Capitolo 1: Un terzo problema
La seconda industrializzazione, che è ormai l’industrializzazione dello spirito, la seconda colonizzazione che concerne ormai l’anima, progrediscono nel corso del XX secolo. Attraverso di esse, si effettua quel progresso ininterrotto della tecnica, non più soltanto diretta all’organizzazione esterna, ma volta a penetrare all’interno dell’animo e a versarvi merci culturali. È all’indomani della seconda guerra mondiale che la sociologia americana scopre la Terza Cultura, la riconosce e la nomina: mass-culture.
Cultura di massa: vale a dire, prodotta secondo le norme della fabbricazione industriale di massa; rivolta a una massa sociale, cioè ad un gigantesco agglomerato di individui colto al di qua e al di là delle strutture interne della società. Il termine di cultura di massa, così come i termini di società industriale o di società di massa privilegia abusivamente un dei nuclei della vita sociale: le società moderne possono essere dette non soltanto industriali e di massa ma anche tecniche, burocratiche, capitalista, di classe, borghesi, individualiste.
La nozione di massa è a priori molto ristretta. Quella di cultura può risultare a priori troppo larga, se la si intende in senso forte, etnografico e storico, o troppo nobile, se la si intende nel senso sublimato dell’umanesimo colto. Si può definire una cultura come un corpo complesso di norme, simboli, miti e immagini che penetrano l’individuo nella sua intimità, ne strutturano gli istinti e orientano le emozioni. Tale penetrazione si attua secondo rapporti mentali di proiezione ed identificazione polarizzati sui simboli, sui miti e sulle immagini della cultura, come sulle personalità mitiche o reali che ne incarnano i valori.
Le società moderne sono policulturali. In esse sono attività focolari di cultura di natura diversa: la religione o le religioni, lo Stato nazionale, la tradizione umanistica. A queste diverse culture, bisogna aggiungere la cultura di massa che integra e al tempo stesso si integra in una realtà policulturale. In questo senso, essa non è autonoma in senso assoluto: può permearsi di cultura nazionale, religiosa o umanistica, e a sua volta penetrare la cultura nazionale, religiosa o umanistica. Essa non è la sola cultura del XX secolo ma è la corrente davvero di massa e nuova del XX secolo. Cosmopolita per vocazione e planetaria per estensione, ci pone i problemi della prima cultura universale della storia dell’umanità.
Per differenti che siano le origini del disprezzo umanistico, di quello di destra e di quello di sinistra, la cultura di massa è considerata come merce culturale di pessima qualità, come si dice negli Stati Uniti, “kitsch”. Sospendendo ogni giudizio di valore, possiamo registrare una generale resistenza della “classe intellettuale” o “colta”. L’intellighenzia letteraria è spodestata dall’avvento di un mondo culturale in cui la creazione è desacralizzata, dislocata. In realtà è tutta una concezione della cultura e dell’arte a venire colpita dall’intervento delle tecniche industriali.
Infine, l’orientamento dei consumi distrugge l’autonomia e la gerarchia estetica proprie di questa cultura. I valori artistici non si differenziano qualitativamente nell’ambito del consumo corrente. Il prodotto culturale è strettamente determinato, da una parte, dal suo carattere industriale, e dall’altra dal suo carattere di consumo quotidiano, senza potersi sollevare all’autonomia estetica. La cultura di massa va concepita come una chiave di volta di quel complesso di cultura, di civiltà, di storia cui diamo il nome di XX secolo.
Capitolo 2: L'industria culturale
I contenuti culturali differiscono più o meno radicalmente secondo il tipo di intervento statale – negativo (censura, controllo) o positivo (orientamento, addomesticamento, politicizzazione) secondo il carattere liberale o autoritario, secondo il tipo di Stato che interviene. Il sistema privato vuole soprattutto piacere al consumatore e farà di tutto per divertire, nei limiti della censura. Il sistema di Stato vuole convincere ed educare: non essendo stimolato dal profitto, può proporre dei valori di “alta cultura”.
Il sistema privato vive perché diverte: vuole adattare la sua cultura al pubblico. Il sistema di Stato è rigido e greve: vuole adattare il pubblico alla propria cultura. Il problema, secondo Morin, non è quello di scegliere fra sistema di Stato e sistema privato, ma di come costituire una combinazione nuova dei due. Proprio nella concorrenza, nell’ambito di una stessa nazione, tra sistema privato e sistema di Stato gli aspetti più inquietanti dell’uno e dell’altro hanno le migliori possibilità di neutralizzarsi e i loro aspetti più interessanti possono svilupparsi.
