Capitolo I
Una domanda sull'ideologia
Secondo il sociologo tedesco Max Weber, ogni fenomeno sociale per essere spiegato deve essere ricondotto ai comportamenti individuali che ne sono la causa, definiti come “razionali”. Solo in caso di fallimento di questo tipo di spiegazione bisogna considerarne i fattori irrazionali. A questo punto, Boudon si chiede se questi principi di metodo possano essere applicati anche ai fenomeni ideologici.
Il pensiero sociale spontaneo sarebbe piuttosto contrario a ciò, in quanto segue un principio opposto a quello di Weber poiché di fronte a un fenomeno sociale tende a interpretarlo come il prodotto di comportamenti irrazionali. Un esempio che permette di capire che molto spesso spiegare un fenomeno sociale significa mostrare che esso è il prodotto di comportamenti razionali, ma che d’altra parte la spiegazione spontanea del fenomeno fa sovente ricorso a una visione irrazionale del comportamento, si può individuare negli anni ’60 quando il governo indiano incaricò una prestigiosa università americana di condurre uno studio riguardante gli strumenti da impiegare al fine di ridurre il tasso di natalità in India.
I ricercatori distribuirono così in alcuni villaggi del Punjab delle pillole contraccettive, mentre agli altri venne assegnata la funzione di controllo, per verificare se l’eventuale riduzione di natalità nei villaggi dove era stata distribuita la pillola fosse da attribuire a essa o ad altre cause. Il risultato dell’esperimento fu la diminuzione dei tassi di natalità in proporzioni però identiche in entrambi i villaggi (sia in quelli dove erano state distribuite le pillole, che negli altri) e di conseguenza si arrivò alla conclusione che la distribuzione della pillola non aveva avuto alcun effetto.
Il motivo dell’insuccesso, secondo i ricercatori, si dovette soprattutto al carattere irrazionale del contadino indiano che, attaccato alle proprie tradizioni, rifiuta le innovazioni ed è diffidente verso i prodotti provenienti da altri paesi. Il rimedio sembrava dunque quello di convincere le contadine a prendere la pillola. Secondo alcuni antropologi, queste ultime sarebbero state disposte maggiormente ad assumere la pillola se questa le fosse stata consigliata da un connazionale piuttosto che da uno straniero.
Questa nuova “strategia di comunicazione” che venne messa in atto si rivelò di straordinaria efficacia, ma solo in apparenza, in quanto in realtà gli abitanti dei villaggi accettavano le pillole e si dichiaravano convinti dei benefici della contraccezione soltanto per ricambiare la cortesia dei ricercatori. Infatti, una volta che questi se ne andavano, le pillole venivano gettate via per il fatto che per i contadini indiani avere più figli era meglio, in quanto li consentiva di aumentare la produttività della terra familiare evitando di ricorrere alla costosa manodopera salariata. Se invece il figlio lavorava fuori, il suo salario contribuiva comunque ad arrotondare le entrate della famiglia.
A questo punto, il loro comportamento ci appare comprensibile e del tutto razionale. In questo contesto, Boudon si chiede se la superstizione debba essere attribuita ai ricercatori piuttosto che ai contadini, ma come si può evitare di ricorrere all’ipotesi che i contadini indiani abbiano rifiutato la pillola per superstizione, si può anche evitare l’idea che i ricercatori si siano aggrappati a questa ipotesi per superstizione.
Innanzitutto, questi ricercatori provenivano da un paese dove è “irrazionale” avere un numero elevato di figli, ma a causa della differenza dei due contesti un comportamento irrazionale nel primo caso diventa razionale nel secondo e viceversa. Essi furono poi convinti della veridicità di questa idea anche dal fatto che il governo indiano e i ricercatori con cui erano entrati in contatto e da cui era partito il loro studio condividevano lo stesso punto di vista. Infatti, il governo indiano e i ricercatori locali erano d’accordo in quanto gli alti tassi di natalità in India a quell’epoca erano una causa importante della povertà e della stagnazione economica.
Esisteva quindi una contraddizione fra la razionalità individuale e quella collettiva: da una parte i contadini avevano buone ragioni per attenersi al modello tradizionale della famiglia numerosa, mentre dall’altra così facendo contribuivano alla stagnazione economica e di conseguenza alle proprie difficoltà. Al tempo stesso però essi capivano che abbandonare questo modello avrebbe favorito in misura irrilevante la riduzione della povertà generale.
