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• A partire dalla seconda metà del IV secolo a.C., con la fine delle città-stato greche e lo stabilirsi di regni

ellenistici prima, dell'impero romano poi, si va affermando il potere assoluto del sovrano che, come quelli

orientali coevi e dei secoli precedenti, tende a farsi divinizzare-e a venire divinizzato. Tra il III e il II secolo

a.C., Epicuro nega l'origine divina del potere politico facendolo derivare da una mera convenzione, mentre gli

stoici allievi di Zenone non sono contrari all'impegno politico e, considerando il mondo governato da un

principio generale di razionalità, difendono in rispetto delle leggi e di coloro che detengono il potere in quanto

ambedue espressione del logos.

• In un periodo successivo, anche il Cristianesimo che va diffondendosi, muove da una pretesa origine divina

del potere considerando la sottomissione ad ogni ordine costituito una forma di rispetto della volontà di Dio

poiché la provvidenza divina ne garantirebbe la legittimità.

• Già dal basso impero romano e con l'instaurarsi del feudalesimo in Europa, alla schiavitù vera e propria,

tende a sostituirsi una forma particolare di servaggio di fatto, la servitù della gleba che vincola più al terreno

che coltiva che al suo proprietario il contadino o colono, obbligandolo a fornire al proprietario stesso servizi

gratuiti di vario genere.

• Per quanto riguarda il controllo sociale, in parallelo allo sviluppo e consolidamento del cristianesimo, si fa

strada il cosiddetto principio d'autorità, che dal campo teologico e religioso si diffonde alle diverse aree del

sapere. Degli esempi tipici dell'applicazione di questo principio al sapere in generale sono quelli di Aristotele

e delle sue tesi, il carattere definitivo delle quali era segnalato dall'etichetta "ipse dixit" ("lo ha detto Lui"). In

questa prospettiva, la massima autorità veniva attribuita ai testi rivelati, come tali incontestabili (Antico e

Nuovo Testamento), seguivano le opere dei padri della chiesa e quelle dei grandi filosofi greci ritenute

prodotto del massimo livello possibile di conoscenza in materie profane. Il principio d'autorità, ovviamente, è

uno dei fattori che hanno contribuito al congelamento del sapere e della concezione del mondo fino a

Rinascimento.

• Il Rinascimento mettendo in discussione l'assetto della cultura religiosa e mondana dell'epoca, riapre anche

il discorso sul potere. Il primo autore importante che in proposito s'incontra è Machiavelli il quale, in un'opera

ancora oggi famosa, Il Principe, (scritta nel 1513) affronta con realismo, cioè sulla base dell'evidenza dei fatti

e rifiutando ogni astratto principio aprioristico, il rapporto fra morale e gestione del potere. La sua tesi

sancisce l'inesistenza di un preteso rapporto fra politica, morale e religione: viene stabilito che la politica, e il

potere che in essa ha gioco, sono autonomi dalla morale e dalla religione, poiché il modo di usare il potere da

parte del principe si giustifica, e va giustificato, solo alla luce dei fini che si propone (la si può

semplicisticamente ridurre all'affermazione che "il fine giustifica i mezzi adottati per raggiungerlo").

• Nel XVI secolo la conquista del nuovo mondo e il conseguente problema del trattamento delle popolazioni

indigene incontrate, riporta l'attualità alla questione del rapporto schiavo-padrone o servo-signore: con poche

inascoltate voci dissenzienti, le potenze europee conquistatrici, Spagna soprattutto, rispondono stabilendo

l'inferiorità intrinseca di tali popolazioni rispetto a quelle europee e quindi la liceità della loro riduzione servitù.

• D'importanza molto maggiore è la riflessione sul potere proposta dal filosofo inglese Hobbes il quale, in un

testo rimasto famoso (il Leviatano, 1651), espone un'articolata dottrina dell'autoritarismo politico prendendo le

mosse da un'ipotesi psicologica relativa alla natura umana argomentando che l'uomo non sarebbe un

animale sociale allo stato di natura, mancando vincoli da parte di leggi e norme, ogni uomo si

comporterebbe come un animale selvaggio ponendosi come lupo per gli altri (homo homini lupus) e

partecipando ad una guerra di tutti contro tutti (bellum omium contra omnes). Per Hobbes la società non

sarebbe quindi il prodotto di un naturale istinto sociale, di un'innata benevolenza di ciascuno verso gli altri, ma

solo il risultato di un patto stipulato per mettere fine ad una condizione pericolosa per tutti, come lo stato di

natura: secondo tale patto ciascuno rinuncerebbe alla propria libertà naturale per garantirsi la sicurezza,

impegnandosi ad osservare il patto stesso sotto la garanzia della sorveglianza di un'entità sopra personale

dotata di poteri assoluti, simboleggiata dal mostro biblico Leviatano che nel concreto corrisponderebbe allo

stato che viene indicato come il sovrano. Questa risulta essere la prima chiara e netta formulazione della

laicità dello Stato e del carattere del tutto umano del potere di colui che lo regge.

• Un altro filosofo inglese, Locke, nei suoi "Due trattati sul governo" (1690) ipotizza uno stato di natura che

avrebbe come legge la ragione che prescriverebbe la reciprocità dei rapporti fra gli uomini, rispecchiando

l'originaria uguaglianza presente fra loro che tuttavia non implicherebbe il diritto di tutti su tutto. Questo stato

si fonderebbe su tre fondamentali diritti parziali, alla vita, alla libertà, alla proprietà imponendo che

ciascuno segua la regola di evitare, per non essere danneggiato nei suoi diritti, di danneggiare gli altri nei

loro, in base alla regola che i diritti di ciascuno trovano limite nei diritti degli altri. Anche per Locke si

tratterebbe di un patto, ma di unione in quanto stipulato liberamente come atto diretto a garantire e

mantenere i diritti di tutti e in questo modo, si darebbe origine ad un potere non assoluto. Il potere dello Stato

dovrebbe articolarsi in tre branche:

Potere legislativo: riservato ad un'assemblea rappresentativa che esprimerebbe attraverso le leggi il

o parere della maggioranza.

Potere esecutivo: cui spetterebbe il compito di far rispettare la legge.

o Potere federativo: cui sarebbero demandati i rapporti con l'estero.

o

Il sovrano deriverebbe sempre la propria autorità dal patto di associazione, autorità tuttavia non assoluta ma

condizionata all'assolvimento del compito di salvaguardare i diritti di coloro che hanno concluso il patto

istitutivo stesso. 6

Le tesi di sopra elencate di Hobbes e Locke hanno presupposti riconducibili al Giusnaturalismo che distingue un

diritto naturale dal diritto positivo, ipotizzando su basi razionalistiche e laiche, l'esistenza di principi fondati

sulla stessa natura umana e perciò indipendenti non solo da contingenti motivi politici e da condizionamenti

storici, ma anche da ogni disegno divino.

Considerazioni riguardanti l'ipotetico stato di natura sono presenti anche in Spinoza, che difende la necessità di

un controllo razionale delle passioni sfrenate presenti allo stato di natura stesso, controllo che dovrebbe avvenire

attraverso un contratto sociale regolato da un assolutismo illuminato in quanto rispettoso dei diritti fondamentali

dei contraenti: una simile esigenza è presente in Leibniz che preconizza un governo basato su un paternalismo

illuminato e, successivamente, in Kant che ritiene innato in tutti il diritto alla libertà. Al Giusnaturalismo va

riconosciuto il merito della rivendicazione della libertà individuale e collettiva, con le prime formulazioni del

concetto di democrazia e di Stato di diritto e la parallela critica dell'assolutismo dispotico dei governi dell'epoca.

• Il Giusnaturalismo, Hobbes e Locke aprono la stagione dell'Illuminismo (che trova il massimo sviluppo nel

XVIII secolo in Francia), movimento culturale che propugna la tolleranza in ogni settore, a partire da quello

religioso, portando un vigoroso attacco ai poteri dello Stato e dei sovrani assoluti che regnavano in tutta

l'Europa, con l'esclusione dell'Inghilterra, "liberale" dopo la cacciata degli Stuard nel 1688 e la proclamazione

da parte del Parlamento di Guglielmo d’Orange e della moglie Maria a regnanti, con la successiva

promulgazione da parte loro della dichiarazione dei diritti (1689) che rese quelle inglese una monarchia

costituzionale. L'illuminismo innanzitutto contesta e rifiuta l'intervento dello Stato e del sovrano sulle

convinzioni morali e religiose dei cittadini argomentando che il potere statale dovrebbe solo garantire il

rispetto della legge e la libera coesistenza di cittadini, base sulla quale sarebbe fondato il contratto sociale

(con il quale i contraenti avrebbero rinunciato a parte della supposta incondizionata libertà originaria in

funzione dell'impegno del sovrano, e dello Stato da lui diretto, di lasciar loro la libertà di disporre di se e dei

propri beni nell'ambito della sicurezza rappresentata dalla legge).

• L'impatto dell'Illuminismo sulla politica e, in generale, sulla cultura si spense con la caduta dell'impero

napoleonico lasciando spazio ad una sensibilità nuova, venata di sentimentalismo e con ampie connotazioni

irrazionalistiche, unita al rifiuto dell'onnipotenza attribuita alla ragione strumentale. Queste varie tendenze

divengono le correnti culturali e di pensiero dominanti, che, certamente, hanno esercitato più influenza sulla

letteratura che sulla speculazione filosofica, venendo inquadrate sotto l'etichetta comprensiva di

Romanticismo.

Rousseau ritiene che la convivenza sociale con le relative esigenze, per la loro genesi non naturali ma

convenzionali, unitamente ad alcuni dei fattori prodotti dalla convivenza stessa, in specie alla proprietà privata

e alla divisione del lavoro, chiudano in trappola e snaturino l'uomo rendendolo inautentico e fomentando

egoismo, individualismo, spinta a confrontarsi con gli altri, ostentazione di sé e ipocrisia sociale, oltre a dare

origine a sistemi legislativi volti con durezza a regolare i rapporti di convivenza finalizzata soprattutto al

mantenimento della proprietà privata stessa. Lo Stato attraverso il quale la convivenza sociale si esprime, per

evitare o almeno ridurre la degenerazione che essa comporta, dovrebbe venire governato non dalla volontà di

più, poiché così non si farebbe che sommare gli egoismi individuali, ma dalla volontà generale amante del

bene comune. Il tramonto dell'Illuminismo porta, alla rinascita dell'interesse per la costruzione di sistemi

filosofici complessi, con un'ampia componente metafisica, anticipata dall'opera di due giganti della filosofia

collocati a cavallo tra l'Illuminismo e il post-Illuminismo in ambiente tedesco e cioè Kant e Hegel.

Kant discute sulla possibilità di una pace universale, che giudica possibile solo attraverso la formazione

o di una federazione tra tutti gli Stati del mondo e retta da una costituzione repubblicana, simile a quella in

vigore negli Stati liberali, atta a garantire i fondamentali principi dell'uguaglianza sociale, della libertà

individuale, della rappresentanza e divisione dei poteri, così trasformando i sudditi in cittadini

consapevoli.

Hegel sostiene che gli uomini sono nati per vivere in comunità non intese però quali entità sopra

o individuali totalitarie che tolgano ai cittadini i loro diritti e la loro libertà senza alcuna contropartita, ma

intesi come comunità, anche statali, che abbiano carattere razionale, considerando accanto ai compiti di

gestione della cosa pubblica, anche quello di salvaguardare i diritti e la libertà dei cittadini. Ritiene che ciò

sia ottenibile solo consentendo a ciascuno di ottenere dagli altri un riconoscimento delle caratteristiche

dei bisogni che riscontra in se stesso, riconoscimento quindi non solo reciproco, espressione del civismo

di ciascuno e delle garanzie offerte dalla legge comune, ma che esige anche il confronto fra quello che il

soggetto pensa di se stesso e quello che gli altri pensano di lui. Tale riconoscimento reciproco sarebbe

alla base della libertà individuale che diviene effettiva solo se e quando sia riconosciuta dagli altri. La

coscienza non sarebbe data ma nascerebbe dal contatto con il mondo e con gli altri. Hegel ritiene che

ogni entità tende a trasformarsi seguendo una legge universale articolata in tre momenti interconnessi:

La tesi o affermazione: stabilisce le caratteristiche, in origine, possedute dall'entità in sé, qualunque

essa sia (un oggetto, una persona, un’affermazione, ecc.), definendo cioè cosa e come essa sia o si

ritiene che sia all'inizio del processo di trasformazione.

L'antitesi o negazione: stabilisce le caratteristiche assunte o attribuite alle entità nella fase di

passaggio in cui, praticamente, essa diviene l'opposto di quello che era nella tesi.

La sintesi o riaffermazione: stabilisce quello che l'entità è diventata o diventerà al termine del

processo di trasformazione. 7

Secondo la lettura di Kojève, chi resiste mettendo in pericolo la propria vita guadagna nel rapporto che

o s'instaura una posizione egemone, acquisendo il diritto di asservire gli altri, di assumere, cioè, il ruolo di

padrone, mentre coloro che, per timore di perdere la vita rinunciano a lottare, vengono ridotti al ruolo

subalterno di schiavi.

