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Definizione di sociologia

La sociologia solitamente tratta delle società moderne e contemporanee; spesso, però, per cercare di capire la società in cui viviamo non possiamo fare a meno di rivolgerci al passato: infatti, ogni società porta iscritto nella sua struttura, nei modi di pensare e di comportarsi dei suoi membri, il retaggio del suo passato. Per studiare una società bisogna osservare alcune cose fondamentali:

  • I modi coi quali si procura i mezzi di sussistenza e come li distribuisce tra i suoi membri.
  • I modi coi quali assicura la propria riproduzione biologica e culturale.
  • Le forme delle relazioni sociali mediante le quali prendono corpo i gruppi e le organizzazioni.
  • La struttura delle disuguaglianze.
  • Le credenze e le pratiche religiose.

Parte prima: la formazione della società moderna

Capitolo 1: Le società premoderne

L'evoluzione delle società umane e il concetto di cultura

Le società in cui viviamo hanno un lungo passato alle loro spalle: gli studiosi fanno riferimento alla teoria dell’evoluzione, secondo la quale la specie umana è il risultato di un lungo e lento processo di evoluzione genetica dalle scimmie antropoidi. Tuttavia, la capacità di produrre e usare strumenti (per esempio, produrre e usare il fuoco, il linguaggio) sono gli elementi che distinguono la specie umana attuale (quella appunto dell’Homo sapiens sapiens) dalle altre specie di animali e di ominidi.

Tra gli elementi che distinguono la specie umana dagli altri animali non compare l’organizzazione sociale: infatti, gli etologi sostengono che anche molte specie animali hanno un’organizzazione sociale spesso assai complessa, e questo lo possiamo vedere anche noi per esempio guardando un alveare o un formicaio. Tuttavia, le informazioni necessarie ad assicurare la riproduzione di generazione in generazione delle forme di organizzazione sociale sono trasmesse ai singoli animali mediante il loro codice genetico; mentre, la specie umana ha sviluppato forme di organizzazione sociale che si fondano principalmente sulla cooperazione ottenuta attraverso la comunicazione e il linguaggio e sulle informazioni ottenute mediante processi di apprendimento, in pratica sulla cultura.

La cultura è definita da Malinowski come l’insieme di artefatti, beni, processi tecnici, idee, abitudini e valori che vengono trasmessi socialmente.

Le società di cacciatori e raccoglitori

Le società di cacciatori-raccoglitori attuali sono le società umane più semplici e sono basate soprattutto sulla raccolta (da parte delle donne) e sulla caccia (da parte degli uomini) e quando queste risorse sono scarse tali popolazioni sono costrette a spostarsi in zone limitrofe alla ricerca di mezzi di sopravvivenza (nomadismo). Queste società sono stanziate in ambienti molto diversi tra loro: si va dalle zone artiche e sub-artiche (gli esquimesi), alle zone quasi desertiche dove le risorse naturali sono scarse, alle zone temperate e alle foreste equatoriali dove le risorse naturali sono abbondanti.

Generalmente sono società molto piccole (30-50 membri) che vivono in accampamenti temporanei; dovendosi spostare frequentemente non possono accumulare tanti oggetti personali, se non qualche arma e strumento, anche perché non dispongono di tecniche per la conservazione del cibo e ciò che viene raccolto o catturato deve essere consumato in poco tempo.

L’unità sociale di base è la famiglia nucleare, composta dai genitori e dalla loro prole (4-6 membri) e la cui funzione è essenzialmente riproduttiva (cioè garantisce la procreazione e l’allevamento dei bambini). Più famiglie nucleari (circa una decina) costituiscono una banda, che è un gruppo autosufficiente dal punto di vista produttivo (cioè in condizioni normali è in grado di far fronte alle necessità quotidiane dei suoi membri) ma non è autosufficiente dal punto di vista riproduttivo.

La banda è spesso un gruppo esogamico, cioè i matrimoni sono vietati tra i membri della banda stessa: per cui se i maschi adulti vogliono sposarsi devono ricorrere alle donne di bande vicine. I rapporti di parentela, quindi, si estendono al di là dei confini della singola banda e bande vicine finiscono così per intrecciarsi e stabilire delle occasioni cerimoniali di incontro in cui, oltre alle donne, si scambiano anche beni rituali ed economici.

