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Riassunto esame Sociologia, prof. Federici, libro consigliato Genealogia della pubblica sicurezza, Campesi

Riassunto per l'esame di Sociologia della sicurezza e della professoressa Federici, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Genealogia della pubblica sicurezza, Campesi. Gli argomenti trattati sono i seguenti: tutela e salvaguardia dell’ordine pubblico per mezzo della prevenzione e repressione dei reati, governamentalità.

Esame di Sociologia della sicurezza docente Prof. M. Federici

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ESTRATTO DOCUMENTO

non sostituì l’organizzazione politica basata su rapporti da persona a persona costituendo l’alba

dello Stato occidentale moderno.

Le assemblee rappresentative tardo-medievali nacquero come camere di compensazione tra

costellazioni di interessi facenti capo a differenti formazioni sociali. L’organizzazione tardo-

medievale viene comunemente definita STANDESTAAT o SOCIETA’ PER CETI.

L’evoluzione politico istituzionale dell’Europa basso medioevale si svolse attorno

all’istituzionalizzazione delle assemblee rappresentative, istituzionalizzazione cui concorsero gli

interessi convergenti dei sovrani e dei ceti. Le assemblee assunsero un ruolo di difesa delle

tradizioni e consuetudini del regno.

Iurisdictio

Le nuove istituzioni politiche diedero vita alla potenza unitaria dello Stato, coagulando la società

attorno al suo sovrano, figura sacralizzata posta sempre più al centro della vita politica delle

nascenti monarchie nazionali à il sovrano è visto quale signore inter pares. Restava comunque

vincolato al rispetto delle tradizioni e delle consuetudini del regno. L’autentico fondamento del

potere risiedeva nell’accordo tra il sovrano e il suo popolo simboleggiato dal giuramento

d’incoronazione, accordo che impegnava solennemente il princeps alla difesa del regno e al

rispetto delle sue tradizioni giuridiche. Da questa tradizione politica derivava l’immagine del re

giustiziere, l’immagine cioè di un sovrano il cui ruolo era limitato alla mera conservazione della

pace e della sicurezza del regno.

Iurisdictio: esprimeva la sintesi teorica più compiuta della potenza politica, essa era il “potere di

colui, persona fisica o giuridica, che ha una posizione di autonomia rispetto agli altri investiti e di

superiorità rispetto ai sudditi, una sintesi di poteri che non si ha il timore di vedere condensata in

un solo soggetto”. L’Administratio era l’esercizio concreto di iurisdictio ovvero la gestione

dell’insieme dei mezzi coercitivi che rendono effettiva la giurisdizione.

Iurisdictio esprimeva la relazione verticale, asimmetrica, della soggezione politica, ma si trattava di

soggezione ad una potestà cui non era ancora dato concedere legem. Nel pensiero medievale il

diritto è traduzione di un ordine preesistente, più che creazione, produzione senza precedenti di

rapporti nuovi.

Parlando di statuizione non si pensava ancora ad una norma creata, ma ad una norma raccolta.

L’ordine giuridico medievale si caratterizza per la coesistenza all’interno del medesimo spazio

sociale di distinti complessi normativi amministrativi da differenti organi giurisdizionali, tutti

egualmente legittimi e sovrapposti l’uno all’altro secondo criteri di ripartizione della giurisdizione

sovente controversi. L’armonizzazione dei sistemi giuridici su base nazionale è stata possibile ai

sovrani delle giovani monarchie europee proprio a cominciare dalla creazione d’istituzioni

giurisdizionali soggette al loro controllo egemonico.

Al medesimo tempo però queste stesse corti superiori, risultavano dominare tutti gli strumenti

simbolici di legittimazione del potere. Esse pretesero sempre di richiamare il sovrano al suo ruolo

di custode delle tradizioni giuridiche del regno, costruendosi al contempo un ruolo egemonico

nell’interpretazione di dette tradizioni. In questo senso tutta la cultura giuridica assunse un ruolo

spiccatamente antiassolutistico, giungendo sovente alla neutralizzazione teorica dei passi in tal

senso più imbarazzanti dello stesso corpus iuris giustinianeo. Il sovrano, almeno fino alla piena

età moderna non fu mai in grado di controllare i suoi giudici e tanto meno il suo diritto.

Politia

A cavallo tra l’epoca tardo‐medievale e l’età moderna in Europa si verificò una crisi. Lo sviluppo

del capitalismo mercantile, l’inasprirsi della competizione tra le dinastie per l’egemonia sul

continente, le guerre e i conflitti religiosi, fecero precipitare la costituzione per ceti. Tale rottura

dell’assetto politico preesistente fu stimolata da un processo di accentramento di poteri e

prerogative in capo alla figura del principe che già si era avviato in epoca tardo medioevale.

La situazione politico-sociale in cui si vennero a trovare le principali monarchie europee, fecero

entrare in crisi l’antico sistema di contribuzione. L’esigenza di aumentare le risorse finanziarie su

cui i principi avrebbero potuto fare affidamento, determinò l’avvio di ripetuti tentativi di riforma del

sistema tributario. 3

In epoca rinascimentale l’immagine del sovrano assumeva crescente importanza.

L’esigenza di aumentare la capacità contributiva della nazione implicava un radicale mutamento

delle funzioni che le autorità politiche si attribuivano, imponendo alle istituzioni capacità

d’intervento nel campo economico e sociale della nazione à i sovrani presero sotto tutela il

capitalismo mercantile dell’epoca, concedendogli protezione e assumendone il controllo.

Sul presupposto che la potenza di uno Stato si misura dalla ricchezza dei suoi sudditi e dalla

floridezza delle attività commerciali, l’economia fu posta al servizio delle istituzioni statali e della

potenza politica e lo Stato, si pose al servizio dell’economia. Tutto ciò si espresse alla perfezione

in quella particolare linea di pensiero e azione politica sintetizzata nel concetto di mercantilismo.

Tra il XVI e il XVII secolo si affermava il principio politico-economico che è proprio il benessere

materiale dei sudditi a rendere più potente lo Stato. L’evoluzione politico-istituzionale ed

economico-sociale spinse l’autorità politica a farsi carico di sempre maggiori e diverse

incombenze.

I magistrati regi, non si limitavano più ad amministrare la giustizia à Essi si vedevano attribuire

nuove prerogative legate al dispiegarsi della modernità capitalistica del mondo occidentale.

Affianco ed in progressiva contrapposizione dialettica con l’antica immagine della iurisdictio, si

veniva costruendo la nozione di politia quale principale dominio dell’esercizio della potenza

politica sovrana à dietro al concetto di politia si andava ormai stabilizzando la figura del principe

amministratore e legislatore.

L’idea di politia, sarebbe stato il grande progetto di disciplinamento sociale dello Stato moderno

a svilupparne tutte le potenzialità teorico-pratiche.

L’antica struttura dell’amministrazione regia si dimostrò incapace a far fronte ai compiti affidatele.

