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Premessa

Assieme al mercato mondiale e ai circuiti globali della produzione sono emersi un nuovo ordine globale, una nuova logica e una nuova struttura di potere, una nuova forma di sovranità. Di fatto l’impero è il nuovo soggetto politico che regola gli scambi mondiali, il potere sovrano che organizza il mondo. Lo stato nazione ha sempre meno potere per regolare flussi e imporre la propria autorità sull’economia. Tuttavia, il declino della sovranità dello stato-nazione non significa che la sovranità in quanto tale sia in declino.

Prima parte

I

Esiste un ordine mondiale che non sorge spontaneamente e che non è dettato da un singolo potere e da un singolo centro razionale trascendente le forze globali. La nascita delle Nazioni Unite rinnovò, consolidò ed estese lo sviluppo dell’ordine giuridico internazionale che era stato inizialmente europeo e che si allargò progressivamente fino ad abbracciare l’intero globo. L’intera struttura concettuale delle Nazioni Unite è fondata sul riconoscimento e la legittimazione della sovranità dei singoli stati.

Kelsen sostenne che il sistema giuridico internazionale andava concepito come la suprema fonte di ogni singolo ordinamento e costituzione giuridica → i limiti dello stato nazione rappresentano un ostacolo insormontabile per la realizzazione dell’idea del diritto. “Uno stato mondiale universale organizzato come una comunità universale superiore ai singoli stati capace di comprenderli tutti al suo interno”. Il dominio delle Nazioni Unite si è concentrato tra il 1945 e il 1989.

Locke → piuttosto che una sicurezza globale in questo caso viene proposto un costituzionalismo globale, ossia un progetto di superamento degli imperativi statuali mediante la costituzione di una società civile globale. La globalizzazione non è solo uno stato di cose, bensì una fonte di definizioni giuridiche che tende a → determinare un’unica configurazione del potere politico sovranazionale un perfezionamento dell’imperialismo.

Il concetto risale all’antica Roma (ogni sistema giuridico è in qualche misura la cristallizzazione di una determinata serie di valori): l’impero assicura la pace e garantisce la giustizia a tutti i popoli. Rinato interesse per il concetto di bellum justum, che è recentemente riapparso al centro delle discussioni politiche, in particolare all’inizio della guerra del Golfo. Ma stavolta il concetto presenta autentiche e fondamentali innovazioni. La guerra giusta non è più un atto di difesa o di resistenza, ma un atto che si giustifica da sé: la legittimazione dell’apparato militare sta nell’ottenere ordine e pace. Anche oggi il nemico, così come la guerra stessa, viene banalizzato (ridotto a oggetto di routine repressiva da parte della polizia) r assolutizzato (il nemico costituisce una minaccia assoluta nei confronti dell’ordine etico).

Il nuovo paradigma è, a un tempo, sistemico e gerarchico, una fabbrica di norme e una produzione di legittimità a lungo termine che ricoprono l’intero spazio mondiale. Tutti i conflitti, le crisi le contestazioni fanno avanzare il processo di integrazione e esigono un rafforzamento dell’autorità centrale. L’inseparabilità concettuale tra titolo ed esercizio del potere viene affermata dall’inizio come l’effetto a priori del sistema. In breve, il mutamento di paradigma è definito, almeno inizialmente, dal riconoscimento che solo un potere costituito, sovradeterminato e relativamente autonomo nei confronti degli stati-nazione, è in grado di agire come centro del nuovo ordine mondiale esercitando su di esso una regolazione efficace e se necessario la coercizione.

Come Tucidide, Livio e Tacito ci hanno insegnato, l’impero non è fondato solo sulla forza, ma sulla capacità di rappresentare la forza come fosse la servizio del diritto e della pace. Per dominare ed esercitare il controllo è necessario che l’intervento dell’autorità sia dotato: della capacità di vagliare le domande di intervento; della capacità di mettere in moto le forze e gli strumenti che di volta in volta occorre applicare un diritto di polizia (inscritta nell’esercizio della prevenzione, della repressione e degli strumenti retorici con cui si deve ricostruire l’equilibrio sociale → creare e mantenere l’ordine).

