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Capitolo 1 - Introduzione: I fattori non economici nel funzionamento dell’economia

Binomio "economia e società"

(Parsons, Smelser 1956): L'idea di fondo che ha dominato fino a qualche decennio fa è che sociologia ed economia forniscano teorie e analisi che riguardano aspetti distinti del comportamento umano. La scienza economica si è rivelata incapace di dar conto del ruolo delle istituzioni, del potere, della cultura. Come spiegare il funzionamento del mercato del lavoro, o quello dei distretti industriali, mediante variabili puramente economiche, senza chiamare in causa la legislazione e le politiche statali, le reti di relazioni sociali e la cultura?

Becker (1976) e Williamson (1985) cercano di spiegare la stessa esistenza di istituzioni politiche e strutture sociali come il prodotto dell'agire economico di soggetti razionali. L'idea generale che sta dietro questi sviluppi è che l'azione economica è sempre plasmata da istituzioni radicate nella storia e da strutture di rapporti sociali in cui gli attori economici sono immersi; così che la prima non è spiegabile se non vengono chiamate in gioco le seconde.

Diversi tentativi di spiegare il funzionamento di un sistema economico con fattori non economici (istituzioni, potere, cultura). Ci hanno provato in molti (Polanyi 1944; Schumpeter 1942; comparative political economy 2005; socio-economics 1988; new economic sociology 2003).

Economia neoclassica

Si basa sul paradigma dell’homo oeconomicus razionale, che agisce in un mercato per massimizzare i propri interessi, orientandosi in base ai segnali di prezzo in un contesto di informazione perfetta. La sociologia economica intesa in senso ampio è quel complesso di filoni che hanno in comune l'idea che l'azione economica e l'azione sociale e politica sono inestricabilmente legate fra loro, e il funzionamento dell'uno o dell'altro sistema non può essere compreso senza tenere conto del ruolo svolto dagli altri.

La divisione del lavoro tra scienze sociali

Mercato: istituzione regolativa per eccellenza del sistema economico, nel quale si muovono attori orientati allo scambio per massimizzare i propri interessi. Altri criteri d’azione o principi d’ordine (autorità e solidarietà) orientano invece l’azione di attori che si muovono rispettivamente nel sistema politico e in quello sociale, regolati da istituzioni quali lo Stato e la comunità, ma non interferiscono con l’azione economica che ha luogo in un sistema di mercato.

Regolazione dell’economia: i diversi modi in cui quel particolare insieme di attività e di rapporti fra attori che attiene alla sfera della produzione e della distribuzione di risorse economiche viene coordinato, le risorse che vi sono connesse vengono allocate, e i relativi conflitti vengono strutturati (prevenuti o composti).

Stato e comunità

Stato: può coordinare attività, allocare risorse e strutturare conflitti principalmente attraverso l’esercizio della sua autorità che si fonda sul monopolio della coercizione legittima. In questo caso, l’attività di regolazione ha luogo soprattutto per mezzo di leggi e provvedimenti amministrativi, che sono vincolanti per attori coinvolti. Tuttavia lo Stato non utilizza esclusivamente l'autorità per regolare le più diverse aree di attività e di rapporti. In molte di queste aree, infatti, il successo della regolazione dipende dalla possibilità di utilizzare anche criteri di scambio o di fare appello a norme condivise.

Comunità: il coordinamento delle attività e l’allocazione delle risorse hanno luogo principalmente attraverso forme di solidarietà spontanea. Questa può avere le proprie radici in consuetudini, valori, culture o norme condivise dai membri della comunità (famiglia, clan, subcultura, movimento sociale) e basate su rispetto, reputazione, fiducia; oppure nella semplice identificazione con la comunità e quindi con le sue regole e gerarchie.

Laddove predomina il mercato, il coordinamento delle attività, l’allocazione delle risorse e la strutturazione dei conflitti è l’esito di scambi basati sui prezzi determinanti dall’incontro fra domanda e offerta in condizioni di concorrenza. Nel mercato idealizzato dagli economisti, la competizione è fortemente dispersa e non è influenzata da valori condivisi o dall’esercizio di autorità e potere. Tuttavia ciò non avviene quasi mai nella realtà. Il funzionamento di un libero mercato è reso possibile proprio dai legami normativi preesistenti, che la teoria economica e neoclassica espunge dai propri modelli (Goldthorpe, 1978).

