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Riassunto esame Sociologia del lavoro, prof. Rosita, libro consigliato La sociologia economica contemporanea, Marino, Regini

Riassunto per l'esame di Sociologia dei processi economici e del lavoro, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dal docente D'Andrea, La sociologia economica contemporanea,Marino, Regini. Gli argomenti trattati sono: i fattori non economici del funzionamento dell'economia, la comunità, lo Stato, l’emergere della “comparative political economy”. Vedi di più

Esame di Sociologia dei processi economici e del lavoro docente Prof. F. D'Andrea

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ESTRATTO DOCUMENTO

Anni Ottanta => la disoccupazione non colpiva i capifamiglia, ma le donne e i giovani, che potevano essere

mantenuti grazie al sostegno familiare. => danno sociologico, ma non economico.

Modello INSIDER-OUTSIDER per spiegare , secondo gli economisti la contrapposizione tra un’alta

disoccupazione giovanile e la quasi piena occupazione degli adulti. Gli occupati (gli insiders) sono protetti contro il

rischio di perdere il lavoro dalla legislazione e della contrattazione sindacale e impediscono cosi ai giovani (gli

outsiders) di essere assunti al loro posto, costringendoli a una lunga corvée per trovare il primo impiego. Perciò,

per ridurre la disoccupazione giovanile non vi sarebbe altra via che rendere meno protette e meno stabili le

condizioni di lavoro degli occupati. L’Italia risulta sin dalla fine degli anni Ottanta tra i paesi meno vincolistici, in

particolare per l’occupazione dipendente a tempo indeterminato. In Italia la probabilità di ritrovare un lavoro per

chi lo ha perso è pari a tre volte la probabilità di trovare il primo lavoro per chi non ne ha mai avuto uno. =>

sfasamento tra domanda di lavoro qualificata e offerta di lavoro istruita.

L’Italia è il paese europeo in cui si spende meno per le politiche pubbliche a favore di chi è in cerca di lavoro e in

particolare ove più basso è l’indice di generosità delle indennità di disoccupazione. Questa situazione determina su

chi perde il lavoro, in genere un adulto, una forte “pressione” a trovarne subito un altro poiché altrimenti dovrebbe

fronteggiare una forte caduta del reddito familiare. Per contro, chi cerca il primo lavoro è di regola un giovane che

vive ancora con i genitori e, potendo contare sul loro reddito, può permettersi un più lungo periodo di ricerca. La

competizione avviene tra ex insiders, che devono ritrovare un lavoro al più presto, e outsiders, che possono

permettersi di attendere.

Nello scenario europeo si può dire che welfare state e famiglia si compensano nel fronteggiare la mancanza di

reddito delle persone prive di lavoro: nei paesi dell’Europa settentrionale è lo Stato sociale che sostiene i

disoccupati, che sono per lo più anziani, mentre in quelli dell’Europa meridionale sono le famiglie che mantengono

i propri figli in cerca della prima occupazione.

LAVORO DELLE DONNE

Il forte aumento dei tassi di partecipazione al lavoro delle donne per i sociologi è l’esito di un processo, da un lato,

di emancipazione delle donne dal predominio maschile, e dall’altro, di diffusione dei lavori di servizio e di cura,

non più confinati all’ambito non remunerato della famiglia. => TEORIA DEL CAPITALE UMANO: considera

l’istruzione come un investimento da far rendere con il lavoro, ma anche con l’effetto di emancipazione della

scuola, poiché le giovani donne conseguono risultati formativi migliori dei loro coetanei. Un approccio sociologico

permette di comprendere anche perché, a parità di livelli di istruzione, è più probabile che lavorino o cerchino

lavoro le figlie di madri che hanno avuto un’esperienza lavorativa.

Per HALKIM vi sono due popolazioni di donne: quelle più emancipate, orientate a un lavoro full time che Le

renda indipendenti, e le grateful slaves che considerano il lavoro retribuito secondario rispetto all’investimento

affettivo nella famiglia. A seconda dell’organizzazione degli orari di lavoro nei vari Paesi avremo una maggiore o

minore occupazione femminile.

IL LAVORO E LA FAMIGLIA

I sociologi economici italiani hanno messo in luce che la famiglia svolge un ruolo importante anche nel regolare i

meccanismi di incontro tra domanda e offerta di lavoro. Secondo Granovetter quelli più efficaci sono i legami

deboli, relazioni spesso occasionali, prive di ogni elemento fiduciario, che gettano ponti tra ambienti diversi e

fanno circolare più diffusamente e rapidamente le informazioni sui posti vacanti e sulle persone in cerca di lavoro.

A questi legami si contrappongono quelle forti, propri delle relazioni familiari e amicali, che sarebbero meno

efficaci poiché non fanno uscire le informazioni dalla ristretta cerchia sociale cui appartiene il lavoratore. L’ipotesi

della “forza dei legami deboli” è stata messa in discussione poiché i legami deboli servono a mettere in relazione

persone di diverse origini sociali => in ricorso a tali legami dovrebbe essere meno vantaggioso per le persone con

uno stato elevato, che invece avrebbero maggiori probabilità di trarre vantaggi da legami forti con persone del

proprio ambiente. Tuttavia, le indagini dimostrano che al crescere dello status sociale, la probabilità che si faccia

ricorso a legami forti diminuisce invece di aumentare. Inoltre, secondo una ricerca svolta a Milano, risulta che le

reti di relazioni con cui si trova un buon lavoro sono per lo più fondate su legami forti e ristrette entro i confini di

classe.

La probabilità di trovare un lavoro e quella di ottenere una buona posizione lavorativa sarebbero legate al

capitale sociale detenuto da un individuo, cioè alla sua capacità di mobilitare relazioni con persone che per il

loro status elevato sono in grado di fornire un più efficace aiuto per trovare un buon posto di lavoro. Ciò non

è valido in tutti i Paesi dove vi è un forte intervento pubblico per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

I sociologi economici da qualche tempo si sono dedicati allo studio dell’instabilità del lavoro e delle nuove forme

di impiego non standard. Rischio di non riuscire a trovare un lavoro a tempo determinato.

In assenza di un sistema di welfare che protegga dai rischi del lavoro intermittente, non resta che cercare

protezione nella famiglia. La scarsa possibilità di avere un lavoro stabile e per tutta la vita, fa si che i giovani

facciano un continuo rinvio dei loro progetti (casa, famiglia, figli).

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Tra le occupazioni instabili, l’attenzione dei sociologi si è concentrata sulle “collaborazioni coordinate e

continuative” (lavori a progetto). Il motivo sta nella loro natura al confine tra lavoro indipendente e dipendente,

che segna una rottura nella storia dei rapporti di lavoro nella società industriale.

Prima che la “nuova sociologia economica” americana parlasse di fenomeni economici embedded nelle relazioni

personali, gli studi sul lavoro irregolare avevano messo in luce quanto contassero queste relazioni: “nell’economia

informale chi conosci è più importante di che cosa conosci” perché le reti di relazioni familiari e comunitarie

favoriscono le connivenze che garantiscono il datore di lavoro contro il ricorso all’ufficio del lavoro o alla

magistratura per farsi mettere in regola.

I sociologi economici hanno mostrato come l’organizzazione della famiglia e il regime di welfare state

influiscono non soltanto sulla composizione della disoccupazione, ma anche sulla composizione e sul livello

dell’occupazione. Ogni mutamento economico o tecnologico è profondamente “radicato” nelle strutture delle

relazioni sociali.

POLANYI:distinzione tra economia formale (fondata sullo scambio monetario) ed economia sostanziale

(comprende anche le attività non remunerate svolte nelle famiglie) => occupazione socialmente determinante.

Nell’attuale società sono le famiglie che con le loro scelte di consumo determinano le occasioni di lavoro per i

propri membri.

Analisi Comparativa necessaria per la diversità da paese a paese => condotta a livello macro, ma non basta.

Indagini longitudinali o panel: intervistano le stesse persone per più anni e ne ricostruiscono i percorsi nel mercato

del lavoro per un lungo periodo.

CAPITOLO 3 - LA FAMIGLIA E I SISTEMI DI WELFARE NELL’ECONOMIA DEI SERVIZI

Componenti strutturali delle famiglie:

1. Il lavoro domestico tradizionale (procreazione, allevamento,nutrimento, alloggio, abbigliamento,

ecc...)

2. L’attività di socializzazione dei minori e degli adolescenti

3. L’attività di assistenza ai malati e ai membri non autosufficienti della famiglia.

4. Le attività connesse con la dimensione dell’effettività e della stabilizzazione caratteriale dei

membri della famiglia

5. L’attività produttiva per l’autoconsumo familiare (oggi residuale rispetto ai tempi in cui la famiglia

era anche una unità agricola e artigianale)

Attività non retribuite ed esterne al mercato del lavoro.

Lavoro concepito come un fenomeno unitario, comprensivo sia del suo aspetto privato, proprio della economia

familiare, che di quello pubblico, proprio della economia di mercato. Con l’avvento del capitalismo e della società

industriale, quando avviene un processo di “mercificazione” su larga scala del lavoro, che esso si separa

culturalmente delle attività svolte all’interno dell’economia domestica.

=>Forme di attività esterne al mercato le quali ottengono forme di riconoscimento sociale e giuridico:

SUPION

• L’attività di cura delle persone

• L’attività di formazione e di ricerca del lavoro

• L’attività di volontariato di interesse collettivo

La società non potrebbe sopravvivere più di qualche giorno alla interruzione del lavoro domestico che assicura la

vita quotidiana.

La teoria economica ha assunto che il salario è determinato esclusivamente dalla competizione che si determina sul

mercato del lavoro, senza alcun riferimento al ruolo di produzione della forza lavoro svolto dalla famiglia => anche

Marx non tiene conto del lavoro gratuito familiare.

TEORIA DI PARSONS => si assisterebbe nella società contemporanea a una progressiva perdita delle funzioni

economiche da parte della famiglia a favore di agenzie ad essa esterne. Il risultato di questo processo di

differenziazione sarebbe quello che alla famiglia rimarrebbero soltanto due funzioni d’ordine psico-sociologico

(“funzioni predestinate”): la stabilizzazione caratteriale della coppia e la socializzazione dei figli.

Attività d’ordine economico ancora svolte dalla famiglia => attività di cura e assistenza personalizzata ai membri

della famiglia, ancora cosi importante, a livello economico e sociale, da far si che la famiglia sia riconosciuta oggi

come un’istituzione fondamentale dei sistemi di welfare contemporanei.

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Società rurale pre-moderna => la famiglia patriarcale era anche un’importante unità di produzione.

Società industriale => la famiglia perde i compiti di produzione agricola e artigianale e anche parte dei compiti di

socializzazione dei minori e di cura dei membri in stato di bisogno.

L’affermazione della grande industria comporta una riorganizzazione complessiva della società, si pue in tempi

diversi nei diversi Paesi: la condizione salariata si diffonde e si sviluppano le assicurazioni sociali a tutela del

lavoratore dipendente e della sua famiglia; mutano i consumi e lo stile di vita, l’organizzazione dei tempi di vita e

di lavoro, si precisa e si approfondisce la divisione di genere del lavoro all’interno della famiglia stessa, attribuendo

all’uomo-capofamiglia il ruolo di principale procacciatore di reddito e alla donna quello di “casalinga”,

responsabile del complesso delle attività lavorative familiari.

Il sistema di regolazione sociale fordista, appare fondato su tre istituzioni principali, tra loro integrate:

• Il mercato del lavoro, dominato dalla grande industria, che privilegi l’occupazione dei capifamiglia;

• La famiglia, fondata sull’indissolubilità del matrimonio, che si fa carico dell’assistenza ai propri membri

• Welfare state “assicurativo” che copre, con il pacchetto delle assicurazioni sociali, il capofamiglia

occupato ed offre protezione sociale ai “membri dipendenti” della famiglia.

L’affermazione di questo modello ha garantito a lungo ai lavoratori (e alle loro famiglie) un livello di stabilità

economica e sociale mai raggiunto prima, ma il lavoro svolto nella famiglia resta “occulto” e privo di ogni

riconoscimento sociale e giuridico.

STATO, MERCATO E FAMIGLIA NEI MODELLI DI WELFARE STATE

Il welfare state, nella fase industriale o “fordista”=> svolge un’opera di “demercificazione” del lavoro, in quanto

rivolto essenzialmente a proteggere i lavoratori dai rischi del mercato (tramite le assicurazioni pubbliche contro i

rischi di malattia, infortunio, disoccupazione e vecchiaia), ma non un’opera di “defamiliarizzazione” => Il

lavoro svolto nelle famiglie e i servizi personali di assistenza e di cura resi ai familiari non entrano nel raggio della

protezione offerta dal welfare state.