Come possiamo chiamare diritto una serie di tecniche fondate su uno stato di eccezione permanente e sul potere della polizia, che riducono il diritto e la legge a una faccenda di pura e semplice efficacia? Il sintomo più significativo di questa trasformazione è lo sviluppo del cosiddetto diritto di intervento. Quest’ultimo viene generalmente concepito come il diritto o il dovere di intervenire nei territori di altri soggetti nell’interesse della prevenzione e risoluzione di problemi umanitari, garantendo il rispetto degli accordi e imponendo la pace. Il diritto di intervento era un elemento di primo piano tra gli strumenti previsti dalla Carta delle Nazioni Unite per mantenere l’ordine internazionale. Ciò che sta dietro questo tipo di intervento non soltanto uno stato permanente di emergenza e di eccezionalità giustificato dall’appello a fondamentali valori di giustizia. In altre parole, il diritto di polizia è legittimato da valori universali. Chi deciderà le definizioni della giustizia e dell’ordine? Chi sarà in grado di definire il concetto di pace?

L’avvento dell’impero oggi si realizza sulla base delle medesime condizioni che ne caratterizzano la decadenza e il declino. L’impero sta emergendo come un centro che sostiene la globalizzazione delle reti produttive e tesse una rete di relazioni di potere, dispiega un potente apparato di polizia contro i nuovi barbari e gli schiavi che si ribellano e minacciano il suo ordine. Queste caratteristiche erano precisamente quello che avevano determinato il declino dell’antica Roma.

II

“La polizia sembra un tipo di amministrazione che dirige lo stato un concorrenza con la giurisdizione, l’esercizio e le finanze. È vero. E tuttavia, la polizia sembra includere tutto. Come diceva Turquet, essa penetra in tutte le situazioni, in tutto ciò che gli uomini fanno e intraprendono. Il suo ambito comprende la giurisdizione, l’esercito e le finanze”. La polizia comprende tutto. Foucault.

L’opera di Foucault ha preparato il terreno all’analisi del funzionamento concreto del comando imperiale. Essa ci permette di individuare un passaggio storico dalla società disciplinare alla società del controllo. La società disciplinare è quel tipo di società in cui il dominio so costituisce attraverso una fitta rete di dispositivi o apparati che producono e regolano gli usi, i costumi e le pratiche produttive. La messa in funzione di questa società e la produzione dell’obbedienza sono compiti che vengono assolti da una serie di istituzioni disciplinari (fabbrica, scuola, prigione, manicomio, ospedale). Il potere disciplinare domina strutturando parametri e limiti del pensiero e della pratica, sanzionando i devianti. Per illustrare la nascita della disciplina, Foucault si riferisce all’ancien régime e all’età classica della storia francese.

La società del controllo è un tipo di società in cui i meccanismi di comando divengono sempre più “democratici”, sempre più immanenti nel sociale e vengono distribuiti attraverso i cervelli e i corpi degli individui. I comportamenti che producono integrazione ed esclusione sociale vengono sempre più interiorizzati dai soggetti stessi. La società del controllo può quindi essere definita come un’intensificazione e generalizzazione dei dispositivi normalizzatori. L’opera di Foucault ci permette inoltre di riconoscere la natura biopolitica del nuovo paradigma del potere. Il biopotere è una forma di potere che regola il sociale dall’interno, inseguendolo, interpretandolo, assorbendolo e riarticolandolo. Il potere può imporre un comando effettivo sull’intera vita della popolazione solo nel momento in cui diviene una funzione vitale. Il potere si esprime mediante un controllo che raggiunge la profondità delle coscienze e dei corpi e la totalità delle relazioni sociali.

Successivamente, i filosofi della Scuola di Francoforte analizzarono un ulteriore passaggio molto simile a questo: quello della sussunzione della cultura da parte dello stato totalitario. La società civile è assorbita nello stato. Queste concezioni della società del controllo e del biopotere descrivono degli aspetti nevralgici del concetto di impero. Il diritto continua ad avere un ruolo centrale nel contesto del passaggio contemporaneo: il diritto è ancora efficace e soprattutto grazie allo stato di eccezione e alle tecniche di polizia diviene integralmente procedurale.