Nonostante la netta divisione delle tre sfere d’azione (economica, politica e sociale), i classici decisero di prestare attenzione alla crescente penetrazione del mercato in tutte le sfere della vita umana (quindi anche quella politica e quella sociale).

Principio di razionalità

Weber: Principio di razionalità è un effetto della necessità di calcolo e di prevedibilità imposta dal mercato e che finisce con il dominare anche la vita sociale e il sistema politico, incorporandosi nella burocrazia.

Durkheim: Solidarietà meccanica e solidarietà organica basate sulla divisione del lavoro, quindi sullo scambio che è il criterio guida di allocazione delle risorse nel mercato.

Marx: La riduzione che il capitalismo impone dei rapporti fra gli uomini a rapporti di mercato. Dunque dobbiamo concentrarci sugli effetti che l’organizzazione della vita economica (sempre più dominata dalle leggi) produce nel sistema sociale e politico.

L'emergere della "comparative political economy"

Political economy: Si concentra sull’analisi del ruolo delle istituzioni sociali e politiche nel funzionamento (o nelle disfunzioni) del sistema economico, e non viceversa come nei classici.

Pubblicazione dell’importante volume di Andrew Shonfield (1965), nel quale si dimostrava che in numerosi paesi europei lo Stato aveva ormai assunto un ruolo di notevole rilievo nell’economia: Modello di regolazione “politica” e talvolta “associativa” ovvero “concertata” delle economie di mercato: Modello definito di “macro-regolazione”, un concetto che racchiude in sé l’idea di un tipo di regolazione delle economie di mercato non soltanto politica e concertata, ma anche centralizzata (le istituzioni statali e le organizzazioni degli interessi interagivano a livello centrale, lasciando ben poco spazio alla periferia del sistema), intenzionale (i risultati regolativi attesi erano perseguiti intenzionalmente) e diretta (gli attori centrali stabilivano chiaramente i risultati voluti e i mezzi istituzionali per ottenerli).

  • Il keynesismo: l’adozione da parte dei governi europei di politiche di gestione macro-economica della domanda aggregata, mirava alla piena occupazione e alla stabilizzazione del ciclo economico.
  • Il welfare state: perseguiva l’obiettivo di garantire i diritti sociali fondamentali a tutti i cittadini, operando al tempo stesso una redistribuzione del reddito sufficiente ad assicurare il consenso popolare ai regimi politici democratici.
  • La concertazione: la partecipazione delle grandi associazioni degli interessi alla formazione della politica economica, mirava non solo ad assicurare governabilità neutralizzando i poteri di veto, ma anche a fornire legittimazione sociale agli esiti distributivi del mercato.

Ciascuno di questi tre ingredienti era presente in misura differente nei diversi paesi dell’Europa occidentale, ma nella letteratura di political economy vi è un ampio consenso sul fatto che quel complesso di caratteristiche definibili come “macro-regolazione” distingua l’espressione di tutti quei paesi (e dell’Europa occidentale in genere) negli anni Sessanta e Settanta da quella delle più pure economie di mercato nordamericane.

Tuttavia, come vari autori hanno notato, Hall e Taylor, sotto la comune etichetta di political economy si sono sviluppate due prospettive:

  1. Applicare le teorie e i metodi della scienza economica neoclassica al di fuori dei suoi confini tradizionali. Autori interessati ad analizzare le istituzioni e i fenomeni istituzionali. Nella loro visione fortemente funzionalista le istituzioni sono anch’esse il prodotto di una logica di attori razionali, che le creano o le modificano per rispondere a determinate esigenze economiche.
  2. L’azione economica e il funzionamento di un sistema economico sono cioè plasmati da istituzioni pre-esistenti e da altri fattori non economici quali gli interessi politici e i rapporti di potere, o le idee e la cultura.

