del Diavolo: non si tratta più della credenza religiosa legata all’esistenza dell’Inferno, ma piuttosto si lega ai crimini che vengono commessi dalle sette sataniche.
È in atto da diverso tempo, precisamente a partire dalla fine del XIX secolo, un processo di deregolamentazione del campo religioso istituzionale: nessuna autorità, di qualunque natura essa sia, può imporre alle persone dei modelli di comportamento e delle norme da seguire.
Si stanno affermando, in ambito strettamente religioso, due filosofie: believing without belonging (“credere senza appartenere”) e, soprattutto nei paesi scandinavi, belonging without believing (“appartenere senza credere”). “Credere senza appartenere” non vuol dire che si stiano dissolvendo tutte quelle forme comunitarie che hanno da sempre caratterizzato la vita sociale delle persone: a indebolirsi è semplicemente il loro ancoraggio religioso. Altrettanto anomala è la filosofia di “appartenere senza credere”: com’è possibile che una persona dia per scontata la propria appartenenza religiosa, continuando a manifestarla solamente “per inerzia”?
Si sta creando in questi anni, di fronte a un panorama religioso così frammentato, un “ecumenismo dei valori”: la religione è diventata una materia prima malleabile che le persone plasmano a proprio piacimento. Quello che rimane è un insieme di valori comuni ai quali tutti gli individui decidono di attenersi.
Capitolo 2: La fine delle identità religiose ereditate
La società sopravvive attraverso la trasmissione dei suoi valori tra le generazioni: i giovani fanno il loro ingresso nella comunità degli adulti per garantirne la continuità. Tuttavia, non si deve pensare che la trasmissione dei valori sia sempre stato un processo lineare e immutabile: si sono sempre originati storicamente contrasti tra le vecchie e le nuove generazioni, una “crisi di trasmissione” che si è acuita nella modernità.
È entrato in crisi il modello tradizionale di trasmissione, basato sulla presenza di due soggetti: un trasmettitore attivo e un destinatario passivo che recepisce senza obiettare quanto gli viene trasmesso. Oggi non è più così: a un’ampia varietà di proposte simboliche si aggiunge il fatto che la religione è ormai diventata un fatto privato, una scelta che riguarda l’individuo e lui soltanto.
La religione implica una mobilitazione della memoria collettiva: questo poteva andar bene nella società tradizionale, non certo in quella moderna. Nella società tradizionale la memoria collettiva era data a priori: il passato era considerato immutabile e non c’era pericolo che la catena di memoria potesse interrompersi. Invece, nella società moderna è cambiato radicalmente tutto: l’innovazione è stata messa al centro, destrutturando e atomizzando la memoria collettiva, il cui esito è la difficoltà di riflettere sul proprio passato e l’impossibilità di prefigurarsi un futuro.
Dire che la società moderna è areligiosa significa proprio questo: non esiste più una memoria collettiva solida che permetta di guardare indietro e avanti agevolmente. Ormai le identità religiose non possono più considerarsi ereditate: esse sono il risultato di traiettorie d’identificazione che sono sì soggettive, ma che in parte dipendono anche da condizioni oggettive date dalla società in cui gli individui vivono.
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