Definire la globalizzazione
Il termine "globalizzazione" si è affermato entro la letteratura economica, politica, sociologica e multimediale dell'Occidente nell'ultimo decennio del secolo scorso. Fa riferimento a un processo di estensione globale delle relazioni sociali fra gli esseri umani, tale da coprire lo spazio territoriale e demografico dell'intero pianeta. Il termine si è diffuso in sincronia con una fase di accelerazione dei fenomeni di integrazione economico-sociale che secondo alcuni studiosi erano già in atto nel mondo occidentale nel corso della rivoluzione industriale, fra 700 e 800. Già in pensatori come il sociologo Claude-Henri de Saint-Simon si era affacciata l'idea che la modernizzazione avrebbe condotto a una progressiva integrazione del mondo. Altri autori fanno risalire l'inizio della globalizzazione alle grandi scoperte geografiche (Colombo, Marco Polo) nel corso del riconoscimento europeo e allo sviluppo dei commerci intercontinentali. La tendenza all'unificazione geografica, economica e politica del globo avrebbe poi trovato sviluppo prima nell'Impero britannico e poi, fra '800 e '900 nella dominazione coloniale europea. In questo senso, ci sarebbe una linea di continuità fra colonialismo, postcolonialismo e globalizzazione.
Per quanto riguarda gli sviluppi più recenti della globalizzazione, si ritiene che essi assumano particolare consistenza negli ultimi tre decenni del '900. In questo senso con il termine globalizzazione si intende denotare il processo sociale – fortemente influenzato dallo sviluppo tecnologico, dalla crescente rapidità dei trasporti – che ha dato vita a una vera e propria rete mondiale di connessioni spaziali. Questa rete mette in contatto fra loro un numero crescente di attori sociali e di eventi economici politici, culturali e comunicativi, un tempo disconnessi a causa delle distanze geografiche. Sono numerose, e molto diverse fra loro, le proposte di definizione della globalizzazione come l'insieme dei processi di integrazione globale e regionale oggi in corso a livello planetario. Una delle più fortunate definizioni di globalizzazione è quella proposta dal sociologo Giddens, secondo il quale il termine designa l'intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località molto lontane, facendo sì che gli eventi locali vengano modellati da eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa. L'effetto più generale della globalizzazione sarebbe quello di ridisegnare i confini del mondo senza tuttavia abbatterli. La globalizzazione è dunque essenzialmente un'espansione della modernità dall'ambito europeo-occidentale al mondo intero.
Per Clark, Paul Hirst e Andrew Hurrell gli Stati e i governi non sono testimoni passivi della globalizzazione, anzi essi la promuovono. Un'altra interpretazione viene data da Luciano Gallino: per globalizzazione si intende quel processo che ci sta portando verso un mercato unico mondiale; il sinonimo di globalizzazione è universalismo di mercato. Questo processo si è sviluppato dal 1980 nell'America Settentrionale, nell'Europa occidentale, in Giappone e in alcune aree di Cina e India. Per Gallino la globalizzazione è frutto di presupposti tecnologici e politiche economiche decise dalle maggiori potenze e dalle istituzioni internazionali. Queste politiche sono ispirate a criteri come la liberalizzazione dei movimenti del capitale, la deregolamentazione del mercato del lavoro e la riduzione in numerosi settori dell'intervento pubblico degli Stati. Una posizione radicale è quella di Bourdieu: la globalizzazione è la forma più completa dell'imperialismo, quella che consiste nel tentativo di una determinata società di universalizzare la propria particolarità istituendola tacitamente a modello universale; è un effetto necessario delle leggi dell'economia e non l'esito di scelte politiche delle grandi potenze industriali. La globalizzazione è una costruzione ideologica che si presta a legittimare il progetto neoliberista globale, demolendo il modello socialdemocratico europeo (Welfare State).