Foucault “il controllo della coscienza sugli individui non è condotto solo attraverso la coscienza o l’ideologia ma anche nel corpo e con il corpo. Per la società capitalistica la biopolitica è la cosa più importante, il biologico, il somatico, il corporeo”. Foucault cercava di ridurre il problema della riproduzione sociale non solo a fattori economici, ma anche culturali, corporei, soggettivi. Ciò che non ha saputo cogliere sono le dinamiche reali della società biopolitica.

Deleuze e Guattari ci offrono invece un approccio propriamente poststrutturalista al biopotere. Uno dei difetti più seri di questi approcci è costituito dalla tendenza a descrivere le nuove pratiche lavorative nella società biopolitica esclusivamente nei loro aspetti intellettuali e corporei. La produttività dei corpi e il valore degli affetti, tuttavia, sono assolutamente centrali in questo contesto.

L’ONU e le grandi aziende multi- e transnazionali della finanza e del commercio (FMI, Banca Mondiale, GATT, ecc.) diventano rilevanti nella prospettiva della produzione biopolitica dell’ordine mondiale. Al di fuori di questo contesto, queste istituzioni sono assolutamente inutili. Le attività delle corporation non sono più caratterizzate dall’imposizione di un comando astratto, dall’organizzazione della rapina e dallo scambio ineguale. Ora esse strutturano e articolano direttamente territori e popolazioni. Tendono a relegare la funzione degli stati nazione a quella di semplici strumenti di registrazione dei flussi si merci, → monete e popolazioni che esse mettono in moto.

Organizzano gerarchicamente i settori della produzione mondiale. Il complesso apparato che seleziona gli investimenti e che dirige le manovre finanziarie e monetarie determina la nuova geografia del mercato mondiale e di fatto la nuova strutturazione biopolitica del mondo. I grandi finanzieri e industriali non producono solo merci, ma anche soggettività, in altri termini, producono i produttori. Le industrie della comunicazione hanno assunto una grande importanza. Esse non solo organizzano la produzione su una nuova scala globale; esse ne rendono la giustificazione immanente → li integrano nel suo funzionamento.

A questo punto possiamo iniziare a sollevare la questione della legittimazione di questo nuovo ordine mondiale. La legittimazione della macchina imperiale deriva, almeno in parte, dalle industrie della comunicazione. È un soggetto che produce la sua propria immagine di autorità (linguaggi di autovalidazione). Costruisce le fabbriche sociali che svuotano o rendono inefficaci le contraddizioni; crea situazioni in cui, prima di neutralizzare le differenze con l’uso della forza, cerca di assorbirle in un insignificante gioco di equilibri che si generano e si regolano da soli. Essa pretende di far avanzare un progetto di cittadinanza universale. Questo nuovo contesto della legittimità include nuove forme e nuove articolazioni dell’esercizio legittimo della forza. Di fatto, la legittimazione del nuovo potere è in parte direttamente fondata sull’efficacia del suo ricorso alla forza. L’arsenale della forza legittima per gli interventi imperiali, peraltro già assai vasto, non prevede soltanto l’intervento di tipo militare, ma anche altre forme, come l’intervento morale e quello giuridico.

L’intervento morale spesso serve quale primo atto → preparatorio della scena per il successivo intervento militare quasi sempre viene dettato unilateralmente dagli Stati Uniti, i nemici vengono spesso definiti terroristi. La relazione tra prevenzione e repressione è particolarmente chiara nel caso degli interventi nei conflitti etnici. Un secondo esempio di repressione preparata da un’azione preventiva è costituito dalle campagne contro i grandi gruppi dell’industria criminale e le mafie coinvolte nel traffico della droga. Gli eserciti e la polizia anticipano i tribunali e precostituiscono le regole di giustizia che le corti dovranno poi applicare. Questo genere di intervento continuo, morale e militare a un tempo è la forma logica di esercizio della forza deducibile da un paradigma della legittimazione basato su uno stato di eccezione permanente e sull’azione della polizia. Gli interventi sono sempre eccezionali anche se si verificano di continuo; hanno l’aspetto di azioni di polizia in quanto hanno il compito di mantenere l’ordine interno.