L’assunzione di sempre nuovi compiti amministrativi da parte del potere centrale spinse dunque

verso la creazione di sempre nuovi organi di autorità, forzando i sovrani alla creazione di

magistrature straordinarie incaricate di gestire l’interesse pubblico in materie scorporate

progressivamente dalla competenza delle antiche magistrature giurisdizionali. È attorno a queste

figure di magistrati straordinari che la storiografia vede il sorgere della burocrazia e del potere

amministrativo moderno. Essi, infatti, furono originariamente organi temporanei cui vennero

affidati compiti circoscritti solitamente alla funzione di controllo, stimolo ed, eventualmente,

avocazione delle attività che restavano ordinariamente affidate all’antica struttura

dell’amministrazione giurisdizionale. La loro creazione fu inizialmente pensata per incrementare

l’efficienza dell’amministrazione ordinaria, soprattutto in relazione all’amministrazione finanziaria.

Genesi della monarchia costituzionale in Inghilterra

All’alba del XVI secolo la costituzione politica inglese rifletteva perfettamente i caratteri della

monarchia limitata basso-medievale, fondandosi su dualismo tra sovrano e parlamento sulla

struttura centralizzata dell’amministrazione giurisdizionale. Quest’ultima era riuscita, ad annullare

l’autonomia delle corti signorili e cittadine, sovrapponendovi un apparato di giudici regi pronti a

offrire i loro servizi giurisdizionali in determinate materie di particolare interesse per la corona. Il

sistema della giustizia regia, si basava sul lavoro delle corti centrali permanenti sviluppatesi da

una specificazione progressiva delle funzioni giurisdizionali della curia regis, su un gruppo di

giudici professionisti itineranti (Assizez Courts) cui era demandata la cura degli affari più rilevanti e

il controllo dell’amministrazione della giustizia a livello locale da parte dei Justice of Peace,

funzionari laici espressione della piccola nobiltà di campagna che la monarchia coinvolse

progressivamente nella gestione del potere.

Anche in Inghilterra si verificò un mutamento economico-sociale. Con il XVI secolo assistiamo al

“dispotismo dei Tudor”, i quali svolsero una politica attraverso il Parlamento à coincidenza degli

interessi della corona e quelli delle nuove èlites.

Anche se l’equilibrio non era stato spezzato, nel XVI secolo vi fu un’accentuazione del carattere

autocratico dell’amministrazione che tendeva a espandere la “prerogativa sovrana”.

A livello degli organi centrali, il council conservava un generale potere di emanare proclamation o

ordinancess, le corti sovrane amministravano il common law e il parlamento varava gli statutes.

Viene accentuato così il carattere autocratico dell’amministrazione.

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La corona aveva scarse possibilità di incidere sul lavoro del suo apparato giurisdizionale, il

quale si era costruito nei secoli una spiccata indipendenza. I suoi magistrati continuavano a

percepirsi come difensori delle leggi e tradizioni del regno anche contro la volontà del sovrano.

Uno dei principali ostacoli alla politica riformista dei Tudor fu la prontezza delle riforme a livello

locale, cui l’amministrazione giurisdizionale era affidata ai justices of peace.

Con il XVI secolo, l’incremento delle funzioni più strettamente amministrative determinò un

parziale evoluzione di tale figura istituzionale e dei suoi moduli operativi.

I justices si ritrovarono a gestire sia attività giurisdizionali che amministrative.

Il problema che adesso si poneva era quello del “controllo” su tale apparato.

Thomas Cromwell concepì un sistema basato su un complesso di direttive e regolamenti tesi a

disciplinare strettamente l’attività dell’amministrazione locale, sovente raccolte e pubblicate

all’interno dei cosiddetti books of orders e luogo sul lavoro d’inchiesta condotto da commissioni

speciali cui veniva affidato il controllo sull’efficienza dell’attività amministrativa a livello locale.

Il diretto intervento del sovrano nella vita economica e sociale del regno stava alterando l’antico

equilibrio costituzionale, determinando l’estensione della cosiddetta “prerogativa sovrana”,

dovuta anche allo sviluppo incessante dell’economia capitalistica.

I sovrani Stuart tentarono di estendere ancora più i limiti di tale prerogativa, spingendo verso un

marcato assolutismo politico, innescando quella serie di scontri tra sovrano, parlamento ed

apparato giurisdizionale per riequilibrare i rapporti tra iurisdicio e la policy.

L’assetto costituzionale uscito dalla rivoluzione si sarebbe fondato sul Parlaiment, vero e proprio

organo sovrano di cui venne stabilita la convocazione regolare e non più a discrezione della

corona.

L’Inghilterra avrebbe fatto a meno della necessità di una polizia economica, potendo affidare

all’amministrazione giurisdizionale ereditata dal passato tanto la gestione della sfera delle libere

relazioni economiche, quanto le residue funzioni di polizia sociale, cioè la sfera della disciplina dei

poveri e del mercato del lavoro che, con lo sviluppo dell’urbanesimo, avrebbe assunto una

maggiore rilevanza.

Genesi della monarchia amministrativa in Francia

A partire dal XVI secolo la monarchia francese poggiava su una struttura politica sufficientemente

accentrata. Anch’essa era riuscita a creare la complessa struttura di un’amministrazione

giurisdizionale regia che rifletteva bene l’immagine del re giustiziere ereditata dal pensiero politico-

giuridico medievale ed esercitava una vasta gamma di funzioni.

L’immagine del sovrano quale fontaine de justice si sarebbe tuttavia ben presto scontrata con i

mutamenti che avrebbe conosciuto l’intera struttura politica del regno.

La struttura dell’amministrazione giurisdizionale sovrana era articolata su due differenti livelli: in

primo luogo sui tribunali inferiori (magistrature onorarie affidate a una nobiltà) ed in secondo luogo

sui tribunali superior (rappresentati dai parlements, tra cui spiccava il Parlamento parigino).

I parlamenti esercitavano forme di controllo sulle attività legislative e tentarono di costruirsi quali

difensori delle antiche libertà dei francesi.

Fu l’espansione della cosiddetta justice retenue a determinare il passaggio dalla struttura

dell’amministrazione giurisdizionale alla cosiddetta monarchia amministrativa.

Il nucleo centrale del corpo funzionariale dell’amministrazione francese, era ormai interamente

costituito da figure commissariali che avevano raggiunto una sostanziale stabilizzazione. Tali

erano i consiglieri di Stato, il segretario di Stato e il controllore generale delle finanze, la carica di

procuratore generale presso i parlamenti e, le figure dell’amministrazione periferica. Tra i nuovi

funzionari della corona un ruolo centrale merita l’Intendant , concepito come un mero controllore

delle magistrature ordinarie. Esso, veniva progressivamente ritagliandosi un ambito di

competenza specifico ed esclusivo nel campo della police, riservandosi il compito di intervenire

ampiamente in tutte le materie riguardanti l’interesse e il benessere pubblico, e più in generale in

materia di police economica e finanziaria.

Lieutenant gènèral de police: fu creato per risolvere i constanti conflitti di attribuzione tra le

magistrature della capitale. Il nuovo magistrato avrebbe definitivamente separato le ordinarie

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attribuzioni giurisdizionali dall’ambito della police, incarnando la prima autentica figura di

funzionario.

