LA SICUREZZA UMANA: UN PARADIGMA SOCIOLOGICO
Studiare le scienze sociali contribuisce a comprendere l’agire umano, mettere in sicurezza la stessa
azione sociale. Conoscere l’anima umana e il perché essa nasce e si mette in opera è fondamentale
per capire la realtà che ci circonda. L’essere umano agisce sulla spinta del desiderio, del sentimento,
dell’impulso, dell’istinto. La civiltà ci impone di dare una spiegazione razionale al nostro agire, di
camuffare il perché agiamo e come agiamo. Capirne i fondamenti è la base per mettere in sicurezza la
comunità umana. Il paradigma sociologico della sicurezza non si basa sulla mera repressione e sul
semplice controllo bensì sulla spiegazione dell’azione sociale e sulla costruzione della fiducia, vero
collante della comunità umana, fiducia come aspettativa non delusa, come rispetto dell’altro. Se la
fiducia è suddita dell’interesse diventa facilmente diffidenza, se la fiducia risponde alle aspettative di
ruolo, anche dal punto di vista valoriale, è un potente collante comunitario.
Non esistono fatti ma solo interpretazioni. L’osservazione è una manifestazione del mondo che
accade con l’esistenza dell’uomo, come nella fenomenologia di Husserl per il quale la verità è tutto ma
anche solo ciò che è osservabile, manifesto, sperimentabile. Pertanto non è possibile che in “verità”
venga affermato qualcosa che non è osservato. La realtà di cui c’è scienza, che esiste
indipendentemente dagli individui, è più ampia della realtà fenomenologica dei filosofi. Idealismo e
realismo riconoscono che la natura esiste indipendentemente dalle singole realtà individuali. La
scienza, come dimostrava Durkheim, è realista e si fonda sull’osservazione: ciò di cui abbiamo
scienza non può essere diversamente. Quando siamo fuori dall’osservazione rimane nascosta
l’esistenza dei fenomeni.
La tesi di Nietzsche che non esistono fatti ma soltanto interpretazioni non va considerata in senso
assoluto. Anche Nietzsche riconosce che il tempo, la storia esistono e con essi i fatti anche violenti
che sono parte della storia umana. I fatti violenti e le guerre che permangono nella società
contemporanea costituiscono un aspetto del nostro tempo che dimostra come l’essere umano non è
intrinsecamente violento come sostiene Hobbes né intrinsecamente buono, come scriveva Rousseau.
Chi si occupa di sicurezza deve essere realista, occuparsi dei fenomeni reali con una concezione
vagamente kantiana secondo la quale la verità coincide con ciò che è conoscibile in condizioni
epistemiche ideali, concezione che subordina la realtà alla sua conoscibilità da parte dell’osservatore.
Se non conosco il fatto, se non ho elementi concreti dell’avvenuto fatto, come posso mettere il
contesto in sicurezza? Tuttavia si deve anche prevenire ed evitare che il fatto deviante avvenga e
generi o accresca l’insicurezza o la pericolosità del male. I fatti sociali dipendono in larga misura dalle
nostre pratiche ma anche dalle costruzioni sociali.
Hobbes indagava la natura umana nella sua concretezza, nella cupidigia e nell’invidia, nell’ostilità e
nella paura, nella menzogna e nel tradimento, nella violenza e nel sopruso, sentimenti innati che si
originano dal bisogno di prevalere sull’altro. Il Leviatano fu pubblicato nel 1651 un periodo storico in
cui l’Europa, con la pace di Westfalia ha messo fine a decenni di guerre civili e religiose. L’opera
esprime l’esigenza di un profondo rinnovamento delle istituzioni che venivano permeati da una visione
del mondo teologica e feudale. Hobbes è consapevole dell’esigenza di modificare i fondamenti della
legittimazione ma, al tempo stesso, del disordine insito nella natura umana. Per operare tale
mutamento, bisogna contrarre un patto tra gli esseri umani per rendere la vita più sicura e meno
violenta. Questo patto si configura come l’origine dello Stato moderno e del legame sociale. Ma con
questa operazione che garantirebbe la pace si riducono gli altri diritti.
Il Leviatano, mostro barocco, si configura come una potenza minacciata dalle forze della storia.
