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Capitolo 1: Prove di sguardo diverso sui giovani

L'unica domanda che conta

Noi abbiamo conosciuto Alberto. Di lui sappiamo che era pieno di interessi: poeta, musicista, fotografo, street artist, aveva vinto premi e la sua voce era nota e amata da qualcuno. La mattina di un giorno di primavera è volato dalla finestra della casa dove abitava. Aveva 21 anni.

Abbiamo voluto dedicare il nostro libro ai giovani, alla giovinezza la quale è un terreno irto di aculei che possono ferire talvolta uccidere. Parlare di loro espone a due problemi: quello di dire cose improbabili e di non capire e quello di battere inutilmente l'aria dicendo cose insignificanti.

Questo libro ha un interlocutore che è la Chiesa italiana nella sua proiezione verso di essi. Non quel genere di Chiesa per la quale i giovani sono diventati stranieri, quella dei palazzi e delle porpore. Ovviamente il libro si rivolge a quel genere di Chiesa che ancora può sentire una vicinanza con i giovani, una chiesa che soffre per loro, e anche dalla loro assenza. Sia all'una che all'altra Chiesa vorremmo chiedere “Che cosa sarebbe stata la salvezza per Alberto?”

I bravi cattolici direbbero che Alberto è in Cielo ma quello che ai giovani interessa è la salvezza qui e ora sulla terra “Come possiamo condurre una vita felice?” “Cosa si può fare per non perdersi?”

La preoccupazione primaria non è quella che la Chiesa abbia perduto i giovani, ma che essi non si perdano, non è che essi ritrovino la Chiesa, ma che trovino sé stessi.

Giovani che non contano

L'amara riflessione di Mario Monti apparsa sui giornali nel luglio del 2012 ci dice che esiste una generazione perduta, purtroppo e di limitarsi a fare il possibile per non ripetere gli errori del passato. Peter Pan aveva ragione: in questo paese gli adulti hanno rovinato tutto.

In una relazione “Generazione senza prerogative” Massimo Livi Bacci dice che i giovani hanno perso la facoltà di essere presenti in modo rilevante nello spazio culturale, sociale, economico o politico. Lo spazio d'azione dei giovani si è ristretto, nonostante il dilatarsi dello spazio di vita che oggi riteniamo da loro occupato.

Come è diventato normale oggi addossare ai poveri le responsabilità della loro condizione, così si fa con i giovani, in modo che non solo appaiano spossessati del futuro, ma siano anche indotti a pensare che la colpa è loro. Oggi la generazione “datemi uno stage” si arrabatta come può, nelle condizioni normative più incredibili, pur di guadagnare qualcosa.

“E menomale che c'è la famiglia a fare da ammortizzatore sociale” dicono economisti, politici, prelati.

Un problema di ascolto

Gli stereotipi sui giovani sono antichi e ricorrenti. Le generazioni, magari non si scontrano più apertamente come un tempo, ma a causa della rapidità delle trasformazioni si sono distanziate, vestono e cantano in modo diverso, costruiscono universi culturali propri: c'è dunque un problema di ascolto reciproco: in altre parole, di comunicazione.

L'ascolto precede la parola ed è la fonte della parola. Molti parlano dei giovani ma pochi fanno la fatica ad ascoltarli. Che le generazioni si confrontino è inevitabile e necessario, ma nel farlo oggi sarebbe opportuno tener conto anche di una difficoltà che riguarda in particolare il tempo presente.

Le generazioni attualmente viventi delimitano uno spazio di tempo nel quale la nostra società è stata attraversata da grandi cambiamenti sotto il profilo culturale e religioso. Quando si confrontano i bei tempi andati con quelli attuali, non c'è solamente un problema di sfasamento dell'immagine, ma un obiettivo cambiamento del quadro culturale.

Il confronto tra le generazioni pone in relazione realtà sociali ed esperienze esistenziali tra cui vi sono aspetti di incommensurabilità che molti tendono a sottovalutare.

Alle origini di questo libro

Questo libro nasce da un tentativo di ascolto dei giovani che usato i metodi della ricerca sociologica. Ricerche condotte nell'arco di un quinquennio dall'Osservatorio Socio-Religioso Triveneto, un ente di ricerca sostenuto dalle Diocesi del Nord Est.

