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Acqua e politica nel XXI secolo

Emilio Molinari è convinto che l'acqua sia il fulcro attorno al quale si ricostruirà la politica del XXI secolo. L'acqua è insostituibile per la vita degli esseri viventi, in ogni cosa c'è acqua a partire dal nostro corpo. L'ONU nel 2006 ha dichiarato che siamo nel pieno di una crisi mondiale dell'acqua, e ha indicato come epicentri la Cina, l'India, gli Usa e il Mediterraneo, affermando che tra non molto tempo molti profughi dell'acqua si aggireranno per il mondo.

Il problema dell'acqua nel mondo

  • Il segretario generale di questa organizzazione ha definito l'acqua il carburante per le guerre del futuro prossimo e che crisi mondiale dell'acqua e crisi energetiche si alimenteranno l'una con l'altra.
  • Negli ultimi 40 anni dominati dal mercato globale, le riserve d'acqua dolce si sono dimezzate, la prospettiva dei prossimi decenni è quella che il 50% della popolazione mancherà l'accesso all'acqua potabile e ai servizi igienici, mentre il 48% della domanda globale d'acqua per la produzione del cibo e per tutte le altre attività resterà senza risposta.
  • In tutto ciò i mutamenti climatici hanno solo la funzione di accentuare questo problema, dovuto agli abnormi prelievi e problemi di inquinamento.
  • È ormai universalmente riconosciuto che tutti gli interventi della Banca Mondiale per dare acqua ai più bisognosi abbiano avuto risultati disastrosi se non tragici.
  • Nel contesto del globalizzato libero mercato, si afferma tragicamente la mercificazione universale di tutta l'acqua dolce del pianeta attraverso: la privatizzazione dei servizi idrici, il diritto a bere attraverso lo sfruttamento e l'imbottigliamento dell'acqua delle sorgenti, dei torrenti, dei ghiacciai, delle stesse falde, la vendita e la fissazione del prezzo dell'acqua grezza secondo il modello gestionale già sperimentato con il petrolio.

Sociologia: il dolce avvenire

Nel contesto della doppia crisi dell'acqua e delle fonti energetiche si raschia il fondo della produzione idroelettrica bloccando e incanalando i piccoli torrenti e i piccoli salti. Stati potenti economicamente e stati ricchi di acqua si accaparrano risorse idriche con l'intenzione di dominare il mercato idrico, alimentare ed energetico. Acqua, energia, cibo: tre crisi, un'unica emergenza sociale e planetaria.

Da questo scenario tutte le organizzazioni internazionali e tutti i partiti dovrebbero ripartire per ridefinire le loro politiche: economiche, internazionali, sociali, industriali. Una nuova responsabilità pubblica, locale e internazionale è necessaria: una politica basata sulla solidarietà, la sobrietà, il risparmio e il recupero dei beni di consumo.

Acqua come bene comune

L'ONU non solo non ha ancora dichiarato l'acqua un bene comune, anzi ha rinviato questo rapporto e ha delegato al Consiglio mondiale dell'acqua l'indizione e la gestione dei triennali Forum mondiali dell'acqua, i quali per quattro edizioni hanno rifiutato di affermare tale diritto.

L'UE ha fatto sparire dal suo lessico ogni riferimento all'acqua come bene comune, definendo bensì i servizi idrici quali servizi generali di carattere economico e come tali inseriti nella direttiva Bolkestein. Ha chiesto a 72 paesi del Sud del mondo di privatizzare l'acqua per lasciare libertà di azione alle proprie multinazionali. L'Italia dal canto suo ha sancito l'obbligo ai comuni di privatizzare i servizi locali pubblici compresi quelli idrici. Tutte le varie problematiche ambientaliste hanno fatto sì che problemi come l'acqua e i beni in generale fossero assorbiti all'interno della questione dei mutamenti climatici.

Siamo ad un passaggio epocale

Comincia a farsi strada nella società civile la consapevolezza della grande problematica. C'è necessità di fermare i consumi, di ridistribuirli universalmente. Nel mondo si stanno formando movimenti che hanno iniziato a delineare proposte alternative. La cornice è quella di far dichiarare all'ONU che l'acqua è un diritto umano e un bene comune, che la gestione dei forum mondiali venga assunta direttamente dalle Nazioni Unite, che 50 litri di acqua di buona qualità al giorno per persona vengano garantiti a tutti. Che si fermi la commercializzazione in tutte le sue forme. È opportuno creare leggi che riportino i servizi idrici nella sfera pubblica e si fermi la privatizzazione ormai troppo diffusa. Dovunque sono in atto lotte per dei cambiamenti contro il proliferare delle dighe e contro le colture per biocarburanti.