Apologeti e critici
Nel corso dell'ultimo decennio il termine globalizzazione ha assunto la funzione di una categoria esplicativa generalissima. In particolare in questi ultimi anni, attorno alla nozione di globalizzazione si è sviluppato nel mondo occidentale quello che è stato chiamato the great globalization debate. Nella discussione coesistono vari piani di discussione e nessuna teoria della globalizzazione ha acquisito una autorevolezza indiscussa. Si può dire che nel dibattito in corso si fronteggiano due posizioni opposte. Da una parte c'è il gruppo, largamente maggioritario, degli apologeti della globalizzazione, intesa come uno sviluppo coerente della rivoluzione industriale europea e della connessa modernizzazione.
Secondo questi autori, negli ultimi tre secoli industrialismo e modernizzazione hanno promosso il benessere economico, la secolarizzazione, la diffusione del liberalismo e dell'economia di mercato, la razionalizzazione burocratica, la rivoluzione tecnologica e la proclamazione dei diritti dell'uomo. Alla base di questi processi è stata l'indiscussa superiorità della civiltà occidentale rispetto alle altre civiltà del pianeta. In questa chiave, la più recente dilatazione globale è destinata a diffondere nel mondo intero le conquiste civili dell'Occidente. Esso contribuisce inoltre a incrementare gli scambi economici, politici e culturali fra tutti gli uomini, con effetti di aumento del benessere generale (qualità della vita). Una delle più rilevanti conseguenze di questo processo è il superamento dell'anarchia internazionale grazie ad una progressiva erosione della sovranità degli stati nazionali o almeno ad una sua forte attenuazione. Ne consegue il trasferimento di una larga porzione di potere decisionale, alle forze del mercato globale e ai maggiori protagonisti dell'economia mondiale.
Dalla parte opposta si schiera la minoranza dei critici radicali, una minoranza irrobustita dopo le crisi economiche che nel 97-98 hanno investito il sud-est asiatico, l'America Latina e la Russia. Questi critici non negano gli aspetti positivi che la globalizzazione presenta, ma ne enfatizzano gli aspetti negativi. Essi denunciano la crescente polarizzazione della distribuzione della ricchezza, l'irrazionale utilizzazione delle risorse energetiche, l'occidentalizzazione degli stili di vita che distrugge il pluralismo delle culture. Nel frattempo aumentano a livello globale le spese militari, le vittime civili e le morti per denutrizione. Oltre a ciò il sistema economico internazionale aggiunge ogni anno circa 8 miliardi di dollari al debito dei paesi poveri, mentre milioni di persone in Africa sono costrette dalla povertà ad abbandonare i propri paesi e migrare verso le aree più ricche del mondo.
A tutto questo si aggiunge un tema cruciale: la globalizzazione, con l'accelerazione dello sviluppo scientifico, tecnico, industriale che promuove e diffonde nel mondo, sta portando ad un dissesto ecologico di dimensioni planetarie. Responsabili del dissesto sono soprattutto le potenze industriali in primis USA e Europa. A posizioni radicali come queste si ispira la contestazione militante dei movimenti no global, che attraverso grandi manifestazioni di massa ha messo sotto accusa la politica economica neoliberistica delle grandi potenze industriali e delle istituzioni economiche internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.
C'è infine un ultimo gruppo di autori per il quale la globalizzazione è un processo nuovo e di grande rilievo di cui effetti sono sia positivi che negativi. Di particolare rilievo è la posizione neokeynesiana del premio nobel per l'economia Stiglitz, secondo il quale oggi la globalizzazione penalizza oggi milioni di persone povere e poverissime, produce un aumento della disoccupazione su scala mondiale, non opera a favore degli equilibri ecologici del pianeta, e non garantisce la stabilità dell'economia internazionale, costantemente minacciata da crisi locali. Abbandonare la globalizzazione sarebbe tuttavia non auspicabile perché ha portato anche grandi vantaggi: ha offerto opportunità commerciali, ha consentito un più facile accesso ai mercati e alla tecnologia, ha migliorato le condizioni di salute e diffuso l'informazione. Da respingere non è la globalizzazione in sé, ma i metodi con cui viene gestita.