Affinché i ricercatori arrivassero subito a tale conclusione sarebbe stato necessario:
- Dimenticare i dati della loro situazione;
- Dimenticare i pregiudizi, che portavano a considerare il contadino indiano legato a tradizioni secolari;
- Dimenticare le proprie abitudini professionali, ossia gli orientamenti teorici che normalmente li guidavano nel loro lavoro;
- Padroneggiare gli strumenti intellettuali che li avrebbero consentito di cogliere i casi in cui razionalità collettiva e individuale si contrappongono dai casi in cui esse combaciano;
- Sottrarsi all’influenza degli amministratori e dei ricercatori indiani che tendevano a interpretare il comportamento dei contadini come “irrazionale” e quindi a rafforzare la propria visione della situazione;
- Essere informati sui dati che caratterizzavano l’ambiente sociale ed economico dei contadini.
Ovviamente, queste sei condizioni non si trovarono unite simultaneamente e si dovette arrivare al fallimento del programma perché l’analisi potesse essere ripresa su basi nuove. Nel complesso né il comportamento dei contadini né l’interpretazione iniziale dei ricercatori dipendono dalla superstizione e dall’irrazionalità, ed è utile quindi seguire il consiglio di Weber poiché l’homo ideologicus non può essere così irrazionale come si è portati a credere. Tale ipotesi di fondo è proprio ciò che Boudon ha cercato di esporre in questo libro, che continua il percorso iniziato nell’opera “L’inégalité des chances”, in cui egli dimostra che per analizzare il sistema di dati macroscopici di un quadro di mobilità sociale è necessario prenderlo per quello che di fatto è, ossia una traccia della giustapposizione di molti comportamenti individuali. Tali comportamenti sono il risultato di individui situati socialmente, che appartengono a una famiglia ma anche ad altri gruppi sociali e dispongono di risorse economiche e culturali. Questi individui non possono essere considerati singolarmente ma vanno raggruppati in tipi a cui sono attribuite logiche di comportamento idealizzate.
Boudon era quindi convinto che l’individualismo metodologico fosse di fondamentale importanza per l’analisi sociologica: infatti, anche quando si devono analizzare fenomeni di complessità elevata, basta ricordare che essi altro non sono che l’impronta lasciata a livello macroscopico di comportamenti microscopici, individuali. L’importanza dell’individualismo metodologico era già stata sottolineata da Karl Popper, il quale però riteneva o fingeva di credere che nessuno al di là degli economisti vi aveva prestato grande attenzione.
Nell’opera “Il posto del disordine” Boudon ha trattato il fenomeno dello sviluppo, di natura macroscopica in quanto se ne può parlare soltanto in relazione a una società o a un insieme di società e del cambiamento sociale. Il libro “Effetti perversi dell’azione sociale” rappresenta un’altra tappa dello stesso percorso e qui Boudon sottolinea l’importanza dell’idea classica secondo cui la giustapposizione o aggregazione di comportamenti razionali può provocare effetti non voluti e indesiderabili. Il cambiamento sociale così come il tema dell’ideologia pongono una sfida, anche se di natura diversa, all’individualismo metodologico.
Per quanto riguarda l’ideologia, secondo Boudon si può seguire l’indicazione di Weber, ossia tentare di analizzare l’adesione ai pregiudizi come qualsiasi altro tipo di comportamento e cercare di considerarlo un comportamento comprensibile lasciando all’irrazionale la parte che gli spetta. Boudon aveva già incontrato se pur indirettamente il problema dell’ideologia ne “Il posto del disordine”, in quanto i modelli sviluppati dalle scienze sociali (economia, sociologia e storia) costituiscono sempre delle semplificazioni della realtà, distanti più o meno da essa. Di tale distanza però raramente il lettore, l’interprete ne prendono coscienza. Esiste quindi una relazione diretta tra questa osservazione e il problema dell’ideologia per il fatto che le ideologie si basano spesso su un’interpretazione realistica di interpretazioni o spiegazioni anch’esse distanti dalla realtà. In “Effetti perversi dell’azione sociale” Boudon ha affrontato il problema del “giro di valzer” delle idee, come viene chiamato dall’autore stesso, ossia della scomparsa di queste ultime dopo la loro circolazione per un periodo di tempo. Boudon riteneva che ciò fosse il risultato di effetti di comunicazione piuttosto che di effetti di imitazione, come avviene nel mondo della moda. Questa categoria è importante perché svolge un ruolo determinante nel processo di diffusione delle ideologie e consente di capire come possano radicarsi facilmente idee false. Il bisogno di esorcizzare l’errore, la cui forma moderna è incarnata dall’ideologia, spiega perché viene periodicamente annunciata la fine delle ideologie. Ciò è successo verso la metà degli anni ’60, oggi e nel periodo di Weimar da Mannheim, il quale considerava la Tradizione caratterizzata dal monopolio della verità e la Modernità contraddistinta dall’apertura al dibattito e alla discussione.