THOMAS HUMPHREY MARSHALL => Il welfare state riguarda le misure adottate per sostituire o interferire

con le forze di mercato.

TITMUSS => distingue due modelli di welfare state:

• Il modello residuale nel quale lo Stato interviene solo in ultima istanza

• Il modello istituzionale (nelle due varianti meritocratica e universalistica) nel quale esso fornisce

prestazioni indipendenti dal mercato e offerte in base al principio del puro bisogno

ESPING-ANDERSON => propone tre tipi di welfare regimes:

• LIBERALE

: Stati Uniti e Inghilterra => privilegia programmi sociali limitati, di tipo assistenziale, a

favore dei poveri e dei cittadini bisognosi.

• CONSERVATORE-CORPORATIVO : Europa centrale e meridionale => programmi assicurativi pubblici

a base occupazionale, mentre il settore privato svolge un ruolo meno rilevante.

• SOCIALDEMOCRATICO : Paesi Scandinavi => il welfare state pubblico sostituisce in parte rilevante il

mercato privato e offre prestazioni universali a tutta la popolazione in base al principio della cittadinanza

sociale.

CRITICA: questo modello non tiene conto delle donne (per cui l’accesso al mercato del lavoro è un fatto positivo)

e della famiglia. => MILLAR e WARMAN propongono una nuova tipologia dei modelli di welfare che tiene conto

espressamente del ruolo della famiglia e delle politiche di defamilizzazione. Questa tipologia distingue tre

“famiglie di nazioni”, secondo il maggiore o minore rilievo degli obblighi che la legislazione sociale attribuisce alla

famiglia per l’assistenza e la cura dei membri dipendenti:

• Europa Scandinava => paesi caratterizzati da obblighi familiari minimi.

• Europa Insulare e Continentale => paesi in cui gli obblighi di cura sono parziali e ricadono sulla famiglia

nucleare, ma dove bisogna distinguere i paesi in cui questi obblighi riguardano sia i membri ascendenti che

quelli discendenti della famiglia (Europa Continentale) dai paesi che conservano solo obblighi verso i

discendenti (Europa Insulare).

• Europa Meridionale =>paesi nei quali tali obblighi riguardano la famiglia allargata.

Esping-Andersen aveva rifiutato di accogliere le proposte, provenienti da numerosi studiosi italiani, volte a

distinguere un quarto “regime di welfare”, specifico per l’Europa Mediterranea, nel quale la famiglia svolge un

ruolo particolarmente importante (ancora aperto, viceversa, è il problema della collocazione dei paesi dell’Europa

dell’Est rispetto a questa modellistica).

BETTIO => procede a un’analisi dei “regimi di cura” dei paesi europei fondata su sei indicatori: l’intensità delle

attività informali di cura; la rilevanza effettiva dei congedi parentali; i trasferimenti monetari legati ai figli; la

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disponibilità di servizi reali all’infanzia; le risorse pensionistiche a disposizione degli anziani; l’offerta pubblica di

assistenza agli anziani giungendo ad identificare quattro raggruppamenti di paesi: mediterraneo, anglosassone,

austro-tedesco e nordico, con Francia e Belgio che danno vita ad un “quinto raggruppamento di confine” a metà

tra quello nordico e austro-tedesco.

I modelli di famiglia nella società dei servizi

Sistema di welfare fordista => per far fronte ai rischi sociali era sufficiente un sistema di trasferimenti monetari,

gestito centralmente dallo Stato. Ora diventa sempre più importante porre in essere un sistema di servizi (di

assistenza, cura, inserimento lavorativo, formazione ecc) decentrati e diffusi sul territorio, più vicini ai cittadini e

alle famiglie. Senza servizi per l’impiego è difficile combattere la disoccupazione o facilitare l’accesso al lavoro

dei giovani e delle donne; così come senza una rete di servizi sociali a livello di comunità locale è difficile far

fronte effettivamente ai bisogni di socializzazione della prima infanzia o di assistenza e cura dei membri dipendenti

della famiglia. => I nuovi servizi che sono richiesti dovrebbero assumere quella “personalizzazione” che è propria

dei servizi resi dalla famiglia ai propri membri, aprendo la via a un più profondo processo di “defamilizzazione”.

Mutamento => trasformazione rivoluzionaria dei ruoli sociali delle donne le quali entrano nel mondo del lavoro e

sviluppano una propria carriera lavorativa, spinte anche dalla necessità di innalzare il reddito familiare per

sostenere, in particolare, il costo dei figli. => il modello della “famiglia a un solo reddito” o della male breadwinner

family (maschio che guadagna il pane in famiglia) appare entrato in crisi.

AGNES BARRERE-MAURISSON => identifica tre situazioni:

• In Francia e in Svezia => il lavoro di entrambi i coniugi è permesso prevalentemente dall’esistenza di

un’adeguata offerta di servizi sociali; (lavoro full-time=> famiglia a doppio reddito)

• In Inghilterra => ricorso al lavoro domestico a pagamento; (part-time delle donne => un reddito e mezzo)

• In Spagna => è prevalentemente l’aiuto domestico di un altro membro della famiglia estesa (in genere la

nonna), che permette il lavoro esterno della donna. (diffusione del part-time femminile)

Sta crescendo in Italia il ricorso al lavoro domestico a pagamento, offerto spesso da lavoratrici immigrate, in forme

contrattuali non sempre regolari.

Italia => uno dei paesi in Europa con il più basso tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Paesi

Scandinavi => il tasso di occupazione femminile è più elevato grazie a sviluppate politiche di sostegno alla

famiglia e una paternità definita attiva.

Limiti all’espansione dei servizi sociali => malattia dei costi: deriva dalle difficoltà che incontrano i servizi a

rispondere all’aumento dei salari ricorrendo all’innovazione tecnologica e alla crescita della produttività.

I servizi sono caratterizzati dalla necessaria compresenza di fornitore e consumatore, anche se oggi è stata superata

dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Esternalizzazione dei servizi in Europa => convezioni o appalti con imprese private o associazioni cooperative o

volontarie del terzo settore. => risparmi per le pubbliche amministrazioni.

Voucher System o “mercato sociale dei servizi”=> si fonda sulla capacità dello Stato di mobilitare la domanda di

servizi proveniente dalle famiglie (in genere di quello meno abbienti) tramite la distribuzione dei voucher o degli

“assegni di cura”, orientandola verso un’offerta proveniente da fornitori accreditati e in competizione fra loro. Qui

non c’è, dunque, una privatizzazione effettiva dei servizi, ma un sistema misto, caratterizzato dalla scelta delle

famiglie e da una regolazione pubblica che può consentire un maggior controllo sui fornitori privati, oltre che una

maggiore competizione tra loro. Tra i fornitori privati che operano su questo mercato sociale dei servizi sono in

crescita le cooperative e le associazioni sociali volontarie.

Oggi è possibile distinguere, in questo settore due tipi di soggetti:

1. le cooperative e le organizzazioni no profit più strutturate e professionalizzate, che agiscono sul

mercato dei servizi di welfare “pesante” e continuativo

2. le associazioni di volontariato più “spontanee” e meno professionalizzate, che si dedicano

prevalentemente a servizi di welfare “leggero”

Il riconoscimento pubblico del lavoro di cura svolto nelle famiglie avviene in molteplici misure da paese a paese:

voucher, assegni di cura, contributo monetario, veri e propri stipendi, copertura previdenziale, ecc…

Può avvenire anche attraverso il congedo dal lavoro nelle sue varie forme (maternità, paternità, parentale, ragioni

familiari, adozione, assistenza o cura di un malato o di un membro non autosufficiente della famiglia). Il diritto a

questi congedi varia da paese a paese, ma comune a tutti è la conservazione del posto di lavoro e il diritto a una

percentuale dello stipendio, nonché a varie tutele previdenziali.

Conclusioni => Da un sistema di welfare a due dimensioni, basato sul confronto tra lo Stato e il mercato, si è

passati a un sistema più articolato, nel quale la famiglia acquista maggiore rilevanza come istituzione di welfare

autonoma, interagente con lo Stato e il mercato.

È possibile distinguere nella letteratura sociologica due filoni o due linee di interpretazione.

11 • Coloro che tendono a reclamare un riconoscimento economico e giuridico del lavoro di cura come un

diritto di cittadinanza sociale. La tutela di queste attività sarebbe finanziata dallo Stato per via fiscale.

• Coloro che tendono a includere il lavoro di cura entro il quadro attuale della tutela lavori stico-assicurative,

costruite per il lavoro di mercato. La tutela di queste attività sarebbe finanziata essenzialmente tramite la

solidarietà delle altre categorie lavorative e contributive.

CAPITOLO 4 - MODERNIZZAZIONE, SVILUPPO ECONOMICO E MUTAMENTO SOCIALE

MODERNIZZAZIONE => Usato come sinonimo del termine sviluppo. Può essere definita come un processo

multidimensionale che include lo sviluppo economico e l’insieme delle trasformazioni socioculturali e politiche che

lo precedono, lo accompagnano e lo seguono in un intreccio complesso di condizionamenti reciproci.

Dicotomia tradizione-modernità => anni 50-60 => modernità considerata come prodotto di una cesura netta con la

tradizione. Gli assetti tradizionali sono concepiti come freno allo sviluppo, e cioè come un insieme di limiti e

carenze che costituiscono fattori causanti il sottosviluppo o il ritardo nello sviluppo. Questa visione negativa delle

diverse realtà tradizionale si associa a un’idea di modernità fortemente etnocentrica, che equipara cioè “moderno” a

“occidentale”. I vari approcci alla modernizzazione dominanti in questo periodo si differenziano riguardo

all’origine, alla natura e alla numerosità dei fattori considerati strategici per lo sviluppo.

• TEORIA DEGLI STATI DI SVILUPPO privilegia variabili endogene e di matura economica:

L’idea di progresso è la matrice fondamentale delle cosiddette “teorie degli stadi di sviluppo”. Queste teorie

isolano una serie di stadi nello sviluppo dei sistemi economici e spiegano tale sviluppo in termini di successivi

passaggi da uno stadio all’altro. L’opera di ROSTOW, “gli stadi dello sviluppo economico” rappresenta senza

dubbio la versione più famosa delle teorie degli stadi. In essa, inoltre, sono evidenti le tracce dell’influenza

esercitata dalle teorie evoluzionistiche della società di derivazione darwiniana. Tale influenza si traduce nei

seguenti postulati, espliciti o impliciti:

1. L’affermazione dell’esistenza di leggi naturali immanenti che regolano lo sviluppo sociale, da cui

deriva un atteggiamento di giustificazione integrale del processo storico.

2. Il carattere di universalità attribuito a queste leggi e cioè l’idea secondo cui ogni società passa

attraverso le stesse fasi fisse di sviluppo.

3. La considerazione del passaggio da una fase all’altra del processo evolutivo come un processo

cumulativo e irreversibile indotto prevalentemente da forze endogene al sistema considerato.

ROSTOW individua cinque fasi fondamentali nel processo di sviluppo economico:

1. La “società tradizionale”, caratterizzata da una struttura produttiva di tipo agricolo, a basso livello di

reddito pro capite, e da un’organizzazione sociale gerarchica.

2. Le “condizioni preliminari per il decollo”, consistenti nello sviluppo della scienza, dell’istruzione,

delle capacità imprenditoriali e nel trasferimento del capitale a usi produttivi.

3. Il “decollo”, in cui si assiste a un sensibile aumento del tasso degli investimenti produttivi, allo

sviluppo di uno o più settori industriali e all’emergere di una nuova struttura istituzionale connessa

alla costruzione dello Stato e della nazione.

4. Il “passaggio alla maturità”, in cui un’economia giunge a sfruttare razionalmente le risorse a

disposizione e a ottenere una produzione sufficientemente diversificata.

5. Il “periodo del grande consumo di massa”, nel quale l’obiettivo sociale primario diventa la

diffusione dei servizi sociali e dei beni di consumo durevoli.

ROSTOW => il suo schema, col suo ottimismo fiducioso all’inevitabilità del progresso, porta a considerare

semplicisticamente il sottosviluppo come un accidentale ritardo storico destinato ad essere colmato. =>

sottovalutazione dei fattori che operano un freno allo sviluppo e alla modernizzazione.