Inizialmente si è fatto ricorso a questionari standardizzati, poi si sono utilizzati i focus group con gruppi di giovani e progettato una ricerca di ricerca di carattere qualitativo. Si è poi formato un gruppo di giovani ricercatori, i quali, recatisi nelle case di un certo numero di coetanei, hanno condotto colloqui approfonditi e della durata necessaria. Questi erano finalizzati a raccogliere i sentimenti dei giovani. Solamente dopo aver ascoltato loro racconti personali si è parlato della loro esperienza religiosa.

Abbiamo avuto la sensazione di imparare tante cose, della cui esistenza non sospettavamo, che ci hanno indotto a cambiare molte idee sui giovani, cose che ora ci permettono di guardare con più empatia il loro mondo. Tutto questo è confluito in un libro di 626 pagine dal titolo C'è campo? Giovani, spiritualità, religione.

Il mondo non è una clessidra

Vi sono due immagini che si alternano. La prima è quella ufficiale della Chiesa trionfante, dei grandi raduni di massa, delle interviste televisive. In questa immagine chiese e oratori non sono forse piene di giovani come una volta, ma se ne intravedono ampie schiere su cui si può contare per un futuro di speranza, soprattutto quando c'è il vescovo in visita.

La seconda immagine è quella che vede i giovani come una “generazione perduta”, ma ovviamente in un senso diverso: perduta moralmente e dal punto di vista della fede. L'impressione è che i processi di trasmissione della cultura vi siano rappresentati come una sorta di clessidra. In alto troviamo i valori delle generazioni adulte, in basso un vuoto che appresta a essere riempito da quegli stessi valori.

I problemi nascono dal fatto che qualcosa si è guastato nel ristretto condotto attraverso cui i granelli di sabbia, e cioè i valori culturali passano per giungere alle nuove generazioni. Lì ci sono degli ostacoli, dei freni, della viscosità e ciò comporta una carenza, nella parte bassa, che si esprime in varie forme: caos culturale, assenza di direttive per l'azione, relativismo, ecc.

Ma naturalmente dovremo chiederci cosa vi sia realmente nella parte alta della clessidra. Se anche là non vi sia scompiglio, disordine. Quindi “chi educa chi?”, “chi trasmette a cosa?”

Dovremmo poi chiederci se è poi così vero che il ristretto condotto attraverso cui la sabbia “deve” passare sia usurato al punto tale da non lasciarla più scorrere. L'idea diffusa che le nuove generazioni siano molto diverse da quelle più anziane non trova grandi conferme.

Ci sono 2 considerazioni da fare:

  • La prima è che può essere rischioso immaginare la parte bassa della clessidra come un vuoto da riempire. Il processo di comunicazione e di apprendimento tra le generazioni è oggi assai più orientato in senso bidirezionale di quanto non fosse un tempo. Quanto più cresce l'età del soggetto coinvolto, quanto più si avanza verso quei tempi in cui gli adulti cominciano ad avvertire la propria impotenza educativa, tanto più egli si dimostra in grado di disporre di competenze che questi non hanno, semplicemente perché nati in un altro mondo. È un'implicazione della rapidità dei cambiamenti in atto. È cambiato lo statuto di chi un tempo veniva considerato “minore”.
  • La seconda osservazione è che i granelli che penetrano nella parte bassa della nostra clessidra assumono toni, forme, colori diversi da quelli che avevano quando erano nella parte alta. Nel passaggio da una generazione a un'altra i modelli cambiano: c'è quindi un problema di rinnovamento e di invenzione. È il pluralismo delle culture. Le generazioni tendono a concepire queste trasformazioni come perdita e distruzione, non anche come invenzione di nuovi valori e di nuovi modelli culturali.

Le connessioni errate

I giovani stanno uscendo dal recinto costituito dall'educazione cattolica che quasi tutti ancora ricevono in Italia, guardano con atteggiamento critico alla Chiesa, non comprendono molte delle cose che essa dice, non se ne sentono più parte e vanno per la loro strada.

Questo non significa che hanno perso “le antenne della fede” o che barcolano “nel buio della fede”. La connessione “fuori dalla Chiesa uguale lontano da Dio” non ci convince anche perché è più facile pensare di essere lontano da Dio, che esserlo veramente. Come ha detto Jurgen Moltmann: “credo che Dio sia con i senza Dio. E che lo si possa trovare tra di loro. In essi Dio attende coloro che credono”.

Sarebbe necessario staccarsi dall'idea che il centro del mondo sia la Chiesa e che tutto ruoti intorno ad essa.

