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Esiste una tesi di mutamento, dovuta alla modernità del rischio, la quale prevede

un’evoluzione del diritto nelle formule di “diritto penale del nemico” e “diritto penale della

precauzione” con cuoi vengono disegnate le attuali strategie del controllo criminale.

Si riprende il paradigma Hobbesiano, secondo cui il diritto è l’alternativa alla violenza

sregolata, con esso si esce dallo stato di natura e la società si civilizza; dalla vendetta si

arriva così alla pena. esistono più nemici che si contrappongono ad altri nemici bensì

Non

consociati che agiscono esercitando le loro libertà nei limiti alle stesse riconosciute agli

altri.

La costruzione dell’impianto penalistico attuale è la risultante di questa costante

metamorfosi, fondata su una codificazione risalente al 1930, e sulle successive

intersezioni di essa sia con la Costituzione che con i frequenti interventi di riforma 

sicurezza e rischio diventano concetti centrali anche in ambito penalistico.

Il problema della sicurezza attraversa i settori della politica criminale moderna, partendo

dalla sicurezza pubblica (macro-fenomeno criminale) fino alla sicurezza individuale

(micro-violazioni).

Spesso preservare la sicurezza significa minare la libertà.

Principio di legalità: identificazione di ciò che è punibile

• Viene punito il reo e non il reato

• Non viene punito il reato come fatto concreto, ma come lesione al bene

comune da proteggere

• Diventano punibili fatti che, in via precauzionale, risultino in grado di indurre a

situazioni di pericolo

• I fatti che disattendono le regole di comportamento imposte dal sistema

vigente

Il principio di legalità penale pretende di trovare fondamento nella punibilità di tipi di azione

e non di “tipi d’autore” punire “quello che si fa” e non per “quello che si è”.

Il diritto penale legato alla modernità del rischio si orienta a capovolgere questo schema

nel nome della sicurezza, pone al centro del sistema penale un sospetto pericolo la cui

capacità di difesa impone strumenti di contro-offensiva prima che lo stesso rischio si palesi

 identificazione del soggetto che si ritiene pericoloso  alterazione dell’oggetto

processuale.

Il sistema ha deciso di venire in contro all’insicurezza vissuta dalla collettività

anticipandone i confini di difesa ad un momento che precede l’avvenire del fatto, si deve

intervenire prima che ci siano sospetti di pericolosità e lo strumento punitivo però non

potrà essere quello penale.

Il “paradigma normativo della tutela penale della sicurezza” è e deve rimanere saldamente

ancorato agli ordinari canoni strutturali del fatto realmente punibile.

Diritto penale precauzionale

L’incontro tra la struttura penalistica del fatto colpevole e la visione della società come

luogo del rischio e dell’insicurezza ha reso complessa la coesistenza trai rischi

onnipresenti e i sistemi di garanzia dei beni collettivi.

Principio sovranazionale di precauzione: criterio di gestione del rischio in condizioni di

incertezza scientifica circa possibili effetti dannosi collegati a determinate attività,

istallazioni, impianti.  Negli ultimi anni si è esteso ad ambiti sempre più ampi rispetto al

settore della tutela ambientale.

La tutela punitiva della sicurezza resta inevitabilmente influenzata dall’avvento di un simile

principio cautelativo nel logos politico e giuridico contemporaneo, lasciando evidenti

problemi di compatibilità delle due logiche.

Logica della prevenzione: si basa sulla pericolosità concreta, orienta il

1) comportamento dell’uomo all’eliminazione o alla riduzione dei rischi noti.

Logica della precauzione: si vota ad orientare la condotto a non avvicinarsi a veri

2) rischi ignoti che non si possono escludere.

Queste due logiche eterogenee sono inconciliabili.

Diritto penale della sicurezza nella società del rischio e della precauzione

La giurisprudenza si è impegnata nell’affermare che il livello minimo di offesa punibile dal

diritto penale deve riconoscersi nel pericolo concreto, cioè una probabilità, del prodursi di

un danno  la verifica della pericolosità del danno va operata sul dato reale.