• L’APPROCCIO PSICOLOGICO privilegia variabili endogene di tipo psicologico:

Considera di fondamentale importanza lo studio del tipo di personalità che contraddistingue gli attori sociali.

Quanto più i processi di socializzazione primaria favoriscono la formazione di personalità caratterizzate da

un’elevata propensione al mutamento, tanto più la modernizzazione risulterà agevolata. Il fuoco dell’analisi è

dunque centrato su variabili endogene di tipo psicologico.

MCLEALLAND, prendendo lo spunto dalla tesi weberiana dell’influenza dell’etica protestante sulla

formazione del capitalismo moderno, considera quello esaminato da Weber come un caso particolare di un

fenomeno più generale che vede nello sviluppo di una forte motivazione al successo tra gli attori sociali, con la

conseguente formazione di forti personalità imprenditoriali, il fattore chiave dei processi di sviluppo

economico.

12 • L’APPROCCIO DIFFUSIONISTICO è più centrato su variabili esogene e di natura culturale:

Nasce come reazione alle concezioni “immanenti” dello sviluppo, alle quali esso rimprovera di considerare la

modernizzazione un processo indotto unicamente da forze endogene alla società e di trascurare il ruolo dei

fattori esogeni.

La prospettiva diffusionistica ha posto l’accento sul trasferimento di elementi culturali dai paesi più

sviluppati a quelli meno sviluppati e sulla dinamica dei processi di acculturazione che ne scaturiscono. Essa è

perciò focalizzata sul ruolo delle variabili esogene di tipo culturale nei processi di modernizzazione.

LERNER ha studiato il processo di modernizzazione in alcuni paesi del Medio Oriente e considera lo schema

di sviluppo dei paesi occidentali un modello universalmente valido => egli inferisce che tale schema deve

essere esportato in blocco nei paesi sottosviluppati per stimolare in essi un reale processo di modernizzazione.

Gli elementi che compongono il modello di sviluppo di Lerner sono: l’urbanizzazione, l’alfabetismo, la

partecipazione ai mezzi di comunicazione di massa, la partecipazione economica (crescita del reddito pro

capite) e politica. A essi si aggiunge una componente della personalità che governa il comportamento degli

attori sociali => “stile di vita partecipante” o “empatia”, per favorire l’identificazione e la comunicazione con

gli altri.

• L’ANALISI STRUTTURALE-FUNZIONALE tenta di isolare una pluralità di elementi di tipo

strutturale, endogeni e esogeni, alla base delle dinamiche di modernizzazione:

Cerca di prendere in considerazione una più ampia gamma di variabili endogene e esogene alla base delle

dinamiche di modernizzazione. Il progetto è quello di proporre un approccio realmente interdisciplinare allo

studio del processo di modernizzazione, capace di collocarlo nel quadro di una teoria generale del mutamento

sociale.

L’obiettivo dello struttural-funzionalismo è quello di determinare le condizioni di funzionamento e i

meccanismi di integrazione del sistema sociale. La scuola strutturale-funzionale ha cercato di svincolarsi dai

limiti di un’impostazione volta ad analizzare quasi esclusivamente i fattori di conservazione del sistema

sociale. Il passaggio dallo studio dei meccanismi che garantiscono l’ordine sociale all’analisi dei fattori di

mutamento sociale ha comportato una chiara convergenza della visione strutturale-funzionale con il modello

evolutivo-organicistico.

L’approccio strutturale-funzionale alla modernizzazione si è articolato in due filoni:

1. L’analisi della dinamica delle relazioni sociale attraverso lo schema delle “variabili

strutturali” (pattern variables => approfondito da HOSELITZ che ha utilizzato lo schema delle

“variabili strutturali” elaborate da Parsons. Hoselitz considera tre delle cinque “variabili strutturali” di

Parsons. Esse individuano le alternative di scelta relazionale che si presentano all’attore prima di dare

inizio all’azione.

• La prima alternativa è tra “ascrizione” e “realizzazione”. La scelta è tra l’orientarsi verso gli altri

attori sulla base delle loro qualità scritte (sesso, età, parentela, razza) o sulla base delle loro

prestazioni. Si tratta della scelta di ciò che uno “è” piuttosto di ciò che uno “fa”.

• La seconda alternativa è tra “particolarismo” e “universalismo”. La scelta è tra relazioni basate su

situazioni particolari, contestuali e relazioni basate su norme generali.

• La terza alternativa è tra “diffusione” e “specificità”. In questo caso la scelta concerne i contenuti

della relazione. Se il numero e il genere di richieste sono ampi abbiamo una relazione di tipo

funzionalmente diffuso (come nell’amicizia). Se la gamma di richieste è molto limitata la relazione

che ne risulta è di tipo funzionalmente specifico.

Secondo Hoselitz, le relazioni di tipo ascrittivo, particolaristico e funzionalmente diffuso caratterizzano le società

arretrate o “tradizionali”, mentre le relazioni basate sul principio di prestazione, e quelle di tipo universalistico e

funzionalmente specifico connotano le società moderne. Il passaggio alla modernità, comporta, dunque, la

sostituzione del primo insieme di relazioni con il secondo.

2. L’analisi del mutamento sociale in base allo schema “differenziazione-integrazione

strutturale” => SMELSER ha portato a una rielaborazione dello schema “differenziazione-integrazione

strutturale”. L’attenzione passa dalle relazioni tra gli attori alle trasformazioni dei più ampi assetti

strutturali della società.

Per differenziazione strutturale si intende quel processo, indotto dalla modernizzazione, per cui una

struttura di ruoli multi-funzionali e di organizzazioni scarsamente specializzate si trasforma in una

struttura di ruoli differenziati e di organizzazioni specializzate e più autonome.

Smelser individua quattro tipi fondamentali di differenziazioni strutturali:

• La differenziazione delle attività economiche dalla struttura comunitaria

• La differenziazione delle attività familiari dalle attività economiche

13 • La differenziazione del sistema di valori secolari dai sistemi religiosi

• La differenziazione dei sistemi di stratificazione dai sistemi tradizionali ascritti e scarsamente

mobili

La modernizzazione deve essere vista come il risultato di un’azione reciproca tra il momento della

differenziazione e quello dell’integrazione, e le perturbazioni sociali che l’accompagnano vanno

interpretate come conseguenze della discontinuità e degli squilibri tra i due momenti.

LEVY ha arricchito questo schema con variabili esogene, fondendo la prospettiva strutturale-funzionale

con quella diffusionistica => il processo di sviluppo va visto come un fenomeno di acculturazione e di

diffusione di strutture sociali dai paesi più sviluppati a quelli sottosviluppati. È il contratto tra le strutture

delle società relativamente non modernizzate che mette in moto, in queste ultime, il processo di

modernizzazione. L’accresciuta interdipendenza tra i popoli rende ormai questi contatti inevitabili: la

modernizzazione può essere perciò definita come un processo generale indotto dalle società sviluppate.

ALMOND applicare l’analisi strutturale-funzionale allo studio dello sviluppo politico. In ogni sistema

politico sono individuabili sette funzioni fondamentali, quattro di input (socializzazione e reclutamento

politico, articolazione degli interessi, aggregazione degli interessi, comunicazione politica) e tre di output

(formazione delle norme, applicazione delle norme, amministrazione giudiziale delle norme),

corrispondenti al complesso di domande che vengono rivolte al sistema politico, e alle risposte fornite dal

sistema politico a tali domande.

Accanto a queste funzioni vengono isolate due fondamentali indicatori dello sviluppo politico:

• La differenziazione strutturale

• La secolarizzazione culturale: cioè il processo attraverso il quale gli uomini esercitano la loro

attività politica in modo sempre più razionale.

Combinando il modello input-output con questi indicatori dello sviluppo politico, Almond con Powell ha

elaborato uno schema concettuale in cui lo sviluppo politico figura come risposta a sfide interne ed

esterne al sistema, classificate in quattro crisi di carattere generale (costruzione dello Stato, costruzione

della nazione, partecipazione politica, politiche distributive e della sicurezza sociale).

I limiti della dicotomia tradizione-modernità => viene criticata da una serie di studiosi fautori del cosiddetto

approccio storico-comparativo che si ispira direttamente all’insegnamento di Weber. La critica sottolinea la

necessità di analizzare la variabilità storica dei contesti tradizionali, la diversità dei processi di transizione e la

pluralità degli esiti ai quali la modernizzazione e modernità, riguarda sia il versante economico, sia il versante

politico e socioculturale. => forte relativizzazione dei concetti di tradizione, transizione e modernità.

La variabilità dei contesti tradizionali

I contesti tradizionali non sono riconducibili alle stilizzazioni fornite dalla teoria degli stadi di sviluppo,

dall’approccio psicologico, dall’approccio diffusionistico e dall’analisi strutturale funzionale.

BENDIX => i contesti tradizionali sono da considerare realtà ben più complesse. Bisogna riuscire a individuare

nelle società tradizionali gli elementi che si oppongono allo sviluppo, quelli che sono in grado di trasformarsi in

senso modernizzante, pur mantenendo radici forti con il passato, e i fattori di innovazione, presenti ma

marginalizzati nella società tradizionale, particolarmente strategici per lo sviluppo.

Gli elementi tradizionali compatibili con la modernizzazione e quelli fortemente innovativi meritano una

particolare attenzione ai fini di una valorizzazione per lo sviluppo.

HIRSHMAN => è opportuno assumere un atteggiamento ottimistico nei confronti delle variegate realtà tradizionali

e della creatività sociale che le connota, in quanto può aiutarci nella difficile ricerca delle specifiche risorse latenti

in tali società, attivabili ai fini dello sviluppo.

GERSCHENKRON => evidenzia le diverse risposte fornite dalle società tradizionali alle domande di sviluppo

economico. => Non esistono prerequisiti universali dello sviluppo, dato che questi mutano in relazione a ciascun

paese e alla sua arretratezza relativa. Bisogna riuscire a individuare il modo in cui i paesi arretrati riescono a

sostituire, in tutto o in parte, i prerequisiti che erano presenti nei paesi già sviluppati. => “schema di sostituzione”

dei prerequisiti dell’industrializzazione che permetta l’individuazione di agenti istituzionali nuovi e sostitutivi di

quelli comunemente presenti nell’esperienza storica dei paesi già sviluppati.

Analisi dei gruppi dinamici e innovatori che si fanno portatori di un’ideologia favorevole allo sviluppo e

promuovono i mutamenti necessari per realizzarlo. I leader nazionalisti e rivoluzionari devono riuscire a mediare

tra vecchi e nuovi valori culturali, fornendo alla popolazione nuovi modelli di partecipazione e di motivazione al

cambiamento che esprimono efficaci fonti di solidarietà e di consenso nei confronti del sistema politico-sociale in

corso di modernizzazione.

MOORE => dedica particolare attenzione alla variabilità delle strutture sociali preesistenti allo sviluppo industriale

per mostrare come il diverso esito a cui pervengono i conflitti tra le classi sociali, possa produrre una pluralità di

soluzioni politiche compatibili con la modernizzazione:

14 1. Nella “via democratica” al mondo moderno, tipica dell’Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti, il

capitalismo si è fuso con la democrazia parlamentare attraverso una serie di “rivoluzioni borghesi”: la

rivoluzione puritana in Inghilterra, la rivoluzione francese e la guerra civile americana.

2. La seconda via politica alla modernizzazione è di tipo “capitalistico-reazionaria” e comporta una

“rivoluzione dall’alto” ben esemplificata dall’esperienza della Germania e del Giappone. La rivoluzione

dall’alto sorge da una fusione dell’aristocrazia terriera con il potere statale. Aristocrazia terriera e potere

statale, mantenendo il consenso della classe contadina, riescono a stabilire un’alleanza con una borghesia

mercantile e industriale debole e ad avviare il processo di modernizzazione.

3. La terza via alla modernizzazione è quella “comunista”, realizzata in Russia e in Cina. In questi casi

l’aristocrazia terriera viene spazzata via da un’elite rivoluzionaria che si lega a un debole proletariato in

formazione (Russia) o alla classe contadina (Cina) all’insegna di una società comunista e pianificata in

direzione di uno sviluppo a tappe forzate.

Moore non esclude che negli attuali paesi sottosviluppati possano sorgere risposte politiche alla modernizzazione

nuove e originali.

Visione multidirezionale della transizione alla modernità => Interpretare con categorie appropriate i processi di

mobilitazione e i colpi di stato di molti paesi in via di sviluppo, in quanto essi esprimono stili politici di

transizione diversi da quelli sperimentati in Occidente.