Lo Stato che si forma da questo contatto, può controllare e ritardare il conflitto ma non debellarlo per
sempre. In questo clima di pensiero, Hobbes aveva immaginato che il disordine naturale potesse
essere sostituito dalle certezze dell’ordine della legge creato dalla ragione, ma difficilmente, la storia
dimostra, si può contenere la natura umana in forma legale, giuridica totalmente. Il diritto non può
essere solo ragione, non può ignorare le emozioni. Le emozioni sono un tema importante. Nussbaum
è impegnata in una riflessione sulla possibilità di realizzare una società giusta, capace di garantire a
tutti uguale libertà e dignità. A suo giudizio questo presuppone un’approfondita analisi della natura
umana, pertanto il suo interesse si è appuntato sulle emozioni. L’attore sociale per essere compreso e
per comprendere la relazione non può affidarsi soltanto alla ragione. È necessaria l’intelligenza delle
emozioni.
La vita sociale nasconde l’azione umana. E a volte questo irrompe nei comportamenti umani, con
violenza o semplicemente con forza rivelando le paure, le contraddizioni, le ambivalente che
sottendono l’agire umano. La vita stessa è impossibile senza un certo grado di violenza. Gli individui
tendono a imitare il comportamento degli altri per una suggestione rafforzata dalla numerosità dei
comportamenti messi in essere.
Sentimenti, impulsi, istinti si esprimono all’interno di una trama di significati che sfuggono al controllo
sociale e individuale. I nostri sentimenti, i nostri impulsi, i nostri istinti si scontrano con la resistenza
che gli altri oppongono, con le aspettative degli altri, con la realtà del mondo così com’è, ed anche con
la materialità del nostro corpo, con gli usi, i costumi, le norme della comunità in cui viviamo. I codici
culturali ci spingono all’uniformità. Le azioni umane sono connotate da coloriture non logiche, non
razionali, affettive. Da un lato Cartesio ha tentato di dimostrare che la forza nell’essere umano sta nel
vincere le emozioni e fermare i gesti che le accompagnano, dall’altro Nietzsche sostenne che le
emozioni non si possono controllare perché radici del nostro agire, e Hume, aveva scritto che la
ragione è e deve essere schiava delle passioni.
La violenza tocca le corde dell’emotività più profonda. La violenza, definita irrazionale a fronte di una
presunta razionalità dell’essere umano, si esprime come un impulso individuale o sociale a
distruggere, oltre la sfera del bene e del male, come un mezzo più che come un fine. La violenza
strumentalizza il destinatario: lo opprime, lo uccide, lo piega, lo emargina negandogli il valore di
persona, valore che è alla base della convivenza sociale.
Ogni problema di sicurezza pone il quesito di come prendere precauzioni e prevenire i rischi. La
strategia più antica e recente concerne l’intelligence, un processo culturale, sociale, politico, militare
ma soprattutto metodologico indispensabile per gli stati e i sistemi politici che si intreccia con gli
strumenti politici e le ideologie, il segreto e la legge, la tecnologia e le emozioni, le problematiche
nuove e mutanti in profonda evoluzione, componente decisiva degli affari interni e della sicurezza
degli stati postmoderni.
Il termine inglese si può tradurre in italiano con “intelligenza”, intesa come conoscenza d’informazioni
o con spionaggio. Potremmo definirla come l’insieme delle attività finalizzate all’acquisizione
d’informazioni rilevanti per la sicurezza dello stato.
Le attività di polizia negli stati di diritto sono svolte in modo aperto e sono atte ad acquisire elementi
oggettivi, secondo procedure ben formalizzate da impegnare nella repressione. Le attività informative,
al contrario, oltre a non avere effetti giudiziari diretti, sono generalmente svolte in maniera celata,
ignorando le consuete rigide strutture del procedimento penale, per una maggiore elasticità di azione,
con i risultati diversi e più ampi della semplice repressione. Il loro scopo è quello di fornire al decisore
politico tutti gli elementi indispensabili allo svolgimento di operazioni speciali per la tutela della
sicurezza nazionale, e per reprimere e contrastare lo spionaggio avversario.
L’investigatore opera per garantire e ripristinare l’ordinamento giuridico violato, l’intelligence tramite
l’acquisizione d’informazione su eventuali minacce verso lo Stato, ha come obiettivo la sicurezza.