In questo modo si ammette il voler tutelare a livello penale un interesse “avanzato”, una

sorta di “bene in pericolo” in quanto proiettato ad anticipare la tutela della sfera giuridica

individuabile.

Il sistema penale moderno ha estromesso ogni presunzione di pericolo, fino a lasciar

concludere che, ove il comportamento speso si riveli assolutamente inidoneo a porre a

repentaglio il bene giuridico tutelato dalla singola norma, deve venire meno la

riconoscibilità di un fatto che costituisca reato. Il pericolo penale (in quanto relazione

probabilistica che lega la situazione di rischio presente ad un risultato dannoso per il bene

protetto), non può essere semplicemente pensato, va invece visto e ponderato.

Il principio di precauzione  si sanziona un comportamento di cui, allo stato delle

conoscenze, non è predicabile l’innocuità, con una presunzione di pericolosità nel senso di

non-sicurezza. Il principio di precauzione si rivela un ragionevole criterio conservativo di

beni fondamentali della

sicurezza mediante la regolazione di rischi incerti; si rivela una regola della sicurezza

destinata a rimanere fuori dal paradigma della tutela penale.

Nell’ottica del dilemma del “conflitto tra interessi contrapposti”, prendiamo per esempio la

libertà di agire (economico) e la tutela della salute (e l’ambiente), è ritenibile applicare il

principio del “maximin”: ogni scelta da compiersi in condizione di incertezza deve essere

presa in base alla valutazione della peggiore delle sue conseguenze.

Ambiente

La tutela ambientale rappresenta, da una parte, l’ambito originario del principio di

precauzione, d’altro canto contiene gli altri settori di disciplina della sicurezza (salute

umana, sicurezza agro-alimentare, ecc…).

D. lgs. N. 152/2006  codice dell’ambiente

Bisogna leggere la “norma penale” non come uno strumento di tutela del bene giuridico ,

bensì come puntuale protezione dell’apparato di controllo pubblico del rischio ambientale.

Possiamo parlare di una “metabolizzazione culturale” del principio di precauzione che

richiede l’adozione di misure di cautela adeguate, ragionevoli e proporzionali volte a

minimizzare l’incidenza negativa di pericolo potenziali per l’ambiente.

Lavoro

Richiamo del D. Lgs. N. 81/2008 (testo unico in materia di salute e sicurezza sui luoghi di

lavoro) al principio di precauzione, il quale condivide con la disciplina della sicurezza del

lavoro proprio gli aspetti procedurali orientati alla valutazione, gestione e comunicazione

del rischio.

I bisogni di protezione della nuova società del rischio hanno messo in crisi la tenuta dei

principi del diritto penale classico.

I doveri dell’impresa si traducono in un precauzionale obbligo di controllo in forma di

vigilanza rispetto alla commissione di reati; mentre è rispetto al “successivo” livello della

responsabilità penale che si tratterà di accertare la colpa della persona fisica che non

abbia diligentemente fronteggiato l’attuale e visibile rischio di sicurezza nei luoghi di

lavoro.

Diritto penale della sicurezza e i suoi nemici nella società mondiale

Il principio di precauzione si rende adattabile anche in relazione alla sicurezza nazionale e

internazionale e alla lotta al terrorismo.

Immigrazione irregolare

Di fronte a questi processi il compito della cultura giuridica è quello di ristabilire la radicale

asimmetria tra diritto e crimine, tra istituzioni e terrorismo, tra imputati e nemici.

Proprio questa “ragione del diritto” ha guidato l’interpretazione della normativa comunitaria

in materia di immigrazione irregolare  il mancato abbandono del territorio da parte dello

straniero irregolare è presidiato dal diritto penale solo cessato il periodo temporale entro

cui questi gode del diritto dell’allontanamento volontario. Il sistema ha previsto che

l’espulsione viene eseguita mediante accompagnamento coattivo alla frontiera solo in

presenza di determinate condizioni.

