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Introduzione

Si sono persi i bambini, perché? I bambini scompaiono non solo perché ne nascono sempre meno ma soprattutto perché gli adulti, trattandoli da “grandi”, non prestano attenzione alla loro particolare condizione. Genitori e bambini si dedicano alle stesse cose: guardano la tv, giocano con i videogiochi, si esprimono con gli stessi gesti e le stesse parole, condividono gli stessi spazi. L’attuale generazione di genitori sembra delegare alla scuola, ai vecchi e ai nuovi media, alle tecnologie, al gruppo dei pari, ai giochi, la delicata responsabilità di accudire, crescere, stimolare ed educare i piccoli.

I bambini sono sempre esistiti, l’infanzia no

Una presenza incerta

L’infanzia viene di solito pensata per la sua atipicità o per i suoi rapporti con il mondo adulto ma comunemente ignorata nella sua specificità. Il termine deriva dal latino infans, “muto”, che manca di qualcosa, ovvero della parola; quindi tale accezione la descrive come quel periodo iniziale tra la nascita e la comparsa del linguaggio. In passato il termine infanzia è stato utilizzato per identificare il periodo della vita che va dalla nascita all’utilizzo della ragione. Oggi invece si tende a suddividerla in più fasi: dalla nascita ai due anni, dai tre ai cinque, dai sei ai dieci; dai dieci in poi vengono spesso definiti “ragazzi”.

La nostra cultura ha sempre visto il mondo dei bambini come la proiezione e/o dipendenza di quello adulto. Soltanto dagli anni ’60 si è iniziata a concepire l’infanzia, grazie al supporto di varie indagini psicologiche e sociologiche, come uno statuto a sé stante in cui i bambini devono essere tutelati e rispettati in quanto esseri unici e soggetti di diritti (Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia del 1989).

Nello specifico vediamo che: la sociologia si è interessata dei bambini a scuola, dei problemi relativi alla socializzazione e alle relazioni parentali; la psicologia l’ha ritenuta spesso indispensabile per spiegare problematiche del mondo degli adulti; la pedagogia mira al coinvolgimento dei minori per costruire le basi della società futura; la letteratura ha per lo più raffigurato l’infanzia come il mondo dell’innocenza volto a sensibilizzare, tramite rimandi mitici, la coscienza adulta; la pittura sembra essere l’arte che li sintetizza e definisce meglio (nel dipinto Giochi di bambini circa 300 bambini giocano, senza alcun adulto che li sorvegli, lasciandosi andare e rompendo le regole); i media e soprattutto la televisione utilizzano i bambini come veicoli di simboli o di strumenti per trasmettere l’autenticità dei loro prodotti e oggetti da vendere.

Nell’epoca contemporanea i bambini vengono presi in considerazione come figli oppure per quello che saranno e non per quello che sono ora; oggi si chiede loro di esplorare il mondo al fine di potersi adattare, in maniera autonoma e nel più breve tempo possibile, a una società in rapida trasformazione.

Un’assenza antica

La civiltà romana è quella che considera per prima l’infanzia come un mondo a parte, separato dal mondo adulto che detiene le prassi e i segreti della sessualità. La scuola è il tempo dei bambini, il momento necessario per imparare e per farli diventare grandi. Però, con la caduta dell’impero romano questo equilibrio si spezza ed età adulta e infanzia si riconfondono tra loro.

Nel Medioevo per la Chiesa il minore si considerava adulto dai sette anni, età in cui dovrebbe saper distinguere tra bene e male. È questa l’età in cui il bambino, distaccandosi dalle cure materne, entrava piano piano nel mondo adulto e col tempo rimaneva in famiglia per avere supporti economici. In seguito, con la scoperta della stampa, si diede all’infanzia una connotazione precisa: saper leggere e scrivere è la chiave di accesso alla comunità dei grandi.

Questo fu il risultato di un lungo processo: vi erano i maestri che stabilivano un vero e proprio contratto notarile con i loro discepoli, in cui si definiva che cosa il bambino doveva apprendere, per quanto tempo e in cambio di quanto denaro. Il Rinascimento, infatti, tra la metà del ‘300 e del ‘500, si caratterizza soprattutto per l’educazione e per la scuola. Dall’intreccio della cultura medievale cristiana con quella classica nasce la civiltà moderna: qui i bambini diventano uno strumento per diffondere il nuovo (es. i nobili vengono addestrati non più soltanto alle armi ma anche al gioco sportivo; nuovi testi destinati alle scuole).

Nell’Europa del XVI e XVII i bambini non sono considerati adulti in miniatura ma sono esseri immaturi che diventano adulti una volta istruiti. Dal ‘600 si inizia a guardare i bambini diversamente e per la loro specificità, oltre ad essere coscienti della loro condizione di fragilità e meritevoli di tutela. Nell’età moderna, che va dalla metà del 500 alla metà del 600, era la Chiesa, tramite i gesuiti per le classi più nobili e altri ordini ecclesiastici, che aveva il controllo sulla formazione dell’infanzia aristocratica, dei ceti borghesi e delle classi popolari. I gesuiti, grazie ai loro metodi e ai loro supporti didattici, avevano un ruolo fondamentale nella riorganizzazione dell’educazione.