La Francia non raggiunse mai quella stabilizzazione e legittimazione delle istituzioni della

monarchia amministrativa.

Genesi della monarchia amministrativa in area tedesca

L’impero non raggiunse mai livelli d’integrazione politico-amministrativa simili a quelli raggiunti

dalla monarchia inglese e francese.

Le riforme istituzionali portate avanti furono il tentativo, per mezzo della proclamazione della pace

universale perpetua, di ricostruire l’unità politica per mezzo di meccanismi di regolazione su base

associativa dei rapporti tra i principati territoriali. La riforma fu articolata su te pilastri istituzionali:

Impero, Dieta Imperiale, Tribunale Camerale dell’Impero.

L’istituzione imperiale era ridotta al livello di mera signoria territoriale à complesso istituzionale

deputato alla difesa e conservazione di prerogative e privilegi nell’ambito del quale non vi era

spazio per lo svilupparsi di organi autocratici di direzione politico-amministrativa.

La guerra dei 30 anni, con la pace di Westfalia, sancì il diritto di alleanza dei ceti territoriali e

dunque il principio della sovranità dei principati territoriali. Questo documento, assunse il rango di

legge fondamentale dell’Impero, contribuendo in maniera decisiva a ridisegnare l’assetto

costituzionale e dei territori tedeschi.

Il modello della Prussia degli Hohenzollern, rappresentò un riferimento per le soluzioni istituzionali

che si stavano cercando in tutta l’area tedesca ai nuovi problemi posti dallo sviluppo politico ed

economico dell’Europa moderna. Gli Hohenzollern costruirono il loro regno a partire dalla

complessa composizione territoriale del XVII secolo. Il principato era secondo solo ai domini degli

Asburgo e restava frammentato politicamente e territorialmente, lasciando compiti e responsabilità

politico-amministrative nelle mani dei signori e dell’aristocrazia terriera.

La costituzione politica prussiana era modellata su quella dell’impero e la vita politica si svolgeva

attorno alle attività della dieta territoriale. Parallelamente, dal nucleo della curia legis si era andato

sviluppando l’Hofgericht (giudice di corte), un ufficio deputato a svolgere funzioni strettamente.

Questa corte fu elevata progressivamente al rango di tribunale di ultima istanza all’interno del

principato.

Per quanto esistessero organi espressione della giustizia ritenuta del sovrano esercitata nelle

materie di particolare interesse per lo Stato e nei confronti di persone particolarmente privilegiate,

la struttura dell’amministrazione giurisdizionale prussiana appariva ancora largamente inefficiente.

La svolta decisiva si ebbe all’indomani della guerra dei 30 anni allorché le crescenti esigenze

fiscali del sovrano innescarono una forte tensione all’interno della struttura politica del regno. Fu in

questo quadro che il principe territoriale, Federico Guglielmo di Brandeburgo, il Grande

elettore, assunse l’iniziativa della riorganizzazione del principato accogliendo e sviluppando il

modello dell’assolutismo politico francese. Il colpo decisivo all’antica struttura politica fu dato

dall’acquisizione di tre monopoli politici da parte del principe: quello di decidere sulle questioni

militari, quello di introdurre tassazioni straordinarie e quello di mantenere un esercito

permanente.

L’ambizioso obiettivo di creare una grande potenza a partire dal composito Stato territoriale,

avrebbe imposto un vasto programma di riforma il cui primo passo fu naturalmente la

riorganizzazione del consiglio supremo, al cui interno venne assumendo sempre maggiore

rilevanza l’organo ristretto, la cosiddetta Kammer, nel quale il sovrano si riservava la trattazione

degli affari più rilevanti.

Fondamentali furono le figure commissariali create nel XVII secolo tra cui i commissari distrettuali

incaricati di gestire e approvvigionare le truppe acquartierate nei diversi distretti, la cui funzione

originaria era la raccolta di un tributo straordinario dovuto per le spese militari. L’amministrazione

militare, concepita inizialmente come strumento per l’istituzione di un esercito permanente,

significò molto di più che la nascita di una semplice forza di difesa del regno à La creazione di tale

apparato fu, il principale strumento per l’acquisizione di fonti di approvvigionamento

finanziario svincolate dal controllo dei ceti territoriali.

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Elementi fondamentali furono due figure istituzionali: il commissario fiscale cittadino, che

possedeva una generale competenza in materia di Polizia economica, ed il commissario fiscale

deputato all’espletamento di analoghe funzioni di polizia nelle zone rurali ed all’amministrazione

di un sistema fiscale basato sulle contribuzioni contrattate con i ceti territoriali.

L’opera di riforma amministrativa avviata dal Grande Elettore fu portata a compimento da

Federico Guglielmo I, il quale tracciò definitivamente il profilo di una monarchia amministrativa

saldamente strutturata attorno alla figura suprema del sovrano. Egli diede l’impronta definitiva per

lo strutturarsi di un efficiente apparato in grado di condurre la vasta politica economica e sociale

indispensabile a creare il complesso di risorse, umane e materiali, necessarie alla nascita di una

grande potenza.

L’antica curia regis, organizzata inizialmente in dipartimenti a competenza territoriale, fu poi

strutturata secondo il principio di competenza per materia.

La nuova struttura dell’amministrazione personale del principe, fu la base istituzionale della

Policey, responsabile per la gestione dell’intera politica economica e sociale dell’assolutismo

prussiano.

Il riformismo del XVIII secolo rispose all’esigenza di maggior controllo da parte del sovrano sulla

sfera dell’antica iurisdictio, ma fu l’espressione della necessità di una definizione più precisa dei

confini istituzionali tra quelli che si erano ormai venuti sviluppando come due veri e propri settori

differenti dell’apparato statale, tra la sfera dell’antica iurisdictio, incarnata dall’apparato

dell’amministrazione giurisdizionale, e quella della moderna polizei, incarnata dall’apparato

dell’amministrazione commissariale.

Anche la nascita delle figure commissariali fu oggetto di numerosi scontri istituzionali.

I tentativi di fissare uno stabile criterio di riparto, che naturalmente implicavano una più precisa

definizione degli ambiti relativi rispettivamente alla iurisdictio e alla polizei, cominciarono già nei

primi decenni del XVIII secolo à Un parziale equilibrio fu trovato solo grazie alle riforma di Samuel

von Cocceji, il quale tentò di risolvere la questione per mezzo di un paragrafo aggiunto al

regolamento del 1748 in cui si fissava la competenza degli organi giurisdizionali. L’obiettivo

effettivo era di tracciare una netta separazione tra la sfera giudiziaria e la sfera esecutiva,

sottoponendo anche ad un controllo giudiziario l’attività degli organi autocratici. Egli riuscì

nell’impresa di definire più precisamente le linee di demarcazione tra i diversi ambiti, ma non in

quella di giuridicizzare l’amministrazione sottoponendola al controllo degli organi

dell’amministrazione giurisdizionale ordinaria.