All'inizio, il futuro padrone subordina, dunque, il bisogno tipicamente animale di sopravvivenza a quello

tipicamente umano di riconoscimento, mentre il futuro schiavo si conduce in modo opposto subordinando

il bisogno tipicamente umano di riconoscimento a quello tipicamente animale di sopravvivenza: poiché,

tuttavia, secondo Hegel, il rapporto padrone-schiavo, come ogni rapporto, avrebbe carattere dialettico,

l'egemonia del primo sul secondo sarebbe destinata, nel tempo, a rovesciarsi.

lo schiavo con il suo lavoro diventa, infatti, il tramite attraverso il quale il padrone entra in rapporto con le

cose materiali. In tale rapporto dialettico, il lavoro dello schiavo-servo, lo porta, in qualche misura, a

dominare la natura, anche se inizialmente a favore del padrone-signore. La lotta iniziale per il

riconoscimento da parte dell'altro è in fondo una lotta per il potere fra due entità che, una volta

conclusasi, produce un rapporto di potere nel quale un'entità costringe l'altra a sottomettersi.

in parole più semplici, la statura umana dello schiavo cresce attraverso il lavoro e l'attività di negazione

della natura che esso implica, mentre quella del padrone si affanna a seguito dell'assenza della necessità

di impegnarsi personalmente per la soddisfazione dei propri bisogni e quindi della mancanza di spinta a

negare la natura: si può dire, semplicisticamente, che il padrone è più schiavo dello schiavo di quanto

questi non lo sia di lui.

Marx sulle tracce di Hegel, considera tutta la storia riconducibile alla lotta tra una classe dominante una

o classe subalterna sfruttata dalla prima.

Nietzsche afferma che la morale da padrone, cui i greci pre-socratici e romani di epoca repubblicana si

o ispiravano, sarebbe stata abbandonata in favore della morale da schiavo, sostenuta e difesa da alcuni

filosofi pre-cristiani e poi, soprattutto, dal cristianesimo grazie al quale tale morale è stata imposta come

orizzonte etico trascendente, assoluto, di provenienza divina, conducendo a ritenere la difesa del debole,

dell'incompetente, del poco intelligente un dovere sociale, e così implicitamente negando, spazio ai

migliori, livellati alla massa ed ostacolati nel loro impegno per il progresso comune. La morale da schiavo,

d'altro canto, sarebbe una morale sociale, cioè imposta dalla società a tutti i suoi membri come insieme di

principi guida relativi al modo di condursi e di pensare: secondo Nietzsche, anche se si trattasse di

principi validi, essi non sarebbero autonomamente creati dai singoli individui in rapporto alle proprie

personali esigenze ma da qualcun altro e dalla società imposti a tutti, violando la libertà individuale di

scelta che la non trascendenza dei valori morali esigerebbe. Prima del cristianesimo, in altre parole,

mancherebbe ogni attribuzione di carattere malvagio alle manifestazioni istintivo-naturali della persona,

anche a quelle relative al sesso: seguire il proprio istinto ricercando grandezza e gloria era considerato

agire bene mentre comportarsi in modo opposto era ritenuto agire male. Con il cristianesimo, invece, ogni

espressione istintiva è intesa come essenzialmente malvagia e perciò da inibire e controllare. Quello che

per greci e romani era bene assume significato opposto portando l'uomo a combattere con se stesso ed a

odiarsi per i propri istinti e desideri, ora divenuti malvagi, rinfocolando sensi di colpa e paure per quello

che potrà avvenire dopo la morte: la morale da schiavo sposta la ricerca di grandezza e gloria dalla vita

reale e dal mondo materiale alla vita eterna prevista dopo la morte.

La morale da padrone, al contrario, richiede di liberarsi dei falsi concetti che impediscono di essere

individui grandi poiché promuovono, come il cristianesimo, la mediocrità personale e la negazione delle

spinte dell’istinto, cioè della propria natura, con livellamento sulla media delle differenze individuali,

differenze che la morale da padrone, invece, incoraggia, promuovendo con la spinta a seguire l'istinto

naturale ad essere grandi, l'ineguaglianza, la vocazione guerriera, il distacco dalla media dei deboli, dei

poco dotati, dei miti e dei timorosi.

Nel complesso Nietzsche centra la morale da padrone sull'auto-affermazione, sull'aspirazione ad essere il

migliore. Queste tesi sul potere, il pensiero del quale, in generale, esercita ancora oggi una notevole

influenza sull'elaborazione filosofica, sono state utilizzate da regimi totalitari, come quello nazista, in

modo del tutto arbitrario: l'uomo attualizza la propria volontà di potenza ponendosi, in buona misura, al di

sopra della società e dei mediocri che in essa prevalgono.

5. Il potere sociale come attributo di persone o di relazioni sociali

E’ possibile distinguere un'ottica psicologico-sociale che vede nel potere qualcosa che caratterizza l'interazione fra

persone, da un'ottica più tradizionale che prospetta invece il potere come prodotto di propensioni individuali a

prevalere sugli altri ovvero a subire la loro prevalenza, ottiche, tuttavia, che non si escludono a vicenda poiché da un

lato l'interpretazione del potere quale attributo non di persone ma di relazioni non esclude la possibilità di assegnare

in queste un ruolo a caratteristiche personali, dall'altro lato le supposte propensioni individuali divengono rilevabili solo

nell'ambito di relazioni.

La prospettiva del potere sociale quale espressione di un interesse personale ad esercitare (o a subire) potere su altri

(dagli altri) si colloca nell'ambito delle teorie e ricerche sui motivi personali che sottendono scelte e opzioni, come ad

esempio la motivazione al potere vista come prodotto di esperienze infantili divenuta relativamente stabile nel corso

della vita individuale. 8

• Murray (1938) colloca tra i vari bisogni (needs), sui quali prospetta articolata la personalità, il "bisogno di

dominanza" (nDominance) chiamato da altri autori anche "bisogno di potere", inteso quale ricerca non tanto di

gratificazione attraverso l'acquisizione di potere, quanto di protezione, attraverso l'acquisizione stessa, dai

sentimenti negativi connessi all'impotenza sociale. Altra rilettura rilevante è quella in termini di "bisogno di

influenza" teorizzato come spinta a ritenere gratificante l'essere influente in sé e per sé, ovvero quale differenza

tra speranza di influenzare altri e spinta ad evitare l'influenza altrui.

• Mc Clelland (1975, 1987) nell'ambito di una più generale teorizzazione delle motivazioni basilari, ne individua tre:

Motivo all'acquisizione (achievement motivation): è alla base delle modalità d'approccio della persona ai

o compiti concreti, spingendo, ai livelli elevati, ad attendersi il successo piuttosto che l'insuccesso e a dar luogo

a livelli elevati di prestazione e a reazioni positive all'eventuale insuccesso, al quale conseguirebbe un

maggiore impegno nel compito.

Motivo all'affiliazione (affiliation motivation): è alla base della socievolezza della persona, ai livelli elevati la

o spinge ad incontrare altri, a farsi molti amici e conservarli.

Motivo al potere (power motivation): spinge al tentativo di esercitare forte influenza su altri, ma, proprio per

o la sua complessità, può manifestarsi con modalità anche molto diverse, dall'aggressione aperta volta a

controllare gli altri, alla ricerca della stima altrui, dal fornire pareri e dare aiuto, spesso non richiesti, ad altri,

dar luogo a comportamenti di seduzione, non solo in chiave sessuale. Insieme a Winter (1973) viene

proposta la divisione della motivazione al potere in due componenti:

Ricerca di potere personalizzato (pPower).

Ricerca di potere sociale usato (sPower).

Che, tuttavia, potrebbero coesistere in una stessa persona venendo usati strategicamente in relazione a

diverse esigenze situazionali.

Nella prospettiva più propriamente psicologico-sociale, l'interpretazione del potere come attributo di relazioni tra

persone e tra persone ed entità impersonali si fonda più che su specifiche teorie relazionali del potere sociale, su

teorie generali dell'interazione sociale.

• Thibaud e Kelley (1959) propongono una teoria dalla quale muovono tutte le successive teorie dell'interazione

sociale dette transazionali. Queste teorie mirano tutte a spiegare nascita e sviluppo, protrazione o interruzione

dei rapporti interattivi in termini di confronto fra gratificazioni assicurate dal rapporto ai contraenti e costi che il

rapporto implica per loro: il modello proposto dagli autori prospetta l'interazione sociale come scambio, con

negoziazione, tra persone o gruppi di persone, scambio che può riguardare sia risorse materiali che non

materiali (classificate lungo le dimensioni astratto contro concreto e universale contro particolare). Un simile

scambio sarebbe diretto ad ottenere ricompense, che possono risultare reciproche o unilaterali e implica costi,

altrettanto reciproci o unilaterali, ricompense e costi che, nell’insieme, danno luogo al bilancio dello specifico

rapporto, bilancio positivo se le ricompense superano i costi (profitto), negativo se i costi superano le ricompense

(perdita). Ricompense e costi, profitti e perdite, vengono intesi come relativi al vissuto delle persone coinvolte,

non come dati obiettivi. Il risultato di ogni transazione viene valutato dalle persone coinvolte non in assoluto ma

per confronto con due criteri operaranti come livelli di comparazione:

Primo livello: è costituito da quanto una persona si attende dal rapporto (comparazione con standard

o personali), aspettativa che rappresenta la complessa risultante del gioco di una serie di fattori quali eventuali

norme culturali relative a quanto si dovrebbe ricavare da relazioni tipo quella considerata, esito di eventuali

esperienze passate dello stesso tipo, ricavo che da rapporti analoghi ottengono altre persone, misura nella

quale la persona interessata è propensa, in generale, ad accontentarsi.

Secondo livello (comparazione con alternative possibili): stabilisce un confronto tra una data relazione e le

o versioni alternative che la persona avrebbe potuto intraprendere, comprendendo tra esse anche la scelta di

evitare ogni relazione.

Al superamento del primo livello di comparazione andrebbe riferito il grado di attrazione che la specifica relazione

assume per la persona, mentre, il superamento del secondo livello, regolerebbe il grado di dipendenza della

persona dal particolare rapporto.

Nel modello originario il grado di dipendenza della persona da un dato rapporto, poiché implica la percezione

dell'assenza di alternative valide, produce una riduzione del potere della persona che dal rapporto dipende

proporzionale al grado della sua dipendenza.

In ogni rapporto, il potere di uno dei contraenti sull'altro o sugli altri, si esercita come controllo del suo o del loro

comportamento, controllo che, può essere:

Totale (fate control), nel senso che il detentore del potere determina completamente i risultati degli altri, cioè

o il loro fato nel rapporto, qualunque cosa essi facciano o scelgano.

Parziale (behaviour control) nel senso che il comportamento di chi ha il potere di influenza quello degli altri,

o lasciando però aperta la possibilità che il comportamento di coloro che hanno meno potere possa in qualche

misura, attraverso la riduzione delle ricompense che gli procurano, controllare quello di chi il potere detiene.

• Blau (1964) ritiene che coloro che ricevono gratificazioni regolari e sistematiche divengono presto dipendenti da

chi le fornisce e dal suo potere, la promozione di una reale indipendenza sociale richiederebbe:

a) Di possedere risorse autonome.

b) Di attingere le proprie gratificazioni da fonti diversificate.

c) Di essere in grado di usare la coercizione per ottenere le gratificazioni essenziali ovvero di formare altre

coalizioni per ottenere questo scopo.

d) Di essere in grado di ridurre la gamma e l'intensità dei propri bisogni. 9

2. Potere e personalità: l'esempio de “La personalità autoritaria”

Pressoché tutti gli autori che, in psicologia sociale, si sono occupati del potere, prospettano soprattutto nel passato, le

radici, spesso intese come socialmente costruite, del modo di esercitare e/o accettare il potere che si manifesta nel

rapporto interattivo, sono state ricondotte a propensioni disposizionali.

Una simile interpretazione si è consolidata intorno agli anni '50-'60 del secolo scorso, ed un esempio classico è quello

de:

• La personalità autoritaria (Adorno, Frenkel-Brunswik, Levinson e Sanford, 1950): è il titolo del volume ed

anche la denominazione del costrutto tipologico di tipo disposizionale che conclude un'approfondita elaborazione

teorica e la sua proiezione sul piano empirico. Essendo gli autori tutti fortemente influenzati dalla psicoanalisi, è

necessario ricordare alcune tesi freudiane:

Nel pensiero freudiano il rapporto con l'autorità riprodurrebbe quello instaurato con il genitore dello stesso

o genere, o con chi ne fa le veci nel corso della socializzazione, trovando radice in una serie di processi

inconsci il principale dei quali è quello di identificazione: esso condurrebbe a fare inconsapevolmente

proprie, ad introiettare, qualità, atteggiamenti e valori percepiti come salienti e caratterizzanti della persona

nella cerchia familiare riconosciuta come più autorevole. Il prodotto di un simile processo fornirebbe il

contributo principale alla formazione di una componente essenziale della personalità, da Freud in origine

denominata "ideale dell'Ego" e successivamente ridefinita super-Ego e sdoppiata in due componenti (ma il

secondo qual è ???):

Ideale dell'Ego: si pone come modello di persona da perseguire in concreto e coesisterebbe con la

coscienza morale, che nonostante la denominazione opererebbe fuori dal controllo cosciente, prodotto

dell'introiezione degli aspetti punitivi, proibenti e inibenti che, agli occhi del bambino, caratterizzerebbero

la persona con cui si identifica. La coscienza morale assumerebbe la funzione d’istanza di controllo

censorio sugli impulsi che essa stessa stigmatizzerebbe come socialmente inaccettabili. Verrebbe così

assicurata la trasmissione alla generazione successiva degli standard normativi, nella percezione del

bambino sempre visti come più coerenti e rigidi di quanto effettivamente siano, che avrebbero

caratterizzato la figura di identificazione, in qualche misura riflettendo quelli vigenti nella sua società-

cultura. Parallelamente verrebbero a stabilirsi le modalità di base del modo di rapportarsi ad ogni autorità

e di considerarla, modo perciò sempre in buona misura irrazionale come i processi psicologici inconsci

dai quali deriva. Amore e odio, dedizione e aggressività sono, quindi, contemporaneamente presenti, un

sottofondo ambivalente la cui precarietà tenderebbe a venire contrastata attraverso meccanismi di

inconsapevole distorsione della realtà (meccanismi di difesa), in specie rimozione nell'inconscio

dell'ostilità, agli occhi del bambino pericolosa in quanto potrebbe attirare su di lui gravi punizioni, e

formazione reattiva che trasformerebbe l'ostilità rimossa nel suo opposto. Quanto maggiore in origine è

l'intensità dell'ambivalenza, tanto più rigidi e fragili risulterebbero i meccanismi diretti a coprirla e il

dispendio di energia necessario per mantenerli in funzione.