L’impero appare come una vera e propria macchina high tech: è virtuale, è costruita per controllare eventi marginali, è organizzata per dominare e per intervenire nei punti di rottura del sistema, ha una capacità di evolversi sempre più in profondità, di rinascere e di estendersi attraverso il reticolo biopolitico della società mondiale.

III

Una delle più potenti operazioni delle strutture di potere dell’imperialismo moderno è dividere le masse mondiali: dato che il dominio capitalista è diventato sempre più globale, allora le nostre resistenze devono difendere ciò che è locale e devono erigere delle barriere per limitare l’accelerazione dei flussi di capitale. Quello che occorre discutere è proprio la produzione della località, e cioè le macchine sociali che creano e ricreano le identità e le differenze che vengono definite locali. Le differenze locali non sono né preesistenti, né naturali: sono effetto di un regime di produzione. È in ogni caso falso sostenere che possiamo ristabilire delle identità locali che si troverebbero in qualche luogo protetto al di fuori dei flussi globali del capitale e dell’impero. La strategia della resistenza locale ha la difficoltà di non riuscire a identificare il nemico.

Il nostro ragionamento si basa su due presupposti: il primo, critico e de costruttivo, è indirizzato a sovvertire i linguaggi egemoni; il secondo costruttivo ed etico-politico, cerca di portare i processi di produzione della soggettività verso la costituzione di una reale alternativa politica e sociale.

L’internazionalismo era una componente fondamentale delle lotte proletarie. Il proletariato non ha nazione, o meglio, la nazione del proletariato è il mondo intero. L’internazionalismo proletario era invece antinazionalista. L’internazionalismo esprimeva la volontà di una massa attiva di soggetti che avevano compreso che lo stato-nazione era l’agente fondamentale dello sfruttamento capitalistico. Se lo stato-nazione costituiva un anello centrale nella catena del dominio e per questo doveva essere distrutto, allora il proletariato nazionale aveva il compito supremo di distruggere se stesso nella stessa misura un cui veniva definito dalla nazione e in tal modo poteva liberare la solidarietà internazionalista della prigione in cui era rinchiusa.

Perché il ciclo si potesse fermare, coloro che ricevevano le notizie doveva essere in grado di tradurre gli eventi nel loro proprio linguaggio, dovevano saper riconoscere le lotte come le loro stesse lotte, in tal modo da poter aggiungere un anello alla catena. Questi cicli internazionali di lotte furono il motore che guidò lo sviluppo delle istituzioni del capitale, dirigendolo verso un processo di riforme e ristrutturazioni. La formazione dell’impero costituisce una risposta all’internazionalismo proletario.

In un’epoca precedente, la categoria del proletariato era identificata con la classe operaia industriale. → differenze e stratificazioni. Il punto è che tutte queste differenti forme del lavoro sono in qualche misura soggette alla disciplina e alle relazioni di produzione capitalistiche. Questo essere all’interno del capitale, a sostegno del capitale, è ciò che definisce il proletariato in quanto classe.

Dobbiamo osservare più attentamente le forme di lotta attraverso le quali questo nuovo proletariato esprime i suoi bisogni e desideri. Gli eventi di piazza Tienanmen del 1989, l’intifada contro l’autorità dello stato di Israele, la rivolta del maggio 1992 a Los Angeles, la sollevazione in Chiapas iniziata nel 1994, la serie di scioperi che hanno paralizzato la Francia nel dicembre 1995 e quelli che infiammarono la Corea del Sud nel 1996: nessuno di questi eventi ha indotto un ciclo di lotte, poiché i desideri e i bisogni che essi esprimevano non potevano essere tradotti in altri contesti.

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Scienze politiche e sociali SPS/09 Sociologia dei processi economici e del lavoro

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