Nascono anche le congregazioni di suore maestre. Vennero inseriti i laici nelle scuole pubbliche e grazie a Napoleone nel regno d’Italia la scuola primaria fu aperta anche alle bambine. Contemporaneamente a questo cambiamento, se da un lato alla scuola veniva assegnato il compito culturale, dall’altro la famiglia aveva quello della sfera morale, etica e religiosa. La famiglia borghese è puerocentrica, ovvero che il figlio è l’elemento centrale e propulsivo di una coppia forte che pensa al futuro e viene visto per la prima volta come soggetto di diritti (a pari passo di queste constatazioni vanno le riforme che vengono attuate a tutela dell’infanzia).

Il bambino deve preservare la sua personalità e individualità, sebbene debba esserci il margine di controllo dei genitori. Col tempo però, questo sistema va in crisi con l’avvento delle nuove forme di comunicazione, media, tv e internet. Davanti agli schermi la divisione tra il mondo degli adulti e quello dei bambini si annulla e si trasformano semplicemente in pubblico, in audience.

I media, vecchi e nuovi, insegnano il mondo attraverso un flusso di immagini e suoni per i quali non serve nessuna preparazione, annullando l’infanzia, proprio come accadeva prima della scuola. In tal modo i bambini odierni si ritrovano ad essere esposti a una intensità di informazione, a un conoscere non più guidato e progressivo come quello scolastico incentrato su di loro, ma che, puntando sulle emozioni, sulle deduzioni e intuizioni, si rivolge a tutti. Nella nostra società i genitori investono sul piano affettivo dei loro figli, ne ricercano la perfezione, tendono a rispecchiarsi in essi e a riversare su di essi le proprie attese e i propri bisogni.

Ovviamente questo atteggiamento ha forti ripercussioni sullo stile educativo praticato; il genitore mira ad attirare il bambino su di sé, compiacendolo in ogni suo bisogno, iperstimolandolo grazie alla complice società dei consumi. In realtà, per far sì che il bambino diventi un adulto capace di staccarsi dalla famiglia, è necessario che sia guidato da un adulto responsabile e non paritario, in grado di dargli dei limiti e non solo delle gratificazioni e di farlo pensare non solo per diritti ma anche per doveri.

Non sappiamo come pensarli

Idee di bambini

Per oltre un secolo la psicologia infantile ha considerato il fatto che il bambino può essere studiato solo attraverso il suo sviluppo. Dagli anni ’60 si è cominciato a pensare che i bambini, in questa stagione di vita, non devono essere soltanto tenuti a “bada” e protetti ma bisogna essere coscienti che questo è il delicato momento cruciale dove si giocano tutte le possibilità intellettuali.

Dagli anni ’70, con lo sviluppo della psicologia sociale e della sociologia costruttivista, si è diffusa l’idea che il bambino trovi la sua identità attraverso la possibilità di interiorizzare l’Altro. Si è cominciato così a studiare la società infantile attraverso il gioco, in cui soccombono fasi diverse, tra cui: la sperimentazione, la trasgressione, l’interiorizzazione, la reinvenzione delle norme di comportamento, dei codici di comunicazione e dei riti sociali. Il gioco si trasforma in una sorta di lavoro in cui il giocattolo è lo strumento e si attua come spazio di immedesimazione in un ruolo secondo i meccanismi previsti dalla società adulta.

Secondo lo storico Ariès già nell’Europa del XVIII secolo le scienze umane e le istituzioni educative borghesi diedero sempre maggior rilievo al bambino e al suo ruolo sociale. Da allora l’infanzia comincia ad essere considerata per la prima volta un mondo a parte, un’età con proprie caratteristiche, profondamente diversa da quella adulta. Essa, per lo storico, va considerata sempre in base al contesto sociale al quale appartiene. Più che cercare di fossilizzare l’infanzia all’interno di teorie chiuse o scontate, sarebbe invece più utile intendere questa fase di vita come un mondo in continuo divenire.

Diversi punti di vista

Dagli anni Venti del ‘900 gli antropologi della scuola americana impostavano i loro lavori basandosi sull’idea che ogni cultura forma, durante l’infanzia, un tipo di personalità del bambino che andrà a forgiare nel tempo lo stile dei rapporti e dei modelli di comportamento che lo porteranno a costituire i legami sociali e le rappresentazioni mentali in quella particolare società. Gli studiosi hanno analizzato la socializzazione delle giovani generazioni in modo comparativo, prendendo in esame le alimentazioni, le attività ludiche, l’apprendimento, i rapporti con gli adulti e considerando i bambini non come protagonisti ma come oggetti destinatari della cultura degli adulti.