Lo sviluppo istituzionale prussiano aveva in sostanza portato ad un elevato livello di maturazione

teorico-pratica la Polizei, favorendo al contempo l’emergere di una percezione più precisa della

sua contrapposizione rispetto alla sfera dell’antica iurisdictio à primo vero esempio di burocrazia.

CAPITOLO 2: Le radici teoriche del dispositivo poliziesco

Fu attorno alla nascita della moderna monarchia amministrativa che una concezione più

apertamente volontaristica ed assolutistica del diritto e della politica poté trovare un referente

istituzionale concreto, dando corpo a quel complesso di prerogative sovrane che si sono

condensati in nuovi apparati e nelle nascenti legislazioni di polizia.

Il termine “polizia” si impone grazie alla traduzione del termine Politia aristotelica,che insieme

all’economia e all’etica costituisce la base dell’insegnamento.

Il termine politeia designa “l’ordine complessivo della città, l’insieme delle regole e delle formule

secondo le quali ciascuno può opportunamente vivere e con gli altri convivere”.

La polis è un composto di elementi dotati di un certo equilibrio  essa dunque è un organismo

naturale, frutto della tendenza dei suoi componenti alla ricerca dell’equilibrio politico-sociale che

consenta loro non solo di vivere e sopravvivere, ma di vivere bene.

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Attraverso la mediazione dell’Aristotele scolastico la nozione di politia si traspone nelle diverse

parlate volgari assumendo un’accezione fortemente conservativa, riferita all’idea del buon ordine

della comunità.

Nella cultura medioevale, la politia si riferiva a un’attività di tutela e difesa dell’ordine giuridico e

sociale del regno che a fatica poteva essere distinta dalla nozione concorrente di iurisdictio: la

politia esprimeva ancora quella generale sottoposizione della politica al diritto che solo la nascita

delle istituzioni dell’assolutismo politico avrebbe rivoluzionato.

Il dispositivo poliziesco sarebbe stato costruito in breve attorno a due fondamentali processi

intellettuali: da un lato il processo di progressiva verwissenscaftlichung operata su una disciplina

giuridica emergente: quello ius publicum che si andava costruendo come sapere specifico dei

rapporti giuridici relativi alla persona pubblica e s’imponeva sempre più decisamente man mano

che l’istituzionalizzazione dei moderni apparati politici alimentava la coscienza dell’esistenza di

una sfera pubblica sovrana. Dall’altro la vera e propria fondazione teorica di un sapere politico-

amministrativo come guida per l’azione sovrana all’interno degli spazi, sempre più ampi, che la

dottrina dello ius publicum apriva.

Il dispositivo poliziesco è dunque all’origine una mescolanza di prudentia iuris e prudentia civilis, o

di saperi politico-giuridici e saperi politico-amministrativi. Esso nasce e si sviluppa nel quadro delle

riflessioni che la cultura politico giuridica europea effettuò attorno alle due fondamentali nozioni di

sovranità e governo.

Sovranità

Durante tutto il medioevo è la dimensione giuridica a prevalere sulla politica. Il potere sovrano è

descritto come un’istanza limitata dall’obbligo di rispettare un quadro normativo vincolante e

immutabile. Tale concezione dell’universo politico-giuridico cominciava a essere messa in crisi

dallo sviluppo pratico dell’assolutismo.

I canonisti furono i primi ad abbozzare una teoria propriamente moderna della sovranità e dei

rapporti tra potere sovrano o diritto  inserirono elementi volontaristici (dispensatio): potere da

parte dell’autorità suprema di dispensare dall’obbligo del rispetto delle norme giuridiche.

Distinzione tra potestas absoluta e potestas ordinata e tra iusta causa (principio di

giustificazione) e utilitas publica.

Iusta causa come fondamento di razionalità e legittimità, argomento posto al centro.

Abbiamo in Bracton una delle migliori testimonianze della concezione medievale del diritto e

dell’autorità sovrana come iurisdictio. Il diritto è costituito da un insieme di costumi immutabili che

il sovrano trova ed è chiamato a conservare e difendere, mentre è esplicitamente definito come

tiranno, il sovrano che non si lascia guidare dalla legge. L’idea di sovranità limitata di Bracton

possiede, secondo l’interpretazione di Mcllwan, un ambito all’interno del quale è concessa al

princeps una migliore libertà di movimento. Egli distinse del tutto analogamente due sfere

dell’attività politica: una relativa alla classica iurisdictio, l’altra relativa a ciò che viene definito

gubernaculum, nel cui ambito “nessuno, neppure il giudice, può mettere in discussione un atto

propriamente regale o può revocare in dubbio la sua legittimità”.

L’opera di Beaumonoir appare aver recepito alcune idee sulla potestas absoluta dei sovrani e i

oncetti di necessitas e utilitas publica. Il sovrano di Beaumonoir era meno vincolato al rispetto del

quadro normativo ereditato. Egli concepì la potestà legislativa come una prerogativa eccezionale

strettamente legata alla necessità, per quanto limitata dal riferimento a tali nozioni giuridiche, ciò

che iniziava a profilarsi all’orizzonte era quell’idea di potestà sovrana ab legibus soluta che

sarebbe divenuta cruciale nelle moderne formulazioni dell’assolutismo politico.

Bodin, invece, sembra affermare una potestà legislativa assoluta, ma non giunge fino al punto di

svincolarla dall’obbligo di rispettare le norme di carattere fondamentale. Il sovrano stesso è

vincolato al rispetto delle leggi divine e non può violare la sfera personale e il patrimonio dei suoi

sudditi. 8

Si può considerare Bodin come primo teorico della sovranità intesa quale potestà assoluta di

decisione nello stato d’eccezione. Egli, evidenziando chiaramente come gli spazi che sul piano di

saperi politico-giuridici erano concessi alla politica erano ormai tali perché si sviluppasse

l’esigenza di una fondazione razionale dell’azione sovrana. A quest’impresa si stavano dedicando

la dottrina della ragion di Stato e le riflessioni sulla prudentia civilis, principali manifestazioni della

nascente ratio gubernatoria.

Governo

La ratio gubernatoria si occupa di individuare la corretta modalità d’esercizio della potenza

politica.

La ratio gubernatoria moderna per potersi sviluppare pienamente implica che la legittimità del

potere sovrano sia già acquisita, che siano poste le basi per lo sviluppo materiale, concreto della

potenza politica  delineare il profilo ideale di principe in cui i regnanti concreti potessero

rispecchiarsi.

Momenti fondamentali di tale sviluppo del pensiero politico furono l’opera di Machiavelli e l’ampio

dibattito antimachiavellico che si sviluppò intorno al suo lavoro.

Accanto alla figura del principe che resta pure sempre centrale, si segnalava l’emergere del

territorio come dominio concreto, geograficamente strutturato dell’esercizio del potere.

Ragion di Stato: nell’accezione comune essa rinvia ad un insieme di schemi e di modi di pensare

la potenza politica e all’immagine della potenza politica illimitata, tipica della nascita del moderno

assolutismo politico.