Pluralità degli esiti della modernizzazione in quanto sono storicamente variabili i contesti tradizionali e i processi

di transizione alla modernità.

Il sottosviluppo nell’ “economia-mondo” => Anni Settanta => egemonia della teoria della dipendenza (reazione

all’ottimismo presente nelle varie prospettive sulla modernizzazione, sollecitata dall’evidente insuccesso delle

politiche di sviluppo attuate nei paesi del Terzo Mondo dopo la conquista dell’indipendenza politica, della

consapevolezza diffusa dell’accresciuto divario tra paesi poveri e paesi ricchi del globo, e dal peso del pensiero

marxista nella contestazione e nei movimenti collettivi che agitano l’Occidente di fine anni Settanta). Le possibilità

di sviluppo dei paesi arretrati vengono fatte coincidere con il superamento dei condizionamenti economici alla base

del sottosviluppo, prospettiva che pone al centro dell’analisi i fattori causanti il sottosviluppo come i processi di

sfruttamento territoriale posti in essere dai paesi avanzati a danno di quelli sottosviluppati.

Dallo “sviluppo del sottosviluppo” allo sviluppo dipendente

MYRDAL => aveva fatto notare come il commercio internazionale tra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati fosse

ampiamente responsabile dello squilibrio territoriale esistente tra queste aree. => lo scarso potere di contrattazione

dei paesi più poveri ha comportato la formazione di termini di scambio tra i prodotti dei paesi sottosviluppati

(materie prime e prodotti agricoli) e i prodotti dei paesi sviluppati (manufatti industriali) svantaggiosi per i primi. Il

requisito politico per il superamento del sottosviluppo si pone quindi, a livello internazionale: è necessario che la

cooperazione economica tra i paesi sottosviluppati cresca al fine di aumentarne il potere di contrattazione e arrivare

ad una reale cooperazione e solidarietà internazionale.

La teoria della dipendenza si inspira, invece alle tematiche del colonialismo e dell’imperialismo, i quali hanno

determinato in questi paesi lo sviluppo di un’economia complementare (o dipendente). Ciò ha comportato un

continuo drenaggio di risorse (“surplus” economico) dai paesi sottosviluppati verso le metropoli imperialistiche.

Questo trasferimento di risorse è avvenuto attraverso due processi fondamentali:

• “scambio ineguale” tra materie prime e prodotti alimentari, a basso prezzo, esportati dai paesi

sottosviluppati e prodotti industriali, a prezzi elevati, importati dalle metropoli, che ha determinato un più

che secolare deterioramento dei termini di scambio a danno dei paesi sottosviluppati.

• investimenti diretti di capitali stranieri nei paesi sottosviluppati , che realizzano profitti nel settore primario

e industriale non reinvestendoli in loco ma riesportandoli nei paesi d’origine dei capitali.

FRANK => estreme conseguenze => il sottosviluppo è essenzialmente il prodotto delle relazioni di dominio-

subordinazione che si estendono dai centri del capitale monopolistico e imperialistico (“metropoli”) fino alle zone

più remote della periferia sottosviluppata (“satellite”). Queste relazioni metropoli-satellite creano tre

“contraddizioni” fondamentali:

• I rapporti di dominio-subordinazione tra metropoli e satellite si sono risolti in un continuo drenaggio di

surplus economico da parte del sistema capitalistico a spese dei paesi sottosviluppati.

• Il risultato è la polarizzazione tra una metropoli in continuo sviluppo e una periferia sottosviluppata il cui

sottosviluppo si aggrava a causa dello sfruttamento che subisce (“sviluppo del sottosviluppo”).

• La continua presenza a ogni fase dell’espansione territoriale del sistema capitalistico degli elementi

strutturali fondamentali che generano la contraddizione sviluppo-sottosviluppo.

15

Per Frank il meccanismo di polarizzazione tra metropoli e satellite può essere spezzato solo attraverso la rottura dei

rapporti col mercato capitalistico mondiale. Tale rottura richiede un’azione congiunta dei paesi sottosviluppati

realizzata sulla base di scelte e decisioni a carattere transnazionale.

CARDOSO => sensibile miglioramento nella situazione economica di alcuni paesi (Brasile,Messico,Sud Africa),

che avviene comunque all’insegna della dipendenza. I settori manifatturieri delle aree periferiche in via di sviluppo

occupano pur sempre una posizione subalterna nei confronti della struttura industriale dei paesi centrali per le

seguenti ragioni: controllo della tecnologia e controllo finanziario.

Cardoso definisce la specificità di questo tipo di dipendenza con il termine di “sviluppo dipendente”.

L’”economia-mondo” e la fuoriuscita del sistema capitalistico

WALLERSTEIN => riprende le tematiche dei teorici della dipendenza, inquadrandole in una prospettiva globale di

“economia-mondo” (o sistema-mondo). L’economia-mondo emerge tra la fine del XV secolo e e l’inizio del XVI

secolo con la formazione del mercato capitalistico europeo e si espande successivamente nel resto del globo. Tale

economia si basa su una divisione del lavoro che gerarchizza i vari paesi in un centro, una semiperiferia e una

periferia. Tra centro e periferia sono in atto i processi di sfruttamento territoriale descritti dai teorici della

dipendenza.I paesi collocati nella semiperiferia occupano invece una posizione intermedia tra centro e periferia e

sono espressione di ciò che è stato definito sviluppo dipendente.

Come per Baran e Frank, anche per Wallerstein solo un socialismo internazionale in grado di governare

l’economia-mondo potrà portare all’eliminazione dei fattori di dipendenza e di sfruttamento territoriale.

Ruolo dello Stato e delle elite politiche nazionali nel quadro internazionale => nel corso degli anni Ottanta si

assiste ad un sviluppo economico, “export-oriented” e autosostenuto, di un certo numero di paesi dell’Asia

orientale e sud-orientale. La tesi, cara alla teoria della dipendenza, dell’impossibilità di un reale sviluppo

economico autonomo, per le aree sottosviluppate inserite nel meccanismo della divisione del lavoro, risulta perciò

confutata. => nuova “political economy” comparata (coniuga analisi dei processi di sviluppo e specificità storico-

locali). Il carattere dei legami economici che si vengono a costituire tra i paesi centrali e quelli periferici appare

profondamente influenzato dal contesto geopolitico all’interno del quale tali rapporti e contrattazioni si

manifestano. => riqualificata la tesi di GERSHENKRON sul ruolo cruciale dello stato nei processi di

industrializzazione ritardata.

L’autonomia strategica e la capacità burocratica dello Stato risultano essere il frutto di una combinazione variabile

di:

• Lo stato di rapporti di forza tra le classi sociali

• I tipi di relazioni politiche intessute dallo Stato con i gruppi di interesse e i movimenti sociali

• Il grado di autonomia e di potere specifici all’organizzazione interna dell’apparato istituzionale statale, non

rinviabili a classi e gruppi sociali esterni.

• La posizione dello Stato nazionale nell’ambito delle congiunture economiche e politiche transnazionali.

Autonomia strategica ed efficacia burocratica dello Stato convivono spesso, nei paesi di cui stiamo discutendo, con

centralizzazione del potere politico, scarsa democrazia, familismo, clientelismo e corruzione politica. Il familismo

(l’orientamento fortemente sugli interessi familiari) non si rivela necessariamente un fenomeno negativo ai fini

dello sviluppo. Ciò che conta è il tipo di coesione interna alla famiglia e alla parentela, cioè se essa permette o

meno la costruzione di legami più ampi con altri gruppo e sfere istituzionali. Perciò, bisogna distinguere tra un

familismo chiuso e un familismo più aperto ai membri non familiari (un particolarismo che può convivere con lo

sviluppo). Il clientelismo (inteso come scambio diretto di risorse pubbliche contro sostegno politico) e la

corruzione politica, inoltre, non hanno impedito lo sviluppo perché hanno assunto spesso la veste categoriale di uno

scambio tra Stato e gruppi di interesse che ha permesso l’attuazione di politiche regolative e ridistributive. Non è

dunque tanto la forma del rapporto che lega Stato e gruppi di interesse a definire efficacia ed effettività dell’azione

statale, quanto il tipo di politiche che scaturiscono da tali rapporti negoziali.

SACHS: pur essendo preferibile uno sviluppo economico senza clientelismo e corruzione politica non si può

negare la possibilità di convivenza e compatibilità tra sviluppo economico, clientelismo e corruzione.

Secondo la nuova “political economy” comparata, la capacità di adattamento all’innovazione economica e tecnica

di tipo capitalistico dei sistemi culturali tradizionali non occidentali è molto più elevata di quanto si sia

precedentemente pensato. (esperienze di sviluppo dei paesi dell’Asia Orientale sud-orientale)

Capitale sociale e sviluppo nella globalizzazione => anni Novanta un insieme di elementi, tra loro intrecciati,

sposta l’attenzione sulle dimensioni socioculturali della modernizzazione. Sono i seguenti:

• Lo sviluppo del capitalismo asiatico, con la connessa rivalutazione dell’etica economica confuciana.

• La difficile transizione economica in atto nei paesi dell’Europa orientale dopo il crollo dei regimi

comunisti, associata alla riscoperta della società civile.

16 • La critica generalizzata ai limiti dell’intervento regolatore dello Stato, coniugata con un crescente processo

di liberalizzazione dell’economia mondiale.

Si tratta di processi che favoriscono la focalizzazione dell’attenzione sulle variabili socioculturali alla base dei

processi di modernizzazione => concetto di capitale sociale. Le variabili endogene vengono collegate alle

dimensioni esogene, espressione dell’internazionalizzazione crescente dell’economia. Negli anni Novanta questa

internazionalizzazione appare sussunta sotto la categoria più ampia della globalizzazione. Ciò implica un

tendenziale superamento della dicotomia endogeno/esogeno => inevitabilità dell’intreccio tra dimensioni locali e

globali nel processo di globalizzazione.

PUTNAM => per capitale sociale intende un reticolo di relazione cooperative retto da fiducia e norme di

reciprocità e caratterizzato da una certa stabilità nel tempo. Il capitale sociale include un riferimento sia alla forma

delle relazioni sociali, sia all’origine di tali relazioni, sia ai contenuti delle stesse. Il richiamo a reticoli e alle

interazioni cooperative trova un alleato nell’analisi di rete (network analysis), e soprattutto nella “nuova sociologia

economica”. L’analisi di rete finisce con l’esprimere uno strumento teorico, un metodo di ricerca e un’efficace

metafora della società complessa. Il capitale sociale attivo in un dato reticolo può produrre ricadute positive o

negative sulle forme e sui contenuti del capitale sociale presente in altri reticoli.

Lo sviluppo locale nella globalizzazione

Rapporti territorialmente squilibrati esistenti all’interno di una stessa realtà statale => studiati in analogia con le

riflessioni sulla modernizzazione che guardano agli squilibri territoriali tra gli Stati => questione meridionale

italiana => Anni ’50 e ’60 => dualismo Nord-Sud generato da carenze di risorse materiali e umane nel

Mezzogiorno. Applicazione della teoria della dipendenza => il Sud viene visto essenzialmente come fornitore di

manodopera per lo sviluppo del Nord (processi migratori da Sud a Nord) e come mercato di sbocco dell’industria

settentrionale. Già nella seconda metà degli anni Sessanta, con l’ingente flusso di risorse statali a beneficio del sud

e la riduzione dei processi migratori, l’idea di un Sud funzionalizzato e sfruttato a favore dello sviluppo del resto

del paese viene non regge più ed assistiamo a quella che viene definita con il termine di “economia assistita”. Negli

anni Ottanta alcuni episodi di successo di piccola imprenditorialità locale pongono il problema dell’estendibilità al

Meridione del modello di sviluppo tipico del Centro-Nord-Est del paese. Una simile problematica solleva la

questione dell’esistenza o meno, nel Sud, delle risorse sociali e politiche in grado di attivare uno sviluppo

economico autosostenuto. Si riprende la “variabile strutturale” parsonsiana particolarismo-universalismo, in una

prospettiva dicotomica che ritiene possibile la modernizzazione del Sud solo attraverso una rottura drastica con la

sua tradizione particolaristica. Tale prospettiva viene rafforzata dalla ricerca di Putnam sulle diverse prestazioni

delle regioni italiane che sintetizza una carenza di spirito cooperativo presente nella società e nella politica

meridionale in termini di carenza endemica di capitale sociale. Il dibattito sullo sviluppo locale cerca di combinare

analisi del capitale sociale locale, ruolo del sistema politico e delle elite locali e processi di globalizzazione.