Il costrutto di personalità autoritaria va considerato alla luce delle condizioni storico-sociali in atto subito prima e

subito dopo la seconda guerra mondiale, condizioni che vedono prima la genesi e il successo della destra

antidemocratica in Europa, e, dopo, la sconfitta del fascismo e del nazismo europei.

Trattandosi di una complessa ricerca teorico-empirica sul collegamento fra prese di posizione individuali in

materia sociale e personale, tipiche dell'estrema destra, e fattori di personalità, nell'ottica del nostro scritto essa

rappresenta un contributo alla conoscenza delle radici personali della propensione, o della non propensione, ad

accettare-esercitare una forma di esplicarsi del potere di grande rilevanza storico-politica, e in quest'ottica essa

verrà prospettata.

La spiegazione di fenomeni sociali di portata simile a quella del fascismo e del nazismo, anche a giudizio di

Adorno et al., non può che chiamare in causa fattori molteplici, storici, culturali, sociologici, economici e

psicologici, nessuno dei quali, isolatamente, può dare risposte esaurienti.

L'approccio in termini di "personalità autoritaria" rimane dunque centrato sull'individuo, ponendo sullo sfondo i

fattori socio-economici e storici del fenomeno studiato. La ricerca in essa proposta muove dall'ipotesi generale

che le manifestazioni riconducibili ad un fascismo potenziale, come l'intolleranza etnica e prese di posizione

"reazionarie" su vari argomenti di rilevanza personale e sociale, siano, in ottica psicoanalitica, riconducibili ad un

substrato latente di irrazionalità quasi patologica, comunque stabile e diffusa, innescata da una rigida disciplina

educativa subita nell'infanzia nel contesto di un assetto familiare fortemente gerarchizzato.

Su questa base gli autori si muovono con approccio psicometrico, affrontando inizialmente, mediante una scala di

tipo Likert, la misura del pregiudizio antisemita, manifestazioni di intolleranza etnica storicamente associata al

fascismo. Le risposte ottenute alle scale di antisemitismo, di etnocentrismo, di conservatorismo politico-

economico, risultano covarianti in misura elevata, articolandosi, cioè, in un insieme ampio e coerente indicato

come ideologia antidemocratica.

In questa chiave, gli autori giungono a definire un particolare orientamento ideologico non nei termini propri del

suo contenuto, ma in quelli impropri dei processi psicologici o psicopatologici che lo sosterebbero.

Il lavoro di Adorno et al., va inquadrato nel contesto, anche teorico, dell'epoca nella quale è stato proposto, senza

attribuire ad esso il valore assoluto che non pretende, almeno esplicitamente, e comunque non possiede: in ogni

caso, in esso si assume che l'ideologia antidemocratica operi come corazza e protezione di una debolezza e

fragilità dell'ego dipendente da particolari esperienze infantili, con l'implicazione che manifestazioni di tale

supposta debolezza e fragilità, sul piano logico indipendenti da prese di posizioni ideologiche, risultino invece

psicologicamente ad esse associate. 10

Muovendo da questa considerazione, gli autori, costruiscono un ulteriore scala tipo Likert articolata su voci

costituite da manifestazioni di debolezza-fragilità dell'ego espresse come modi di porsi nei riguardi di se stessi,

delle relazioni interpersonali, del sesso, dei valori morali, dell'autorità e simili, detta scala F (da fascismo), il

punteggio ottenuto alla quale è assunto come misura di fascismo potenziale, supposta base dinamica

dell'ideologia antidemocratica.

La scala F mostra una relazione soddisfacente con le precedenti tre scale, coerentemente con l'ipotesi che essa

stessa rispecchi il collante psicologico che giustifica la covariazione delle componenti dell'ideologia

antidemocratica.

Su questa base viene aperta una seconda fase della ricerca su un numero ridotto di individui, singolarmente

esaminati, diretta a precisare e confermare i risultati della scala F: vengono studiati due gruppi di soggetti

contrastanti per punteggio massimo e minimo alla scala di etnocentrismo.

I risultati di tale confronto sono coerenti con l'ipotesi: i due gruppi si differenziano nei riguardi delle esperienze

connesse al tipo di educazione infantile subita e al tipo di famiglia in cui questa ha avuto luogo, esperienze che si

mostrano anche associate con specifici modi di porsi in vari settori, dai più intimi ai più esteriori.

Le esperienze infantili in causa secondo Adorno et al., sono connesse a due tipi opposti di famiglia e di modalità

educative:

• Famiglia ed educazione autoritaria): famiglie strutturate gerarchicamente, un padre dominante, disciplina

educativa dura e punitiva centrata su obbedienza e doveri, affetto dei genitori condizionato all'adempimento

dei compiti e prestazioni prescritte, grande importanza attribuita ai problemi di status e potere.

• Famiglia ed educazione non autoritaria): famiglie strutturate in modo egualitario, con disciplina educativa

ragionevole, affetto dei genitori dato senza condizioni, scarso interesse per problemi di status e potere.

L'educazione autoritaria risulta associata ad un'ampia gamma di caratteristiche personali coerenti e inizierebbero

a delinearsi intorno ai 10 anni di età. Tale gamma viene drasticamente sfrondata da Sanford (1973) che la riduce

a tre dimensioni:

• Convenzionalismo: costituito dal "[...] bisogno di aderire strettamente ai valori convenzionali del ceto medio,

con propensione a provare ansia di fronte ad ogni violazione, osservata o pensata, di tali valori".

• Sottomissione autoritaria: rappresentata da un "[...] esagerato ed emotivo bisogno di sottomettersi che

sostituisce un equilibrato ed irrealistico rispetto di un'autorità valida”, più in generale, ai gradi elevati di questa

disposizione la persona intende il rapporto con il potere soprattutto in termini di sottomissione, quella propria

nei riguardi di qualcuno ritenuto superiore, quella di altri ritenuti inferiori nei propri riguardi.

• Aggressività autoritaria: supposto risultato dello spostamento dell'ostilità, prodotta da una dura disciplina

educativa, dal suo oggetto originario verso il quale non può venire espressa, ad oggetti sostitutivi quali

outgroups percepiti come inferiori e/o diversi in senso negativo, che si colloca alla base degli atteggiamenti

etnocentrici e pregiudiziali, componenti caratteristiche dell'ideologia antidemocratica.

L'educazione non-autoritaria porterebbe a un risultato pressoché opposto, ma molto più variabile e non è

necessariamente positivo ai fini di un adattamento ottimale della persona, articolato su caratteristiche personali,

tra le quali il porsi, più che problemi "esterni", problemi "interni" relativi all'armonia personale,

all’autorealizzazione, alla libertà di scelte, ecc.: la personalità autoritaria, all'opposto, si porrebbe, più che

problemi "interni", problemi "esterni" relativi al potere, al successo, alle acquisizioni materiali, ecc.

Tra le critiche Hyman e Sheatsley (1954) contestano la rappresentatività della popolazione studiata rispetto

all'"americano medio" al quale vengono generalizzati i risultati ottenuti. Ciò comporta sia l'impossibilità di cogliere

la derivazione di qualche pregiudizio da fattori relativi a sottogruppi costituenti la popolazione generale stessa ma

non considerati nella campionatura, sia la sovrastima della covariazione delle misure rilevate e della relazione di

queste con fattori di personalità, occultando la possibilità che, in popolazioni diverse, le misure mostrino

un'intensità diversa. Connessa alla precedente è la critica riguardante il mancato controllo della popolazione

studiata delle differenze di scolarità e di status socio-economico, differenze rilevate ma sottovalutate da Adorno et

al., in tutte le ricerche successive, simili differenze hanno dimostrato di influenzare pesantemente il risultato di

tutte le scale di pregiudizio e della scala F.

Sulla base di un andamento genere risulta possibile un'interpretazione della covariazione prescindendo dalla

personalità, la covariazione in causa potrebbe semplicemente rispecchiare un modello subculturale comune nella

popolazione "povera" è "incolta" non solo degli Usa anni ‘50, cioè una norma presente nelle persone con scolarità

e livello socio-economico bassi (Brown, 1965). In proposito è noto che, perlomeno negli Usa, manifestazioni

estreme di pregiudizio etnico oggi pressoché scomparse, come il linciaggio, erano agite secondo specifici modelli

subculturali, diversi per classi sociali diverse, non rappresentando, contrariamente alle apparenze, forme

spontanee di violenza collettiva.

Tendenzialmente, la gente di status socio-economico più elevato dava luogo a "linciaggi borbonici" che essi

spiegavano come attività bene ordinate, simulanti interventi giudiziari a carico di singoli imputati, mentre la gente

di status socio-economico più basso (i "piccoli bianchi") dava luogo a linciaggi disordinati, feroci e dilaganti in

violenze indiscriminate.

Ancor più in generale, l'uso di un costrutto tipologico viene considerato "vecchio stile" e rifiutato in favore di un

costrutto dimensionale bipolare: in questa chiave oggi si parla di autoritarismo, inteso come dimensione

bipolare misurabile. 11

Critiche diverse, hanno poi sollevato la mancata considerazione da parte degli autori dell'esistenza di un presunto

autoritarismo di sinistra. Wilkinson (1972) in proposito, ritiene che personalità autoritarie possano,

occasionalmente, adottare un'ideologia di sinistra, specie se si tratta dell'ideologia ufficiale dello stato cui

appartengono. L'estrema destra, infatti, si caratterizza per esigere il rispetto dell'autorità, per mostrare una netta

propensione al militarismo, nell’insieme offrendo alle persone psicologicamente deboli la possibilità di sentirsi forti

attraverso l'identificazione con una politica nazionale aggressiva, l'estrema sinistra non offre tale opportunità, anzi

la nega con il suo appoggio a deboli ed oppressi di ogni tipo.

Va sottolineato che, se l’abbondante letteratura che ha seguito "la personalità autoritaria" non dà riscontro a molte

caratteristiche in relazioni che essa descrive, ciò può anche dipendere non tanto dall'inconsistenza delle

caratteristiche e relazioni stesse, quanto da insufficienza delle modalità di verifica empirica adottate, come

sembra essere avvenuto per lo stile cognitivo, la cui associazione con la personalità autoritaria è stata a lungo

ritenuta uno dei più incerti risultati di Adorno et al. Nella loro ricerca lo stile cognitivo entra inizialmente con due

dimensioni bipolari:

• Rigidità-flessibilità mentale: definita in termini comportamentali da una prova che la misura, l'effetto

Einstellung , come tendenza (o meno) a perseverare in risposte che precedentemente si sono dimostrate

utili ma che non risultano più economiche per raggiungere scopi attuali o per risolvere problemi attuali.

• Intolleranza-tolleranza dell'ambiguità: nei termini di una prova che la misura è definita come tendenza,

lungo una serie di figure ambigue che sfumano una nell'altra, a perseverare (o meno) nelle modalità di

percepire che si sono affermate per prime, evitando l'ambiguità di posizioni intermedie.

Ambedue le dimensioni implicano una tendenza a perseverare e sono state poi unificate sotto l'etichetta di

rigidità-flessibilità mentale. Più in dettaglio, mentre a livelli bassi di autoritarismo le persone tenderebbero a

posizionarsi intorno al polo flessibilità, non solo tollerando ma anche ricercando esperienze relazioni ambigue,

ambivalenti, poco definite, "aperte", con organizzazione mentale e approccio cognitivo elastici, le persone con

autoritarismo elevato tenderebbero, invece, a posizionarsi intorno all'opposto polo rigidità che, implicherebbe l'uso

di categorie stereotipiche e di ipersemplificazioni acritiche e portando alla tendenza ad evitare l'informazione che

contraddice il proprio modo di pensare e a non tollerare ambiguità di qualsiasi genere. L'assetto autoritario della

personalità, dunque, non solo sarebbe rappresentato, in parte almeno, da cosa la persona pensa, ma anche da

come esso viene pensato.