Agricoltura e sostenibilità

Quando l'uomo dieci mila anni fa ha iniziato a coltivare la terra, il cibo proveniente veniva prodotto sfruttando il naturale processo della luce del sole e da questo derivavano le calorie contenute nei vegetali e nei prodotti animali, salvo l'energia umana e animale utilizzata per il lavoro dei campi. Dopo la rivoluzione industriale si è cercato di aumentare la resa produttiva, impiegando altre fonti di energia. Ma l'incremento non ha risolto né la fame né il sottosviluppo. In base ai dati della FAO la produzione globale di cibo sarebbe oggi sufficiente, ma è distribuita in modo non equo. Circa un miliardo di persone soffrono la fame, ma contemporaneamente un altro miliardo consuma più del necessario.

Agricoltura industriale e problemi

Le coltivazioni a carattere industriale richiedono un alto contenuto tecnologico e un massiccio impiego di energia fossile per macchine agricole, selezione genetica, irrigazione. Tutto ciò ha portato da una parte ad un forte indebitamento dei paesi più poveri che sono costretti a importare mezzi tecnologici e prodotti chimici per produrre cibo di lusso per i paesi ricchi, senza poi avere sufficiente sostentamento per il proprio sostentamento. Ma anche i paesi ricchi subiscono problematiche da questo tipo di agricoltura: inquinamento delle falde a causa di fertilizzanti e fitofarmaci, accumulo di residui tossici nell'intera catena alimentare, riduzione della fertilità del suolo.

I sistemi produttivi umani dovrebbero rispondere alle esigenze biologiche e non alla logica del consumismo che trasforma la natura in merce e l'uomo da soggetto in oggetto passivo. Gandhi osservava: "Il mondo è abbastanza ricco per soddisfare i bisogni di tutti, ma non lo è per l'avidità di ciascuno".

Verso un'agricoltura sostenibile

Finora la produttività delle coltivazioni ad alto contenuto tecnologico ha portato un enorme flusso di energia supplementare (cioè oltre a quella fornita dall'energia solare). Inoltre, l'agricoltura industrializzata garantisce alte rese solo a fronte di elevati consumi idrici: oltre il 70% dei consumi umani d'acqua serve per la produzione di derrate alimentari, ma con una forte disparità tra continente e continente. Questo tipo di agricoltura si sta dimostrando sempre meno accettabile. Da qui la necessità di individuare altre forme di agricoltura più sostenibili.

Dovendo far fronte, da un lato, a una popolazione mondiale in aumento, a disponibilità sempre minori di fonti fossili, l'agricoltura deve evolversi verso sistemi che usino l'energia in modo più efficiente riducendo le emissioni di CO2. Un'agricoltura sostenibile deve mantenere la fertilità del suolo riportando al terreno agricolo quella materia organica e quei sali minerali che derivano dalla trasformazione del cibo consumato. Analogamente, non dovrebbe ricorrere a prodotti chimici estranei ai cicli naturali, ma riciclare le risorse naturali e conservare l'energia.

In tal modo, l'agricoltura sostenibile, analizzando i flussi di materiali e di energia, dovrebbe produrre cibo sano e di qualità senza intaccare il patrimonio naturale, come chi utilizza gli interessi, mantenendo il capitale. A tale scopo è importante evitare le monoculture e i metodi intensivi. Analogamente, l'allevamento del bestiame deve essere prevalentemente orientato alla produzione, come latte, derivati del latte e uova, avendo cura del benessere degli animali.

Ma tutto ciò si ottiene a condizione di usare la pianta o l'animale giusti al posto giusto, utilizzando tutta la biodiversità disponibile per meglio adattarsi. Così, un'agricoltura sostenibile conservando e utilizzando la biodiversità, si oppone all'uniformità produttiva del sistema agricolo. Avendo come obiettivo la qualità, non tanto la quantità, si adatta anche a quelle regioni considerate marginali, come quelle di collina e di montagna.