Il problema della pubblica sicurezza coinvolto nel controllo dell’immigrazione si interseca

con diversi ulteriori bisogni, di eterogenea vocazione; la tecnica della “tutela penale” è

mutata radicalmente con la metamorfosi del fenomeno migratorio, però tutte le politiche

che hanno gestito questi scenari sono dotate della medesima “Ratio” basata sul principio

dell’esclusione.

Extracomunitario irregolare: per molto tempo è stato considerato un nemico della

società non più occasionale bensì costante.

Terrorismo

Anche il fenomeno terroristico si dimostra portatore di un rischio per la sicurezza che è

“uguale eppure diverso” lungo ciascuna delle fasi che ne hanno marcato l’evoluzione: dalla

fase nazionale a quella internazionale, da quello politico a quello contro l’umanità.

La parola “terrorismo” esprime un univoco senso, quello di una violenza su cose o persone

da cui si propaga la paura, il panico, l’orrore a cui con la modernità si aggiunge la portata

globale di un fenomeno privo di confini territoriali.

Dobbiamo inoltre distinguere il terrorismo (divulgazione della paura nella collettività per

mezzo di azioni criminose sorrette da motivi ideologici o politici) dall’eversione del

sistema costituzionale (annientamento dell’assetto pluralistico e democratico dello

Stato).

Dopo l’11 settembre 2001 il terrorismo è diventato ubiquitario, privo di coordinate spazio-

temporali. A livello legislativo (dopo una riforma del 2001) si mira a punire chiunque

proponga il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione

dell’ordine democratico, anche quando gli atti di violenza sono rivolti contro uno stato

estero, un’istituzione e un organismo internazionale cambiamento dello scenario giuridico

del “terrore”.

Riforma nel 2005  vengono definite “finalità di terrorismo” le condotte realizzate allo

scopo di:

• Intimidire la popolazione

• Costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o

astenersi dal compiere una qualsiasi azione

• Destabilizzare o distruggere strutture politiche fondamentali, costituzionali,

economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale

• Altre condotte definite terroristiche da convenzioni o altre norme di diritto

internazionali.

La Corte di Cassazione ha stabilito che possono essere qualificate come terroristiche

anche quelle azioni dirette contro un obiettivo militare “quando le peculiari e concrete

situazioni fattuali facciano apparire certe ed inevitabili le gravi conseguenze in danno alla

vita e all’incolumità della

Popolazione civile, contribuendo a diffondere paura e panico nella collettività”.

Finalità sovversiva  si intende con essa tutte le azioni atte a sovvertire violentemente gli

ordinamenti economici o sociali costituiti nello Stato, ovvero di sopprimere violentemente

l’ordinamento politico e giuridico dello Stato.

Il Terrorismo “funge da strumento di pressione, metodo di lotta, da modus operandi

particolarmente efferato, che si caratterizza per l’uso indiscriminato della violenza, non

solo perché accetta gli effetti collaterali della violenza diretta, ma anche perché può

essere rivolto ad -in certam personam, proprio per generare panico, terrore, diffuso

senso di insicurezza, allo scopo di costringere chi ha il potere di prendere decisioni a

fare o tollerare ciò che non dovrebbe”.

Con il terrorismo politico “Italiano”, o quello antecedente al fenomeno post 11 settembre, ci

si riferiva a piccole unioni di persone vincolate da un sistema organizzativo non

associativo, nato dalla coesione di ideali forte trai membri, uniti nell’azione finale.