Schultz et al. (1997) interpretano il condizionamento in termini di rilevanza personale della rigidità che

l'autoritarismo evocherebbe, chiamando in causa le modalità di trattamento dell'informazione descritte da

Chaiken (1980) e Petty e Cacioppo (1981), prospettabili anche come disposizioni personali, e la dimensione

cognitiva “orientamento verso la certezza-incertezza” proposta da Sorrentino, Short e Raynor (1984): il

trattamento euristico dell'informazione e l'orientamento verso la certezza avrebbero significato simile, poiché

ambedue implicano una tendenza a basarsi su schemi interpretativi già sperimentati, evitando novità e

incertezze, definizione che richiama quella di intolleranza dell'ambiguità.

Il tentativo di ovviare ai difetti del lavoro di Adorno et al., ha motivato varie iniziative teoriche ed empiriche, e tra le

più salienti ci sono quelle di:

• Altemeyer che con un lungo e accurato lavoro psicometrico e sostituendo al referente psicoanalitico un

referente in termini di teorie dell'apprendimento secondo Bandura, giunge ad offrire una scala di autoritarismo

di destra che, pur con voci differenti da quelle usate da Adorno et al., rappresenta "[...] la migliore misura

corrente dell'essenza di quello che gli autori de “la personalità autoritaria” avevano tentato di misurare".

• Rokeach (1960) che propone di considerare il modo in cui una persona crede prescindendo dal contenuto di

ciò in cui crede, di cogliere, cioè, l'autoritarismo generale che può avere qualsiasi contenuto, politico,

religioso, educativo, ecc., non è il solo autoritarismo di destra studiato da Adorno. Assume come oggetto di

studio quello che considera lo schema generale di riferimento in base al quale le persone darebbero

significato al mondo e quindi si muoverebbero in esso reti di opinioni, valutazioni (genericamente denominate

"credenze", beliefs) descrivibile lungo una dimensione indicata come apertura-chiusura mentale (capacità

di separare l'informazione dalle interferenze che l'accompagnano portando l'attenzione su ciò che è

pertinente e trascurando ciò che invece non lo è) o dogmatismo. Le proprietà dell'organizzazione delle

credenze sarebbero sostenute e orientate da un substrato dinamico rappresentato da due tipi di bisogni non

coscienti:

Bisogni cognitivi: forze motivazionali che spingono ad esplorare l'ambiente, a raccogliere informazioni,

o a costruirsi una mappa del mondo il più possibile fedele ed esauriente.

Bisogni difensivi: la chiusura mentale e l'irrazionalità che essa comporta, avrebbero una funzione

o difensiva, simile a quella dell'assetto autoritario della personalità.

I due tipi di bisogni opererebbero sempre contemporaneamente, pur con la prevalenza degli uni o degli altri:

una persona sarebbe aperta all'informazione per quanto le è possibile, rifiutandola, distorcendola, filtrandola

per quanto le è necessario.

Va comunque notato che il pensare e credere in modo dogmatico serve a difendersi da aspetti minacciosi

della realtà portando a ritenere di comprenderla perfettamente: una forte apertura mentale serve male bisogni

difensivi, mentre una forte chiusura, paradossalmente, serve bene anche bisogni cognitivi, nel senso di offrire

uno schema di riferimento assoluto e inoppugnabile il carattere distorto e distorcente del quale non è

soggettivamente avvertito. 12

Il dogmatismo è teorizzato, pur marginalmente, anche quale risposta a condizioni situazionali e ciò in

qualche misura ne sgancia la concezione da un pedissequo allineamento su tesi di ispirazione psicoanalitica,

del tutto attuali all'epoca della formulazione delle ipotesi di Adorno ma non più all'epoca della formulazione

del costrutto di dogmatismo, come effetto dello sperimentalismo e si andava affermando e che oggi domina.

Quella che Durrheim (1997) denomina cognizione autoritaria, dunque, almeno nei contributi sopra

accennati, stabilisce una connessione affettività-cognizione di tipo pervasivamente difensivo, in un'ottica

disposizionale esplicitamente ispirata alla psicoanalisi, ottica attualmente considerata superata: semplificando

molto, l'affettività agirebbe plasmando, forse meglio distorcendo, in funzione difensiva, la cognizione che

viene così sottomessa a problematiche intra-personali che la portano a distorcere la realtà, al limite del

patologico, nei contenuti e nello stile.

Le interpretazioni in termini di personalità autoritaria e di costrutti derivati, in fondo, pur se in ottica

psicologico-sociale, sono motivazionali: prima di esse e successivamente ad esse, in campi diversi da quello

psicologico-sociale, sono state formulate molte altre interpretazioni in chiave analoga delle modalità di

mettersi in rapporto con il potere e/o di esercitarlo, tra le quali emerge per importanza di influenza quella di

Murray (1928) che colloca tre vari bisogni (needs), sui quali prospetta articolata la personalità, il bisogno di

dominanza (nDominance). Autori successivi rileggono tale bisogno come bisogno di potere, inteso non

tanto quale ricerca di gratificazione attraverso l'acquisizione di potere, quanto quale ricerca di evitare

attraverso l'acquisizione stessa i sentimenti negativi connessi all'impotenza sociale; ovvero come bisogno di

influenza (Uleman, 1972), spinta a ritenere gratificante l'essere influente in sé e per sé; ovvero come

differenza tra speranza di ottenere potere, cioè di influenzare gli altri e paura del potere quale spinta ad

evitare l'influenza altrui (Winter, 1973).

Christie e Geis (1970) propongono una scala di machiavellismo articolata su voci entrate in buona parte

dalle opere di Machiavelli. Secondo gli autori, i manipolatori sarebbero persone emotivamente distaccate

nelle relazioni sociali, quindi capaci di cogliere con precisione i punti deboli degli altri, poco impegnate dalla

morale convenzionale con possibilità, quindi, di usare anche mezzi illeciti per influenzare gli altri, esenti da

forme marcate di psicopatologia, tanto accurati nella percezione degli altri quanto è necessario per

individuare la tecnica più efficace per influenzarli, ideologicamente non impegnate quindi liberi di adattare la

propria condotta a ciò che influenzare altri specifici e richiede.

3. Dominanza sociale e relazioni intergruppi

1. Introduzione

Il saggio seguente riguarda una nuova prospettiva teorica sviluppata da Sidanius e Pratto ovvero la "teoria della

dominanza sociale" (Social Dominance Theory, SDT) ed in particolare del costrutto utilizzato per valutare differenze

individuali ovvero l’"orientamento alla dominanza sociale" (Social Dominance Orientation, SDO).

La SDT focalizzandosi prioritariamente sulla comprensione dei rapporti di "dominanza-sottomissione" tra i gruppi, è

in grado di fornire un contributo particolarmente rilevante allo studio del potere esercitato dai gruppi "detentori" a

discapito di quelli "non-detentori" di posizione socialmente dominanti. La SDO viene concettualizzata e proposta

come una specifica variabile di personalità volta a rilevare una predisposizione stabile delle persone a formare

gerarchie sociali basate sui gruppi. Tale tratto si basa più precisamente, sul "desiderio di sostenere e promuovere

forme di relazioni intergruppi basate sulla dimensione di dominanza/sottomissione". La SDT focalizza dunque

l'attenzione sull'analisi delle relazioni sociali basate sull'esercizio del potere, individuando il piano delle relazioni

intergruppi come livello prioritario per spiegare vari fenomeni di interesse psicologico-sociale quali, tra gli altri, la

discriminazione su basi etniche, il classismo, il sessismo, l'elitarismo sociale. Secondo Pratto il compito che si

prefigge la SDT è quello di ricomporre "un puzzle che articoli, colleghi e chiarisca i rapporti tra i processi psicologici

individuali ed i comportamenti, da un lato, ed il livello istituzionale/organizzato dell'aspetto sociale culturale in cui le

persone sono collocate, dall'altro lato.

Lo sviluppo della teoria della dominanza sociale trae origini da quelle fonti che, sotto diversi profili, economico,

politico-sociale, sociologico e psicologico, hanno sottolineato come le relazioni tra gruppi negli assetti societari

moderni siano spesso governate da fenomeni che impegnano le persone ed i gruppi a fornire sostegno, o all'opposto

ad avversare, la nascita ed il mantenimento di dominanze e gerarchie nelle relazioni intergruppi. Tali forme di

relazioni portano alcune persone appartenenti a particolari gruppi ad avere più controllo sulle risorse e mezzi

(economici, sociali, psicologici, ecc.).

Si sottolinea che il potere individuale, in quest'ottica, deriva dall'appartenenza di gruppo, cioè dell'essere membro di

un gruppo socialmente dominante, non da quello che può essere individuato come un caso particolare di potere

acquisito per caratteristiche strettamente individuali (ad es. particolari "doti intellettuali" della persona).

Tra le molte delle fonti avvalorate come precursori della SDT possiamo ricordare:

• La teoria marxista (Marx, 1844), della quale viene in particolare considerata l'enfasi posta sul controllo dei mezzi

di produzione, cioè sul potere economico detenuto da alcuni gruppi implicante la dipendenza di altri gruppi, esclusi

e "vittime", da riforme di gestione del potere.

• La teoria dell'interdipendenza sviluppata da Thibaut e Kelley (1978) per la quale la dimensione saliente viene

rintracciata nella possibilità attribuita solo ad alcune persone e gruppi di controllare risorse e mezzi. 13

Nel corso del suo sviluppo come disciplina, la psicologia sociale si è ampiamente interrogata sulla possibilità di fornire

spiegazioni adeguate circa fenomeni in larga parte riconducibili alla dominanza sociale (ad es. discriminazione e

razzismo). Le numerose prospettive teoriche che hanno affrontato tali termini che hanno cercato di fornire spiegazioni

sono:

• Modelli esplicativi di tipo intraindividuale: come ad esempio uno dei contributi teorico-empirici più importanti

nella storia della psicologia sociale: la "teoria della personalità autoritaria" di Adorno e collaboratori (1950), lo

sforzo principale della quale è volto ad attribuire e ricondurre l'origine del problema, costituito dal "fascismo

potenziale", al singolo individuo.

• Prospettive di studio più orientate in senso psicologico-sociale: la necessità di focalizzassi sul piano sociale

è stata sostenuta dalla "teoria dell'identità sociale" delineata da Tajfel e Turner (1978) che fornisce un quadro

esplicativo dei processi cognitivi e motivazionali che regolano i comportamenti degli individui e dei gruppi". Sulla

base dell'appartenenza di gruppo, ad esempio, l'individuo perseguirebbe motivatamente il mantenimento di

un'immagine positiva di sé essendo spinto ad agire tenendo in considerazione le caratteristiche e prerogative

assunte come tratti tipici. La particolare teoria non spiega tuttavia adeguatamente la dominanza sociale e

l'instaurarsi tra gruppi di rapporti gerarchici di dominanza-sottomissione.

2. Gerarchie sociali come sistemi regolatori delle relazioni intergruppi

La SDT individua tre principali sistemi di stratificazione sociale nel gruppo:

• Sistema basato sull'età: le persone "adulte" assumono potere su individui di altre categorie, quelle di essere, ad

esempio, "troppo anziani" o "troppo giovani" o "bambini".

• Sistema patriarcale (basato sulle differenze di genere): descrive la possibilità che hanno gli uomini di detenere,

rispetto le donne, un potere sociale, anche in questo caso decisamente maggiore e sproporzionato praticamente

in ogni società passata e presente.

• Sistema arbitrario (Arbitrary Set System): assume una varietà di possibili caratterizzazioni basandosi, a seconda

dei casi, su gerarchie sociali costruite sulla diversa appartenenza etnica, religiosa, di classe sociale, regionale, di

casta, di clan, ecc. In tale direzione questo sistema viene rintracciato in caratteristiche che distinguono i membri

appartenenti ai gruppi sulla base di categorie salienti dal punto di vista sociale (ad es. albanesi, meridionali, ecc.).

È un sistema socialmente costruito caratterizzato da un'ampia plasticità, flessibilità e sensibilità al contesto nel fare

emergere la dominanza sociale come caratteristica particolarmente saliente al fine di regolamentare i rapporti

intergruppi.

Gli autori della SDT fissano tre assunzioni primarie:

1. Mentre le gerarchie sociali basate sui primi due sistemi (differenze di età e di genere) possono essere rintracciate

e confermate in tutte le società e culture, quelle basate sugli arbitrary set system compaiono prevalentemente in

assetti societari connessi ad un'"eccedenza produttiva".

2. Molte manifestazioni ed effetti di conflitti intergruppi possono essere ricondotte ad un unico denominatore: una

predisposizione umana, specie-specifica, ad instaurare gerarchie sociali basate sui gruppi.

3. I rapporti intergruppi negli assetti societari sono soggetti all'influenza di due processi che tendono a

controbilanciarsi: da un lato vi sono quelle che vengono definite forze che promuovono e sostengono le

gerarchie e diseguaglianze (HE), dall'altro lato vi sono le forze che tendono a mitigare ed attenuare tali

gerarchie e diseguaglianze (HA).