Le bande appartengono alla tribù (un gruppo più vasto di circa 500-600 membri) in cui i matrimoni avvengono prevalentemente all’interno della tribù stessa (endogamia). I membri delle tribù si riconoscono come appartenenti allo stesso gruppo, per cui hanno un nome, parlano la stessa lingua e spesso si ritengono discendenti da un capostipite comune: in questo caso la tribù corrisponde al clan.

Il mito della comune origine trova rappresentazione simbolica in un oggetto, il totem, che può raffigurare un animale, una pianta oppure qualsiasi altro elemento tratto dall’ambiente, che diventa il centro di una serie di pratiche rituali. Queste società, inoltre, sono fortemente egualitarie tranne delle differenze per gruppi di età: le donne diventano adulte quando sono in grado di procreare, i maschi lo diventano quando dimostrano di saper catturare una preda di certe dimensioni, mentre i vecchi non sono sempre rispettati e hanno scarso potere e prestigio in una società in cui conta molto la destrezza e la forza.

Le tribù spesso non hanno un vero e proprio capo e l’esigenza di questo si presenta solo quando si tratta di attaccare o di difendersi da tribù vicine; mentre una figura che gode di grande prestigio è lo sciamano, cioè un essere umano dotato di capacità psichiche e che è a conoscenza delle tecniche rituali che gli consentono di entrare in contatto con il mondo degli spiriti per cercare di neutralizzarne gli influssi negativi che si abbattono sugli individui: lo sciamano è soprattutto un guaritore.

Le società di orticoltori-coltivatori, pastori e agricoltori

Il passaggio dalla caccia e raccolta alla coltivazione si ha tra il 10000 e il 6000 a.C., periodo chiamato rivoluzione neolitica. In questo periodo nascono le società di coltivatori-orticoltori, cioè quelle società in cui l’uomo comincia a modificare l’ambiente in cui vive al fine di produrre ciò di cui ha bisogno.

A differenza dei loro predecessori nomadi, gli orticoltori potevano restare sullo stesso territorio conquistato alla foresta finché il suolo restava produttivo; più le tecniche di coltivazione progredivano, più gli insediamenti diventavano permanenti: di conseguenza, la densità della popolazione cresceva, si costruivano case più solide, si costruivano recinti per tenere lontani gli animali selvaggi, si incominciò ad utilizzare nuovi materiali, a fabbricare oggetti per la conservazione degli alimenti, a intrecciare fibre vegetali per fare i tessuti.

Tuttavia, il terreno coltivato poteva diventare insufficiente per il loro sostentamento, per cui era necessario che una parte della popolazione si spostasse su un altro territorio: di conseguenza, si poteva entrare in competizione con gli abitanti di altri villaggi per il controllo dello stesso territorio; tanto che in molte tribù le donne restavano nei villaggi a coltivare la terra, mentre gli uomini si dedicavano alle attività militari.

I villaggi erano politicamente autonomi, guidati da un capo militare il cui potere dipendeva dalla capacità di condurre guerre vittoriose; inoltre, erano economicamente autosufficienti e, sfruttando risorse particolarmente abbondanti sul proprio territorio, scambiavano le eccedenze con le eccedenze di un villaggio vicino. Tuttavia, gli scambi non erano solo economici, ma avevano anche un significato politico e rituale: di conseguenza, consentivano di stabilire buoni rapporti di vicinato.

I matrimoni avvenivano tra persone che appartenevano allo stesso villaggio (endogamia), ma vigeva il tabù dell’incesto, cioè la proibizione di sposarsi tra parenti stretti, in modo tale che i vari gruppi di parentela finissero per essere intrecciati, stabilendo rapporti di cooperazione e assistenza reciproca.

Contemporaneamente, alcuni uomini hanno iniziato a rinchiudere in recinti le proprie prede (pecore, capre, bovini, cavalli, dromedari e cammelli), dalle quali ricavavano la carne e il latte per alimentarsi, le pelli per coprirsi, le ossa per fabbricare strumenti e il letame per concimare la terra: nascono così le società di pastori. Tuttavia vi sono, tutt’ora, popolazioni che vivono in aree poco adatte alla coltivazione, come le savane, le zone sub-artiche o semi-desertiche dell’Asia, dell’Africa o dell’America meridionale: si tratta di società nomadi, che seguono le greggi nei loro spostamenti stagionali alla ricerca di acqua e di pascoli.