Il libro sostiene che i giovani italiani si stiano allontanando dalla Chiesa cattolica, ma non ritiene che ciò sia la diretta conseguenza della perdita di quelle disposizioni elementari che rendono possibile il sentimento religioso. Né che sia il derivato dell'esplodere tra di essi di un'ottusa incredulità. La loro è una condizione caratterizzata dalla compresenza di attrazioni contrastanti ed essi stessi la concepiscono come uno stato che è nel contempo di stallo e di apertura, e dunque come una condizione che può evolversi in direzioni imprevedibili.

Essi hanno modi di guardare alla vita per certi aspetti nuovi, ma non su tutto e non del tutto diversi da quelli tipici delle generazioni precedenti e che, in ogni caso, non siano privi di valori e di criteri di discernimento. Si fonda sulla convinzione che il fatto veramente nuovo, anticipato dai giovani ma destinato a diffondersi e a diventare permanente, sia lo spostamento della fonte della legittimità, in altre parole di ciò che permette di considerare plausibili, credibili, degni di rispetto, in definitiva dall'obbedienza alla libertà. Si tratta di qualcosa che tutte le istituzioni faticano a comprendere e a cui cercano di resistere, ma che una religione di Chiesa come il cattolicesimo ha difficoltà maggiori a comprendere e ad accettare.

Sostiene che gli ostacoli nel rapporto con i giovani attuali non si spieghino se non parzialmente come effetto di una eclissi di Dio, ma siano in misura non trascurabile, l'effetto di una difficoltà propria della Chiesa e che sarebbe perciò sbagliato addossare a Dio le difficoltà della Chiesa.

Fonti e note per la lettura

L'impianto generale del volume e le sue tesi di fondo sono state discusse in via preliminare da tutti e tre gli autori dei testi qui confluiti. La ricerca da cui abbiamo ricavato il maggior numero di stimoli per scrivere è un'indagine qualitativa condotta su un certo numero di giovani compresi tra i 18 e 29 anni.

Levis: Il Dio personale

Levis è uno studente di ingegneria, appassionato di informatica, dalla mentalità scientifica. Da ragazzo è stato scout. Fin dalle medie si interroga sulla fede. Conosce figure diverse di preti. Rompe con la chiesa e dice di essere “uscito dalla Chiesa”. Dice di credere in Dio come qualcosa di soprannaturale ma non crede nella Chiesa e nei preti.

Ci dice che un Dio deve esistere sia esso Gesù o Maometto o chi per esso. Non esclude nessuna variante. Ma infine non gli interessa decidere. L'importante è vivere la vita. Per lui Dio non è presente, non interviene. Su quello che sarà “dopo” la morte non si interroga.

Per Levis i valori morali non vengono da Dio, sono un prodotto storico. Il suo Dio non ha niente a che vedere con i principi da attuare nella vita di tutti i giorni; è un certo modo di vedere le cose, non una somma di principi morali. La chiesa è fondamentale nella trasmissione degli ideali, al di là di quella che è la loro fonte. A messa non va: gli dà fastidio l'ipocrisia dei preti. Non è in chiesa che si avverte la presenza di Dio ma nella natura. Anche nell'amore per la sua ragazza avverte qualcosa di divino, perché si sente talmente bene con lei in certe circostanze. In realtà dice che non ha capito come trovare Dio ma di sicuro non può trovarlo attraverso la chiesa.

Capitolo 2: Qui diamo i numeri

Tendenze, confronti, domande

Utilizziamo le indagini condotte nel Nord Est, con l'Osservatorio Socio-Religioso Triveneto. L'ultima è del 2011 e si basa su un campione di 2136 intervistati e ci consente un livello di approfondimento maggiore. Altre indagini condotte recentemente arrivano a conclusioni non molto diverse dalle nostre.

Pochi giovani

Sono pochissimi i giovani che si vedono a messa. Nel patriarcato di Venezia, in un fine settimana i giovani tra i 18 e i 29 anni erano meno di sei ogni 100 presenti. Gli adulti erano 34, le teste grigie 42. Nella fascia oraria più frequentata dai giovani, quella della domenica sera, erano 10 su 100. C'erano orari in cui se ne poteva vedere solo ogni 100.

In certe occasioni sono più numerosi, la notte di Natale o quella di Pasqua, magari a prendersi le parole del parroco, arrabbiato perché gli altri giorni dell'anno non li vede. La frequenza alla messa è solo uno degli indicatori di religiosità e oggi probabilmente non il più importante. E le ragioni della loro non partecipazione alla messa sono: l'isolamento, la difficoltà a cogliere certi gesti rituali, il clima poco giovanile, un certo modo di predicare, la noia che ne deriva.