Il modello attuale prevede una grossa libertà organizzativa, infatti le azioni vengono gestite

autonomamente da parte delle cellule insediate in determinate parti del mondo. Ogni

cellula,

opera all’interno di una rete, posta in modo parzialmente subordinato alle “matrici”, che

hanno sede in zone di guerra o guerriglia; manca però un’organizzazione unica rispetto

alla quale tutte sono in dipendenza gerarchica. Si basano su una “strategia globale

d’azione” tale da rendere sufficiente la nascita di una consapevolezza in capo ai singoli

adepti di contribuire alla “Jihad”, ovunque ed in qualsiasi tempo essi si trovino. Manca una

preconoscenza da parte delle componenti elementari dei dettagli delle singole operazioni;

è sufficiente la piena consapevolezza e volontà nel contribuire alla guerra santa in atto nel

presente e nel futuro, ovvero la finalità di sovvertire attraverso l’azione terroristica il

sistema istituzionale di un altro Stato.

Capitolo3 – Prevenzione della criminalità e politiche di sicurezza

urbana: una ricerca esplorativa in Umbria

La ricerca criminologica è stata da sempre impegnata nella spiegazione delle cause che

spingono un soggetto a commettere un reato. Negli anni Novanta assistiamo ad un

cambiamento: si iniziano a studiare i metodi e gli strumenti atti a ridurre la criminalità e il

senso di insicurezza sociale.

Interagire e intervenire sul dove e sul come del reato, studiare nuovi modelli di

prevenzione della criminalità e nuove politiche di sicurezza significa aprire nuove strade

per la criminologia.

In Italia si tende a fare molta confusione tra politiche di “sicurezza Pubblica “ e “sicurezza

Urbana”. In un primo momento questi due ambiti coincidevano, avendo come obiettivo

unico il mantenimento dell’ordine pubblico. In un secondo momento, i due concetti

divergono in quanto la sicurezza urbana tende ad inglobare oltre a quella pubblica tutti gli

interventi relativi al disordine urbano e ai flussi migratori  l’ampiezza e l’ambiguità del

termine “sicurezza urbana” mette in evidenza tuttavia il bisogno di affrontare la “questione

di sicurezza” in un’ottica di interazione e collaborazione tra i soggetti che ne se occupano.

Con il Decreto Ministeriale 5 Agosto 2008 “Incolumità pubblica e sicurezza Urbana:

definizioni e ambito di applicazioni”, firmato dal ministro Maroni, si riafferma la

convergenza e la sovrapposizione tra sicurezza urbana e sicurezza pubblica  con questo

decreto funzioni e poteri statali in materia di pubblica sicurezza vengono esercitati dal

sindaco.

In capo a questo decreto nasce un dibattito il quale riguarda le finalità del legislatore:

l’obiettivo è quello di valorizzare gli enti locali oppure rendere il sindaco protagonista della

funzione di ordine pubblico e sicurezza?  Corte Costituzionale (2009): il decreto del

2008 ha per oggetto la sicurezza pubblica in quanto previsione e repressione dei reati.

Sicurezza urbana: sul piano legislativo “sicurezza urbana” si riferisce all’ordine e alla

sicurezza pubblica.

Dal punto di vista criminologico,la sicurezza non concerne solo l’assenza di minacce, non

riguarda solo la prevenzione e la repressione dei reati ma anche la diminuzione della

percezione di insicurezza e della vittimizzazione sociale.

Prevenzione  costituisce il contenuto delle politiche di sicurezza.

Prevenzione della criminalità  insieme degli interventi nei confronti di certi

comportamenti che si configurano come reati. La “nuova prevenzione” è la parte

fondamentale delle politiche di sicurezza pubblica.

La prevenzione come atto politico tra teorie criminologiche e modelli d’intervento

La prevenzione della criminalità si inserisce all’interno delle politiche di sicurezza pubblica,

che costituiscono a loro volta una parte della sicurezza urbana.

Nell’ambito della sicurezza pubblica, trova ampio spazio la prevenzione (e la

repressione) della criminalità, in quello della sicurezza urbana, è la prevenzione

“sociale” ad avere un ruolo centrale  dalla prevenzione criminale a quella sociale  esce

dal penale ed entra nella società. Attualmente dalla “prevenzione sociale” si sta

letteralmente passando alla prevenzione individuale e privata, questa vuol dire solo

controllo, e inoltre costa molto.