Queste forze, coniugate con la predisposizione umana a formare gerarchie trovano corrispondenza in quelli che

vengono definiti "i miti di legittimazione" che consistono in atteggiamenti, valori, credenze e sostengono, o

avversano, l'instaurarsi di gerarchie e disuguaglianze sociali. Esempi di miti di legittimazione negativi sono l’elitarismo

sociale o la discriminazione basata sul genere. Miti di legittimazione positivi, invece, vengono individuati in quelle

ideologie che promuovono forme di integrazione ed egualitarismo sociale, quali, ad esempio, la prospettiva marxista,

l'etica promossa dalla pratica del egualitarismo sociale o il "femminismo".

I miti di legittimazione si caratterizzano per quattro fattori:

• "Condivisione": tanto più elevata risulta la consensualità di miti di legittimazione, ad esempio negativi, tanto

maggiore risulterà stabile e coeso il sistema di disuguaglianze e gerarchie sociali.

• "Assimilazione": come parti di ideologie, postulati religiosi e/o costrutti culturali caratterizzanti l'assetto di una

determinata società. Una volta "assimilati" tali miti di legittimazione risultano non immediatamente riconoscibili e

risultano soventi legati a fenomeni di razzismo sottile o nascosto.

• "Certezza": riferimento al grado di affidabilità percepita di un determinato mito di legittimazione, ovvero quanto

questo risulta sostenuto da spiegazioni certe e fattuali.

• "Forza mediatrice": riguarda il costituirsi dei miti di legittimazione come legame tra il desiderio di stabilire o

mantenere una gerarchia di gruppo, da un lato, e l'adesione a politiche di HE o HA, dall'altro lato, con conseguente

rafforzamento o attenuazione di tali gerarchie.

3. L' asimmetria di comportamento

Un aspetto che contribuisce a chiarire il quadro che si sta delineando viene individuato nell’"asimmetria di

comportamento" (Behavioural Aimmetry, BA), fenomeno che contribuisce all'instaurazione ed al mantenimento

delle gerarchie sociali e che viene concettualizzata come l'elemento concettuale che più di tutti distingue la SDT dalle

altre teorie. La BA consente di identificare degli individui bersaglio della dominanza sociale, non solo oggetto

dell'oppressione ma anche una parte attiva in tale dinamica.

14

Gli appartenenti ai gruppi dominanti salvaguardano le proprie prerogative alimentando consensi verso il

mantenimento di ideologie a sostegno di disuguaglianze ed oppressioni sociali. Gli appartenenti ai gruppi subalterni

poi contribuiscono attivamente al mantenimento dello status quo dei gruppi dominanti a garanzia della stabilità del

sistema sociale in cui sono inseriti. Per meglio comprendere tale fenomeno verrà specificato come la BA incontri

quattro specifiche varianti:

1. Asimmetrical Ingroup Bias: riguarda le tendenze etnocentriche delle persone, che caratterizza in misura

maggiore gli appartenenti ai gruppi dominanti.

2. Outgroup Favoritism: riguarda il fenomeno della "deferenza" dei membri dei gruppi subordinati verso i membri

dei gruppi dominanti.

3. Self-debilitation: quando i membri dei gruppi subordinati condividono gli stereotipi negativi che li riguardano fino a

giungere alla messa in atto di comportamenti autodistruttivi.

4. Ideological Asimmetry: fa riferimento alla tendenza a favorire il mantenimento dello status quo ed il

conservatorismo politico ed economico, più spiccata nei membri appartenenti ai gruppi dominanti rispetto a quelli

subordinati.

Queste quattro varianti agiscono sinergicamente nel mantenimento delle gerarchie sociali e delle dinamiche di

oppressione e dominazione con una sorta di "cooperazione coordinata", complementare e interdipendente, tra

membri dominanti e subordinati.

4. L'articolazione delle discriminazioni e disuguaglianze sociali: dal piano individuale a

quello istituzionale

La SDT prevede due fenomeni:

• "Discriminazione individuale aggregata": insieme di atti discriminatori che il singolo individuo attua nei confronti

di un'altra persona nei vari contesti sociali della vita di tutti giorni. Quando questi atti reiterati nel corso del tempo si

"sedimentano" nel comune comportarsi delle persone, forniscono la base per alimentare la "discriminazione

istituzionale aggregata".

• "Discriminazione istituzionale aggregata": attuata attraverso regole, procedure ed azioni da parte delle varie

istituzioni sociali: la scuola, le organizzazioni, ecc. Quando tali azioni di discriminazione vengono attuate, esse

possono divenire un importante strumento governato dei gruppi dominanti tramite forme di "terrore sistematico"

riconducibile a tre casi peculiari:

"Terrore ufficiale": azioni di violenza, pianificate ed organizzate sistematicamente dalle istituzioni ed aventi

o come bersaglio gruppi subalterni.

"Terrore semiufficiale": trova scarse possibilità di essere sanzionata e repressa (ad es. gli squadroni della

o morte).

"Terrore non ufficiale": si caratterizza come "iniziativa privata" promossa da specifici gruppi ed èlites

o dominanti che autonomamente pianificano azioni di terrore verso gruppi subordinati.

(Domanda 19)

5. Le ideologie di legittimazione delle ineguaglianze sociali

La natura di un'"ideologia" sociale viene chiarita da Pratto (1999) come ascrivibile ad un sistema plastico di

"conoscenze condivise" alle quali le persone fanno riferimento. Tale sistema che si assume sensibilmente ancorato

a logiche di tipo sociale, indicherebbe alle persone le modalità più condivise di relazione tra i gruppi ed i membri ad

esso appartenenti. Come sottolineato dalla stessa Pratto, le ideologie non esercitano solo un influenza su valori,

atteggiamenti ed opinioni delle persone ma rappresentano anche specifiche linee guida circa i comportamenti dei

singoli nelle relazioni intergruppo.

Le "ideologie", che promuovono e/o mantengono le relazioni intergruppi in termini di "dominanza/sottomissione",

divengono così strumenti atti a legittimare, ad esempio, la discriminazione sociale. Le ideologie si sedimentano nel

livello del sociale organizzato ed hanno dunque evidenti ripercussioni sul piano delle relazioni interpersonali e

intergruppi. Esse possono assumere forme dichiaratamente manifeste, come ad esempio nel caso dell'ideologia anti-

black.

Tuttavia si riscontrano anche forme di ideologie definibili sottili che si riferiscono e si ancorano a desideri di instaurare

e mantenere dinamiche di dominanza e sottomissione intergruppi pur senza riscontro (o addirittura approvazione) al

livello istituzionale. Queste sono le forme, forse più pericolose.

Secondo Pratto il "darwinismo sociale" o la "meritocrazia" rappresentano altri buoni esempi di forme ideologiche

che tendono ad affermare, secondo modalità sia manifeste che sottili, come alcune persone non siano adatte o

idonee a svolgere alcuni compiti o che lo siano comunque in misura minore rispetto ad altre. 15

Lo schema sopra rappresentato è un riassunto di quanto detto finora sulla SDT che offre una possibilità di analisi

della complessità che governa le relazioni intergruppi negli assetti societari moderni. Essi appaiono essere il

precipitato dell'interconnessione ed articolazione di una serie di fenomeni e processi che partono da variabili

individuali quali in genere, gli aspetti legati alla socializzazione di norme, lo stato del gruppo di appartenenza, che si

connettono a loro volta con la SDO. I miti di legittimazione accentratori/negativi (HE) o attenuatori/positivi (HA)

vengono rappresentati come variabili "mediatrici" che si interconnettono con i fenomeni dell’asimmetria di

comportamento (BA), della discriminazione individuale aggregata e della discriminazione istituzionale aggregata.

6. L'orientamento alla dominanza sociale: una variabile per la valutazione delle differenze

individuali riguardanti la SDT

Pratto e collaboratori propongono uno specifico costrutto denominato "orientamento alla dominanza sociale",

concettualizzato come specifico tratto di personalità che spingerebbe, in misura variabile, le persone verso la

formazione e il sostegno di gerarchie sociali basate sui gruppi.

La SDO secondo Altemeyer (1999), è in una certa misura già contenuta ed annunciata dal costrutto dell'autoritarismo

così come delineato e proposto da Adorno. L'autore sostiene che la persona portatrice di tale tratto di personalità

vada concepita come avente una sorta di "duplice natura", richiamando quanto Fromm aveva già in proposito

sottolineato: "l'autoritario ammira l'autorità, e tende a sottomettersi ad essa, ma nello stesso tempo vuole essere

anch'egli un'autorità e sottomettere gli altri a se stesso".

Un aspetto cruciale della SDO particolarmente importante riguarda la relazione con pregiudizi sociali e stereotipi che,

creando disuguaglianze sociali, contribuiscono a marcare tali diversità dei gruppi alimentando la discriminazione

sociale. Tale dinamica, tra gli altri effetti, produce quello di favorire i gruppi dominanti a discapito di quelli subordinati.

Questa caratteristica della SDO può essere spiegata anche in una prospettiva di studio del potere sociale. Fiske

sottolinea come le persone che si percepiscono appartenenti a gruppi dominanti, sono anche quelle che, sotto certe

condizioni, si caratterizzano per una più pronta azione del pregiudizio. Gli individui socialmente dominanti

percepirebbero i gruppi di minoranza come ininfluenti e marginali rispetto ai processi decisionali di gestione e d'azione

del potere e sono visti come prerogativa esclusiva dei gruppi di cui fanno parte. In questo senso l'informazione su, e

proveniente da, questi gruppi di minoranza e socialmente svantaggiati o anche da singoli membri di essi, sarebbe

elaborata secondo modalità tendenzialmente automatiche e poco approfondite indirizzando costoro verso l'uso

preferenziale di stereotipi e pregiudizi.

Le prospettive più interessate ad indagare l'articolazione dei rapporti tra "condizione" e "motivazione" affermano che

la SDO agirebbe come una particolare forma di motivazione orientata a rafforzare barriere e divari tra gruppi

connotati. In altre parole, come tratto stabile della persona, SDO pertiene l'area delle caratteristiche individuali,

indipendentemente dall'effettiva appartenenza, o meno, delle persone detentrici di tale tratto ad un gruppo sociale

dominante.

7. La valutazione della SDO

L'orientamento alla dominanza sociale viene rilevato attraverso uno specifico strumento scalare, la Social

Dominance Orientation Scale (Pratto et al., 1994) che ha una struttura unidimensionale stabile. L'attendibilità

mostra un valore medio particolarmente consistente, sui 45 campioni esaminati.

Le relazioni positive (validità concorrente) intrattenute dalla SDO sono state esaminate rispetto ad altre misure che

hanno lo scopo di valutare aspetti simili tuttavia non totalmente ad essa sovrapponibili. È il caso della scala RWA che,

insieme alla SDO, rappresentano "le due facce" dell'autoritarismo di cui si è detto. I risultati in proposito hanno messo

in luce il valore di correlazione tra le due misure che si attesta attorno al valore medio di r = 0,17. 16

La SDO risulta non correlata con le misure dei valori di "uguaglianza sociale" e di "libertà individuale", così come

proposti nel modello sui valori delineato da Rokeach.

Tra le molte altre misure citiamo, la Intrernational Armony and Equality Scale (HIES), che valuta il desiderio di

costruire un mondo basato su valori come la cooperazione, l'equità, ed un ordine sociale armonioso e "umano". In

questa misurazione la SDO ha una correlazione negativa.

Nel contesto italiano la scala SDO è stata tradotta ed adattata da Aiello et al., (2005) e nella quale risultano moderate

le correlazioni tra la misura SDO e quella di autoritarismo di destra. Alcuni ulteriori rilievi hanno messo in luce la

potenza della scala italiana SDO nel discriminare tra persone di diverso genere sessuale, di differente orientamento

politico e diversa intensità nella "fede/pratica religiosa".

8. La SDO nei contesti sociali ed organizzativi

Nel lavoro di rassegna del 1999, Sidanius e Pratto, offrono una panoramica circa i vari contesti in cui agiscono

dinamiche e processi di discriminazione istituzionale differenziando due principali modalità:

• Azioni intraprese da singoli individui.

• Pratiche istituzionalizzate e "standardizzate" in atto e promosse nelle istituzioni, che possono essere poi

ulteriormente ripartite in discriminazione di tipo "manifesto" oppure "sottili".

I contesti di lavoro e più in generale il mercato del lavoro offrono esempi particolarmente stringenti circa il tema

indagato.

Risulta chiaro che lo studio del potere sociale ed organizzativo, in questo quadro teorico, si confermi come

elettivamente collocato nella dimensione intergruppi, e, come abbiamo discusso, oltre all'interessare i livelli "macro"

degli assetti societari (gruppi politici, etnici, lobbies economico-finanziarie, ecc.), investe anche i livelli "micro" come,

ad esempio, i contesti organizzativi (dirigenze, gruppi di lavoro, staff, ecc.).

Come sottolinea Guimond (2003) "Le persone che intendono fare una carriera in una delle 'professioni di potere',

come l'amministrazione di impresa, mostrano punteggi particolarmente alti sulla SDO rispetto ad altre persone". In

questo modo la SDO potrebbe essere concettualizzata come predittore del tipo di posizione sociale ricercata dalle

persone, anche se le variazioni dovute allo specifico contesto in cui queste dinamiche hanno luogo vanno

attentamente considerate.

La forma è la modalità in cui la SDO indirizza gli "alti dominatori sociali" verso l'azione del potere sociale nelle

organizzazioni, sembra trovare corrispondenza in due delle forme "classiche" delineate originariamente da Raven:

• Discriminazione istituzionale aggregata della SDT: si conforma a tipologie di potere "coercitivo" a favore di

coloro i quali sono collocati in gruppi dominanti.