L’incrocio di queste tematiche produce un modello di regolazione dell’economia che potremmo definire

“governance glocale”. Essa implica un’attiva collaborazione tra istituzioni politiche locali, mondo imprenditoriale

(locale e esterno) e forze sociali che porta alla valorizzazione e al potenziamento del capitale di fiducia reciproca,

in funzione dell’innovazione e dello sviluppo. Il modello locale di sviluppo propone un localismo non autarchico,

nel quale localismo e globalizzazione, invece di porsi in conflitto entrano a far parte di un processo di scambio e

arricchimento reciproci. => tentativo di legare le istituzioni pubbliche al processo di produzione del capitale

sociale.

Il governo dello sviluppo => Il legame tra capitale sociale, sviluppo locale e globalizzazione implica un riferimento

alla politica non solo in termini di politica locale e nazionale, ma anche nell’accezione più ampia di governo della

globalizzazione. La globalizzazione economica degli ultimi trent’anni si è risolta in un’intensificazione del

commercio internazionale, degli investimenti diretti all’estero e dei movimenti di capitali che hanno accresciuto le

interdipendenze tra le varie economie nazionali. La globalizzazione è stata supportata da una concezione

economica neoliberista che ha predicato il libero scambio, la liberalizzazione dei mercati dei capitali, il

trasferimento di attività dal settore pubblico a quello privato, il pareggio di bilancio e la stabilità monetaria. Questa

dottrina, (OCSE), è stata imposta in modo indiscriminato dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca

Mondiale ai paesi in via di sviluppo. Ciò ha implicato, per molti di questi paesi, una serie di gravi crisi che hanno

indotto a concepite le politiche di apertura commerciale e finanziaria come processi da adottare con una certa

gradualità, e da tarare sulle caratteristiche socioeconomiche e politiche di ogni paese. Più in generale l’idea di

globalizzazione ripropone al centro dell’attenzione il ruolo della politica, in quanto obbliga a ragionare in termini di

una “governance” globale orientata al conseguimento di un ordine del mercato mondiale più equo e più sicuro. Le

accresciute interdipendenze esistenti su scala planetaria hanno accentuato la percezione dei rischi indotti

dall’azione umana => Si è imposta così la prospettiva di una politica orientata a uno sviluppo alternativo e più

sicuro.

17

Lo sviluppo alternativo => nasce come esigenza di sviluppo sostenibile, per legarsi oggi alle concezioni più

preoccupate dei rischi dello sviluppo, sconfinanti talvolta in vere e proprie utopie antisviluppiste.

Il tema dello sviluppo sostenibile nasce come opzione per una gestione delle risorse naturali che implichi la

garanzia della loro riproducibilità e del rispetto dell’equilibrio ambientale. => si è aggiunta l’idea di uno sviluppo

equo a livello globale e quindi si presuppone la necessità di un governo globale capace di distribuire con equità i

costi di uno sviluppo sostenibile.

SEN => proposta che riguarda lo sviluppo delle capacità umane. Capacità => la libertà sostanziale delle persone di

realizzare il genere di vita a cui attribuiscono valore.

CAPITOLO 5 - I SISTEMI SOCIOECONOMICI LOCALI

Stato => il solo attore rilevante della politica economica e quindi dello sviluppo => studio e ricerche di relazioni tra

Stati => dagli anni ’70 in poi si parlerà di sviluppo locale => l’internazionalizzazione che percorre tutta la storia del

capitalismo si trasforma in globalizzazione: i rapporti di mercato che avevano interessato progressivamente vaste

aree del pianeta riguardano ormai tutta la sua popolazione.

Due ordini di fattori per i quali la globalizzazione può esaltare la rilevanza del locale:

• Il primo ordine di fattori è “offensivo”: i sistemi (produttivi) locali che dispongono di vantaggi competitivi

localizzati, che hanno “qualcosa da vendere”, possono farlo in uno spazio incomparabilmente più vasto che

in passato.

• Il secondo ordine è “difensivo”: le pressioni competitive e omologanti caratteristiche della globalizzazione

si scaricano specialmente su sistemi locali che si sentono minacciati nella loro posizione economica ma

anche nella loro posizione economica ma anche nelle loro caratteristiche identitarie, che reagiscono quindi

con atteggiamenti di arroccamento.

Definizioni di locale => tre possibili livelli di definizione:

1. Locale a livello sociografico: il sistema locale viene definito secondo caratteristiche che

permettono di delimitare analiticamente i confini che lo separano da un ambiente territoriale più vasto. Le

caratteristiche e i confini vengono qui individuati sulla base di interessi di ricerca o di policy: una certa

variante di dialetto permette di individuare un sistema locale linguistico isolabile da territori contigui dove

vocabolario e pronuncia sono diversi. A questo livello troviamo anche le partizioni amministrative (porzioni

di territorio i cui abitanti pagano lo stesso tipo di imposte).

2. Locale come identità collettiva: secondo Marx esiste la classe in sé, definita dalla collocazione nei

rapporti di produzione, e la classe per sé caratterizzata dalla presenza di coscienza di classe, potremmo dire

che esiste un sistema locale per sé quando le persone al suo interno hanno consapevolezza della loro

appartenenza e sviluppano in proposito atteggiamenti positivi e negativi. Ricerche fondanti sullo sviluppo

locale sono quelle che hanno tematizzato e messo in relazione l’omogeneità statica e sociografica di un

territorio con il senso di appartenenza dei suoi abitanti, con la presenza di istituzioni e di convenzioni,

centrate sul prodotto e sul “modo di produzione” che costituiscono l’identità economica locale.

3. Il terzo livello è quello della regolazione dei sistemi locali: come nel caso dei sistemi territoriali

più vasti, si tratta di individuare i principi o la combinazione di principi (Stato, mercato, comunità) sulla base

dei quali le risorse vengono prodotte e distribuite. È anche a questo livello che si pone il problema

dell’esistenza di un attore collettivo: della possibilità cioè di individuare il sistema locale (città, regione ecc.)

come attore cui sono imputabili azioni e strategie socialmente rilevanti.

La specificità europea => SABEL si occupa del “riemergere delle economie regionali”. La tesi di fondo è che la

“regione” (sinonimo di sistema locale) è stata originariamente l’unità territoriale di base dell’economia europea,

successivamente “sommersa” dell’affermarsi degli Stati nazione. La tesi è stata ripresa in seguito in riferimento alla

società europea, luogo d’origine delle innovazioni tecnologiche e sociali da cui nasce la formazione economico-

sociale capitalistica. Le politiche miranti al riequilibrio regionale, e quelle che hanno introdotto la dimensione

territoriale in politiche di altro genere, non potevano che avere come obiettivo aree sub-nazionali: in un continente

variegato come l’Europa è specialmente qui che la diversità si manifesta.

• Regionalizzazione: si intende la creazione e il rafforzamento di istituzioni substatali all’interno degli Stati

nazionali dell’Europa occidentale.

• Regionalismo: si intende il processo culturale che si fonda appunto su uno specifico tipo di identità, quella

territoriale.

18

Le politiche europee di gestione delle crisi industriali e delle loro conseguenze avevano originariamente come

destinatari imprese e industrie, di cui il territorio era un contenitore. Ci si rende conto dell’importanza della

specificità regionali per l’implementazione delle strategie di gestione del declino, e si arriva alla conclusione che è

al territorio, alle sue peculiarità e ai suoi attori, che bisogna far prima di tutto riferimento. I sistemi locali hanno

oggi meno bisogno di legittimazione di un tempo, perché nel frattempo la loro istituzionalizzazione si è rafforzata,

ma non per questo si è indebolita la strategia della burocrazia europea mirante ad influire sul modo in cui i sistemi

locali si governano.

I sistemi produttivi locali = > se ne occupa la sociologia economica. L’interesse è rivolto a territori definiti dalla

specificità delle risorse in essi prodotte e dalla specificità del modo in cui tali risorse vengono prodotte e allocate: il

modo di produzione e di allocazione dipende dalle caratteristiche, non solo economiche, della società locale nella

quale l’economia è radicata.

Anni Sessanta e Settanta => crisi del modello produttivo fordista e declino della grande impresa industriale. =>

scoperta che in certe regioni italiane, definibili complessivamente come “Italia della piccola impresa”, sistemi di

piccole imprese (fino allora considerate “arretrate”) danno prova di straordinario dinamismo (l’occupazione tiene,

l’innovazione è frequente, l’esportazione aumenta). Ben presto si scoprirà anche la collocazione di questi sistemi

d’imprese non è casuale, e che essi sono radicati in sistemi territoriali socialmente peculiari. BECATTINI => parla

di distretto industriale “marshalliano” => dall’economista inglese riprende l’idea che ci sono economie esterne

all’impresa ma interne al distretto e quella secondo cui il distretto è caratterizzato da una peculiare “atmosfera

industriale”, che fa si che i “segreti del mestiere siano nell’aria”. Becattini definisce il distretto industriale come

entità socio-territoriale caratterizzata dalla compresenza attiva, in un’area territoriale circoscritta, naturalisticamente

e storicamente determinata, di una comunità di persone e di una popolazione di imprese industriali. Nel distretto, a

differenza di quanto accade in altri ambiti, la comunità e le imprese tendono ad interpenetrarsi a vicenda.

Becattini vede all’opera nel distretto due principi, la comunità e il mercato => il mercato è reso più efficiente dal

condizionamento di rapporti fondati sulla conoscenza personale, sulla condivisione di valori, sul seno di

appartenenza => la performance economica dipende largamente da fattori non economici, dal contesto istituzionale.

Capitale sociale: l’insieme delle relazioni sociali di cui un soggetto individuale o un soggetto collettivo dispone in

un determinato momento. Attraverso il capitale di relazioni si rendono disponibili risorse cognitive (informazioni,

normative, fiducia), che permettono agli attori di realizzare obiettivi che non sarebbero altrimenti raggiungibili, o lo

sarebbero a costi molto più alti.

Capitale di beni relazionali: il patrimonio fondamentale delle diverse economie locali non è più di natura

materiale, bensì di natura relazionale.

Fino all’inizio degli anni Novanta, con l’esperienza e la teoria dei distretti industriali italiani si è vista la risposta

alla crisi del fordismo e la presenza di innovazioni organizzative che anche la grande impresa poteva far proprie. La

fortuna del modello distrettuale poneva il difficile problema della sua replicabilità.

Così, nella fase di istituzionalizzazione che comincia negli anni Novanta si sono riconosciuti i distretti esistenti, e

se ne sono promossi di nuovi, puntando sulle caratteristiche più facilmente comprensibili e misurabili: la

dimensione delle imprese, il loro carattere manifatturiero, la specializzazione merceologica.

Alla fine degli anni Novanta i segni di crisi si moltiplicano, e all’inizio del XX secolo la vicinanza al tipo ideale del

distretto industriale marshalliano è un buon predittore di declino o di crisi imminente. I fattori di difficoltà dei

distretti sono diversi, come diversa è la capacità di risposta strategica che essi dimostrano, ma un paio sono

certamente ricorrenti: la specializzazione industriale dei distretti, il loro carattere manifatturiero, li espone in prima

linea alla concorrenza internazionale; sempre rispetto alla concorrenza internazionale, la piccola dimensione delle

imprese comporta debolezze non più sostenibili, e questo nonostante qualche riuscito tentativo delle politiche locali

di promuovere forme di cooperazione sistemica.

Matura la consapevolezza che “distretto industriale” non è sinonimo di “sistema produttivo locale”.

La legge 140 del 1999 definisce i sistemi produttivi locali come i contesti produttivi omogenei, caratterizzati da

una elevata concentrazione di imprese, prevalentemente di piccole e medie dimensioni, e da una peculiare

organizzazione interna. Si definiscono distretti industriali i sistemi produttivi locali caratterizzati da una elevata

concentrazione di imprese industriali nonché dalla specializzazione produttiva di sistemi di imprese.

Tre tipi di sistema produttivo locale:

1. Distretti industriali => forte integrazione tra piccole e medie imprese spazialmente concentrate e

settorialmente specializzate.

2. Imprese-rete: piccole e medie imprese concentrate nello stesso sistema territoriale, in rapporto di sub-

fornitura con grandi imprese clienti.

3. Cluster empirici di piccole e medie imprese, settorialmente specializzate, con mercati frammentati e

instabili, e spesso in rapporto diretto col mercato finale.