L’intelligence può essere messa in relazione con le forze armate più che con quelle di polizia, perché
è rivolta a prevenire più che a reprimere. I sistemi di intelligence sono dunque strumenti, mezzi che
permettono di conoscere e valutare le debolezze di uno stato, al fine di tutelarne la sicurezza, utili
quanto pericolosi, operativi da tempi antiche e che si evolvono con la società stessa e con i suoi mezzi
tecnici. Fino alla Rivoluzione francese i Servizi di Sicurezza furono caratterizzati dal limitato livello
organizzativo e dalla provvisorietà dei collegamenti. Fu Napoleone a organizzare i Servizi di Sicurezza
con una struttura analoga a quella dell’esercito con quadri permanenti, fonti e organismi di
collegamento. Durante le guerre si realizzarono grandi sintesi d’esperienze di intelligence. Tuttavia,
l’intelligence non è presente soltanto nella storia delle guerre bensì anche semplicemente nella storia
delle azioni umane. I Fenici, popolo di naviganti e commercianti, avevano informatori civili infiltrati in
ogni nazione, a riprova di quanto lo spionaggio civile si configuri importante per capire i segreti
industriali e le strategie commerciali e finanziarie dei nemici e alleati, concorrenti commerciali. È molto
complicato separare l’intelligence civile da quella militare, poiché ogni elemento delle società umane si
connette con altri elementi che meritano di essere presi in considerazione per un’analisi accurata degli
scenari.
Il sistema politico odierno non più internazionale, ma post-internazionale è turbolento, con una
fondamentale caratteristica: l’incertezza. Il sistema internazionale coevolve con la società. Esso è
comprensibile soltanto adottando un approccio sistemico, od olistico, al dai là di approcci lineare di
tipo cartesiano, che rispondono alla logica causa-effetto e non contribuiscono alla comprensione dei
problemi. Gli eventi inaspettati diventano comuni, le anomalie sono normali ed incidenti minori danno
luogo a conseguenze spropositate. Nei sistemi complessi, infatti, le interazioni non possono essere
previste a partire dall’azione separata dei diversi fattori e le strategie dipendono dalle strategie degli
altri. L’unico modo per dominare il mutamento e vincere la turbolenze è la capacità di apprendere e di
adattarsi alle nuove situazioni, attraverso capacità di analisi, d’intelligence, di previsione e di
pianificazione/programmazione, capacità di analisi strategica.
Il principio causale è entrato in crisi; la determinazione causale non costituisce che un modo fra i tanti
utili a determinare una giusta decisioni. Tra questi modi tre sono i prioritari: l’interazione (o
connessione casuale reciproca, o interdipendenza funzionale), la determinazione statistica (del
risultato finale ad opera dell’azione congiunta di entità indipendenti), la determinazione strutturale od
olistica (delle parti come effetto dell’intero). E tutte mettono in risalto l’aspetto della probabilità, ovvero
la negazione della causalità di stampo cartesiano e l’affermazione del principio sistemico. Solo
l’approccio sistemico, infatti, è in grado di farci comprendere il quadro entro cui si sviluppa ogni
problema e dove ogni soluzione deve essere perseguita anche facendo ricorso alla teoria del caos e
della complessità: la complessità è ordine.
Il comportamento dei sistemi caotici appare casuale, ma in realtà è assolutamente deterministico nel
senso che la loro dinamica futura è definita dalle condizioni iniziali. Il caso è solo un nome che diamo
a ciò che non conosciamo. Però, le complessità cui danno luogo i processi ostacolano la prevedibilità
dei loro esiti, per cui possono comportarsi in modo complicato. Non possiamo pensare quindi di
analizzare un sistema complesso come quello del mondo nell’era della globalizzazione con un
semplice sistema lineare cartesiano ma è necessario fare riferimento ad un sistema che tenga conto
dell’interazione tra sistemi. Le leggi così ottenute saranno leggi condizionali e probabilistiche, non
leggi assolute. Una prospettiva che si basi sulla complessità interpreta i sistemi sociali come
costantemente in fase di mutamento anche nella permanenza. Quanto più è complesso un sistema,
tanto più sono le perturbazioni, i disturbi che minacciano la stabilità sistemica. È l’effetto farfalla che
rende una previsione esatta impossibile. L’unica forma di controllo che può essere esercitata sui
sistemi (considerando che sono sistemi aperti: i loro sottosistemi sono in relazione interna fra loro, non
in relazione esterna) è di tipo macroscopico e non microscopico. Fino a pochi anni fa l’intelligence
mirava a conoscere le capacità dell’avversario, i suoi fattori materiali di potenza. L’oggi richiede di
cercare di conoscere la storia, la cultura, la psicologia, le intenzionalità dell’altro. È cambiata la natura
dei pericoli e delle minacce. Il target avversario è spesso invisibile, la sua struttura, prodotto dei
processi di globalizzazione, è ormai reticolare ed ubiqua. La selezione delle contromisure dipende
dalla velocità con la quale i pericoli e le minacce vengono identificati e la scelta delle strategia più
opportune da adottare dipende dalla valutazione delle sue probabili conseguenze su diversi piani. Non
si ha intelligence senza previsione, e previsione senza intelligence. Le sconfitte dell’intelligence sono
dovute talvolta ad un’insufficiente conoscenza della storia, cultura e scenari sociali delle aree
geopolitiche e geostrategiche osservate. Il processo d’intelligence si sviluppa in tre fasi distinte e
complementari: fase della descrizione, fase della spiegazione e fase della previsione. L’obiettivo
dell’intelligence, come quello della scienza, consiste nel cercare di prevedere gli andamenti e le
tendenze future al fine di controllare l’ambiente fisico e sociale. Mentre la scienza opera con approccio
nomotetico e cerca di arrivare ad una regola generale ed universale, l’analisi d’intelligence deve
avvalersi di un approccio idiografico, analitico, con un focus mirato alla conoscenza del particolare.