L’idea di ragion di Stato è comunemente associata a tre elementi cruciali: all’emergere delle

moderne esperienze politico-istituzionali, ad una sfera d’esenzione, più o meno ampia, rispetto

all’obbligo di rispettarne il quadro giuridico dato, concessa al potere politico, alla fondazione

dall’autonomia del politico come sfera d’azione dell’autorità sovrana orientata innanzitutto alla

conservazione della sua preminenza politica.

La rottura machiavellica

Machiavelli, pur non avendola mai nominata, viene considerato l’inventore della moderna ragion

di Stato costituendo il dominio specifico della politica come ambito di riflessione e d’azione

separato da quello della morale e del diritto.

L’idea del Machiavelli non è stata tuttavia. Gaines Post, ha sostenuto che tale razionalità politica

esistesse già dal medioevo.

L’opera di Machiavelli resta sotto molti profili legata ancora all’antica tradizione degli specchi dei

principi. ,

Il Principe, resta un manuale pensato per l’istruzione dei sovrani  esso rappresentò una radicale

rottura teorica rispetto al modello degli spaecula. Machiavelli fu il primo a sottolineare con tanta

lucidità il ruolo della pura forza nella politica, spostando l’accento dal fine della conservazione

della libertà e della difesa della giustizia sul valore del mantenimento e della difesa del regno da

parte del principe  al centro degli interessi di Machiavelli vi fu la questione del mantenimento

dello Stato. Il riferimento allo stato era ancora un riferimento allo stato del principe, vale a dire

all’idea di uno status personale, del dominio su un territorio che il principe doveva essere in grado

di difendere e conservare. La politica era costituita dall’insieme dei principi di razionalità che

rendono possibile la conservazione del dominio nel quadro di una sorta di stato di necessità

permanente. A tal fine, egli non esitò ad ammettere la legittimità di qualsiasi mezzo anche violento

o in esplicita violazione delle leggi e degli accordi sottoscritti dal sovrano.

La politica era sganciata da morale e diritto nel senso che il potere politico era ormai sganciato

dalla retorica del bene comune e dell’interesse pubblico, finendo per essere ridotto all’insieme dei

mezzi che permettono al principe di proteggersi dal suo stesso popolo. È questa la profonda

rottura machiavellica rispetto a tutta la letteratura precedente. Una rottura che si manifestava nella

convinzione che non esistesse un modello di virtù e moralità universale cui conformare l’azione

principesca ma che questa dovesse essere capace di assecondare le variazioni delle circostanze

e dei tempi, in vista della sua efficacia. 9

Per Machiavelli il principe è in un rapporto di singolarità, di esteriorità e di trascendenza con il suo

principato  Il principe di Machiavelli riceve il suo principato per eredità, per acquisizione o per

conquista, in ogni caso non ne fa parte, ma mantiene una posizione di esteriorità e per questo il

rapporto resta fragile ed esposto alla minaccia esterna ed interna.

Genesi della moderna ratio gubernatoria

Attorno all’opera di Machiavelli si sviluppò un ampio dibattito antimachiavellico, che talvolta

assunse i toni si una vera e propria polemica, con l’intento di riportare la sfera della politica sotto il

controllo del diritto e della morale. Fu proprio tale dibattito antimachiavellico attorno alla vera

ragion di stato a consentire di superare la problematica del principe e porre per la prima volta

quella del governo dello Stato.

L’antica letteratura sulle arti di governo si stava trasformando da un discorso sulla ragion di Stato

nel discorso della ragione sullo Stato, vale a dire in un ragionamento sulla conoscenza da parte

del principe dei mezzi atti a incrementare le risorse e le forze dello Stato. Si stava producendo la

progressiva scomparsa dal centro della riflessione politica della questione del principe e della

conservazione della sua sempre precaria sovranità politica a vantaggio di una stabile totalità

complessa composta di diversi elementi, di diverse relazioni e diverse finalità. Al centro della

riflessione politica subentrava un nuovo oggetto di studio, lo Stato. Esso non era più costituito da

una moltitudine di individui dotati di unità giuridica e sottoposti al dominio di un’unica volontà

politica, ma cominciava ad assumere le sembianze di una stabile entità composta da una struttura

economica, sociale, politica e militare.

Prudentia civilis

L’evoluzione delle arti di governo è evidente nell’opera dell’abate Giovanni Botero, il primo a

utilizzare la formula di ragion di Stato nel titolo di un’opera, imponendola definitivamente nel

lessico politico europeo.

Botero definì lo Stato quale “dominio fermo sopra i popoli” e la ragion di Stato come “notizia dei

mezzi atti a fondare, conservare e ampliare un Dominio così fatto”.

La vera novità costituita da dall’opera di Botero consistette nel fatto che egli si fosse messo alla

ricerca di mezzi ordinari per l’esercizio e la conservazione del dominio politico. Con Botero si

verificò una sorta di passaggio “dal politico all’economico” che iniziava a porre al centro della

riflessione politica la questione della ricchezza e dell’abbondanza come strumento di potenza

politica.

Il popolo, quale soggetto della potenza politica del sovrano in Bodin e Machiavelli, iniziava con

Botero a trasformarsi in popolazione. L’argomento, che sarebbe diventato un topos del pensiero

politico-economico successivo, si basava sull’idea che non fosse la grandezza estensiva dei

domini politici a determinare la loro possanza, bensì la loro grandezza intensiva, vale a dire la

densità con cui sono popolati. La nozione di possanza rimandava all’idea della prosperità delle

attività economiche. Lo Stato su cui il sovrano doveva essere capace di esercitare il suo dominio

cominciava ad essere associato con quest’insieme di rapporti tra la vita della popolazione, la

produzione ed il territorio.

Il punto centrale della riflessione di Botero era lo Stato, ma la figura del principe non scomparve

del tutto  ciò che iniziava ad assumere preminenza era una più generale idea di prudenza civile

intesa quale conoscenza delle cose pratiche che consentono al principe di esercitare

efficacemente oltre al corretto governo di sé, anche un governo delle cose e degli uomini di cui si

compone lo Stato.

Il principe deve essere in grado anche la struttura sociale della popolazione al fine di calibrare la

sua azione politica in relazione alla diversa dinamica d’interessi che muove i diversi settori sociali.

Il tema della prudenza civilis fu sviluppato anche da Justus Lipsius. La sua opera, il Politicorum,

è idealmente scomponibile in tre momenti fondamentali: la trattazione dello Stato come istituzione

morale, la trattazione dello Stato come istituzione di comando finalizzata al mantenimento della

pace civile e sociale; la trattazione delle questioni militari relative alla potenza dello Stato. Lipsio

10

manifestò uno spiccato interesse per le questioni militari e la riforma dell’esercito  assicurare il

disciplinamento sociale necessario al mantenimento di un’ordinata vita civile.

Importanze dell’auctoritas  forma di comando che dev’essere severo, costante e concentrato

nelle mani del principe, dipende della potenza del comando (ricchezza e forza delle armi a

disposizione del sovrano) e dai costumi del sovrano stesso, dai quali dipende l’opinione che il

popolo ha del suo sovrano.