Boudon considerava il fatto che non tutte le teorie si equivalgono e insisteva sulla falsità e sul carattere ridicolo di certe teorie, che hanno contribuito a legittimare idee false. Infatti, mentre alcune costruzioni intellettuali possono essere facilmente sottoposte al criterio del vero e del falso, altre lo sono con maggiore difficoltà. Tra tutte le ideologie, quella che Boudon preferiva era il liberalismo, importante per la comprensione dei fenomeni sociali come quello dell’azione sociale.
Boudon in questo libro non tratta né del nazismo, né del fascismo, né del marxismo, né del terzomondismo. Innanzitutto, per poter comprendere il nazismo si deve tenere in conto la conquista del potere da parte di Hitler, problema di competenza dello storico così come per intendere la visione del mondo hitleriana è necessario studiare la biografia di Hitler, problema di competenza ancora dello storico e dello psicologo. Il compito del sociologo consiste invece nel cercare di capire perché l’attore sociale, rappresentato dall’homo sociologicus, può aderire facilmente a idee dubbie o false. Senza il suo consenso, ogni ideologia ed ogni idea sarebbe nulla. Boudon per prima cosa ha cercato di dimostrare come le ideologie facciano parte della vita sociale, nascano per il fatto che l’uomo sia razionale e siano quindi sottoposte ai principi della metodologia weberiana. Le ideologie vennero definite dall’autore come un sottoprodotto naturale e normale delle scienze sociali in quanto sono sottomesse alle regole che definiscono il procedimento scientifico.
Le scienze sociali possono rafforzare le ideologie sia discostandosi da queste regole sia seguendo il loro corso normale. Questo effetto non deriva dal fatto che esse sono prive del rigore che caratterizza le scienze della natura poiché anche le scienze sociali possono essere altrettanto scientifiche. Quindi le scienze sociali possono aprire la strada all’ideologia per due motivi: il primo è che sia le scienze della natura sia quelle sociali propongono immagini della realtà che si discostano da essa, mentre il secondo consiste nell’esoterismo (=studi che riguardano quelle scienze che portano, attraverso l’introspezione, alla riscoperta di noi stessi, alla conoscenza della nostra "natura interna", della Verità) naturale proprio delle scienze sociali.
Questo libro è suddiviso in tre parti:
- Nella prima, che comprende i capitoli II-IV della I parte, Boudon esamina i problemi relativi alla definizione di ideologia, alle discussioni che ha suscitato e ai tipi di spiegazione del fenomeno ideologico;
- La seconda parte (capitoli V-VIII) affronta la questione principale del libro indicata nel sottotitolo: ossia l’origine dei pregiudizi. Qui viene proposta quella che Boudon chiama teoria ristretta dell’ideologia. Egli ha cercato di mostrare che gli attori sociali hanno spesso buone ragioni per aderire a idee dubbie o false e che quindi la credenza nelle ideologie non va attribuita alle passioni, al fanatismo o all’accecamento;
- La terza parte costituita dal capitolo 9 applica questa teoria a due ideologie del nostro tempo: la teoria dello sviluppo indotto e il terzomondismo.