19

Questa differenziazione è il risultato di trasformazioni in atto nei distretti classici: cresce il numero delle

associazioni, accordi, consorzi tra imprese, un certo numero di piccole imprese diventano medie, ecc…

Tra le strategie di successo troviamo specialmente la delocalizzazione all’estero di funzioni produttive, da parte di

imprese che “mentre riorganizzano le proprie catene di fornitura si concentrano sempre più su attività basate su

conoscenze intensive quali il design, la progettazione e la ricerca e sviluppo”: Sabel ha definito questa situazione

“distretto in movimento”.

Cluster: PORTER lo definisce come concentrazione geografica di imprese interconnesse, di produttori

specializzati, di fornitori di servizi, di imprese in settori “adiacenti”, e di istituzioni connesse, in un determinato

settore, che competono ma anche cooperano.

SABEL => i cluster sono agglomerati di imprese formatesi “naturalmente”, geograficamente concentrate,

generalmente piccole e medie, che cooperano direttamente o altrimenti attingono a risorse comuni, in una o più

aree di attività economica strettamente connesse. Le risorse in comune a cui si riferisce Sabel coincidono

presumibilmente con i local collective competition good e quindi il cluster può essere non solo “accompagnato”

dopo la formazione “naturale”, ma promesso o addirittura “costruito”.

La governance dei sistemi locali

I sistemi (produttivi) locali richiedono regolazione => per “regolazione dell’economia” intendiamo i diversi modi

in cui quel particolare insieme di attività e di rapporti fra attori che attiene alla sfera della produzione e della

distribuzione di risorse economiche viene coordinato, le risorse che vi sono connesse vengono allocate, e i relativi

conflitti, reali o potenziali, vengono strutturati – cioè prevenuti o composti.

I principi che regolano in ogni società le modalità di coordinamento delle attività e di allocazione delle risorse sono

da sempre al centro della teoria sociale => Stato e mercato i quali spesso vengono visti come contrapposti. Accanto

a questi due principi ce n’è un altro, la comunità nel caso in cui la regolazione si fonda sull’esistenza di relazioni di

famiglia, vicinato, amicizia, “comune sentire”.

La realtà consiste in un mix dei tre principi, e forse nella presenza di altri.

Le modalità di regolazione dei sistemi locali europei sono caratterizzate dalla combinazione originale di più

principi di regolazione: questa è sempre più pluralistica e più cooperativa. Ciò spiega la recente fortuna del

concetto di governance destinato a descrivere situazioni in cui le decisioni rilevanti per il sistema, e la produzione

di beni pubblici, sono il risultato dell’interazione tra una pluralità di attori di diversa natura, contrapposto a

government il quale è un sinonimo di istituzioni pubbliche.

Uno dei risultati di questo processo di istituzionalizzazione della governance pluralistica e cooperativa è che essa

ha preso sempre più la forma dell’accordo formalizzato, del “patto”: questa forma di governance è stata spesso

definita con il termine di concertazione (incontro di interessi diversi e potenzialmente divergenti).

Al centro dell’analisi di questo tipo di governance stanno in particolare:

La capacità di combinare diversi tipi di legittimazione degli attori, diverse forme di democrazia => La

concertazione locale presuppone l’esistenza di forme di democrazia rappresentativa a cui si accompagnano processi

decisionali fondati sulla negoziazione, in cui attori che mantengono le loro preferenze raggiungono compromessi

giudicati soddisfacenti. Molte formule di concertazione locale promuovono comunque i due requisiti fondamentali

della democrazia deliberativa: inclusione (la definizione di un problema e la ricerca di una soluzione sono

esplicitamente demandate all’interazione tra una pluralità di attori che rispecchiano gli interessi e i punti di vista

rilevanti per la questione sul tappeto) e deliberazione (in esse si preferisce discutere o trattare ad oltranza, piuttosto

che arrivare alla conta dei voti)

• La capacità di produrre beni pubblici locali per la competitività => i beni in questione sono formazione

professionale, trasferimento tecnologico, l’internazionalizzazione, il credito e certe infrastrutture. Una

governance territoriale efficace è quella che mette a disposizione delle imprese questo tipo di beni,

accrescendo la loro competitività e quella del territorio. I local collective competition goods sono risorse

prodotte allo scopo esplicito e consapevole di accrescere la competitività delle imprese (quindi si suppone

del territorio). Una governance capace di promuovere sviluppo locale, è quella capace di utilizzare a fini di

competitività beni pubblici di varia natura.

• La capacità di costruire capitale sociale => Il capitale sociale, risorsa che non sta negli attori ma nelle

relazioni tra attori, può avere effetti positivi sullo sviluppo. È utile tenerne conto da due punti di vista: la

dotazione originaria la quale spiega vari aspetti essenziali del modo in cui la regolazione\governance locale

si è configurata oppure la produzione di capitale sociale come compito essenziale della governance:

programmazione negoziata (tra queste sono state specialmente studiate la pianificazione strategica urbana e i

patti territoriali)

• La capacità di controllare le esternalità negative, garantendo uno sviluppo locale sostenibile =>

garantisce la riproducibilità delle risorse naturali consumate nel processo, tenendo sotto controllo la

produzione di esternalità negative. => interazione coevolutiva tra società e ambiente

20

Città come nodo dello sviluppo locale => la città non ha mai cessato di essere la sede delle imprese più dinamiche,

e soprattutto la sede di produzione dell’innovazione: le istituzioni a questa deputate sono rimaste (almeno in

Europa) tipicamente urbane. Ma a partire dal periodo di affermazione degli Stati nazionali la città ha

apparentemente cessato di essere un soggetto autonomo di politica economica => formulazione e attuazione di

politiche economiche che diventano anche politica estera. Si ha soprattutto un visibile passaggio alla governance

pluralistica e cooperativa che si esprime nella concertazione locale.

Questo tipo di governance sembra presentarsi nelle città in maniera esemplare, dato che buona parte degli attori che

ne sono protagonisti (il governo locale, le associazioni, …) sono attori essenzialmente urbani, e si tratta degli attori

che ritroviamo come protagonisti di un’altra formula: la pianificazione strategica urbana.

La pianificazione si basa su un processo di cooperazione volontaria tra i diversi soggetti pubblici e privati, che

mettono a punto insieme un percorso di sviluppo condiviso, individuando alcuni obiettivi strategici e si impegnano

a realizzare una serie di azioni tra loro integrate. In questo modo si cerca di affrontare non solo il problema del

coordinamento tra diverse istituzioni pubbliche, ma anche associare le organizzazioni di rappresentanza degli

interessi economici, sociali e culturali.

Conclusioni => nell’ultimo trentennio del XX secolo, i sistemi produttivi locali hanno costituito un elemento di

forza del capitalismo europeo e di quello italiano, anche se si rilevano segni crescenti di critica, sfiducia e disagio a

causa delle trasormazioni. Le cause possono essere: il carattere manifatturiero dei distretti industriali classici, in

particolare concorrenza asiatica; la ricerca del consenso resa macchinosa dalla pluralità e diversità degli attori, la

quale diminuisce l’efficienza e rallenta i tempi di risposta; la crisi d’identità delle istituzioni europee.

Constatazione che molti sistemi produttivi locali, caratterizzati da suo radicamento nella società locale, stanno

reggendo alla competizione internazionale => distretti in movimento. Inolte, sebbene le grandi imprese

multidimensionali, i global players, si comportano normalmente da “impresa irresponsabile”, questa non avviene in

tutti i casi ed infatti hanno cominciato da qualche anno a mostrare segni di interesse per lo sviluppo locale e a

intraprendere azioni innovative nei sistemi territoriali locali in cui sono presenti.

=> per queste imprese, se si esita a parlare di “radicamento”, non si può certo parlare di una strategia di

indifferenza e di abbandono nei confronti del territorio.

CAPITOLO 6 - LE TRASFORMAZIONI DELL’IMPRESA E I CONTESTI

SOCIOISTITUZIONALI

Nell’economia di mercato l’impresa è l’unità fondamentale di organizzazione e di esercizio delle attività

economiche. => L’impresa è:

• è un soggetto economico che combina i fattori tecnici e umani tramite la leva organizzativa allo scopo di

produrre o scambiare merci e ricavarne profitto;

• un complesso di rapporti giuridicamente tutelati a tal scopo;

• un’organizzazione con un proprio governo e una gerarchia di ruoli e di rapporti di potere.

Fra impresa e società vi è un legame di reciprocità. Non solo l’impresa è inserita nel contesto economico e sociale

e da esso è condizionata, ma vero anche il contrario: un tipo di organizzazione modella il tipo di società =>

l’impresa ha anche una funzione di institution building. L’impresa della citazione è la grande impresa.

Il tipo di organizzazione che ha modellato in larga misura la società del Novecento è stata la grande impresa

“fordista”. Essa fu caratterizzata da un incessante processo di crescita dimensionale tanto da meritarsi l’appellativo

di impresa gigante in grado di segnare il profilo, l’evoluzione e la storia delle città.

Dagli anni Settanta in poi si assiste a una progressiva diminuzione dell’occupazione nella grande impresa, che

inverte il processo decennale di concentrazione occupazionale nelle maggiori. Il processo di riduzione

occupazionale è indicatore di una “crisi della grande impresa”, che ben presto però si rivela essere crisi dell’intero

modello di produzione di massa fordista. Le vie di uscita perseguite dalla grande impresa sono:

• la prima, interna alle imprese, è volta a modificare l’organizzazione della produzione e del lavoro nonché le

strutture organizzative deputate alla loro gestione e coordinamento.

• la seconda, imperniata sulla deverticalizzazione produttiva e il ricorso al mercato, modifica i confini

dell’impresa attraverso nuove forme di divisione del lavoro tra imprese.

La trasformazione epocale della grande impresa che ne scaturisce, alimentata dalla globalizzazione dei mercati e

dalle logiche del capitalismo finanziario, ridisegna i legami di reciprocità fra società e impresa.

21

L’impresa fordista e la sua crisi => la grande impresa “fordista” di produzione di massa, subentrata a quella del

primo periodo del capitalismo dominata ancora dalla figura dell’imprenditore fondatore, prese forma negli Stati

Uniti agli inizi del Novecento a partire dai rilevanti processi di concentrazione tecnico-produttiva indotti dai

progressi in campo tecnologico e in quello della standardizzazione nell’industria pesante, delle infrastrutture e in

quella manifatturiera. La concentrazione avvenne inglobando altre imprese concorrenti che fabbricavano lo stesso

prodotto (concentrazione orizzontale) oppure collocate a monte (materie prime, semilavorati) o a valle

(commercializzazione, distribuzione) del ciclo produttivo, con effetti di integrazione verticale del ciclo stesso. Ai

processi di concertazione verticale e orizzontale è anche connessa la trasformazione della grande impresa da

familiare e imprenditoriale, poiché, la proprietà e la gestione individuale o familiare non garantiva più l’autonomia

finanziaria e la gestione razionale, a fronte degli ingenti investimenti richiesti per stare sul mercato.

Separazione fra proprietà e controllo dell’impresa => detenuto ora non più dal tradizionale imprenditore, bensì

dalla ristretta elite dei manager cui è affidata la gestione delle grandi società per azioni.

Organizzazione del lavoro taylor-fordista => risultato dell’integrazione fra i principi organizzativi elaborati da

Taylor e l’innovazione produttiva della catena di montaggio introdotta per la prima volta nel 1913 da Ford nello

stabilimento di Detroit. Il taylorismo rivoluziona le modalità del lavoro manuale industriale sostituendo le routine

dell’operaio di mestiere con lo studio scientifico delle operazioni lavorative e dei movimenti per espletarle, la

misurazione del tempo esatto per il loro svolgimento e la loro ricomposizione in mansioni semplici e parcellizzate.

La catena di montaggio determina il ritmo del lavoro.

Questa rivoluzione del modo di organizzare la produzione e dividere il lavoro consentì l’assunzione di masse

enormi di lavoratori dequalificati e favorì lo sviluppo di una burocrazia gerarchica e tecnica deputata alla

pianificazione, organizzazione e gestione quotidiana di un flusso sempre più complesso di processi produttivi

interconnessi. Essa consentì anche un abbassamento enorme e repentino dei tempi e dei costi di produzione e

quindi dei prezzi dei prodotti finali sul mercato, dando così avvio all’epoca della produzione e del consumo di

massa.

Il modello d’impresa e di produzione fordista entra in crisi negli anni ‘70 del secolo scorso, quando vengono a

maturazione una serie di fattori sia esogeni che endogeni (Es. lo “shock petrolifero” del 1973 con il conseguente

rincaro delle materie prime, la nuova incertezza che caratterizza i mercati finanziari con la svalutazione del dollaro,

l’instabilità dei cambi e quella dei tassi di interesse legata all’irrompere dell’inflazione, il restringimento dei

consumi). La rigidità del modello rpoduttivo, entra in collisione con il crescente fabbisogno di flessibilità delle

imprese.