Importanza del concetto di disciplina, articolato in exercitium, ordo, coercio et exempla quali

capisaldi per la riforma dell’apparato militar-burocratico.

Con Botero e Lipsio abbiamo l’embrione teorico di ciò che sarà la moderna arte di governo intesa

quale capacità politica di inquadrare le pulsioni individuali in direzione del perseguimento di uno

scopo politico comune, che è quello, per usare le parole di Lipsio, della commoditas, securitas,

salus. Abbondanza, sicurezza, salute, sono fini politici cui sarà possibile attendere anche grazie al

moltiplicarsi della capacità di far presa sulla sfera sociale che corre parallela alla nascita delle

moderne istituzioni burocratico-militari, veicolo della profonda rivoluzione economico sociale che

conoscerà l’Europa moderna.

CAPITOLO 3: Scienza di Polizia

L’idea di bonum commune costituiva un concetto propriamente politico, che apriva la strada alla

maturazione delle riflessioni sulla condotta della cosa pubblica e sull’arte di governo.

Il dispositivo poliziesco si costituirà sin dal principio come discorso sul buon governo, o la buona

polizia, intesa come sviluppo di una ratio tesa ad orientare l’azione sovrana nell’esercizio delle sue

prerogative. Sarà a partire da questo riferimento alla buona polizia che si svilupperà la traiettoria

evolutiva della moderna ratio gubernatoria, vale a dire il passaggio progressivo dall’idea del

governo degli uomini, all’idea di governo dello Stato, del territorio e della popolazione come

complesso di risorse materiali ed umane da amministrare.

Le prime manifestazioni del concetto di “polizia”, furono legate in tutta Europa alla sfera del

governo locale e, in particolare, alla sfera del governo cittadino. Esse si riferivano a quel

complesso di regole e discipline essenziali per lo svolgimento della vita economica che andava

sviluppandosi nei centri mercantili basso-medievali; si riferivano alla necessità di governare un

complesso di attività economico-sociali ormai radicalmente differenti rispetto all’antica economia

naturale di sussistenza che caratterizzava il paessaggio agrario europeo.

A partire dal basso medioevo le attività che possono essere fatte rientrare all’interno della sfera

semantica del concetto di “polizia”, intesa come idea generale di governo della società, sono già

ben delineate: polizia del territorio, polizia economica e polizia della popolazione.

Esse pur cominciando a delineare per le autorità un profilo funzionale già diverso della semplice

difesa degli ordinamenti, restavano ancora imbrigliate nella nozione più tradizionale, aristotelica, di

“polizia”, basata sull’idea che la politeia o politia non fosse altro che il mero mantenimento

dell’ordinamento sociale che consente la sopravvivenza della polis stessa.

Solo con lo sviluppo dell’assolutismo politico che potrà svilupparsi pienamente un’idea dinamica

della polizia  polizia dal verbo policer: governare o reggere.

Police e policy. La tradizione anglosassone

La storia della polizia in Inghilterra è la storia di un particolare strumento di prevenzione e

repressione della criminalità.

Il termine police indica quella parte dell’organizzazione sociale che si occupa del mantenimento

dell’ordine pubblico, o della prevenzione e repressione dei reati.

Durante il regno dei Tudors crebbero le attività commerciali ed i produttori divennero un potere

riconosciuto all’interno dello Stato, l’orizzonte della polizia si allargò; nuovi interessi suscitavano di

protezione, nuove leggi e regolamenti dovettero essere create ed applicate. Questo complesso di

nuove discipline e regolamentazioni concretizzò una vera e propria commercial police, cui si

11

aggiunse quella che potrebbe essere considerata una social police, la imponeva alla popolazione

“cosa doveva mangiare, come doveva vestire ed il numero di ore da dedicare al lavoro”.

Il grande sviluppo dell’opera riformista durante tutta l’epoca Tudor deve molto al ruolo di consiglieri

del sovrano svolto da quegli umanisti che, nel loro lavoro intellettuale, stavano sviluppando le

nozioni teoriche di pollicie e common weal.

Il movimento dei commonwealthmen fu composto da un insieme di pensatori, riformatori e uomini

politici che nel corso della loro attività politica ed intellettuale si trovarono ad affrontare i principali

problemi economico-sociali dell’Inghilterra Tudor.

La stagione della filosofia politico-sociale umanistica inglese viene comunemente fatta cominciare

già prima dell’epoca di Cromwell, in cui vi fu un forte incentivo per la produzione intellettuale, con

l’opera di More  L’Utopia fu il primo contributo in cui il tema del benessere e della prosperità

della nazione, furono trattate sistematicamente ed estensivamente.

È Thomas Elyot ad essere considerato il primo e più influente apostolo dell’umanesimo politico in

Inghilterra.

Thomas Starkey utilizza l’idea di “polizia” e “prudenza principesca” come strumenti per realizzare

il perfetto commonweal  “la moltitudine del popolo e il corpo politico sono in salute e forti laddove

vi è il vero ed autentico benessere comune, vi è il più perfetto e prosperoso stato che in ogni

paese, città o villaggio può essere stabilito per mezzo di saggezza e polizia”. L’idea di police è

infatti strettamente associata a quella di justice ed il sovrano è esplicitamente chiamato a

conservare e difendere dalla corruzione la good polyci del regno.

Cromwell  padre del primo sistematico programma di riforme sociali ed economiche.

L’opera Discourse of the commonweal of this Realm of England di Thomas Smith, fu uno dei primi

trattati europei a inaugurare una riflessione teorica sistematica sulle materie economico-sociali 

Smith affermava d’intendere il suo lavoro come parte della filosofia pratica a cui appartengono

tutte le considerazioni su come una città e un regno debbano essere ordinati e governati, vale a

dire la materia della “policy or good governement of a commonweal”.

Anche Smith condivise il motivo della critica alla natura egoistica dell’uomo e allo spiccato

individualismo che caratterizzava il suo tempo, infatti egli tentò di individuare i mezzi per convertire

al benessere della comunità la tendenza egoistica degli individui. La bramosia e il desiderio di

profitto sono una forza morale che, piuttosto che pretendere di eliminare, il governo può

opportunamente canalizzare e indirizzare. L’uomo deve essere “stimolato attraverso aspettative di

guadagno”  lo stesso individualismo può volgersi al pubblico profitto.

Smith rinunciava a richiamarsi all’idea del buon antico ordine da preservare, poiché credeva che la

via del divieto e della proibizione potesse essere dannosa per la ricchezza e il benessere della

nazione. Ciò che Smith delineò fu una chiara idea del ruolo di direzione e regolazione sociale,

affidata alle agenzie governative, le quali avrebbero dovuto assicurare che la natura del processo

economico fosse volto al pubblico beneficio. Per la prima volta veniva affermato l’ideale di

un’antropologia individualistica  la ricerca del profitto personale, qualora indirizzato, potesse

portare vantaggi all’intera comunità.