Bisogna tenere conto della crisi del “Welfare State” e studiare un nuovo concetto di

criminalità.

Per i teorici della scelta razionale, il criminale è un soggetto che sceglie di delinquere,

attraverso una serie di valutazioni costi-benefici, per questo ne deriva una forte

responsabilità personale.

Nelle teorie precedenti la responsabilità era declinata alla società che non era in grado

di offrire realtà di realizzazione al soggetto che quindi poteva delinquere.

La prevenzione può essere vista come un atto esclusivamente politico.

Prevenzione: atto, effetto del prevenire, provvedimento con cui si premunisce contro

eventuali danni; disposizione d’animo ostile verso qualcosa che ancora non si conosce

bene  è ben diverso dal concetto di pregiudizio e preconcetto. Questo termine non vuol

dire né previsione né emergenza: non ha il compito di mettere in guardia o di allarmare

tantomeno quello di intervenire in situazioni di emergenza. Esso indica le azioni da fare

prima per limitare conseguenze negative, incide fortemente sull’individuare i metodi e gli

strumenti per gestire la realtà sociale.

Prevenire ha significato per molto tempo “essere informati o conoscere a priori” il

rischio che comporta un determinato fatto; questo concetto in quanto “informazione”

dovrebbe rendere i soggetti consapevoli e quindi farli agire in un modo piuttosto che in un

altro. Spesso il risultato è quello opposto: esempio del fumo. Molti pensavano che una

forte azione informativa sarebbe stata utile anche nella lotta alla criminalità, ma si

sbagliavano. In questo caso la prevenzione si ferma all’informazione. L’unico modo è

quello di creare e ricreare legami sociali, dobbiamo abituarci a pensare alla sicurezza

urbana come ad un problema sociale.

Bisogna identificare, prima di agire, quale criminalità si intende contrastare e quale

sicurezza si vorrebbe realizzare sul territorio. La prevenzione come atto politico dovrebbe

avere non solo come obiettivo quello di informare e di mettere a conoscenza per orientare

l’azione, dovrebbe non solo andare a ridurre in termini numerici vittime e reati, ma anche

incidere in maniera positiva e qualitativa sulla “percezione della sicurezza” e del

benessere sociale.

Teorie e modelli di prevenzione

La prima teoria concerne il rapporto tra teorie criminologiche e modelli di prevenzione, la

seconda riguarda due tipologie di classificazione della prevenzione.

I modelli e le politiche di prevenzione attualmente utilizzate in Europa sono 3:

• Situazionale: sottende alla teoria della scelta razionale e delle opportunità: è

diretta soprattutto a rimuovere la situazione del reato.

• Sociale: si fonda su una teoria eziologica della criminalità e sulle condizioni sociali

ed economiche atte a favorire il crimine.

• Comunitaria: si ritrovano la teoria delle opportunità e la teoria ecologica della

scuola di Chicago, della motivazione e dello spazio difendibile.

Il nesso tra la criminalità e la sicurezza è evidente sia negli approcci teorici sia nell’azione

amministrativa e politica, infatti il concetto di sicurezza e quello di criminologia sono

cambiati nel tempo, così come la loro intersezione.

La sicurezza urbana comprende anche il problema della criminalità, nelle sue varie forme

e interconnessioni, ma non solo quello: occuparsi di sicurezza urbana non significa

occuparsi solo di criminalità  tra gli attori coinvolti non vi sono solo forze dell’ordine ma

anche enti locali, associazioni di cittadini, terzo settore -> sono attori sociali attivi nel

processo di sicurezza.

Modelli di prevenzione: ne esistono 3 tipi (situazionale, sociale e comunitaria) e si

inseriscono entrambi nella prospettiva di “prevenzione integrata” o della “nuova

prevenzione”.