Dagli anni ’70 in poi, grazie anche alla voce delle donne come minoranza culturale alla quale l’infanzia viene molto spesso assimilata, è nata una corrente di studi sulle culture infantili sempre più interessata alle attività dei bambini e alle relazioni con i pari. L’antropologia più recente ha individuato una “cultura infantile”, fatta di credenze, di modelli di comportamento, di parole che soltanto i bambini esprimono, siano state esse inventate, modificate o prese in prestito. Si tratta di un ambito culturale mai definito perché si trasforma continuamente attraverso i gruppi che lo inventano e che lo trasmettono.

Per quanto riguarda la pedagogia, essa nel tempo ha concepito il bambino seguendo principalmente due modelli: uno centrato sull’individuo, con riferimento a Kant e Rousseau, in cui si dà fiducia all’essere umano in grado di provvedere da sé al proprio miglioramento sociale, indipendentemente dalla società in cui vive; l’altro centrato invece sulla società, in relazione alle teorie di Durkheim e Marx, in cui risulta indispensabile calare il bambino nel suo ambiente, di cui è parte integrante, predisponendolo alle regole che devono essere introiettate.

Con la scuola attiva dei primi del ‘900 viene messo in discussione il carattere dell’eteroeducazione, in cui prevale la figura dell’insegnante su quella del bambino, a favore di un puerocentrismo in cui il bambino impara ad educare se stesso. È soprattutto con Piaget che si è affermata l’idea che nel bambino l’intelligenza si sviluppa attraverso lo scambio dinamico con l’ambiente che lo circonda, secondo tre modalità: assimilazione (acquisizione di stimoli esterni), accomodamento (modificazione della struttura cognitiva utile ad acquisire nuovi schemi) e adattamento.

Nell’ultimo decennio del secolo scorso il settore educativo italiano ha vissuto una fase ricca di risorse, di idee e di proposte, come per esempio anche nella legge 285/1997 vi sono menzionate nuove disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza. Nonostante ciò, però, la rete dei servizi offerti (nidi pubblici e scuole dell’infanzia) è decisamente insufficiente e questo porta inevitabilmente a un mancato e incompleto sviluppo di un progetto per l’infanzia poco definito e non del tutto sfruttato.

Dal punto di vista sociologico il bambino rimane sotto la responsabilità dell’adulto ed è bambino proprio perché è irresponsabile nel pieno senso della parola e spesso gli viene attribuita erroneamente da adulti immaturi un’arbitrarietà che invece non ha. Il bambino, durante la ricostruzione del Sé, plasma la sua personalità e diventa un individuo sociale. La novità di questi ultimi anni è il tentativo di pensare l’infanzia in sé, come una categoria sociale permanente di ogni comunità umana e non obbligatoriamente subordinata all’interno di altre categorie quali la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari, ecc.

I bambini e le loro manifestazioni, pur variando da un ceto all’altro, all’interno di qualsiasi società risultano piuttosto uniformi. Per la sociologia l’atipicità del bambino sta nel fatto di esistere sia in una situazione di dipendenza dal mondo adulto (in quanto infante non ha con gli adulti un rapporto da pari e pari), sia di centripeticità rispetto alla sua collocazione nel mondo (la sua soggettività è determinata prevalentemente dal sistema sociale al quale appartiene).

Rappresentazioni dell’infanzia in occidente

Per pensare l’infanzia gli adulti utilizzano per lo più quattro principali rappresentazioni:

  • Il bambino cattivo e colpevole: l’infanzia è un’età malata, mancante, in cui i bambini sono selvaggi, capricciosi, sregolati, aggressivi, egoisti, sprovvisti di ragione, amanti dei piaceri e vivono la loro vita per soddisfare se stessi e i loro bisogni. Per Platone il bambino è, di tutti gli animali selvaggi, quello più difficile da addomesticare; per Hobbes i bambini, paragonati a dei sudditi senza diritti e senza poteri, possono essere salvati solo dai genitori/Stato, ricorrendo a restrizioni e interventi costrittivi per evitare che diventino anarchici. Con la riforma puritana dei secoli XVI e XVII cambia anche la visione comune e popolare dell’infanzia: da debole e indifeso, il bambino diventa appunto ostinato e portatore di una cattiveria insita che va frenata. Si impiegavano perciò metodi brutali che prevedevano castighi e punizioni corporali, non erano concessi svaghi e si pretendeva che fossero grati del trattamento ricevuto perché anche le bacchettare venivano inflitte “per il loro bene”. Educare quindi, significava disciplinare, addestrare, sorvegliare, punire e rendere conforme ad una norma. L’immagine del bambino cattivo e colpevole ha radici nella mitologia e nella dottrina biblica del peccato originale.
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Scienze politiche e sociali SPS/12 Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Franci0703 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia del mutamento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof D'Amato Marina.
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