Smith aveva tracciato un sistematico programma di politica economica basato sull’utilizzo di

strumenti legislativi e amministrativi in grado di agire come incentivo e disincentivo per favorire il

mantenimento dell’equilibrio economico-sociale sperato.

Good Policy e Common Weal dipendevano dal governo del sovrano.

Ascesa la trono degli Stuart  tentarono di spostare l’equilibrio istituzionale che i Tudor erano

riusciti a mantenere tra i diversi apparati dello Stato in favore dei poteri monarchici. Gli Stuart

tentarono di ampliare la loro potestà legislativa, fiscale e di controllo sull’attività delle corti ordinarie

oltre i limiti imposti dal precedente assetto costituzionale. La dottrina degli Stuart muoveva

dall’assunto classico che fosse possibile distinguere tra potestà assoluta e potestà ordinata;

tuttavia, essi tendevano ad estendere oltre misura la prima sulla base dell’idea che il sovrano

fosse dotato di un potere di natura patriarcale rispetto alla cura del benessere dei suoi sudditi.

Filmer mosse dall’idea che la società politica fosse un’evoluzione della società naturale

rappresentata dalla famiglia. 12

Bodin afferma che il sovrano era considerato il supremo interprete e tutore del benessere

collettivo e ciò lo poneva al di sopra delle leggi.

Al centro del conflitto costituzionale vi era la questione della pretesa sovrana di gestire

autonomamente le leve della politica economica e fiscale del regno.

Durante il XVII secolo cominciò ad essere seriamente messa in questione non solo la legittimità

degli interventi sovrani in vista della difesa del commonwealth, ma la stessa nozione di “bene

comune”.

Il benessere pubblico non era più semplicemente contrapposto all’interesse privato, ma era

adesso individuato nella possibilità che ciascun individuo aveva di perseguire liberamente i suoi

interessi personali.

Coke: è considerato il dì fondatore della tradizione moderna del Common Law, a cui dedicò le sue

opere. Coke gettò le basi per rendere il common law più rispettoso delle libertà individuali e più

adatto ai bisogni di una società economica sempre più caratterizzata dall’attività commerciale.

Il pensiero politico-giuridico inglese del XVII secolo segnò un momento decisivo verso

l’affermazione dell’idea di libertà individuale e delle limitazioni da imporre al potere sovrano. Per

quanto assoluto, il potere sovrano non poteva più arrogarsi il diritto di invadere la sfera privata in

vista del perseguimento del bene comune, ma doveva solo descriversi come garante della

sicurezza delle prerogative individuali. Anche Hobbes fa riferimento alla sola nozione di

“sicurezza” quale fondamento del potere politico.

Il “mercato” non era un’istituzione o una creazione dell’autorità centrale, ma era un’entità naturale

impersonale composta dai singoli movimenti degli agenti individuali alla ricerca del loro profitto

personale.

È la libera dinamica degli egoismi personali a favorire il benessere comune ed incrementare la

ricchezza della nazione.

Le crisi politiche del XVII secolo e la progressiva incapacità del potere sovrano di sviluppare un

dettagliato programma di controllo della vita economica e sociale del regno, consentirono lo

sviluppo di una prima vera e propria forma di liberismo economico.

Con la sconfitta dell’assolutismo politico in Inghilterra sarebbero venuti a mancare gli spazi

istituzionali e teorici per lo sviluppo del concetto di polizia: lo sviluppo istituzionale inglese ha

impedito che la policy evolvesse nel senso di esprimere un’idea generale di politica interna

condotta da apparati burocratici centralizzati; ha atrofizzato il termine policy e l’idea correlativa di

una polizia del benessere cui doveva farsi carico il sovrano, vincolando tuttavia il termine police a

quello della polizia di sicurezza, tipico del pensiero liberale moderno.

Police. La tradizione francese

In Francia è stata la figura del Luogotenente di polizia per la città di Parigi ad attirare a lungo

l’attenzione degli storici, oscurando per certi versi il significato istituzionale e sociale più ampio che

la nozione di police ha avuto tra medioevo ed età moderna.

Tutte le magistrature ordinarie si videro progressivamente attribuita una generale competenza in

materia di police, relativa alla gestione di tutto ciò che concerneva la vita materiale e morale

dell’ambito territoriale di loro competenza.

Sino all’età moderna il termine police denota ancora l’intero ambito di quella generale attività di

cura e mantenimento dell’ordine della comunità affidata tanto agli ufficiali dell’amministrazione

giurisdizionale regia che agli organi cittadini e alle corporazioni delle arti e dei mestieri. Il legame

tra justice e police durante tutta l’epoca rinascimentale è strettissimo. La concezione della police

rimandava all’immagine aristotelica della struttura gerarchica e dell’ordine cetuale della società

che il sovrano aveva il compito di preservare e rispettare.

I mutamenti all’interno della sfera semantica del termine-concetto police cominceranno solo con

l’evo moderno  il concetto di police si distacca da quello di justice.

Tale evoluzione cominciò attorno all’enuclearsi di alcuni dei concetti fondamentali della futura

scienza giuspubblicistica, quali quello di commun purfit (utilitas pubblica), o ancora la classica

nozione di nécessité. Fu grazie all’elaborazione effettuata dalla scienza politico-giuridica moderna

attorno a tali concetti che poté svilupparsi l’idea embrionale di uno ius publicum, o ius politiae,

13

come ambito dell’ordinamento giuridico in cui l’interesse pubblico assume rilevanza preminente su

quello privato.

Lo sviluppo di tale vasta attività legislativa costituì il terreno pratico per la fioritura teorica della

specificità della potestà legislativa ed amministrativa del sovrano. Una fioritura che avvenne

proprio all’ombra del concetto di police. Il termine cominciò ad essere adottato sistematicamente

dalle varie ordinanze sovrane, sotto la forma del riferimento alla police et bon gouvernement,

finendo per diventare uno dei termini più tipici della cancelleria principesca ed una delle nozioni

fondamentali dei primi trattati politico-giuridici sul potere sovrano, a cominciare dalla République di

Jean Bodin.

Nella République il termine police oscilla tra differenti significati. Esso indica l’idea del buon ordine

cui ogni sovrano deve tendere, oppure, il termine police sembra indicare la condotta della cosa

pubblica in senso lato. Jean Bodin rifiuta la divisione tra politica ed economia. La repubblica ben

ordinata è il frutto del buon governo effettuato dal sovrano cui Bodin attribuisce la titolarità della

police. Grande importanza è attribuita ai corpi intermedi, titolari delle funzioni di police in ambito

territoriale di competenza.

La critica dell’ordine scolastico delle scienze pratiche serve a Bodin per fondare il potere assoluto

del sovrano, mentre il riferimento alla police pare rimandare ancora all’idea di tutela e difesa del

buon ordine antico della società per ceti la cui armonia, il sovrano è tenuto a preservare.