Comunque, non tutte le società di pastori vivono esclusivamente di allevamento: alcune praticano qualche forma di coltivazione o stabiliscono contatti con i coltivatori, con i quali si scambiano reciprocamente i prodotti. Inoltre, nelle società di pastori i capi di bestiame non sono solo fonte di sussistenza, ma il loro numero diventa anche simbolo e misura della ricchezza, del potere e del prestigio di cui godono gli individui, le famiglie e le tribù.

Le società di agricoltori nascono quando, nel Medio Oriente, si incomincia a diffondere l’aratro. Questo strumento consentì di incidere più profondamente il terreno e di rivoltare la zolla in modo che lo strato superficiale, ricco di residui organici, venisse sotterrato e affiorassero in superficie gli strati più profondi ricchi di minerali.

Inoltre, ben presto ci si accorse che l’aratro poteva venire trainato da animali: di conseguenza, si poteva coltivare in modo più efficace una superficie molto maggiore con un enorme aumento della produttività agricola. Quindi, l’agricoltura comincia a produrre un surplus, cioè una quantità di prodotti alimentari eccedenti quella necessaria: di conseguenza, è possibile che si formino dei gruppi che non partecipano direttamente alla produzione del cibo che consumano.

Contemporaneamente all’agricoltura, in Mesopotamia e nell’Antico Egitto si sviluppa una forma particolare di governo, la teocrazia, cioè governo divino: in pratica, il potere è concepito come diretta emanazione di dio (o degli dei), al quale appartiene la terra che egli distribuisce ai suoi sudditi e dalla quale essi traggono il loro nutrimento; inoltre, dio può rivendicare a sé la parte di prodotto che eccede. Il sovrano supremo è il faraone, considerato un dio, la cui casa è il tempio in cui i sacerdoti amministrano le terre e provvedono ai bisogni della collettività.

Un grande archeologo ha spiegato come le esigenze dell’amministrazione del tempio siano state decisive per la nascita della scrittura: infatti, nei magazzini del tempio venivano conservati i vari prodotti, per cui era necessario segnare il contenuto, la provenienza e altre informazioni sul prodotto per facilitare anche il lavoro di chi avrebbe gestito in seguito il magazzino. Fu inventata così la scrittura cuneiforme come modo per trasferire informazioni di generazione in generazione: nacque così la professione dello scriba.

Inoltre, intorno al tempio si formarono delle vere e proprie città: al vertice vi è il monarca che ha conquistato il potere in virtù della forza o del principio dinastico, poi le cerchie del culto, del governo e dell’amministrazione, e poi ancora gli artigiani che prestano i loro servigi dietro compenso della semplice sussistenza. Quindi vi è una netta differenziazione della società: da un lato vi è il lavoro intellettuale, legato alle funzioni del governo, dall’altro vi è il lavoro manuale legato agli artigiani e ai coltivatori della terra.

Di conseguenza, è necessario che vi siano delle leggi che regolino le attività e l’ordinamento della società: il primo sistema di leggi conosciuto è il Codice di Hammurabi, imperatore di Babilonia, e risale al II millennio a.C. Inoltre, i regni cominciano a crescere per cui entrano in competizione tra loro per il controllo del territorio; di conseguenza è necessaria un’organizzazione militare, composta da soldati reclutati sia tra i contadini, sia tra i figli di altri soldati: gli abitanti dei territori conquistati sono spesso ridotti in schiavitù, cioè diventano proprietà del vincitore che su di loro esercita un diritto assoluto di vita e di morte.