La religiosità trova anche altre vie: la preghiera. I giovani pregano molto meno degli adulti e degli anziani, soprattutto se maschi, ma quelli che lo fanno sono più numerosi di quelli che dicono di andare a messa tutte le domeniche. Nel Nord Est questi ultimi sono il 13,4% ma quelli che sostengono di pregare qualche volta durante la settimana o anche di più sono il 17,6%. Se mettiamo insieme quelli che ci vanno con regolarità e quelli che pregano con una certa frequenza otteniamo ancora una minoranza, il 31%, ma di un certo peso e di un'entità maggiore di quella percepibile.

Alcuni manifestano una religiosità personale, a sostenere la quale può bastare essere presenti in qualche occasione particolare. La minoranza che va in chiesa è oggetto di valutazioni non positive da parte dei coetanei: andare in chiesa = essere sfigati. Questa mentalità nasce appunto dal fatto che è una minoranza chi ci va; è una rarità come testimonia Liliana. Un altro giovane racconta di essersi trasferito in un'altra città per studiare e qui ha iniziato a frequentare la chiesa senza dirlo a nessuno. Quando però è stato beccato da un compagno questo l'ha detto a tutti generando in lui imbarazzo.

I giovani cattolici stanno rischiando di diventare una “razza particolare”.

A un punto di svolta

Gli indicatori di religiosità danno valori più alti tra le persone anziane e tra le donne. I giovani tendono ad avere valori più bassi. Questo anche perché i giovani non ancora del tutto formate le idee e sono più assorbiti da altre dimensioni esistenziali.

Se confrontiamo la generazione “dei padri e delle madri” con quella “dei figli e delle figlie” le variazioni sono davvero notevoli e inattese. Chi dice di andare a mensa con una certa frequenza passa dal 47% al 26%; chi prega almeno qualche volta durante la settimana dal 58% al 28%. L'area formata da chi sente di appartenere alla Chiesa senza riserva alcuna e da chi, pur sentendone parte, manifesta qualche riserva passa dal 57% al 27%. Coloro che ritengono di non appartenere ad alcuna religione salgono dall'8 % al 30%.

Quanti dicono che la Chiesa cattolica a loro “crea disagio” passa dal 34% al 60%, chi la ritiene “severa” dal 41% al 59%, chi lontana dal 51% al 73%. La somma di chi dà un giudizio negativo sulla Chiesa e chi dice di essersene allontanato pur non dandone un giudizio chiaramente negativo giunge a coinvolgere il 73% dei “figli”.

Coloro che appaiono sicuri dell'esistenza di Dio passano dal 50% al 32%, i certi del fatto che Gesù sia figlio di Dio dal 54% al 33%, chi non ha dubbi sulla resurrezione dal 31% al 15%, chi è sicuro che l'aldilà proveda una condanna o una salvezza eterna dal 24% al 13%. Colpisce vedere quanti pochi siano anche tra gli adulti quelli profondamente convinti di verità fondamentali del Credo cristiano.

Uomini e donne

Le tradizionali differenze di religiosità legate al genere si stanno attenuando fino a quasi scomparire. Le donne nate intorno al 1940 che attribuivano molta importanza alla religione erano, secondo la valutazione dei loro figli, più del 50%, mentre gli uomini erano solamente il 26%.

Oggi le ragazze nate intorno al 1990 che assegnano molta importanza alla religione sono il 14% contro il 12% dei coetanei. Le ventenni non dichiarano un interesse diverso dai maschi per le celebrazioni religiose e non vanno a messa più spesso di loro.

Le ragazze continuano a pregare più dei ragazzi, si dimostrano più interessate alla dimensione spirituale, sono più spesso convinte che Dio si occupi di loro. La convinzione che Dio esista è un po' più diffusa tra le ragazze, l'interesse per la figura di Gesù continua a essere in una certa misura maggiore, mentre la fede nella resurrezione o l'idea che l'aldilà riservi una condanna o una salvezza eterne le distinguano assai poco.

Gli indici di religiosità delle donne sulla quarantina sale appunto perché è il periodo quando i figli adolescenti frequentano l'iniziazione cristiana. Dopo i 45 anni delle donne questo frequentare la chiesa diminuisce. Nulla di questo genere avviene tra gli uomini.

Le donne con scolarizzazione superiore sono il 37% tra chi dichiar

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher pietrolicini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Marzano Marco.
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