• Favoritismo per l'outgroup: trova connessioni con il potere "di riferimento", basato sull'identificazione di coloro

che trovano invece collocazione in gruppi marginali/non dominanti con chi è posto in condizioni di dominanza

sociale ed esercizio del potere.

La SDT sembra dunque possa aiutare a comprendere alcune dinamiche e processi in atto nel mondo del lavoro, quali

la discriminazione, che produce e mantiene gerarchie sociali basate sulla dominanza intergruppi.

4. Conflitto e potere

1. Introduzione

Questo capitolo esamina la relazione tra potere sociale e conflitto sociale, in termini, soprattutto, di tipo e grado di

potere al quale si fa ricorso muovendo dalla tesi che l'incremento e la risoluzione del conflitto dipendono anche dalle

caratteristiche qualitative del potere messo in gioco.

Il conflitto sociale è definito come una tensione tra due o più entità sociali originata dall'incompatibilità delle

rispettive risposte, reali o desiderate: il conflitto sociale può dunque venire più semplicemente descritto come

conseguenza di un'incompatibilità di obiettivi. Due persone che desiderano lo stesso oggetto non divisibile

restano in conflitto fino a che una delle due, o entrambe, non ridefiniscono il loro obiettivo: la competizione è una

forma di conflitto che può derivare da incompatibilità nei mezzi o negli obiettivi parziali (sub-goals).

2. Basi personali e impersonali del conflitto

Il discorso sull'incompatibilità di obiettivi e di risposte ha riguardato, fino a questo punto, le basi impersonali di essa,

considerando un conflitto indipendente dalla reciproca valutazione dei due o più antagonisti. Non va, tuttavia,

trascurata l'esistenza di dati personali delle compatibilità o incompatibilità fra entità sociali. Il conflitto che nasce da

un'avversione personale è spesso associato con il desiderio conscio o inconscio di una delle parti di danneggiare

l'altra, che, a sua volta, può dar luogo a una reazione vendicativa.

Anche il conflitto sociale personale può dunque essere visto come conseguenza logica dell'incompatibilità di risposte

o di obiettivi.

Una simile distinzione tra conflitto orientato alla persona e non orientato alla persona è stata proposta da

Simmel in uno dei suoi primi lavori (1908), nei quali ha anche ipotizzato che ciascuna delle basi del conflitto può

influire sull'altra (è quindi più probabile che un'incompatibilità di obiettivi sorga e si amplifichi tra attori che hanno una

personale avversione reciproca). 17

Il classico esperimento sul campo di Sherif e Sherif (1953) dove si dimostra che ragazzi inizialmente amici, quando

vengono separati in gruppi diversi e posti in conflitto, sviluppano alti livelli di ostilità reciproca, indica che, una volta

sviluppata una simile ostilità, le basi oggettivamente neutrali di interdipendenza vengono interpretate in termini di

competizione e conflitto, evitando relazioni potenzialmente cooperative. Solo attraverso la ripetuta introduzione di alti

gradi di minaccia e chiaramente definendo la necessità di una mutua cooperazione, possono essere restaurate

relazioni affettive positive.

2.1 Conflitto manifesto e conflitto latente

Deutch (1969) opera un'importante distinzione tra:

• Conflitto "manifesto": è quello più riconoscibile (ad es. due bambini che litigano per il giocattolo preferito). Una

situazione di conflitto manifesto può condurre alle basi del conflitto latente che caratterizza un'altra situazione.

• Conflitto "latente": comprende il conflitto personale ma è in realtà più generale (ad es. i due bambini potrebbero

litigare perché in realtà non si piacciono, il giocattolo diventa così il pretesto razionale del contrasto).

2.2 Potere, influenza e conflitto

La forma più semplice di conflitto è la situazione in cui è operante un influenza unidirezionale. Diventa, quindi,

importante comprendere quale sia la forma di influenza che ha più probabilità di risolvere il conflitto ma anche

considerare il modo in cui conflitto viene risolto, compresi i fattori che potrebbero determinare un aumento dell'ostilità.

French e Raven (1959) definiscono l'influenza sociale come cambiamento, in una persona, che trova origine in

un'altra persona o gruppo, considerando il potere come influenza potenziale. Sono state identificate sei basi

dell'influenza sociale: l'informazione, il riferimento, l'esperienza, la legittimità, la ricompensa e la coercizione.

3. Basi del potere unilaterale nel conflitto

3.1 L'informazione come fonte d'influenza

L'influenza dell'informazione è un mezzo efficace per ottenere cambiamenti e risolvere conflitti quando essa si rende

rapidamente indipendente dall’agente che la produce, non richiedendo così che la sua efficacia venga sorvegliata. In

ogni caso, affinché l'influenza dell'informazione sia efficace, il contenuto comunicato deve connettere il diverso

modello di comportamento che viene proposto con la struttura cognitiva e del sistema di valori esistente in coloro che

si intendono influenzare.

Il fallimento dell'influenza informativa spesso deriva dall'incapacità di considerare il sistema di valori della persona che

si tenta di influenzare, incluso il gran numero di valori che sostengono il comportamento che si desidera modificare.

Coloro che tentano la strada dell'influenza informativa generalmente trascurano le basi che sottostanno al rifiuto di

lasciarsi convincere, come il bisogno di indipendenza, l'ostilità verso la sorgente dell'influenza, il desiderio di essere

accettati da altri e diversi agenti di influenza.

3.2 Il riferimento come fonte d'influenza

L'influenza del riferimento ha luogo quando due persone si identificano, o desiderano identificarsi, cioè divenire, sul

piano psicologico, una persona sola: in casi del genere, avere comportamenti simili, uguali atteggiamenti, medesime

credenze, diventa un fine in sé, ma anche il riferimento ha un dominio limitato.

L'appello alla somiglianza e l'enfasi sull'attrazione reciproca possono operare come influenza del riferimento

stabilendo la base per risolvere i disaccordi e i conflitti: per essere sicuri dell'efficacia del potere del riferimento,

tuttavia è necessario preliminarmente considerare con attenzione il campo in cui può operare questo tipo di influenza

e il reale grado di riferimento necessario.

Una precedente storia di continui conflitti o disaccordi rende, comunque, l'influenza del riferimento particolarmente

improbabile.

3.3 La legittimità come fonte d'influenza

Il potere legittimo viene normalmente discusso in rapporto ad un'organizzazione formale, che, ad esempio, dà al

supervisore il diritto di prescrivere il comportamento lavorativo dei subordinati: in questa sede, tuttavia, la legittimità

come fonte d'influenza viene intesa in senso più ampio, includendo nella categoria qualsiasi accettazione

dell'influenza altrui in qualche modo "dovuta" (Domanda 6).

Un'interessante base di potere sociale, che potremmo considerare quale esempio di legittimità è il "potere

dell'impotenza" (Berkowitz, 1963) ovvero che una persona dipendente da un'altra può legittimamente aspettarsi che

quest'ultima soddisfi le sue motivate richieste.

L'influenza legittima, come mezzo per prevenire il conflitto attraverso l'influenza di una persona su un'altra, ha il

vantaggio di collocare le basi dell'influenza fuori dai soggetti interessati, così talvolta evitando qualsiasi obbligo verso

la persona che opera l'influenza. Infatti, la legittimazione può essere considerata come un meccanismo funzionale allo

sviluppo della società, volto a regolare potenziali conflitti, limitato, tuttavia, a situazioni nelle quali la persona che si

cerca di influenzare accetta le basi della legittimazione e riconosce che l'altro occupa una posizione che gli consente

di avere tale potere. L'influenza legittima generalmente non comporta sentimenti negativi verso chi la esercita e dà il

vantaggio di non richiedere sorveglianza. 18

3.4 L'esperienza come fonte d'influenza

In termini di esperienza, il potere di A su B aumenta nella misura in cui B attribuisce ad A conoscenze o abilità

superiori nell'ambito del campo in cui l'influenza viene esercitata, diminuisce invece quando B non si fida di A e ritiene

che A abbia motivi personali per cercare di ingannarlo.

L'influenza dell'esperienza può pertanto essere un mezzo efficace per ridurre il conflitto, ma richiede un alto grado di

fiducia. Tuttavia, la maggior parte delle situazioni di conflitto, per loro natura, tendono a ridurre la fiducia tra le parti in

contrapposizione e, conseguentemente, la possibilità di utilizzare l'influenza dell'esperienza, in particolare quando sia

presente fra le parti incompatibilità degli obiettivi: se il conflitto riguarda, ad obiettivi comuni, solo i mezzi per

perseguirli, l'uso dell'esperienza come fonte d'influenza è più praticabile, poiché, ovviamente, B non può sospettare

che A stia cercando di ingannarlo se anch’egli dai mezzi che consiglia venisse danneggiato.

3.5 La coercizione e la ricompensa come fonte d'influenza

French e Raven (1959) hanno ritenuto importante differenziare dalle altre fonti influenza quella coercitiva e quella di

ricompensa in quanto ambedue richiedono una sorveglianza da parte di chi esercita l'influenza.

In genere il potere coercitivo e quello di ricompensa consistono nell’elargizione di punizioni e premi concreti, ad

esempio, multe, danni fisici, licenziamento ovvero buoni, incentivi economici. Anche l'approvazione, l'amore e l'affetto

possono, in alcune circostanze servire come ricompensa, così come la disapprovazione, l'odio e la svalutazione

possono risultare punizioni molto efficaci.

Gli autori suggeriscono molte ragioni per distinguere coercizione e ricompensa come basi di potere:

1) Esistono buone ragioni per ritenere che la ricompensa abbia maggiore probabilità di produrre un atteggiamento

positivo di B verso A, aumentando così la possibilità di utilizzare, con la ricompensa personale, il potere di

riferimento.

2) La coercizione ha maggiore probabilità di rendere impossibile l'ulteriore utilizzazione dell'influenza sociale nella

relazione, laddove la ricompensa ha invece maggiore probabilità di incrementare l'uso del influenza sociale nella

situazione.

3) La sorveglianza e in definitiva l'efficacia di base dell'influenza, non rappresentano una difficoltà nel caso del potere

di ricompensa, dal momento che colui che viene influenzato non soltanto desidera accondiscendere, ma anche

mostrare all’agente di influenza il suo consenso. Nel caso del potere coercitivo, invece, colui che viene influenzato

cerca di nascondere il suo grado di consenso, poiché questa forma di influenza implica, per essere efficace, di

minacce o punizioni sia per la mancanza di consenso, sia per l'occultamento di tale mancanza.

L'uso iniziale di coercizione tende a rendere necessaria una coercizione continua, salvo che l’agente possa in

qualche modo contribuire ad un'accettazione del fatto compiuto, con cambiamento, nell'individuo influenzato,

d'atteggiamento o di convinzione attraverso locomozione o riduzione della dissonanza.

3.6 Diversificazione delle risposte al potere unilaterale

Per un'analisi delle risposte al potere unilaterale verrà utilizzata la distinzione proposta dalla Horney nel suo lavoro

del 1945, dove l'autrice suggerisce che un individuo nella sua relazione con altri può seguire diverse strategie, definite

come:

• "Muoversi verso": quando A cerca di influenzare B sia cambiando il suo comportamento nei modi suggeriti da A,

sia cambiando le sue credenze, cioè accettando privatamente la modificazione di comportamento che gli è

richiesta, sia coinvolgendosi in un'interazione con A più intensa e più positiva, sia incrementando la sua

identificazione e il suo affetto verso A.

• "Allontanarsi da": B può semplicemente non curarsi del tentativo di A di influenzare il suo comportamento e le

credenze sottese, sia mantenendo la sua opinione personale, sia interrompendo l'interazione con A, sia

rafforzando la propria percezione di diversità rispetto ad A.

• "Muoversi contro": B può cambiare attivamente il proprio comportamento manifesto in modo opposto a quanto A

richiede proclamando pubblicamente la propria attiva opposizione, ma anche cambiando privatamente le proprie

opinioni o credenze in modo opposto alla posizione richiesta da A, sia interagendo negativamente con A, sia

evitando attivamente di identificarsi con A rifiutandolo personalmente.

La distinzione tra cambiamento pubblico e privato (o comportamento manifesto e credenze private) è stata

proposta in molti lavori. 19

1. Potere di ricompensa: quando A offre ricompense sufficienti ad influenzare B il cambiamento prodotto, ha

generalmente, carattere di "movimento verso" a livello di comportamento manifesto, sostenuto da un'interazione

favorevole: B tende a comportarsi secondo le richieste di A in modo amichevole.

La ricompensa, comunque, non conduce immediatamente ad un'identificazione positiva di B con A. Se la

ricompensa è ancora più saliente come base del potere, B inizialmente non cambia le proprie credenze private

riguardanti A: il "movimento verso" che si ha nel comportamento manifesto non è necessariamente accompagnato

da un’accetazione privata. French e Raven (1959) invece suggeriscono che gli atteggiamenti positivi conseguenti

a ricevere una ricompensa determinano un effetto alone, che potrebbe condurre ad un'identificazione positiva e ad

una attrazione verso A unitamente all’accetazione privata della modificazione di comportamento.