L’organizzazione del lavoro: dalla tecnologia all’organizzazione

Trasformazioni interne alla grande impresa => due sentieri di uscita dal fordismo:

• Il “neofordismo tecnologico” => strategia di flessibilità perseguita soprattutto nell’industria

automobilistica (la Fiat in Italia, la Peugeot in Francia) e centrata sulla massiccia automazione della

produzione resa possibile dagli sviluppi della tecnologia elettronica. La catena di montaggio tradizionale

lascia il posto a sofisticati sistemi di movimentazione di materiali e semilavorati oppure a veri e propri

sistemi di produzione in cui anche le operazioni di trasformazione sul prodotto vengono realizzate da linee

automatizzate o anche da robot antropomorfi disposti su planimetrie reticolari. Ambedue le soluzioni

consentono di superare la rigidità della concatenazione lineare tradizionale e di gestire in modo più flessibile

il numero crescente di modelli e varianti del prodotto sviluppati per fronteggiare l’accresciuta concorrenza

sul mercato in termini di variabilità dell’offerta e di “personalizzazione” del prodotto; più tecnologia = una

qualità del prodotto maggiore e più costante.

• La “produzione diversificata di qualità”=> termine con il quale Streeck ha voluto sintetizzare la via

tedesca di uscita dal fordismo negli anni Ottanta. Si distingue dal neofordismo tecnologico per il maggior

tasso innovativo sul terreno dell’organizzazione del lavoro => maggiore qualificazione richiesta alle nuove

figure professionali, spesso combinata con soluzioni organizzative, imperniate su gruppi di lavoro

polifunzionali e a composizione mista, che tagliavano i ponti con l’organizzazione taylor-fordista

tradizionale e aprivano nuove dinamiche di “riprofessionalizzazione del lavoro”.

A partire dagli anni Novanta ambedue confluiscono nella via maestra della cosiddetta “produzione snella” di

origine giapponese => maggiore flessibilità di risposta e maggiore qualità dell’offerta.

La produzione snella raggiunge entrambi questi obiettivi a partire da due principi basilari: il just in time e il kaizen

(miglioramento continuo), che ribaltano la logica del taylor-fordismo.

Il just in time organizza il flusso produttivo in base al principio che ogni materiale o componente deve pervenire

alle postazioni di lavoro nell’esatto momento in cui è necessario alla produzione. Il ribaltamento risiede nella

logica di programmazione della produzione. Nel modello fordista i volumi produttivi erano calcolati sulla base di

una previsione delle vendite future e da questa si derivavano i programmi di produzione e quelli di

approvvigionamento dei magazzini affinché contenessero le quantità di materiale e componenti necessarie al

22

rispetto dei programmi prestabiliti. Nella produzione snella, invece, è il mercato a determinare la produzione:

idealmente l’intero flusso si avvia soltanto in base alla domanda a valle che attiva il processo di produzione e

quello connesso di approvvigionamento dei materiali. Ne consegue una drastica riduzione dei magazzini a

dimensioni minime, quelle strettamente necessarie al transito di materiali, componenti o semilavoratori dal

fornitore alla linea di lavorazione o montaggio. Ogni scorta diventa sinonimo di spreco perché materiale non

richiesto in quel momento dalla produzione. Il principio del just in time non elimina la catena di montaggio, anzi

estende il principio della concatenazione lineare e del “flusso teso” oltre i confini aziendali essendo il meccanismo

organizzativo che regola anche i rapporti con i fornitori. La rinuncia alle scorte rende la produzione snella a un

tempo trasparente ed estremamente fragile appunto come un cristallo (ogni inconveniente nei flussi di

approvvigionamento e di produzione viene immediatamente alla luce ma rischia anche di bloccarli altrettanto

immediatamente)

Il principio del kaizen è finalizzato a prevenire ed eliminare ogni fonte di errore, onde evitare che ciò che possa

accadere. Anche in questo caso si tratta di un rovesciamento della logica taylor-fordista. Nell’elaborazione dei suoi

principi, Taylor postulava l’esistenza e la possibilità di individuare l’”unica via migliore” (la one best way) per

organizzare il lavoro, quella stabilita sulla base dell’analisi scientifica del processo di produzione e del lavoro

umano e quindi non erano concepiti né ammessi scostamenti o rielaborazioni da parte dei lavoratori o della stessa

gerarchia di officina. Non c’è una one best way, se mai una best way che tutto il personale è chiamato a

perfezionare a partire dall’eliminazione di ogni errore e dall’individuazione delle soluzioni più appropriate per

evitarne la ricomparsa. Messe a confronto con il “modello giapponese”, le soluzioni praticate nelle imprese

occidentali negli anni Ottanta si rivelano altrettanto fragili per la complessità tecnologica degli impianti

assolutamente diseconomiche per i crescenti costi organizzativi legati alla loro gestione. Viceversa, nelle imprese

giapponesi l’impiego della tecnologia risulta frugale, mentre è la stessa organizzazione a rivelarsi fonte di

innovazione anche e soprattutto nelle aree ad alta intensità di lavoro manuale e cruciali per la qualità del prodotto

come i montaggi.

Management a vista => serie di procedure e meccanismi diretti ad assicurare la visibilità immediata a lavoratori e

gerarchia di ogni evento rilevante per il buon andamento della produzione. Associati ai meccanismi di

condizionamento reciproco nei team di lavoro, essi inducono i comportamenti individuali nella direzione desiderata

senza la necessità di strumenti coercitivi.

Sin dall’inizio degli anni ‘90 le trasformazioni nell’organizzazione del lavoro sono accompagnate da un ridisegno

della struttura organizzativa secondo nuovi principi economico-aziendali che la scompongono in unità

finanziariamente autonome, dotate in varia misura di un proprio budget e responsabilizzate sulle relative voci di

spesa.

La trasformazione del lavoro parte dall’interno delle imprese => anche dove permangono elementi tayloristici, essi

sono inseriti in una logica organizzativa profondamente diversa => il lavoro non è più soltanto energia

oggettivabile e oggettivata => l’impresa postfordista abbisogna dell’intelligenza e del coinvolgimento dei

lavoratori, della loro soggettività.

Organizzazione della produzione e confini dell’impresa

Ricerca di flessibilità e riduzione dei costi caratteristiche nel modello giapponese => profonda trasformazione delle

modalità di organizzazione della produzione nonché delle strutture di impresa e di settore, contrassegnata

dall’affermarsi della divisione del lavoro tra imprese in luogo dell’integrazione verticale nell’impresa. Criteri e

ragione che guidano la trasformazione:

1. “Teoria dei costi di transazione” di Williamson => imperniata sulla dicotomia “mercato/gerarchia”, le regioni

sono da cercarsi nel mutamento dei costi di transizione. Ogni scambio di beni o servizi comporta dei costi;

internalizzare un’attività, ossia effettuarla in proprio (gerarchia), consente di risparmiare i costi relativi alla sua

contrattualizzazione con soggetti esterni all’impresa (mercato). Mercato e gerarchia sono quindi due

meccanismi diversi e alternativi di coordinamento della produzione. La scelta a favore dell’uno o dell’altro

dipende dal minor costo di transizione ad esso associato nel determinato contesto tecnologico, di settore e

istituzionale in cui l’impresa si trova ad operare.

2. “Teoria delle risorse”: qui l’impresa è concepita come un insieme di risorse tangibili e intangibili, di

“capacità” di mobilitarle al meglio e di competenze da attivare per produrre determinati beni o servizi.

L’insieme di risorse, capacità e competenze è sempre un patrimonio specifico ed esclusivo di ogni impresa, è

accumulato e rinnovato strategicamente sul lungo periodo, e costituisce il fondamento del suo vantaggio

competitivo. In questa prospettiva teorica le scelte relative ai confini dell’impresa non sono guidate

primariamente dalla semplice riduzione dei costi di transizione poiché molte di quelle risorse, capacità e

competenze sono il risultato di circuiti di conoscenza e di apprendimento contestualizzati e come tali non sono

scomponibili in parti distinte scambiabili in forma contrattuale. Inoltre, le scelte di internalizzazione o

esternalizzazione sono legate piuttosto alla valutazione sulle proprie competenze distintive: l’alternativa se

23 produrre, comprare o vendere (esternalizzare) viene a dipendere dalle strategie di specializzazione e di

innovazione volte a salvaguardare e a rinnovare la propria competitività. => I costi di transazione passano in

secondo piano.

Reti di imprese e catene del valore

Le statistiche sulle imprese e quelle sul commercio ci dicono effettivamente che oggi un numero maggiore di

imprese scambiano fra loro, in transizioni inter-impresa, una quantità di beni e servizi superiore al passato. => le

imprese allacciano e sviluppano relazioni fra loro nelle forme più svariate: franchising, subappalto, ecc..

Attraverso questi meccanismi le imprese “organizzano” l’ambiente esterno e sviluppano forme di “integrazione

orizzontale” => “impresa rete” e “reti di imprese”.

BUTERA => ambedue sono composte da unità autonome a differente grado di autoregolazione (nodi) collegati fra

loro attraverso differenti modalità di relazione (connessioni); le combinazioni di nodi e connessioni dà luogo a

relazionali stabili (strutture) che condividono obiettivi, linguaggi, codici e agiscono in base a regole operative e

meccanismi di coordinamento e controllo (proprietà operative).

Impresa rete => quando le unità organizzative (i nodi) presentano un grado elevato di autonomia nella definizione

degli obiettivi e/o nella definizione delle strategie nonché nelle scelte organizzative finalizzate al loro

conseguimento. L’architettura organizzativa assume contorni modulari e le connessioni tra i moduli non sono più

soltanto verticali e unidirezionali (top down) ma anche orizzontali, tra i moduli stessi.

Rete di imprese => i nodi sono costituiti da imprese indipendenti che cooperano per il raggiungimento di uno scopo

comune regolando i propri rapporti in forma contrattuale o anche consuetudinaria.

Immagine di rete non con nodi e maglie uguali => non basta la maggiore autonomia delle unità organizzative o

l’indipendenza dei nodi a disegnare una rete => il contenuto delle connessioni e la simmetria degli scambi al loro

interno sono altrettanto fondamentali. Quanto più l’insieme delle relazioni risulta accentrato e gerarchicamente

ordinato intorno a un “nodo focale” tanto più ci si allontana dalla simmetria e dunque dalla forma rete => potere

=> immagine della ragnatela la quale assume una forma piramidale come avviene nei rapporti di subfornitura =>

riorganizzazione in un sistema a più strati in cui i fornitori di primo livello intrattengono rapporti privilegiati con

l’assemblatore finale, cui forniscono componenti complessi progettati congiuntamente. Scendendo di livello

diminuisce progressivamente la dimensione d’impresa e con essa la capacità di progettazione e ricerca; le imprese

di secondo e terzo livello sono fornitrici o subfornitrici di componenti standardizzati. In questa struttura, la

pressione continua alla riduzione dei costi viene trasferita da un livello a quello successivo: mentre i fornitori di

primo livello dispongono di margini di negoziazione grazie al fatto di essere detentori di risorse e competenze

specifiche e di intrattenere generalmente rapporti di fornitura anche con altre imprese, man mano che si scende

lungo la catena di fornitura la relazione tra le imprese diventa di puro mercato e la competizione unicamente sui

prezzi, diminuisce la specificità della fornitura e le imprese diventano sempre più intercambiabili => La “rete”

diventa per quelle imprese il mercato, dal quale non possono permettersi di farsi escludere pena la probabile

scomparsa dell’impresa. In questi casi di assoluta dipendenza, l’originario concetto (e metafora) della “catena di

fornitura” appare l’unico appropriato, perché la concatenazione è il mercato e viceversa.

PICHIRRI: si può parlare di rete se gli attori componenti sono autonomi => l’autonomia è dovuta al possesso di

risorse scambiabili perché desiderabili da altri componenti della rete e va concepita come variabile => alcuni autori

posseggono risorse più o meno desiderabili, sono più o meno vincolati nel perseguimento di scopi distinti. Rispetto

a questa definizione, un sistema di subfornitura considerato complessivamente non è mai genericamente una “rete”,

ma sempre una combinazione multiforme di rete tra alcune imprese da individuarsi e distinguere empiricamente.