Agricoltura biologica e globalizzazione

L'agricoltura biologica è stata più volte messa a confronto con l'agricoltura industrializzata, dimostrando non solo migliore qualità, ma anche un buon rendimento produttivo. Risulta un sistema di gestione del suolo sostenibile, con minor input esterni e anche se con produzioni leggermente inferiori. Anche alla luce dell'attuale crisi del processo di globalizzazione, è necessario proporre un futuro dell'agricoltura sul pieno utilizzo della biodiversità disponibile. Il suolo agricolo e il cibo vanno considerati beni comuni, diritti collettivi. Consumare prioritariamente prodotti agricoli del proprio territorio valorizzando le varietà locali, favorire la diffusione di orti collettivi.

Per capire come manca cibo da una parte del mondo è necessario comprendere cosa comporta la diffusione di una dieta ricca di carne e di prodotti animali in genere. Va detto che in una data superficie la produzione di cibo ottenuta con i vegetali è decisamente maggiore di quella che deriva dall'allevamento di animali. Ma va anche detto che molti dei vegetali che oggi produciamo sono utilizzati nei paesi più ricchi per produrre mangimi per gli animali.

A tal proposito ecco alcuni dati: oggi in Italia consumiamo un decimo del mais che si consumava negli anni '50, eppure ne produciamo 4 volte di più e una parte la importiamo. Soia e mais vengono trasformati in mangimi per gli allevamenti di animali. Ma ogni volta che soia e mais si trasformano in cibo per animali e l'animale diventa cibo per l'uomo, laddove con la carne così ottenuta mangia una sola persona, con quei legumi e con quei cereali se ne potevano alimentare da otto a dieci.

Nel corso della sua evoluzione l'uomo ha trovato vantaggioso integrare la dieta con prodotti di origine animale. Ma oggi i paesi ricchi consumano il doppio o il triplo delle proteine necessarie e in tal modo l'uomo, che biologicamente è un onnivoro prevalentemente vegetariano, negli ultimi decenni è diventato prevalentemente carnivoro. La scelta vegetariana, sulla base di molte ricerche, è risultata infatti la migliore dieta per prevenire alcune malattie tipiche dei paesi a più alto sviluppo economico.

Impatto ambientale dell'allevamento

L'insostenibilità di una dieta a così alto contenuto di carne, come quella dei paesi ricchi, è data non solo dall'impossibilità di garantire cibo per tutti, ma anche dall'impatto sul suolo che gli allevamenti a carattere industriale producono. La produzione e il consumo di carne rappresentano un disastro ambientale con ampie e a volte catastrofiche conseguenze. Negli USA le deiezioni provenienti dagli allevamenti intensivi inquinano l'acqua più di tutte le altre fonti industriali.

La rivoluzione verde ha comportato un aumento di uso d'acqua e di energia in agricoltura. L'energia aggiuntiva proviene dai combustibili fossili sotto forma di fertilizzanti, pesticidi e irrigazione alimentata da idrocarburi. È evidente che un forte consumo di acqua, carni e energia fossile non ci porterà ad un futuro sostenibile.

Animali e diritti

Annamaria Rivera parla del pensiero radicale, che ci invita a guardare il mondo da un'angolatura non convenzionale. Per concepire un pensiero radicale occorre pensare dal punto di vista di chi di solito è pensato, nominato, detto, oggettivato. Il pensiero radicale rifugge il pensiero comune. È un pensiero non etnocentrico, non antropocentrico, quindi relativista, nel senso di relazioni.

L'empatia e l'immedesimazione sono posture che possono favorire l'approssimarsi alla svariata e irriducibile molteplicità di singolari quali sono gli uomini ma anche i non umani. Una stessa attitudine lega l'antropocentrismo e l'etnocentrismo. Lo specismo al razzismo. L'assoggettamento e la cosificazione degli animali sono stati il modello primario che ha permesso la dominazione, la reificazione e la gerarchizzazione degli esseri umani, spinta fino al punto di escludere certe razze dal cerchio dell'umanità.

Come ha scritto Levi-Strauss, è attraverso la separazione radicale fra umanità e animale che l'uomo occidentale ha inaugurato quel "ciclo maledetto". Lo ha ribadito anche Bruno Latour. È ciò che più volte ha affermato anche Edgar Morin: l'asservimento del mondo animale ha creato i modelli dell'asservimento dell'uomo da parte dell'uomo. Nessun pensiero animalista è profondamente tale se non è anche un pensiero antirazzista.

Conviene puntualizzarlo. Vi sono infatti associazioni e movimenti "animalisti" che fanno riferimento a ideologie più o meno scopertamente razziste. Simmetricamente nessun pensiero antirazzista è profondamente tale se non si riconosce nella reificazione, nell'esclusione, nell'assoggettamento degli animali la matrice della reificazione, esclusione e assoggettamento degli umani.