Nuova prevenzione: insieme delle strategie orientate a diminuire la frequenza di certi

comportamenti , siano o meno essi considerati punibili dalla legge penale, attraverso

l’utilizzo di strumenti diversi da quelli penali  con questi tre modelli si passa da

prevenzione “penale passiva e indiretta” alla prevenzione “extrapenale diretta e proattiva”.

Ernesto Ugo Savona individua i tre cambiamenti nel passaggio alla nuova prevenzione.

La cultura degli operatori di sicurezza e delle istituzioni, faranno molta resistenza

1) davanti alla perdita di centralità nel processo di sicurezza;

La ricerca criminologica, ancora troppo occupata a spiegare i motivi che spingono

2) un soggetto a compiere un reato, dovranno svilupparsi più verso la prevenzione e la

riduzione della criminalità;

Le relazioni tra istituzioni, attraverso una maggiore partnership tra istituzioni che si

3) occupano di assistenza alle famiglie e alla classe disagiate con chi si occupa di

sicurezza urbana.

Selmini nel 2000 svolge una ricerca sui modelli di prevenzione in Italia e dimostra che le

procedure

più applicate sono quelle di prevenzione situazionale. Queste si focalizzano

sull’intervento all’interno del contesto, l’ottica in considerazione prevede che la criminalità

sia correlata o meno alla presenza di opportunità nell’ambiente, negli stili di vita e

nell’assenza dei controlli.

Ronald Clerk e Derek Cornish: tramite la loro teoria della scelta razionale

permetterebbero di stilare, in sede preventiva, una serie di elenchi delle opportunità, dei

costi e dei benefici delle azioni criminali. Individuano delle tecniche preventive sintetizzate

in interventi pragmatici e di breve durata che hanno il limite di incidere sul sintomo più che

sulla causa del problema, dislocandolo in un altro contesto o in un periodo successivo.

• Tecniche che aumentano lo sforzo:

rendere gli obiettivi meno vulnerabili (target gardening)

1) controllare gli accessi

2) sviare gli autori (percorsi obbligati)

3) controllare gli strumenti che facilitano i reati

4)

• Tecniche che aumentano i rischi:

tecniche di “screening” delle entrare e delle uscite

1) sorveglianza formale (polizie pubbliche o private, videosorveglianza)

2) sorveglianza naturale (illuminazione, afflusso di persone)

3)

• Tecniche che riducono i vantaggi:

rimozione degli obiettivi (togliere le autoradio estraibili)

1) facilitare l’identificazione dei beni

2) rimuovere le tentazioni (riparare con celerità dopo gli atti vandalici)

3) eliminare vantaggi e gratificazioni (es. rapida pulizia dei graffiti)

4)

• Tecniche che rimuovono la giustificazione:

Regolamentare le attività degli spazi collettivi

1) Stimolare le coscienze (es. avvisi pubblici)

2) Controllare i fattori che rimuovono le inibizioni (es. violenza in tv)

3) Facilitare i comportamenti conformi

4)

Secondo Philip Robert, il modello di prevenzione situazionale si è tramutato solo in

aumento della sorveglianza e della video sorveglianza.

Prevenzione situazionale: si attua attraverso l’incremento della sorveglianza e della

video sorveglianza, insieme a tutte le tecniche di monitoraggio e presidio di un territorio.

Prevenzione sociale: non è definibile come un modello di prevenzione poiché è una vera

politica globale orientata al benessere sociale di alcuni particolari soggetti e quindi

trasversale rispetto alle politiche pubbliche  politiche a favore di giovani e famiglie,

animazione culturale e sociale.

Prevenzione comunitaria: coinvolge tutta la comunità come attore sociale; si sviluppano

processi di responsabilizzazione dei cittadini tramite la partecipazione collettiva e nuove

forme di solidarietà  viene attuata dalla comunità sulla comunità. Essa è connessa al

territorio e prevede tre interventi: organizzazione, difesa e sviluppo della comunità. Il

rischio è che la comunità si auto-difenda  bisogna mirare invece alla collaborazione con le

forze dell’ordine.