GEREFFI => individua tre fattori principali che determinano e differenziano la“governance delle catene del valore

globali”: la complessità delle transazioni in termini di trasferimento di conoscenza e di informazioni su prodotto e

specifiche di processo, la codificabilità delle informazioni e conoscenze, la tipologia dei fornitori attuali e

potenziali in termini di capacità di rispondere ai requisiti della transazione. Combinati fra loro, danno origine a 3

tipi di governance intermedie fra le alternative del mercato e della gerarchia:

a) Le catene del valore modulari, che si basano sulla conoscenza codificata, rispetto a moduli

complessi ma basati su regole di progettazione esplicite e standardizzati nelle interfacce; sono le più

prossime alla pura transazione di mercato perché, essendo lo scambio limitato alla conoscenza codificata, il

costo connesso a un eventuale cambio del partner rimane basso.

b) Le catene del valore relazionali si configurano quando le specifiche del prodotto non possono

essere codificate, le transazioni sono complesse, il potere dei fornitori è alto; in questo caso la relazione fra le

due imprese implica lo scambio di conoscenze tacite e complesse e livelli elevati di coordinazione che

rendono molto costoso passare a nuovi partner.

c) Le catene del valore captive si hanno infine quando complessità e codificabilità sono elevate ma il

fornitore è debole perché dotato di bassa competenza nel soddisfare le richieste; ciò richiede un intervento

24 forte da parte dell’impresa finale e aumentano i rischi di un comportamento opportunistico da parte del

fornitore che, acquisite le competenze, potrebbe cambiare partner o servire più clienti. In questa

configurazione l’impresa finale adotta meccanismi per “imprigionare” il fornitore in un rapporto di

dipendenza, innalzandogli il costo di sostituzione del cliente finale.

Catena del valore modulare e relazionale => possono ricomprendere al loro interno altre forme di governance delle

catene, soprattutto quelle captive e di mercato. Le catene del valore, oltre ad avere una struttura composita, possono

cambiare nel tempo, e con esse le relazioni di potere che le contraddistinguono. Asimmetria di potere relativamente

bassa nelle relazioni di mercato e modulari; in entrambe clienti e fornitori lavorano con più partner e sono quindi

reciprocamente indipendenti. Le catene di valore relazionali sono quelle più simmetriche, basate

sull’apprendimento reciproco il quale rinforza gradualmente la fiducia reciproca consolidando i rapporti fra le parti.

Il modello teorico proposto da Gereffi contribuisce a ordinare il magma multiforme delle configurazioni produttive

e organizzative del postfordismo e per questa via rafforzata la tesi della pluralità di modelli collaborativi tra

grandi imprese e fornitori.

Impresa e contesto => rapporto fra impresa e assetti socioistituzionali => convergenza o divergenza.

Convergenza => carattere universale della logica sottostante alle strategie di organizzazione della produzione,

essendo queste una risposta a determinate condizioni di mercato valide per tutte le imprese di un settore.

Convergenza delle società industriali => i “modelli vincenti” si diffonderanno dappertutto.

Sul versante istituzionalista si sottolineano le differenze manifeste e persistenti a livello internazionale e anche

nazionale, e le si riconduce al radicamento sociale degli attori sociali e dei modelli di organizzazione economica. A

determinate condizioni, aspetti istituzionali di un contesto si combinano con fattori tecnico-economici

promuovendo una migliore performance del sistema economico di un paese o di una regione.

Affermare che l’organizzazione delle attività produttive è influenzata dalle istituzioni non significa negare

necessariamente l’universalità di un determinato modello di (ri)organizzazione della produzione, quanto mostrare

la forza configurante e differenziante del contesto socioistituzionale nella sua diffusione applicativa, rigettando il

determinismo tecnologico-organizzativo insito nella tesi della convergenza. D’altro canto occorre evitare il rischio

di contrapporvi una sorta di determinismo istituzionale e muoversi in un’ottica di interdipendenza e reciproca

influenza fra agire economico e istituzioni.

Emerge una difficoltà evidente dei contesti socioistituzionali dati a plasmare i nuovi modelli produttivi.

Il quadro risulta ancor più complesso se ci soffermiamo sulla ridefinizione della divisione del lavoro tra imprese e

la compresenza, al suo interno, di gerarchia, reti e mercati. La labilità dei confini di impresa, o addirittura

“l’impresa senza confini”, può essere letta in una duplice prospettiva:

1. Come labilità dei confini organizzativi nel senso della compenetrazione di gerarchia e mercato nell’ambito

di sistemi di organizzazione della produzione fondati sulla divisione del lavoro tra imprese => la centralità

dei sistemi di produzione più o meno reticolari nell’economia postfordista mette in discussione

l’individuazione della singola impresa come unità di analisi e di comparazione adeguata: strategie

produttive, scelte organizzative e modelli lavorativi sono, all’interno di ogni sistema, strettamente

interdipendenti e diventano intellegibili nei loro reciproci condizionamenti soltanto considerando il sistema

nella sua interezza o perlomeno nelle sue parti più significative.

2. Come superamento dei confini geografici nel quadro della globalizzazione =>interrogativi sul ruolo del

contesto socioistituzionale nelle scelte di localizzazione e/o decolizzazione, ma anche sull’impatto delle

ultime sulla forza configurativa di istituzioni quali i sistemi e la prassi delle relazioni industriali, che nelle

ricerche precedenti sono apparsi spesso una variabile discriminante.

Nella ricerca comparativa dei decenni scorsi sui modelli organizzativi il contesto dell’impresa è stato generalmente

declinato in termini nazionali. Tuttavia il contesto di un’impresa non è mai “nazionale” né si lascia ridurre a una

dimensione geografica => si compone sempre di un “ambiente” e di uno o più territori.

− Ambiente => corrisponde non a generico mondo esterno all’impresa ma a una sua porzione costituita

dall’insieme delle organizzazioni e degli attori essenziali o quantomeno rilevanti per il reperimento delle

risorse e il collocamento dei prodotti o servizi dell’impresa. L’ambiente di ogni impresa è sempre unico,

specifico e variabile. A modificarlo intervengono le scelte strategiche e le scelte di localizzazione.

Funzioni aziendali o anche fusioni sindacali possono portare a modifiche rilevanti nelle relazioni con

l’impresa. All’interno del proprio ambiente, la logica di azione dell’impresa è quella di ridurre l’incertezza

rispetto alle risorse di cui ha bisogno e quindi la propria dipendenza dalle altre organizzazioni rispetto a tali

risorse => “ambiente negoziato” in cui il potere di ogni organizzazione è tanto maggiore quanto minore è la

sua dipendenza dalle altre organizzazioni che lo costituiscono.

− Territorio => “luogo” spazialmente delimitato caratterizzato da risorse e vincoli per l’agire economico e da

interdipendenze generate dallo scambio di merci, servizi, informazioni, conoscenze e competenze all’interno

25 del sistema produttivo e tra questo e il sistema istituzionale. La scala territoriale si estende dal livello locale a

quello nazionale e sovranazionale.

Se ora incrociamo le due definizioni emergono tre aspetti:

L’ambiente di un’impresa è trasversale ai territori ma al tempo stesso “precipita” sempre in singole

 configurazioni territoriali, si articola cioè in relazioni sociali spazialmente definite.

L’incrocio è sempre multilivello, ossia l’ambiente dell’impresa si coniuga sempre con diversi territori lungo

 una scala che può estendersi dal livello locale passando dal nazionale fino a quello transnazionale e in tal

modo li connette.

I territori si caratterizzano e si differenziano tra loro non ultimo per le reti sociali a differente tasso di

 radicamento socioistituzionale, ma non sono l’unica sede di formazione e influenza di reti sociali. Le reti

territoriali interagiscono con la rete virtuale interna all’impresa-rete e alla rete o reti di imprese di cui fa

parte, che è trasversale ai territori. Rete aziendale come medium della connessione con e fra i territori =>

produce e veicola al suo interno e verso l’esterno non soltanto informazioni e conoscenze ma anche

significati condivisi, un proprio sistema semantico, valori aziendali che entrano in dialogo competitivo con

quelli propri dei singoli territori.

Il “contesto” di un’impresa, inteso come combinazione multiforme di ambiente e territori, appare complesso e non

si lascia ridurre ai soli aspetti socioistituzionali in cui l’impresa è inserita. A loro volta, le varie possibili modalità di

interazione fra l’impresa e il suo contesto assumono configurazioni alquanto diverse al variare della dimensione

(verticale e orizzontale) delle imprese e della densità istituzionale del territorio.

Possiamo collocare ai due estremi il distretto industriale classico e la grande impresa transnazionale:

Il distretto industriale è espressione di uno specifico incrocio spazialmente circoscritto a livello locale tra

modello di organizzazione della produzione, basato sulla cooperazione reticolare e la divisione sociale del

lavoro tra piccole imprese, e il tessuto sociale e istituzionale, ad alto tasso relazionale interno e con le stesse

imprese. Un tessuto “a maglie strette” e “reti corte” che veicolano informazioni, identità, valori, reciprocità.

Semplificando in forma idealtipica: l’ambiente delle singole imprese e il territorio tendono a coincidere, la

scala territoriale è locale.

La grande impresa transnazionale deterritorializzata in grado cioè di spostarsi (delocalizzarsi) da un

paese o continente all’altro. Il suo massimo grado di mobilità localizzativa, anche solo potenziale, le

conferisce un potere contrattuale senza pari rispetto ai territori di insediamento, con i quali si rapporta in

un’ottica opportunistica di mero scambio e temporanea utilità.

Il governo dell’impresa => Tra i processi che alimentano la globalizzazione dell’economia, quello più eclatante è

l’affermarsi del paradigma del “capitalismo finanziario” e, al suo interno, del primato del “valore per l’azionista”

come paradigma dominante della finanziarizzazione delle imprese.

Aumento rapido del valore di mercato delle azioni = netta gerarchizzazione dell’ambiente dell’impresa. Obiettivo

imposto al management dalla proprietà = massimizzazione del profitto a breve termine.

La maggior parte delle fusioni e acquisizioni, premiate dalla borsa come mezzo rapido per aumentarne il valore

azionario dell’impresa, è stata e continua a essere dettata dalla logica finanziaria. La reciprocità fra grande impresa

e società è entrata in corto circuito. Anziché reciprocità siamo di fronte a fenomeni di dissociazione dell’una dalle

altre. La teoria della corporate governance, che invece riduce la questione del controllo alla dimensione del

finanziamento delle imprese. Su questa base essa distingue tra sistemi di governo delle imprese “basate sul

mercato” e sistemi “basati sulle relazioni”:

Nel primo proprio dei paesi anglosassoni, la fonte principale di finanziamento delle imprese è il mercato

dei capitali (tramite azioni e obbligazioni) e sono gli investitori sul mercato a “controllare” le imprese,

premiando o sanzionando l’operato del management con l’acquisto e la vendita dei titoli della società e quindi

aumentandone o diminuendone il valore di capitalizzazione di Borsa.

Nel secondo, quello relazionale tipico dell’Europa continentale e del Giappone, la fonte principale del

finanziamento esterno delle imprese è rappresentata dalle banche (attraverso crediti e pacchetti azionari) che

esercitano anche la funzione di controllo sull’operato delle imprese, non ultimo attraverso la presenza di propri

rappresentanti o fiduciari negli organi di governo e di sorveglianza delle società.

Il sistema “basato sul mercato” è diventato il modello positivo, quello “basato sulle relazioni” il modello negativo

perché collusivo e inefficace.

I sistemi bank oriented non si lasciano ridurre al primato delle banche rispetto al mercato: le “relazioni” che li

caratterizzano – e li differenziano fra loro – concernono anche altri stakeholders.

Stakeholder => è la parte interessata. Tutti gli attori costitutivi dell’ambiente dell’impresa sono per definizione

stakeholders, mentre l’universo degli stakeholders è potenzialmente più ampio perché non tutti sono in relazione di

scambio con essa per quanto riguarda le risorse di cui ha bisogno. Un’associazione ambientalista può essere uno

stakeholder, si pensi ad esempio alla localizzazione di lavorazioni potenzialmente nocive su un territorio. Diventa

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Sociologia dei processi economici e del lavoro, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dal docente D'Andrea, La sociologia economica contemporanea,Marino, Regini. Gli argomenti trattati sono: i fattori non economici del funzionamento dell'economia, la comunità, lo Stato, l’emergere della “comparative political economy”.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze per l'investigazione e la sicurezza (NARNI)
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Natascia.9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi economici e del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof D'Andrea Fabio.

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