La stampa, la radio, la televisione, il cinema sono industrie ultra-leggere. Leggere negli strumenti di produzione, ultraleggere nella merce prodotta che diviene impalpabile all’atto di un consumo che è puramente psichico. Questa industria ultra-leggera, però, è organizzata sul modello dell’industria più concentrata tecnicamente ed economicamente. Alla concentrazione tecnica corrisponde una concentrazione burocratica: l’organizzazione burocratica filtra l’idea creatrice, la sottopone ad esame prima che arrivi nelle mani di colui che decide – il produttore, il redattore capo. Questi decide in base a valutazioni impersonali (il profitto del soggetto proposto) quindi rimette il progetto nelle mani dei tecnici, che lo sottopongono alle proprie manipolazioni.
Ma questa tendenza, richiesta dal sistema industriale, urta contro un’esigenza radicalmente contraria, nata dalla natura stessa del consumo culturale, che vuole un prodotto sempre nuovo e individualizzato. L’industria culturale deve costantemente superare una contraddizione fondamentale tra le proprie strutture burocratizzate-standardizzate e l’originalità (individualità e novità) del prodotto che deve fornire. Il suo stesso funzionamento si fonda su queste due coppie antitetiche: burocrazia-invenzione, standard-individualità. La creazione culturale non può essere totalmente integrata in un sistema di produzione industriale. Da ciò un certo numero di conseguenze: da una parte, le controtendenze alla decentralizzazione e alla concorrenza; dall’altra, una tendenza all’autonomia relativa della creazione nell’ambito della produzione. L’industria culturale ha bisogno, per poter funzionare positivamente, di una certa libertà nell’ambito di strutture rigide.
Il “creatore”, vale a dire l’autore, è emerso abbastanza tardi nella storia della cultura: è l’artista del XIX secolo, che si afferma nel momento in cui comincia l’era industriale, e inizia a disgregarsi con l’introduzione delle tecniche industriali nella cultura, allorché la creazione tende a diventare produzione. Per la prima volta nella storia, la divisione del lavoro manda in pezzi l’unità della creazione artistica. La nuova grande arte, arte industriale tipica, il cinema, ha istituito una divisione del lavoro rigorosa, analoga a quella che si opera in una fabbrica dal momento in cui entra la materia grezza fino a quando ne esce il prodotto finito.
La materia prima del film è la sinossi o il romanzo che bisogna adattare: la catena comincia con gli adattatori, gli sceneggiatori, i dialogisti, quindi interviene il regista, insieme allo scenografo, l’operatore, il tecnico del suono; il musicista e il montaggio completano l’opera collettiva. Il regista emerge come autore del film, ma questo è comunque il prodotto di una creazione concepita secondo le norme della produzione. Negli altri settori della creazione industriale, la divisione del lavoro è adottata in varia misura. La divisione del lavoro divenuto collettivo è un aspetto generale della razionalizzazione richiesta dal sistema industriale che inizia al momento della fabbricazione dei prodotti, prosegue nei piani di produzione e di distribuzione e termina negli studi del mercato culturale.
A questa razionalizzazione corrisponde la standardizzazione, che impone veri e propri calchi spazio-temporali al prodotto culturale. Né la standardizzazione né la divisione del lavoro sono in sé degli ostacoli all’individualizzazione dell’opera. La presenza di un divo superindividualizza il film. Tra i due poli di individualizzazione, l’autore e il divo, scorre una dialettica il più delle volte repulsiva. Più aumenta l’individualità del divo, più diminuisce quella dell’autore e viceversa. L’individualità dell’autore è schiacciata da quella del divo, mentre si afferma in film privi di grandi attori.
Nell’ambito dell’industria culturale, molto spesso l’autore non può più identificarsi con la sua opera. Tra l’opera e l’autore si è creata una straordinaria repulsione. Si tratta di un fenomeno di alienazione, non senza analogia con quello dell’operaio dell’industria, ma in condizioni soggettive e oggettive particolari e con la differenza che l’autore, rispetto all’operaio, è super-pagato. Il lavoro più disprezzato dall’autore spesso è quello che meglio gli viene retribuito. Il rapporto standardizzazione-invenzione non è mai stabile né fisso, ma muta ad ogni nuova opera, secondo rapporti di forza singolari e contingenti. La standardizzazione restringe la parte dell’invenzione nel settore chiave dell’industria culturale, nel settore in cui è in atto la tendenza al massimo dei consumi.