Le società agrarie dell'antichità greco-romana

Dall’800 a.C. sulle rive del Mediterraneo sono fiorite società agrarie delle quali disponiamo di molte informazioni tratte da fonti archeologiche e prevalentemente letterarie. Le società della Grecia e di Roma avevano forme diverse di governo:

  • Il territorio della Grecia non ha mai raggiunto l’unità politica: vi erano, infatti, le città-stato, città piccole, con un ristretto territorio rurale circostante che spesso si assicuravano parte del loro fabbisogno commerciando via mare con altre città; queste città-stato erano indipendenti, e tra loro stabilivano delle alleanze militari per fronteggiare nemici esterni e interni; le forme di governo oscillavano tra la monarchia e la tirannide, la democrazia e l’oligarchia. Inoltre, queste città-stato erano localizzate su territori angusti, per cui non potevano espandersi sulla terraferma e parte della popolazione era costretta a fondare colonie oltre mare (in Sicilia, in Asia minore, nell’Italia occidentale).
  • Le città più grandi, come Roma, dipendevano invece da territori anche lontani ed era lo stato che assicurava l’approvvigionamento di grandi quantità di grano, olio e vino provenienti dalle colonie (Sicilia, Spagna, regioni orientali del Mediterraneo).

L’istituzione più importante per Roma era l’esercito dei legionari che non solo realizzava le conquiste territoriali e sottometteva e integrava i popoli vinti, ma amministrava anche le province, costruiva città attorno agli accampamenti, assegnava le terre ai veterani, costruiva canali, ponti e acquedotti, e tracciava su questo immenso territorio una rete di strade per far viaggiare le truppe, i bottini di guerra e gli schiavi.

La società feudale

Nel 5º secolo si ebbe la caduta dell’impero romano; tutto cambia: le città si spopolano, la popolazione si disperde nelle campagne, gli scambi via mare non sono più possibili perché infestato di pirati, l’avvento delle popolazioni barbariche. Tutto ciò provocò una rottura in cui venne meno un polo politico ed economico di aggregazione centrale seguito da un rafforzamento della dimensione locale e periferica. In risposta a tutti questi processi, nasce il feudalesimo.

Senza più uno stato centrale capace di proteggere i suoi cittadini, gli uomini iniziarono a cercare protezione presso persone vicine a loro e più potenti di loro: i contadini chiesero così protezione ai proprietari terrieri (i feudatari) che, a loro volta, erano protetti dal sovrano che concedeva loro delle terre. Il feudatario aveva il potere di amministrare la giustizia e di richiedere prestazioni ai contadini (detti anche servi della gleba): egli viveva nel castello, che era un vero e proprio borgo dove lavoravano molti servi artigiani che provvedevano alle necessità della corte.

I contadini appartenevano ereditariamente al feudo, per cui se la terra veniva ceduta ad un altro signore, essi passavano al suo servizio. Inoltre, dovevano consegnare al signore una parte del raccolto per i bisogni della sua corte, dovevano lavorare i campi per un certo numero di giorni l’anno, oppure dovevano pagare al signore un tributo in denaro. In compenso i contadini ottenevano protezione e, in caso di assedio di truppe nemiche, ospitalità nel castello.

L’economia curtense era un’economia chiusa, nel senso che riusciva a mantenersi in modo autosufficiente, riducendo al minimo gli scambi con l’esterno, anche perché le strade erano infestate di briganti e non era facile far superare ad un carico le lunghe distanze. Nel corso dell’11º secolo la situazione iniziò a cambiare: quando un signore feudale aveva bisogno di denaro, talvolta concedeva alle persone che vivevano attorno al suo castello il permesso di costruire una nuova città; in cambio riceveva un pagamento.

Nella nuova città gli abitanti non erano sottoposti al signore, e potevano vivere secondo le proprie regole ed eleggere un sindaco e altri ufficiali civili. Così come crebbero le città, lo stesso fece l’economia: infatti, in quasi tutti i centri abitati c’era un mercato che si teneva due o tre volte la settimana, e i contadini vi si recavano dalle campagne circostanti per vendere i prodotti che coltivavano nella loro terra; inoltre, furono aperte molte botteghe, specialmente nelle strade attorno alle piazze dei mercati. Alcuni tra i più ricchi e importanti abitanti delle città medievali facevano parte di organizzazioni chiamate corporazioni (o gilde) che controllavano il commercio, per non farsi concorrenza tra loro, stipulano spesso patti per difendere anche con le armi la loro libertà dai soprusi dei poteri feudali e per governare autonomamente la città.

Capitolo 2: Le origini della società moderna in occidente

Tra il 15º e il 19º secolo le società europee entrano in un’epoca di cambiamenti sociali accelerati a livello globale, cioè riguardano la sfera economica, politica, giuridica e culturale delle varie società.

Le trasformazioni nella sfera economica

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marilu1312 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Dino Alessandra.
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