Capitolo 12. Crisi e transizione nella storia italiana della comunicazione
La crisi sarà trattata come occasione per fare il punto sullo stato delle cose, sul funzionamento delle organizzazioni complesse, sui motivi di squilibrio di un sistema, e, soprattutto, quale opportunità per sostituire soluzioni organizzative che si sono dimostrate nel tempo poco efficienti.
Transizione e rivoluzione
Esistono due processi che navigano tra la rivoluzione e la transizione. La transizione si presenta come processo di passaggio da uno stato a un altro, da un tipo d'organizzazione sociale ad un altro. La transizione, infatti, è una situazione di ricerca di soluzioni, di prospettive e di strategie per il futuro. Implica, dunque, progettualità e razionalità. I media e la cultura diventano fondamentali, perché estraggono l'individuo dal tendenziale stato di isolamento, lo espongono al nuovo, stimolando e incoraggiando il cambiamento.
La crisi economica: il recupero del common sense come risposta alla complessità
Nella stagione comunicativa dominata dalla retorica della rete e del declino dei media mainstream riemerge paradossalmente il bisogno di common sense e di mezzi per l'accesso alla conoscenza e ai valori condivisi.
In risposta alla crisi: cultura, comunicazione e comportamenti giovanili
La fruizione di quella cultura che si autodefiniva d'élite conosce un processo di significativo allargamento delle sue basi sociali. La comunicazione si presenta come territorio naturale di rivoluzioni: ha plasmato nuove esperienze sociali, è espressione delle possibilità di vita reale o virtuale e stimola un sostanziale aumento degli scambi comunicativi a qualsiasi livello.
Il mondo dei giovani diventa un serbatoio di conoscenza ed ispirazione, un territorio spesso inevaso di sapere anticipatorio sulle dinamiche socio-culturali ed economiche del nostro mondo. Infatti, i giovani rappresentano i principali driver del cambiamento nelle società contemporanee. È in buona parte nell'universo giovanile che prendono forma e si sedimentano le nuove tendenze destinate ad estendersi alla famiglia, alle generazioni adulte, all'intera società.
Capitolo 21. Uno scenario in movimento
A distanza di più di mezzo secolo dall'affermazione come nuovo mezzo di comunicazione, la televisione riesce ancora a rientrare tra le priorità nell'agenda dei media e degli studiosi. La società post-tradizionale necessita di sistemi interpretativi che considerano l'informazione e la conoscenza quali base per la riflessività e strumenti per la sopravvivenza nella complessità moderna e per il superamento dell'incertezza.
Molti studiosi di comunicazione riconoscono ai media il ruolo di veicoli di emozioni, di sensibilità, di informazione, di cultura, in altre parole, di sistemi simbolici ed interpretativi.
La tv nell'Italia che cambia. Tra crisi, transizioni e riposizionamento
Lo stesso percorso evolutivo della televisione in Italia fa parte integrante della storia socio-culturale e politica del Paese. E proprio per la sua centralità nella vita sociale, culturale e politica del paese si è spesso trovata al centro di controversie e aspre critiche.
Le fasi evolutive del mercato televisivo si possono sintetizzare in quattro macro periodi:
- Protoindustria televisiva: si identifica con la fase del monopolio pubblico da parte dello Stato;
- La tv nel MediaEvo: è la fase di espansione della televisione commerciale, caratterizzata dalla convivenza tra reti pubbliche e private. Nascono le società di rilevazione degli ascolti;
- Tardo MediaEvo. Verso il TecnoEvo: è la fase in cui si affacciano nuovi protagonisti, in particolare le pay tv e le pay per view. È un momento molto importante per lo sviluppo tecnologico della tv, data la possibilità di sperimentazione del digitale;
- L'età dei linguaggi e dell'accesso: la fase di predominio della tecnologia digitale, che permette la moltiplicazione dei canali, stimola l'interattività evoluta e genera profondi cambiamenti.
La prima crisi degli anni Settanta
È stato il periodo della prima riforma del sistema radiotelevisivo italiano che corrisponde anche con l'inizio di un periodo di forti critiche al mezzo. Nella seconda metà degli anni Settanta il monopolio statale sulla tv inizia ad incrinarsi e in quegli anni, l'Italia, diede l'avvio di trasmissioni terrestri su scala locale, violando così la riserva del servizio radiotelevisivo allo Stato. È un terreno proficuo per la nascita delle emittenti cosiddette libere. Anche se fuori legge, le piccole emittenti godono della simpatia dell'opinione pubblica, per la prima volta fortemente critica nei confronti di una tv che veniva sostenuta attraverso il pagamento del canone, nonostante non fornisse contenuti di qualità.
La seconda crisi 1987-1988
Le novità maggiormente significative possono essere così riassunte:
- Si stabilisce la libertà d'antenna per i privati;
- Viene imposto il limite di possedimento di reti televisive (3);
- Chi si trova ad avere una rete tv può avere giornali che coprano solo fino al 16% della tiratura nazionale;
- Si stabilisce un tetto pubblicitario distinto per la tv pubblica e commerciale;
- Viene istituito il Garante per la radiodiffusione e l'editoria;
- Si realizza il piano delle concessioni nazionali;
- Si espande la possibilità di diretta a tutte le emittenti, che sono obbligate alla realizzazione di un telegiornale;
- Si regolamentano gli intervalli pubblicitari.
È la prima crisi della tv certificata dai dati Auditel. Questa crisi segnerà l'inizio di un periodo che farà della quotidianizzazione dell'infrazione televisiva routine produttiva. Anche perché, in quel periodo di crisi, la trasgressione, accanto all'innovazione nel trattamento dell'informazione si è rivelata appagante (programmi tipo Indietro Tutta, Drive In). In questo periodo si affermano anche quei generi riconducibili alla tv verità, che permettono al telespettatore di salire sul grande palcoscenico mediatico, intervenendo direttamente o attraverso il telefono (Chi l'ha visto?). Quel che resta di queste stagioni di profondo cambiamento dell'architettura della programmazione televisiva è soprattutto un ritratto del pubblico sempre più consapevole delle proprie esigenze e dei propri gusti.
La terza crisi 1997-1998
La crisi è dovuta a problemi individuati in un difficile rapporto con i pubblici giovani e una tendenziale sfiducia nei confronti dell'informazione televisiva. Questo era solo l'inizio di un processo di allontanamento delle audience giovani. La Rai per ovviare commissiona una ricerca "Televisioni in movimento". L'obiettivo era lo studio delle dinamiche inerenti la programmazione e delle relative risposte di pubblico. La ricerca introduce direzioni di indagine come l'analisi di mercato (customer satisfaction) e la sociologia dei processi culturali (stili di consumo, stili di vita). Quel che emerge è che i segnali di crisi si connettono a episodi di stanchezza dei generi e dei linguaggi televisivi, ma anche a una maggior indipendenza e spirito esplorativo delle audience. È la stagione dell'inizio del disincanto e del nomadismo dei telespettatori che sfruttano le interruzioni pubblicitarie.
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