Sotto un altro profilo, la police esprime in Bodin il riferimento alla concreta attività di governo cui

sono chiamati gli ufficiali regi. Nella République il titolare esclusivo della conduzione della cosa

pubblica è il sovrano, il quale può delegare l’esecuzione dei suoi provvedimenti a degli ufficiali da

lui nominati. Nella République, la police, tende ad essere assimilata alla potestà legislativa. Tale

potestà spetta, in via esclusiva al sovrano, ma questa può delegare ai suoi ufficiali una più

specifica potestà regolamentare in vista dell’interpretazione e dell’adattamento al caso concreto

delle ordonnances emanate dal sovrano. Charles Loyseau, identifica la police con una potestà

regolamentare gerarchicamente articolata tra potere d’ordinanza generale del sovrano e potestà

edittale concreta dei singoli magistrati e distinguendo tra policee generale et particulière. Tuttavia

in quest’ultimo abbiamo già un’idea più esplicitamente attiva delle funzioni dell’autorità pubblica il

cui obiettivo deve essere, più che la semplice difesa e protezione dell’ordine, “l’accroissement de

l’Etat”. A tal fine egli formalizza un vero e proprio ius politiae per gli ufficiali regi, definendolo come

il potere di creare dei regolamenti particolari per tutti i cittadini del loro distretto e territorio.

Claude Fleury: definiva la police come l’insieme dei regolamenti particolari che concernono le

cose più necessarie alla vita ed ai commerci degli uomini che non posso essere compresi sotto

una legge generale.

Nel 1666 fu convocato il consiglio da cui sarebbe scaturito il luogotenente generale di polizia.

Fu solo grazie a tale precisazione istituzionale che la police trovò un preliminare inquadramento

teorico  Vennero definite le funzioni della police (assicurare la tranquillità pubblica e dei singoli) e

separate da quelle della giustizia.

L’istituzionalizzazione progressiva delle magistrature e delle funzioni di polizia poneva l’esigenza

di sviluppare anche le tecniche concrete per l’amministrazione della cosa pubblica ed il governo

della vita economica e sociale del regno. Il XVIII secolo conoscerà solo tentativi di una scienza di

polizia.

Il Traité di Delamare, cominciato come raccolta e compilazione di resti normativi, si trasformò.

Egli, nel muovere verso le analisi delle materie afferenti alla legislazione di polizia tentò di

abbozzare i profili essenziali di una scienza di polizia, l’impresa di fondazione teorica cominciò

da una preliminare definizione della natura della polizia, effettuata tentando di distinguere

quest’ultima dal punto di vista funzionale rispetto alla justice. Delamare dichiarò di riconoscere una

“divisione” perfettamente marcata tra “due tipi di funzioni”, i “loro fini” ed il “loro esercizio”: l’una

“concernente gli affari e gli interessi dei singoli e l’altra che non ha per oggetto che il servizio del re

ed il bene pubblico”. 14

La funzione essenziale della polizia era rintracciata da Delamare “nel condurre l’uomo alla più

perfetta felicità” al più perfetto benessere, il quale era a sua volta era fatto dipendere da tre tipi

differenti di bene:

• il bene dell’anima: attraverso la disciplina della vita religiosa e dei costumi

• il bene del corpo: attraverso il controllo sanitario, la gestione degli approvvigionamenti,

dell’alloggiamento e della sicurezza, tranquillità e buono stato degli spazi pubblici

• Il bene delle fortune: attraverso il controllo esercitato sulle attività produttive e commerciali

La funzione della polizia è quella di rendere la vita innanzitutto buona, nel senso di conforme ai

precetti religiosi, morali ed ai buoni costumi; in secondo luogo di “conservarla”, sotto il profilo più

strettamente biologico, relativo alla sussistenza ed alla salute fisica degli individui; ed infine di

renderla “comoda” e “gradevole”, prendendosi cura del miglioramento della viabilità, dei commerci,

delle arti.

Ciò che anche in Francia comincia a delinearsi dalla fine del XVII secolo è l’esigenza di definire

con più precisione i confini tra iurisdictio e police.

Scontro fra antiche magistrature e nuovi luogotenenti di polizia.

Policey. La tradizione tedesca

In area tedesca il concetto di “polizia” emerge seguendo un percorso analogo a quello della police,

enucleandosi cioè a partire dall’esperienza delle città mercantili basso-medievali, a contatto con

esigenze di governo del territorio, della produzione e della popolazione. Il termine emerge in

Germania nella seconda metà del XV secolo. L’utilizzazione del termine “polizia” si diffonde in

stretta connessione con lo sviluppo di un quadro politico più stabile in tutta l’Europa centrale e,

con la proclamazione della pace universale perpetua del 1495. Il termine “polizia” veniva utilizzato

proprio per esprimere l’idea di tale generale competenza, in senso lato giurisdizionale, votata al

mantenimento della pace e della sicurezza all’interno del territorio che i signori territoriali si

vedevano attribuire.

Lo sviluppo del termine in tale accezione fu rinforzato dal cristallizzarsi delle istituzioni imperiali

con la prima età moderna e, penetrò anche nel linguaggio giuridico-politico dei singoli territori per

esprimere l’idea delle funzioni pubbliche nel loro complesso.

La politeia o politia esprimeva l’idea della conduzione del buon ordine di una collettività, “l’armonia

regnante tra il principe ed i ceti” o l’insieme dei mezzi o delle regole atte a mantenere tale buon

ordine.”

La nozione di Policey accompagna la nascita stessa, a partire dalla struttura politica imperiale,

dello Stato territoriale moderno in area tedesca. Essa esprime l’emergere di una vera e propria

nuova forza politica sovrana in grado di scompaginare interamente l’antico quadro istituzionale

imperiale.

Attorno al concetto di polizia ruotava tutto lo sviluppo del pensiero politico in area tedesca  La

policey prende a designare l’intera sfera della politica interna nella quale emergeva la competenza

dell’autorità principesca e il ruolo di istanza regolatrice della vita sociale.

Nacque dunque un nuovo apparato commissariale che soppiantò progressivamente il vecchio

apparato dell’amministrazione giurisdizionale. Tale apparato fu chiamato sempre più

insistentemente ad applicare e rendere effettiva la vasta legislazione di polizia che si stava

sviluppando. La Landespolizeiordnungen era il nome di tale apparato, manifestazione concreta

della ius politae, concetto giuridico-politico chiave per mezzo del quale i principi territoriali

riuscirono a sottrarre progressivamente la sfera della potestas sovrana al sindacato delle

istituzioni dell’antico Stato giurisdizionale. Il potere di polizia, di cui dispone il principe, si evolve a

potere statale, intollerante di qualsiasi resistenza od opposizione.

La tradizione giusnaturalista tedesca fu caratterizzata da una concezione del tutto particolare dei

vincoli cui il principe doveva attenersi nell’esercizio del suo ius politiae, dato che si arrivava fino al

punto di teorizzare una vera e propria culpa in omittendo, qualora l’autorità avesse omesso di

procurare il benessere della nazione.

Christian Wolff, rappresenta il filosofo del Polizeistat per eccellenza.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze per l'investigazione e la sicurezza (NARNI)
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Natascia.9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della sicurezza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Federici Maria Caterina.

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