Azioni ed interventi di prevenzione  distinzione a seconda dei tempi e delle azioni che

attuano tra prevenzione (evoluzione della teoria tabella p. 98):

• Primaria: mira all’eliminazione o alla riduzione del crimine in un contesto fisico o

sociale, prima della manifestazione di segnali di pericolo.

• Secondaria: si rivolge ai gruppi e alla gente svantaggiata, a rischio di criminalità

• Terziario: si configura dopo l’avvenimento del fatto, interviene per evitare la

recidiva dell’evento

Le politiche di prevenzione della criminalità e di sicurezza urbana in Europa e in

Italia

Le politiche di prevenzione internazionali, post trattato di Amsterdam (1997), hanno come

target la criminalità organizzata, il terrorismo, il traffico di droga, l’immigrazione clandestina

e non l’insicurezza urbana. Successivamente a questo trattato, la sicurezza non è più un

privilegio delle Forze dell’ordine e della Magistratura, bensì coinvolge l’interazione di

organi internazionali  Europol come strumento essenziale per una cooperazione tra Stati.

In Italia le regioni svolgono un ruolo fondamentale di collegamento tra livello nazionale e

locale.

REPC  Rete Europea di Prevenzione della Criminalità

FESU  Forum Europeo per la Sicurezza Urbana

FISU  Forum Italiano per la Sicurezza Urbana

Dal consiglio di Tampere del 1999 emerge la necessita di condividere le politiche e gli

interventi di prevenzione della criminalità in ambito comunitario.

Prevenzione della criminalità: comprende tutte le misure che mirano a contrastare la

criminalità e a diminuire il senso di insicurezza dei cittadini. Include l’azione di governi,

autorità competenti, autorità locali, associazioni specializzate, ecc…. analizzandone la

definizione si possono distinguere quattro ambiti relativi alla prevenzione, sintetizzabili

attraverso quattro interrogativi:

che obiettivi ha? lotta alla criminalità, ma anche il miglioramento del sentimento di

1) insicurezza sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.

che cos’è, come si attua? la prevenzione è un insieme di misure che permettono

2) di raggiungere gli obiettivi citati. La prevenzione è un intervento, un’azione.

chi la mette in pratica, chi fa prevenzione? i governi, le autorità competenti,

3) istituzioni penali, autorità locali dal pubblico al privato, volontari compresi.

chi la sostiene? le misure e le procedure dovrebbero essere sostenute dai mezzi

4) di comunicazione in generale.

La critica a questa analisi si avvale di due punti fondamentali: si allarga troppo sia la

tipologia di misure (tutte) da adottare sia il numero di soggetti da attivare e prende in

considerazione non solo il campo penale ma anche quello sociale.

FESU - Forum Europeo per la Sicurezza Urbana

Viene fondato nel 1987 ed ha sede a Parigi. Si tratta di un organismo non istituzionale al

quale aderiscono e partecipano enti locali e associazioni: ha l’obiettivo di mettere in

sinergia le varie esperienze, programmi, ricerche e progetti riguardanti la sicurezza

urbana.

Le città che aderiscono prediligono la partecipazione sociale e l’ascolto della popolazione,

i progetti e le azioni locali al posto delle ordinanze del sindaco o alla videosorveglianza.

Il Forum Italiano per la Sicurezza Urbana (FISU) e il progetto “città sicure”

Prime esperienze a Bologna nel 1992, poi a Modena, Rimini, fino ad arrivare a Napoli,

Torino, Catania nel 1996. Il FISU si configura come un “soggetto politico” il cui impegno si


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze per l'investigazione e la sicurezza (NARNI)
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Natascia.9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della sicurezza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Federici Maria Caterina.

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