Gli autori sono Goldthorpe, Offe, Korpi, Esping-Andersen, Dore, Crouch, Streeck, Schmitter, Berger, Hall, Lange, Katzenstein, Stephens. Questi autori considerano le istituzioni politiche e sociali come l’esito di processi di sviluppo storico, spesso path-dependent, e mai come una risposta razionale a imperativi funzionali. L’assunto generale è che le istituzioni politiche e sociali, diverse da paese a paese, configurano un particolare quadro regolativo delle attività economiche che, ponendo vincoli o offrendo opportunità agli attori economici, finiscono con l’influenzarne le scelte e dunque con il determinare gli esiti economici.

Streeck e Sabel: importanza all’influenza delle istituzioni sull’attore e non solo sulle politiche economiche. Il filone della political economy si avvicinerà alla new economy sociology.

La "nuova sociologia economica"

Anni Settanta: periodo di forte mutamento sociale associato ad una crisi politica ed economica che tocca anche le scienze sociali. Importanza dello studio dei fattori sociali per la comprensione dei mutamenti economici. Il mutamento del contesto esterno incentiva la concorrenza tra le discipline. Economisti neoclassici: applicano i loro modelli a sfere di azione sociale di pertinenza dei sociologi. Sociologi: riscoprono Marx e Weber e la loro visione dell’economia intrecciata alla società.

Filoni di ricerca nella "nuova sociologia economica"

  1. Analisi strutturale dei mercati: in particolare quello del lavoro: lo strutturalismo sociologico si sviluppa negli anni Settanta partendo dalla teoria dello scambio sviluppata nei decenni precedenti da studiosi come Homans e Blau. Si disinteressa dall’aspetto psicologico del comportamento, per concentrarsi sull’effetto diretto della struttura sociale sui comportamenti: l’idea è che la società non è composta da una serie di individui che si vengono a trovare in relazione tra loro, come per l’analisi neoclassica. Al contrario, essa è composta da un insieme di posizioni, tra loro variamente collegate, nelle quali si trovano inseriti degli individui.

L'idea è ben esemplificata dallo studio di White (1970) sulla struttura del mercato del lavoro. Egli la concettualizza come un insieme di posti di lavoro esistenti e tra loro interconnessi, sui quali si muovono gli individui. Quando un posto si rende libero, o se ne istituisce uno nuovo, si crea uno spazio (vacancy) che deve essere riempito. Chi viene a occupare questo spazio lascia quindi libero un altro posto, che a sua volta deve essere riempito. Le diverse vacancies che si creano con questo effetto producono una catena di opportunità occupazionali (vacancy chain) da cui gli individui sono trasportati verso le posizioni di destinazione.

L'allocazione degli individui sui posti disponibili non coinvolge quindi i meccanismi di mercato (scarsità relativa e domanda e offerta) della teoria neoclassica, ma dipende dalla struttura complessiva delle posizioni disponibili e dalla posizione dell'individuo nella catena di opportunità. Ne deriva che:

  • Granovetter: studia l’effetto dei legami sociali sulla possibilità di trovare un nuovo posto di lavoro di un campione di lavoratori a medio-alta qualificazione di Chicago, e trova che i legami “deboli”, con colleghi di lavoro o conoscenti occasionali, sono più efficaci a questo fine dei legami “forti”, con parenti o amici molto stretti. Questo perché i legami forti, con individui molto simili a sé, veicolano in genere informazioni simili a quelle di cui già dispone. I legami deboli con persone differenti, possono facilmente veicolare informazioni diverse da quelle già disponibili.
  • Ronald Burt: studia le carriere individuali nelle organizzazioni. L’organizzazione è composta da posizioni, tra loro connesse da flussi di informazioni (formali e informali) attraverso gli attori che le occupano. Questi flussi sono più densi in alcune zone dell’organizzazione, dove tra gli attori ci sono frequenti comunicazioni, e meno densi in altre, dove passano poche relazioni e informazioni. Gli attori che mettono in contatto la propria posizione con posizioni “lontane”, avvicinando tra loro zone diverse dell’organizzazione, attraversano quelli che Burt chiama “buchi strutturali”, zone della struttura organizzata in cui mancano contatti e non passano informazioni. Chi a partire dalla propria posizione crea un nuovo flusso di informazioni oltre un buco strutturale trae vantaggio da questo nuovo flusso.

Capitale sociale: indica le risorse che gli individui possono ricavare dal reticolo di relazioni sociali nelle quali si trovano inseriti, ovvero dalla porzione di struttura sociale che è loro accessibile.