La sicurezza nazionale è un concetto che si riferisce all’idea di nazione non intesa in termini
meramente etnici di nazionalità ma nel senso più ampio di difesa dello Stato come centro d’interessi
politici, economici, sociali e culturali di una larga comunità comprendente diverse regioni. Il bisogno
dello Stato di dotarsi di apparati d’intelligence nasce pertanto dall’evidenza che il possesso
d’informazioni, e il loro controllo, sono fattori di sicurezza.
I mutamenti determinano un senso di insicurezza. L’attenzione ai rischi e alle minacce è un fenomeno
tipico del periodo post seconda guerra mondiale, originatesi dal timore di una guerra nucleare poi
allargatesi alla paura per la minaccia ambientale in genere oltre che atomica. L’analisi della minaccia è
essenziale per predisporre la sicurezza del sistema, per assegnare obiettivi e compiti alle strutture
d’intelligence, controinformativa e difensiva, e per individuare le aree d’interesse per le attività di
ricerca e di spionaggio avversarie. Le minacce alla sovranità dello Stato costituiscono pericoli vari,
attuali o potenziali, che si possono sintetizzare in tre tipologie: minaccia alla sicurezza del territorio;
minaccia alla stabilità dello Stato; minaccia agli interessi nazionali.
La classica forma di minaccia è quella alla sicurezza del territorio. Il territorio ha sempre presentato il
motivo del contendere fra Stati, dalle guerre dinastiche alle espansioni coloniali e di conquista. La
strategia era quella militare o della guerra classica in cui eserciti avversari si scontravano per avere il
controllo ed il dominio di determinati territori. Nel nuovo scenario internazionale è stato necessario
elaborare nuovi concetti di guerra legati al mondo dell’informatica e delle nuove tecnologie.
La cosiddetta minaccia “non ortodossa” indica situazioni aventi valenza interna oppure provenienti
dall’esterno di un Paese ma comunque finalizzate a sovvertire l’ordinamento politico e giuridico.
Terza forma è la minaccia agli interessi nazionali sostanziata nella minaccia economia.
Le ultime due forme di attacco allo Stato, minaccia non ortodossa e minaccia economia, costituiscono
quella che può essere definita guerra surrogata, condotta sulla base di strategie offensive: spionaggio,
sabotaggio, terrorismo, guerriglia, disinformazione, per la prima, e traffici illegali, trasferimenti di
tecnologia, penetrazione economica, per la seconda.
Identificate le varie minacce, si può definire il potenziale difensivo dello stato, inteso come l’insieme
delle risorse, delle capacità produttive, dell’organizzazione e delle potenzialità spirituali e immateriali di
una nazione.
Obiettivi di potenziali minacce sono le fabbriche, i centri di produzioni, le fonti energetiche, industriali,
minerarie ed agricole, le potenzialità intellettuali, cultural
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Sociologia, prof. Federici, libro consigliato La sicurezza umana: un paradigma sociologico, Federic…
-
Riassunto esame sociologia, prof. Federici, libro consigliato Dove fondano le libertà dell'uomo
-
Riassunto esame Sociologia, prof. Federici, libro consigliato La folla, Curti, Moroni
-
Riassunto esame Sociologia, prof. Federici, libro consigliato Genealogia della pubblica sicurezza, Campesi