Sostanzialmente convergente è la posizione di Beck che sostiene che si intravede nel mondo globalizzato il profilo di una seconda modernità. La prima può essere intesa come una società statale e nazionale, la seconda può essere chiamata modernizzazione della modernizzazione o modernità riflessiva. In altre parole si sta affermando un nuovo tipo di capitalismo e un nuovo stile di vita: come nel 19 secolo la modernizzazione industriale ha dissolto e superato il sistema corporativo della società rurale, così la seconda modernità è destinata a superare le attuali forme della politica nazional-statale. Questo processo connette tra loro soltanto i paesi industriali ed è guidato dalle istituzioni economiche internazionali da essi controllate. Esso ha tuttavia anche effetti nelle aree del mondo di fatto escluse dall'integrazione. Non si tratta normalmente di effetti positivi; in Africa per esempio l'impotenza di fronte all'AIDS si deve soprattutto alle decisioni dell'Uruguay Round che ha rafforzato i diritti di proprietà intellettuale con la conseguenza di imporre costi proibitivi dei farmaci da loro brevettati. Analogamente l'affossamento del protocollo di Kyoto ha conseguenze sui mutamenti climatici che producono devastazioni ambientali come la desertificazione del sud del mondo e le alluvioni al nord.
Dunque sembra difficile dare credito all'idea che la globalizzazione per così dire non esista, che sia una proiezione puramente ideologica delle forze economiche e politiche. Per un altro verso tuttavia sembra ragionevole non dare credito all'invadente retorica (divulgata dai mass media) che tende a presentare la globalizzazione come la strada maestra che conduce all'unificazione del genere umano grazie al superamento degli stati nazionali e all'avvento di una cittadinanza universale e di un governo mondiale. La retorica della globalizzazione tende ad occultare inoltre il fatto che la crescente omologazione di una serie rilevante di fattori sociali non genera necessariamente ordine e integrazione comunitaria. Al contrario la pressione omologatrice può generare resistenza, disordine, violenza (Ian Clark). In alcuni casi sembra stimolare fenomeni di rigetto, di secessione, di emarginazione da parte dei soggetti che difendono la propria identità e rivendicano l'autonomia del proprio spazio locale contro l'omologazione globale.
L'economia globalizzata
Il tema centrale del globalization debate è senza dubbio quello economico-finanziario. L'economia contemporanea si caratterizza nettamente come una economia globale. L'apertura globale dei mercati, inclusi quelli finanziari, e la loro espansione senza limiti territoriali, ha l'effetto di aumentare la concorrenza e la produttività. Grazie alla diffusione delle nuove tecnologie nei settori della ricerca biologica, dell'informazione e della comunicazione, e grazie alla differenziazione e specializzazione dei mercati, al libero movimento dei capitali e all'espansione del commercio mondiale, la globalizzazione porta con sé opportunità e vantaggi di grande rilievo.
È un dato oggettivo, sul quale non è consentito dubitare, che il consumo globale di beni e di servizi si è notevolmente accresciuto negli ultimi cinquant'anni. Secondo gli indici classici della crescita economica non solo i paesi più industrializzati del mondo hanno tratto vantaggio dalla globalizzazione, ma importanti poli di sviluppo si sono affermati in Cina, India e America meridionale; ciò ha comportato un rapido aumento del reddito individuale in una parte considerevole della popolazione mondiale. Le condizioni di vita di milioni di persone sono migliorate: la loro vita è più lunga e più sana, il tasso di mortalità infantile si è dimezzato, il numero delle persone denutrite è diminuito, l'alfabetizzazione degli adulti è passata dal 60 all'80 per cento.
Oltre a tutto ciò, si avanza la previsione che un'economia di mercato globalizzata sarà sempre più in grado di mettere la ricchezza prodotta a disposizione di tutti gli uomini, riducendo gradualmente il gap oggi esistente fra i paesi industriali avanzati e i paesi in via di sviluppo. Naturalmente tutto questo richiede la libera circolazione planetaria dei fattori della produzione e dello sviluppo. Altrettanto necessaria è la privatizzazione completa dei mezzi di produzione, contro ciò che rimane dell'interventismo economico un tempo praticato dagli Stati socialisti e contro le forme di assistenzialismo pubblico ancora presenti nell'Europa del Welfare State. Dopo il fallimento dell'economia pianificata nei paesi del socialismo reale non si profilano all'orizzonte alternative teoriche e pratiche a un'economia di mercato libera e globalizzata.
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