2. Potere coercitivo: il comportamento manifesto mostra acquiescenza in termini di "muoversi verso", mentre

l'identificazione con l'agente diventa più negativa. Si ha un attivo "muoversi contro" l’agente di influenza sia

nell'identificazione e nelle credenze private.

3. Potere legittimo: si ha un "movimento verso" sia nel comportamento manifesto che nelle credenze private. In

molte circostanze ci si può anche aspettare un "allontanamento da" nell'interazione per evitare che venga

legittimamente richiesto di fare qualcosa che si preferisce non fare.

4. Potere dell'esperienza: ci si può aspettare che conduca ad un cambiamento positivo sia nel comportamento

manifesto chee nelle credenze private. Tuttavia la competenza enfatizza anche la differenza tra B ed A: la

conoscenza superiore di A, che lo rende capace di influenzare B, può determinare un "allontanamento da"

nell'identificazione.

5. Potere dell'informazione: dovrebbe produrre un cambiamento positivo sia nelle credenze private che nel

comportamento. Se fornire informazioni indica una qualche superiorità da parte di A, si potrebbe verificare anche

un’"allontanamento da" nell'identificazione.

6. Potere di riferimento: produce un "movimento verso" di B sia nel comportamento manifesto che nelle credenze

private. Il cambiamento che ne risulta, determinato dall'identificazione positiva di B con A, genera una percezione

ancora maggiore di similarità che tende a produrre un aumento dell'identificazione positiva. Inoltre la percezione di

similarità e l'identificazione conducono a un "movimento verso" di B nell'interazione con A.

7. Potere derivante da più fonti: generalmente una relazione di potere include molte fonti di esso rendendo

importante esplorare come le diverse fonti interagiscano tra loro.

l'unico aspetto che si intende puntualizzare è che quando si combinano diversi tipi di potere, il risultato spesso non

è additivo. Se il potere dell'esperienza riduce l'identificazione è quello di riferimento riduce la percezione delle

differenze, allora l'unione dei due dovrebbe annullare gli effetti di entrambi. Per complicare ulteriormente l'analisi

dei bisogni interpersonali individuali possono operare ostacolando gli effetti del potere.

3.7 Basi del potere sociale e attribuzione causale del cambiamento prodotto dall'influenza

È bene tener presente che ciascuna delle due parti che si confrontano nelle relazioni conflitto-potere porta nella

situazione il risultato di precedenti percezioni e valutazioni di se stesso e dell'altro, cognizioni preesistenti che

determinano sia la scelta della base di potere che ciascuno cerca di usare, sia l'entità del consenso del destinatario

dell'influenza, sia il grado di accettazione del cambiamento e, per conseguenza, i modelli di interazione messi in atto.

Queste scelte, a loro volta, interagendo con le concezioni precedenti, producono cambiamenti nella cognizione che

ogni attore ha di sé e dell'altro, cambiamenti che, a loro volta, determinano successivi scambi di potere.

Uno strumento importante per comprendere questi modelli della relazione potere-cognizione è fornito dalla "teoria

dell'attribuzione". 20

L'analisi dell'attribuzione si focalizza sul modo in cui la persona cerca di determinare il locus di causazione degli

eventi che si verificano nel suo ambiente: il comportamento dell'individuo, ad esempio, può essere visto come

causato da fattori a lui esterni che, per così dire, lo hanno "forzato" a compiere quell'atto, oppure venire interpretato

come prodotto di una sua intenzione.

L'influenza sociale, potrebbe così essere interpretata usando i termini di Michotte, come riconducibile ad un "effetto

lancio" o ad un "effetto trascinamento" (la gente influenzante è visto solo come stimolo che fornisce all'individuo

bersaglio dell'influenza un'opportunità di cambiamento, che tuttavia si verifica in quanto lo stesso individuo influenzato

lo vuole).

È dunque ragionevole supporre che l'influenza del potere d'informazione vada interpretata come "effetto

trascinamento" in quanto l'influenzato l'accoglie volontariamente: è l'informazione ad essere considerata l'elemento

determinante del cambiamento. Il cambiamento che segue un'alta ricompensa o una coercizione può, invece, essere

interpretato come "effetto lancio" o quale risultato del "mand" di Skinner, cioè della natura rinforzante delle richieste

sociali.

3.8 Scelta della base di potere da parte dell’agente influenzante

Di seguito viene proposta una lista di alcuni dei fattori che determinano la scelta del tipo di potere sociale da parte

dell’agente:

1. Probabilità di un cambiamento lungo e duraturo: l’agente razionale valuta le basi di potere a sua disposizione

e seleziona la combinazione di esse che più probabilmente può produrre un cambiamento. Egli deve anche

considerare la durata del cambiamento che si potrà produrre: l’informazione, come si è già detto, generalmente

produce gli effetti di maggior durata.

2. Costi del potere: Talvolta la base di potere più efficace implica anche il maggior sforzo o costo per l’agente . Una

coercizione o la ricompensa possono richiedere un considerevole dispendio di sforzi o di risolse, non soltanto per

l’atto dell’influenzare, ma anche della necessità di una continua sorveglianza.

3. Desiderio di ottenere una dipendenza protratta: l'agente che intende continuare ad esercitare la propria

influenza, ottenere cioè la protrazione della dipendenza dell'attore influenzato, probabilmente non utilizza

l'influenza informativa. L'influenza dell'esperienza conduce invece ad una maggiore dipendenza.

4. Sfiducia nell'altro: quando l' agente non ha fiducia nell'altro, tende a preoccuparsi della continuità del consenso

di questi e perciò cerca di utilizzare la forza o la coercizione per massimizzare la probabilità di un consenso

continuato, applicando il potere coercitivo che necessita di una continua sorveglianza.

5. Frustrazione, ostilità e spostamento dell'aggressione: l'ostilità e il desiderio di punire l'altro potrebbero

manifestarsi attraverso l'uso del potere coercitivo anche nei casi in cui altre basi di potere siano atte a produrre

cambiamenti più efficaci. Punire l'altro, forzandolo ad intraprendere un'azione che non desidera fare, può diventare

la base predominante dell'azione.

6. Legittimazione e valutazione da parte di terzi: la decisione che A prende di utilizzare la coercizione potrebbe

essere determinata in parte dalla misura in cui egli considera appropriato un legittimo utilizzare minacce o

punizione. Invero, la possibilità di usare minacce per raggiungere i propri scopi è in generale, accettata dalla

maggior parte delle persone, sempre che esse siano disposte a pagare i costi dell'utilizzo di un simile potere.

7. Autostima e bisogno di potere: il potere coercitivo può essere usato per aumentare la propria autostima e

produrre in una persona sentimenti di superiorità su un'altra. Nei termini della teoria dell'attribuzione, come si è

sopra notato, le persone che con successo influenzano altre usando il potere d'informazione o la persuasione,

possono interpretare il cambiamento prodotto come originatesi nell’influenzato. Il cambiamento ottenuto con la

coercizione invece tende a venire attribuito all'azione al potere dell'agente influenzante.

Come ha mostrato Coser (1956), il conflitto, in particolar modo l'uso del potere coercitivo nel conflitto, può avere

l'effetto di rafforzare l'identità intragruppo, proprio come incrementa l'ostilità intergruppi.

I leader che decidono di utilizzare la coercizione piuttosto che il riferimento o la legittimazione per influenzare un

gruppo esterno hanno spesso in mente una simile strategia.

4. Conflitto diadico con reciprocità delle basi di potere

Di seguito viene esaminata la situazione di conflitto nella quale ciascuna delle due parti ha un potere sull'altra:

4.1 Reciprocità di potere di ricompensa e coercitivo

Il tipico esperimento di conflitto nella letteratura psicologico-sociale coinvolge il mutuo utilizzo del potere coercitivo e/o

il potere di ricompensa da parte dei suoi partecipanti o antagonisti. L'analisi, come presentata generalmente, usa la

matrice dei giochi.

I costi e le ricompense di ciascuna delle parti in gioco sono rappresentati nella matrice, specificando che i risultati per

ciascuna parte sono determinati sia dal suo comportamento che dal comportamento dell'altra parte. Detto in termini di

potere sociale, ciascuno può esercitare sull'altro vari gradi di potere di ricompensa o coercitivo dal momento che

controlla in qualche misura le ricompense e i costi che l'altro riceverà.

Un punto di partenza è la ricerca di Deutsch e Krauss (1960, 1962) sugli effetti delle minacce nelle negoziazioni

interpersonali. I due autori utilizzano un gioco a due nel quale i giocatori agiscono come conducenti di due autocarri

che si incrociano su una strada ad una corsia avendo destinazioni opposte: esiste una strada alternativa più lunga per

raggiungere la meta, ma il suo utilizzo determina una perdita inevitabile del giocatore che sceglie di percorrerla.

Sono posti a confronto tre situazioni sperimentali: 21

• "Minaccia unilaterale" nella quale solo uno dei due giocatori ha capacità coercitive.

• "Minaccia bilaterale" nella quale entrambi giocatori hanno capacità coercitive.

• "Senza minaccia" nella quale nessun giocatore ha capacità coercitive.

I giocatori nel caso "senza minaccia" raggiungono i profitti complessivi più elevati, nel caso di "minaccia bilaterale", i

profitti complessivi più bassi, e nei casi di "minaccia unilaterale" profitti intermedi.

Per cominciare vengono differenziati:

1. Effetti del possesso di capacità di ricompensa ovvero coercitive sull'atteggiamento iniziale di ciascuna

delle parti in gioco verso l'altra: si suggerisce che il possesso di un potenziale coercitivo favorisca l'inferenza di

un intento dannoso o negativo e che il possesso di un potenziale di ricompensa renda più probabile l'inferenza di

un intento benigno. Tale "inferenza di intento a partire dalla capacità che si possiede" è coerente con il modello di

"equilibrio cognitivo" (Heider, 1958).

Fino a questo punto si è esaminato come, all'interno di un conflitto, il possesso di capacità coercitiva o di

ricompensa di una parte possa incidere sulla percezione che di essa ha l'altra parte in conflitto: si vuole ora

discutere, invece, il possibile impatto che il potere di ricompensa, contrapposto al potere coercitivo, esercita sulle

basi nascoste del conflitto, ad esempio l'effetto che il possedere capacità distruttive o, all'opposto, capacità

costruttive ha sugli atteggiamenti e impressioni della persona nei confronti della parte avversa. Riteniamo che il

possesso di potere coercitivo probabilmente generi il pensiero che la controparte abbia intenzioni ostili. Al

contrario il controllo sulle ricompense può spingere a credere che l'altro sia disposto, verso chi lo possiede, in

modo benevolo.

In breve, si suggerisce che possedere capacità coercitive può condurre le due parti in conflitto a percepirsi l'un

l'altra come ostile e quindi a ritenere improbabile una risoluzione delle incompatibilità esistenti ragionevole e non

aggressiva. All'opposto, è probabile che la capacità di ricompensa generi ottimismo circa la possibilità di

raggiungere una soluzione soddisfacente per mezzo di negoziazioni pacifiche. In altre parole, è probabile che

introdurre potenziali coercitive nella struttura del conflitto aumenti il conflitto "soggettivo", mentre è probabile che

introdurre capacità di ricompensa riduca il conflitto "soggettivo" stesso.

2. Effetti del possesso di capacità di ricompensa ovvero di capacità coercitive sulle modalità di

comunicazione interpersonale nel conflitto: gli atteggiamenti di reciproca benevolenza o ostilità promossi dal

possedere, da parte di uno o di entrambi gli antagonisti, potere coercitivo o di ricompensa, possono determinare,

in modo rilevante, la natura delle comunicazioni tra loro. Qui vengono considerati la quantità e il contenuto quali

aspetti della comunicazione.

Il potere coercitivo tende a restringere il volume delle comunicazioni, il potere di ricompensa ad espanderlo.

Deutsch e Krauss (1962) forniscono una prova sperimentale coerente con la prima parte di quest'affermazione. In

una variante del gioco degli autocarri, ai partecipanti viene permesso di comunicare verbalmente: l'ammontare

della effettiva comunicazione verificatasi, risulta minimo nella situazione di minaccia bilaterale, intermedio in quella

di minaccia unilaterale, massimo in quella senza minaccia.

Nel caso del potere coercitivo probabilmente le comunicazioni servono per dichiarare la capacità coercitiva e

minacciarne l'uso.

Per concludere è probabile che la capacità coercitiva accresca il conflitto soggettivo attraverso i suoi effetti

restrittivi sulla quantità e il contenuto delle comunicazioni. In modo simile è ipotizzabile che, promuovendo

comunicazioni aperte e frequenti, la capacità di ricompensa risolva il conflitto soggettivo.

3. Comunicazione di minacce e promesse: Hornstein (1965), scopre come gli esperimenti nei quali i partecipanti

iniziano la loro interazione con una minaccia hanno minore probabilità di concludersi con un accordo

reciprocamente accettabile. Gumpert (1967) conclude che ad un alto livello di potenziale coercitivo la capacità di

comunicare minacce può avere un effetto deleterio sulla soluzione del conflitto, è probabile che l'umiliazione e il

sentimento ferito provochino un contrattacco pieno di risentimento.

In linea con l'analisi di Deutsch (1966), la conseguenza delle minacce e dei contrattacchi produce una spirale di

aggressività e ostilità che aumenta marcatamente la probabilità che si passi alle vie di fatto. La comunicazione

delle minacce, quindi aumenta le basi sottostanti e personali del conflitto.