Un punto importante che Boudon vuole chiarire è quello che egli utilizza una nozione di razionalità in senso largo quando avanza l’ipotesi che le credenze collettive nelle idee false si possano spiegare facendo ricorso ad un homo sociologicus razionale. Nelle scienze sociali si può rilevare una prima concezione della razionalità, definita utilitaristica: l’attore razionale persegue fini, che coincidono con i suoi interessi più immediati, attraverso i mezzi più appropriati. Questa formula di razionalità, molto importante nella vita sociale, è esposta nell’esempio iniziale dei contadini indiani che rifiutano la pillola perché, dato il contesto economico, hanno interesse ad allevare una prole numerosa.
Tuttavia, questa concezione è limitata in quanto in molti casi per spiegare il comportamento di un attore non serve interrogarsi sui suoi obiettivi. Prendendo sempre in considerazione l’esempio iniziale, i ricercatori avanzano la diagnosi che i contadini indiani siano vittime delle proprie superstizioni. Tale diagnosi non fa parte né del quadro della concezione utilitaristica della razionalità né nel quadro di quella che si può chiamare: concezione teleologica della razionalità. Perciò, spiegare il comportamento dell’attore significa mettere in evidenza le buone ragioni che l’hanno indotto ad adottare quel comportamento, riconoscendo che tali ragioni possono, a seconda dei casi, essere di tipo utilitaristico o teleologico o appartenere a tipi diversi. In questo modo però Boudon ritiene che non si svuota il concetto di razionalità di ogni significato.
È possibile rappresentare le diverse concezioni della razionalità attraverso cerchi concentrici:
- Il cerchio più piccolo corrisponde alla razionalità di tipo utilitario o teleologico in quanto i due casi non si riducono l’uno all’altro;
- Il secondo cerchio che comprende il primo è quello della razionalità “weberiana” che aggiunge la razionalità assiologica (=l’azione è orientata verso un valore) a quella teleologica;
- Il terzo cerchio è quello delle “buone ragioni” che un attore può avere per fare ciò che fa o credere a quel che crede. Esso include la razionalità di posizione e quella afferente (=relativa) alle disposizioni;
- Il quarto cerchio è quello delle azioni di tipo impulsivo e affettivo o gli atti riflessi. Corrisponde alla concezione classica dell’irrazionalità dove la motivazione irrazionale viene facilmente confermata dall’esperienza interna e dall’osservazione esterna;
- Il quinto cerchio contiene le azioni irrazionali che sarebbero ispirate all’attore da forze che sfuggono al controllo della sua coscienza. Corrisponde alla concezione moderna di irrazionalità dove la motivazione irrazionale è una costruzione inaccessibile all’esperienza interna e all’osservazione esterna.
Che cos’è l’ideologia?
Boudon sosteneva che quando si esamina la letteratura relativa alla nozione di ideologia e alla spiegazione del fenomeno ideologico si ha la sensazione che essa sia dominata dalla confusione. Infatti, le definizioni del termine variano molto da un autore all’altro così come le spiegazioni del fenomeno fanno riferimento a principi diversi. Nel complesso, è come se la stessa parola descriva una molteplicità di fenomeni piuttosto che un fenomeno unico.
Tra le definizioni classiche di ideologia ricordiamo quella di Marx contenuta nell’opera “Ideologia tedesca”, in cui le ideologie corrispondono alle idee false, che le “relazioni materiali” ispirano agli attori sociali. Un esempio è quello del capitalismo dove il capitalista considera il profitto come la remunerazione naturale del capitale e allo stesso modo il proletario tende a considerare normale il proprio salario. Nessuno dei due riesce perciò a vedere la verità, messa in evidenza dallo stesso Marx nell’opera il “Capitale”, ossia che il profitto esprime il plusvalore prodotto dallo sfruttamento dell’operaio mentre il salario corrisponde al valore del lavoro a cui viene sottratto questo stesso plusvalore.
Per Lenin invece le ideologie sono sistemi di idee, teorie che i protagonisti della lotta di classe utilizzano nella loro battaglia. Queste ideologie possono essere più o meno vere o false ma sono sicuramente utili e tale utilità non dipende necessariamente dalla loro verità.
Per completare questi due esempi tratti dalla tradizione marxista Boudon cita un passo del filosofo francese Louis Althusser in cui si parla dell’ideologia come di un sistema, che possiede la propria logica e il proprio rigore, di rappresentazioni (immagini, idee o concetti) dotate di un’esistenza e di una funzione storica nell’ambito di una determinata società. L’ideologia si distingue dalla scienza.
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