  1. Neo-istituzionalismo sociologico: applicato soprattutto allo studio delle organizzazioni e delle istituzioni: negli anni Sessanta e Settanta l’analisi organizzativa era divisa tra un approccio economico (le risorse) e un approccio psicologico (i rapporti umani). L’approccio neo-istituzionalista alle organizzazioni individua, invece, una specifica sociologia delle organizzazioni, concettualizzandole in un contesto storico e sociale costituito non solo da vincoli materiali, ma anche da norme giuridiche e culturali storicamente specifiche, e inoltre popolato da una serie di altre organizzazioni con scopi simili.

Il concetto centrale che esprime il radicamento sociale delle organizzazioni è quello di “campo organizzativo”, con cui si indica l’insieme delle organizzazioni che producono prodotti o servizi simili. L’idea è che le singole organizzazioni non possono essere studiate senza considerare il campo in cui sono radicate: in questo senso molto generale, il concetto di campo organizzativo equivale a quello di struttura sociale (o struttura di mercato). Le organizzazioni appartenenti a un dato campo nascono, competono per la sopravvivenza e muoiono: le circostanze della nascita, in particolare lo stato di sviluppo del campo e le modalità di regolazione istituzionale delle attività specifiche risultano variabili decisive per la spiegazione delle caratteristiche e delle performance organizzative.

Fligstein propone un approccio “politico-culturale” alla sociologia di mercati. Le attività economiche avvengono all’interno di reti di rapporti, come sostiene lo strutturalismo, ma queste non sono sempre uguali a se stesse. In quanto prodotto storico e sociale, esse si trasformano sul lungo periodo, e la loro struttura specifica è causata da numerosi fattori sociali, culturali e politici. Tra questi, i principali sono l’azione degli Stati tramite governi e tribunali, azione che già Adam Smith vedeva come indispensabile al buon funzionamento di un mercato. L’azione economica ha luogo in “campi”, o spazi sociali organizzati, caratterizzati da culture locali che definiscono le posizioni degli attori (il potere che hanno a disposizione) e, a partire da questo, la struttura dei rapporti che li connettono. Ogni mercato può essere visto come un campo specifico, dotato di determinati attori e di regole per la loro interazione.

  1. Macro-sociologica storica: comprende ricerche su fenomeni economici di grande estensione spazio-temporale accomunate dalla diffidenza per i modelli neo-classici da un lato e per la pura descrizione storica dall’altro: negli anni Ottanta anche i sociologi si trovano di fronte all’avanzata degli economisti, e in particolare degli storici dell’economia, che incominciano ad affrontare temi non strettamente economici partendo dall’impostazione analitica neoclassica. Uno dei lavori più rappresentativi di questa nuova forma di “imperialismo economico” è quello di Douglass North, che applica alla storia istituzionale l’analisi dei costi di transizione sviluppata da Williamson.

L’idea è che le istituzioni economiche ed economicamente rilevanti vengono create in base a considerazioni di efficienza, e che una volta che sono state create esse tendono a mantenersi nella medesima forma, salvo intervengano shock esogeni a imporne il mutamento. Il concetto centrale è quello di path-dependence, con cui si indica la tendenza delle istituzioni a conservare le proprie caratteristiche anche quando le circostanze che le hanno determinate sono mutate.

Costruzione sociale delle istituzioni di Granovetter: per indicare il condizionamento sociale dei processi di istituzionalizzazione, contro l’assunzione di efficienza dell’economia dei costi di transazione. In una formulazione più ispirata a Marx, si sostiene che il capitalismo non ha una sola logica, ma ne può avere diverse, e che sono le scelte politiche degli attori rilevanti a indirizzarne l’evoluzione.

L’autocomprensione e lo sviluppo del nuovo movimento

“Manifesto” della nuova sociologia economica: un articolo di Granovetter del 1985. L’articolo sistematizza il grande sviluppo della ricerca sociologica sull’economia degli anni Settanta e Ottanta riprendendo il concetto polanyiano di “radicamento” (embeddedness).

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Scienze politiche e sociali SPS/09 Sociologia dei processi economici e del lavoro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Natascia.9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi economici e del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof D'Andrea Fabio.
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