La possibilità di comunicare può avere effetti benefici quando le due parti posseggano potenziali di ricompensa,

ma la stessa possibilità di comunicare può avere effetti deleteri quando prevalga un potenziale coercitivo.

Come è stato proposto in precedenza, nel caso del potere coercitivo il canale comunicativo è usato principalmente

per trasmettere minacce e contrattacchi: in accordo con l'analisi di Gumpert questo dovrebbe in definitiva

aumentare la probabilità effettiva dell'utilizzo della forza. Per contro, nel potere di ricompensa le comunicazioni

probabilmente consistono in promesse e scambi di informazione riguardanti le conseguenze positive che ogni

parte in gioco ha in serbo per l'altra, così da incrementare la possibilità di giungere ad un accordo reciprocamente

soddisfacente.

Secondo quanto finora si è detto, le parti che usano capacità punitive, probabilmente, per la loro natura offensiva,

comunicano minacce e ciò potrebbe intensificare il conflitto interpersonale latente: se invece le comunicazioni

tra le parti riguardano possibili ricompense, si ipotizza che ne possa risultare una relazione di simpatia atta a

ridurre il conflitto latente.

4. Effetti della somministrazione effettiva di ricompense e punizioni: sul versante coercitivo è importante

distinguere tra impiego "limitato" e impiego "massiccio" (costringere l'avversario alla sottomissione, distruggendo

materialmente la sua capacità di resistenza) della forza.

Un modo razionale per limitare la forza in gioco in un conflitto è quello di informare la controparte della propria

determinazione e forza, senza allo stesso tempo correre il rischio di impegnarsi in un confronto totale.

22

L'uso "limitato" e quello "massiccio" di ricompensa, comprensibilmente possono ambedue avere un effetto

facilitante sulla risoluzione del conflitto. Può tuttavia sembrare inappropriato dispensare ricompense considerevoli

alla controparte in assenza della certezza di reciprocità: per tale motivo le parti che interagiscono, possono esitare

molto prima di comunicare le proprie intenzioni di concedere favori "massicci" all'altra. Inoltre, è probabile che le

promesse di ricompensa appaiano al destinatario tanto meno credibili quanto più sembrano eccessive.

In contrasto, la capacità di dispensare ricompense limitate può servire come mezzo per creare un incontro

amichevole, nel quale sia facilitata un'esplorazione graduale delle possibilità di accordo sulla materia del

contendere.

5. Il linguaggio di minacce e promesse: è stato dimostrato (Kelley, 1965) che le minacce di punizioni trasmettono

un messaggio offensivo per il soggetto minacciato poiché, implicitamente, lo pongono in posizione di inferiorità

rispetto a colui che minaccia, mentre, come si è detto, le promesse di ricompensa trasmettono messaggi

d'amicizia e valutazione positiva.

La generalizzazione delle considerazioni sulla natura offensiva delle minacce è soggetta ad altre limitazioni: ad

esempio Kelley suggerisce che, quando le minacce appaiono causate da un forte bisogno o desiderio, e se

trasmettono messaggi di debolezza o dipendenza. In tali casi le minacce possono ridurre il conflitto interpersonale

mostrando l'inferiorità della parte che minaccia rispetto a quella minacciata.

Le minacce possono anche facilitare la risoluzione del conflitto quando sono espresse sotto l'egida di una causa

riconosciuta legittima dalla parte opposta.

Gli effetti della combinazione tra legittimità e minacce sono complessi anche per il fatto che, nella nostra cultura, la

coercizione ha generalmente una connotazione di illegittimità, sicché è probabile che di fronte all'incongruenza

rappresentata da una "minaccia illegittima" la reazione delle persone o gruppi dia luogo a due fazioni opposte,

alcuni reagendo alla legittimità e perciò a consentendo alle richieste avanzate da chi minaccia, persona o gruppo,

altri rispondendo invece alla coercizione e perciò ribellandosi.

4.2 Reciprocità di potere legittimo

Hobbes (1651) sostiene che gli uomini senza l'accordo reciproco di accettare, in un dato campo, l'influenza di altri

uomini, avrebbero una vita "brutta, rozza e corta".

Nella condizione di potere unilaterale, dove sia A che B accettano come legittimo il potere di A di prescrivere a B un

dato comportamento, il conflitto è praticamente eliminato.

Molti esperimenti e dibattiti hanno sottolineato la funzione di limitare il conflitto esercitata dalle norme sociali: l'assunto

implicito di base è che il conflitto, sia quello interpersonale che quello interruppi, è svantaggioso per le normali

funzioni della società.

Così, quando le due potenziali parti in conflitto hanno una base legittima, reciprocamente accettata e compresa, per

determinare i modi di influenza di una parte sull'altra, il conflitto può essere limitato o addirittura eliminato. Il confronto

con il potere reciproco di ricompensa e di coercizione, la riduzione del conflitto attraverso il potere legittimo

reciprocamente accettato non solo minimizza il conflitto manifesto, ma è anche improbabile che incrementi il conflitto

latente, come avverrebbe nel caso del potere coercitivo, poiché la sorveglianza reciproca non è necessaria e persiste

la fiducia dalle parti: si risolve il conflitto impersonale senza conseguente aumento del conflitto personale e

dell'ostilità.

Il potere legittimo ovviamente riduce il conflitto solo se è presente una reciproca accettazione della base della

legittimazione del campo in cui esso può venire esercitato da ciascuna delle parti. Se il conflitto deve essere diminuito

attraverso il potere legittimo deve essere stipulato un nuovo accordo reciproco, che probabilmente coinvolgerà l'uso

dell'influenza informativa o della persuasione, su ciò che dovrebbe essere il potere legittimo.

Si intende con questo dire che vi sono situazioni in cui il conflitto può anche sorgere a causa di concezioni diverse

della legittimità fondata su aspetti diversi della legittimità del potere.

Thibaut e Faucheaux hanno usato un paradigma sperimentale nel quale una coppia di partecipanti interdipendenti, A

e B, negozia la distribuzione reciproca di punti. A è il partecipante con più potere in quanto può decidere come

ripartire punti: il suo grado di potere su B cresce con l'aumentare dei punti da dividere. Gli autori definiscono questo

tipo di potere "minaccia interna". Il potere di B su A è di tipo diverso: B ha la possibilità di lasciare A per una

situazione alternativa, cosa che per A rappresenta una sorta di punizione, poiché non riceve più le ricompense che gli

possono pervenire dall'interazione con B; l'attrazione verso la situazione alternativa per B è perciò diversa. I

ricercatori definiscono questo possibile "potere coercitivo" di B come "minaccia esterna". Dopo un gioco introduttivo,

i due partecipanti possono stipulare dei contratti tra loro e stabilirne il grado di applicazione. I contratti possibili sono di

tre tipi:

1) EA: limita l'uso della "minaccia esterna".

2) D: limita l'uso della "minaccia interna".

3) RC: irrilevante al fine delle manipolazioni sperimentali

Il risultato fondamentale, replicato molte volte nel corso della ricerca, è che soltanto quando entrambe le minacce,

"esterna" ed "interna", sono elevate (come condizione opposta a quella in cui solo una è elevata o entrambe sono

basse) si ha un aumento significativo nella tendenza dei giocatori a formare contratti del tipo EA e D, volti al limitare

l'uso delle minacce.

Da questi risultati è possibile tratteggiare delle generalizzazioni sulle caratteristiche strutturali del conflitto relative allo

sviluppo di norme culturali: è probabile che si giunga a contratti (1) quando essi offrono una soluzione accettabile per

entrambe le parti, e (2) quando la minaccia che regolano avrebbe altrimenti un'alta probabilità di venir usata. 23

Queste condizioni, però, sono probabilmente insufficienti per la formazione di contratti e Wells suggerisce come la

presenza di una terza parte risulti essere molto facilitante, se non indispensabile, per la realizzazione di norme

formali.

Va notato, anche che la definizione della situazione di gioco come "entro il gruppo" indichi l'appropriatezza della

cooperazione, mentre la definizione "fra i gruppi" legittimi invece la competizione.

4.3 Reciprocità di potere di riferimento

Quando le due parti hanno un alto grado di identificazione reciproca o un desiderio reciproco di tale identificazione, è

meno probabile che sorgano conflitti e competizioni. Infatti il reciproco potere di riferimento potrebbe fornire una base

implicita che consente di evitare il conflitto o l'aggressione, perfino quando esista incompatibilità di bisogni o di

obiettivi.

Molti politici, utilizzano la tecnica di presentare un nemico comune allo scopo di raggiungere l'unità nazionale. Il

nemico serve come riferimento negativo comune e grazie al quale i due gruppi in conflitto possono mettere a fuoco le

proprie somiglianze minimizzando le differenze.

4.4 Reciprocità di potere dell'esperienza

Quando due parti sono in conflitto è difficile che possano avvalersi del potere dell'esperienza. Il potere dell'esperienza

di A su B necessita, infatti, non solo dell'attribuzione di B ad A di una superiorità nelle conoscenze, ma anche della

fiducia di B in A: se gli obiettivi delle controparti sono incompatibili allora B può supporre che A stia usando la sua

competenza per orientarlo in una direzione che favorisce l'agente di influenza A ma non il bersaglio dell'influenza

stessa B.

Quando le due parti sono interdipendenti nei riguardi degli obiettivi e il conflitto riguarda solo i mezzi per raggiungerli,

la competenza può divenire un fattore rilevante di influenza. Tuttavia, il potere dell'esperienza di A su B all'interno di

un dato settore dipende dal grado di superiorità della conoscenza di A relativamente a B: se A e B hanno lo stesso

grado di competenza in un determinato campo, il grado di potere dell'esperienza che uno può esercitare sull'altro è

scarso.

Un equivalente potere dell'esperienza può divenire più importante quando la competenza delle due parti è in ambiti

diversi: un simile conflitto d'esperienza è evidente in politica internazionale ove gli esperti di materia militare

sostengono un modello di politica nazionale, mentre gli esperti in diplomazia sostengono un'azione diversa a livello

internazionale. Tutti sono molto competenti nel loro campo e possono anche esservi il riconoscimento di obiettivi

comuni e fiducia reciproca, ma tuttavia il conflitto rimane.

Senza l'intervento di terzi la soluzione di un tale conflitto è particolarmente difficile

4.5 Reciprocità di potere informativo

L'influenza informativa è spesso considerata il mezzo ideale per cambiare gli atteggiamenti, le opinioni o i

comportamenti ed è spesso giudicata come la più opportuna per risolvere i conflitti. Due parti in conflitto bene

intenzionate, dovrebbero essere capaci di discutere le loro differenze, di comprendere reciprocamente i diversi

bisogni e i limiti di ciascuno, di fare appropriate concessioni e scendere a compromessi. Se il conflitto può essere

risolto in questo modo, ogni parte probabilmente accetterà i cambiamenti sia in privato che in pubblico, sperando che

la soluzione del conflitto rimanga permanente.

In una situazione di conflitto e competizione il problema diventa più difficile, poiché la sfiducia che nasce da una

discrepanza di obiettivi produce un ulteriore sfiducia, come la conseguente tendenza ad evitare del tutto la

comunicazione, a dubitare della sua veridicità ed a reinterpretarla nei termini dei propri bisogni iniziali.

Il potere informativo reciproco ha maggiori probabilità di risultare efficace a risolvere situazioni di conflitto di mezzi

piuttosto che di obiettivi o competitivo.

4.6 Reciprocità di potere e risposta

• La combinazione coercizione-coercizione, con A e B in possesso della stessa quantità di potere coercitivo,

probabilmente potrebbe portare ad un "muoversi contro" nell'identificazione, nell'interazione e nelle credenze

private, ma altrettanto probabilmente potrebbe non produrre un reciproco "muoversi verso" nel comportamento. Lo

stallo nel caso dell'influenza sul comportamento manifesto aumenterebbe ulteriormente l'ostilità inducendo un

ulteriore "muoversi contro" sulle altre dimensioni.

• La combinazione ricompensa-ricompensa, ci si può aspettare un reciproco "muoversi verso" sia nel

comportamento manifesto che nell'interazione.

• La combinazione legittimità-legittimità è forse possibile che i sentimenti di obbligo reciproco, fornendo una

motivazione razionale alla condiscendenza reciproca, potrebbero contribuire a determinare un "allontanarsi da"

nell'identificazione.

• La combinazione esperienza-esperienza potrebbe produrre incertezza nell'identificazione: mentre lo scambio

reciproco di competenza potrebbe enfatizzare l'interdipendenza e la possibile identificazione, poiché il possesso

d'esperienza è fattore di differenziazione, potrebbe enfatizzare anche, all'opposto, la discrepanza.

• Anche nel caso del potere informativo potrebbe prodursi una simile sfiducia. Ogni parte cerca di persuadere

l'altra, della quale però rifiuta l'informazione, vista come tentativo manipolativo. 24


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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Sociologia Generale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Prospettive Psicologico-sociali sul Potere, Pierro consigliato dal docente Muzzetto. Gli argomenti trattati sono i seguenti: il potere sociale: definizioni, prospettive e cenni storici; Cartwight, il potere come concetto psicologico-sociale, Max Weber, il potere sociale, l'autorità, l'influenza sociale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze sociali e del servizio sociale
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Muzzetto Luigi.

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