I clochard, i rom, gli immigrati, i palestinesi e così via, possono essere de-umanizzati e trattati conseguentemente anche perché gli animali sono stati bestializzati; vale a dire privati del diritto al riconoscimento, al rispetto e alla dignità; se certi gruppi umani sono sterminabili è anche perché vaste categorie di animali sono state dichiarate sterminabili e/o sono state di fatto sterminate.

Verso una nuova etica interspecifica

Il millenario disconoscimento dell'animale, dispositivo basilare dell'esclusione di ogni altro-da-se, è oggi spinto a livelli estremi. Ai giorni nostri l'assoggettamento e lo sfruttamento degli animali conoscono proporzioni senza precedenti e la violenza che si esercita su di loro assume forme talmente massive e mostruose che qualcuno potrebbe paragonarle ai peggiori genocidi: si pensi a quei lager per animali che sono gli allevamenti industriali e i mattatoi seriali o alle pratiche estreme di manipolazione genetica e di sperimentazione biomedica.

Accettare di guardare ed essere guardati dagli animali è condizione primaria per restituire loro la possibilità di risponderci e per riconoscere la nostra – di noi e di loro – comune vulnerabilità ed esposizione alla sofferenza. È su questo riconoscimento che è possibile fondare un'etica interspecifica, che a sua volta possa essere la base per un riconoscimento di diritti ai non umani che non sia pura e semplice tutela.

I diritti animali dovrebbero essere occasione per un ripensamento dei diritti umani finora basati su una visione universalistica che per lo più ignora l'articolazione con il particolare, il singolare e il locale e perciò si oppone all'astrattezza, all'inefficacia. Alcuni passi avanti in questa direzione si stanno compiendo. Recentemente il parlamento spagnolo ha approvato una mozione che riconosce alcuni diritti umani di base ai primati antropomorfi e che presto condurrà all'approvazione di norme che proibiscono ogni forma di pratica, compresa la sperimentazione biomedica.

Affermare che gli animali non sono merci o beni ma titolari di diritti poiché soggetti di vita senziente, emotiva e cognitiva, significa anche porsi nella direzione di un progetto economico, sociale e culturale che abbia come cardini la sobrietà, la redistribuzione delle risorse su scala mondiale, l'uguaglianza economica.

Il riconoscimento di questi diritti infatti mette in discussione la liceità della riduzione degli animali a macchine produttrici della propria stessa carne, destinata all'alimentazione degli umani. È proprio sullo sfruttamento indiscriminato degli animali che si regge la fase neoliberista e globalizzata del sistema capitalistico, non meno che sulla distribuzione o l'accaparramento delle risorse naturali.

In conclusione, riconoscere gli animali come nostri simili o prossimi, non è solo una mossa filosofica, ma ha anche un valore politico. Può permetterci di concepire un "dolce avvenire" a partire dall'immaginazione radicale di ciò che di utopico si manifesta in forma embrionale già nel presente.

Architettura e paesaggio

Agnese Ghini si interroga su dove sia l'architettura. Essa è nelle città, nelle strade e nelle piazze, nei cinema e nei teatri, nelle scuole e negli ospedali. Ovunque troviamo tracce di questa azione antropica che dà forma e soddisfazione alle nostre esigenze di luoghi entro cui si svolgono le principali attività dell'esistenza.

Il quesito è semmai distinguere una buona architettura da una cattiva, acquisire la consapevolezza che possiamo abitare luoghi migliori. A cosa serve l'architettura? Nasce per servire e rappresentare la comunità che la abita, assolvere funzioni, difendere, accogliere, insediare, creare luoghi. L'architettura è mezzo per comunicare la vita che si svolge nei suoi spazi.

Il paesaggio può essere assimilato a una rappresentazione in cui l'uomo è al contempo attore, regista e spettatore e nel quale gli elementi naturali sono il dato precostituito mentre gli elementi antropici sono il gesto teatrale dell'uomo. La concezione del paesaggio come teatro implica per l'uomo l'assunzione di un duplice atteggiamento nei confronti del territorio: egli è attore-regista quando trasforma l'ambiente imprimendone il proprio segno – è regista quando inventa la trasformazione, è attore quando la realizza e la usa – egli è spettatore quando guarda e comprende il senso del suo gesto.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher georgiana05 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Parma o del prof Deriu Marco.
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