Capitolo 3: Il grande pubblico
L’industria culturale, nei suoi settori più concentrati e dinamici, tende ad un pubblico universale. La ricerca di un pubblico vario implica la ricerca della varietà nella produzione di informazione o di immaginario; la ricerca di un grande pubblico implica la ricerca di un denominatore comune. La varietà è al tempo stesso una varietà omogeneizzata. L’omogeneizzazione mira a rendere euforicamente assimilabili i contenuti più differenti.
A partire dagli anni Trenta, negli Stati Uniti prima e poi nei paesi occidentali, emerge un tipo nuovo di stampa, di radio, di cinema, il cui carattere tipico è di rivolgersi a tutti. In Francia nasce “Paris-Soir” un quotidiano che mira all’universalità e in effetti la raggiunge. Non attira a sé tutti i lettori, ma attira i lettori di ogni ordine e categoria. Parallelamente si crea Radio-Cité che crea un polo di attrazione nuovo, uno stile dinamico di varietà. Nel frattempo il cinema, da spettacolo di fiera, diventa lo spettacolo di tutti. La guerra e l’occupazione inaridiscono la cultura di massa, poi il movimento riprende con i film divistici e le grandi produzioni che riescono a conquistare “il grande pubblico”, la “massa”, cioè i differenti strati sociali, le diverse età, i differenti sessi.
Contemporaneamente si sviluppano la stampa per l’infanzia e la stampa femminile. Il fossato tra mondo degli adulti e mondo infantile tende a colmarsi: la grande stampa per adulti è imbevuta di contenuti infantili e ha moltiplicato l’impiego dell’immagine; nello stesso tempo la stampa infantile è divenuta uno strumento di tirocinio per la cultura di massa. Un’omogeneizzazione della produzione si prolunga in un’omogeneizzazione dei consumi, che tendono ad attenuare le barriere tra le età. L’omogeneizzazione delle età tende a fissarsi su una nota dominante: la dominante giovanile. Se la cultura di massa ha sviluppato una stampa femminile, non ha invece prodotto una stampa specificamente maschile. La grande stampa è talvolta anche più femminile che maschile.
Il cinema è riuscito a superare l’alternativa tra film a caratteri femminili, teneri, lacrimosi e dolorosi, e film a caratteri virili, brutali, aggressivi e a produrre film sincretizzati, in cui il contenuto sentimentale si mescola al contenuto brutale. Il cinema fu il primo a riunire nei suoi circuiti gli spettatori di tutte le classi urbane, e anche di quelle contadine. Gli spettacoli sportivi assorbirono a loro volta un pubblico appartenente a tutti gli strati sociali. A partire dagli anni Trenta, la radio ha invaso rapidamente tutto il campo sociale. La televisione si è venuta affermando sia nelle case popolari che in quelle agiate. Le frontiere culturali cadono nel mercato comune dei mass-media.
Si può sostenere che la cultura industriale è l’unico grande terreno di comunicazione tra le classi sociali. La nuova cultura si inscrive nel complesso sociologico costituito dall’economia capitalista, dalla democratizzazione dei consumi, dalla formazione e dallo sviluppo del nuovo salariato e dei valori del white collars. La tendenza omogeneizzante è nello stesso tempo una tendenza cosmopolita, che mira ad attenuare le differenziazioni culturali nazionali a vantaggio di una cultura delle grandi aree trans-nazionali. Il cinema di Hollywood non s’indirizza soltanto al pubblico americano ma al pubblico mondiale. Nello stesso tempo si sviluppa un nuovo cinema strutturalmente cosmopolita, il cinema di co-produzione, che non riunisce soltanto capitali di diversi paesi, ma anche attori, registi e tecnici di diversi paesi.
La cultura industriale adatta temi folclorici locali e li trasforma in temi universali. Con questo slancio cosmopolita, essa favorisce da una parte i sincretismi culturali e dall’altra i temi “antropologici”, vale a dire adattati a un denominatore comune di umanità. Tale cosmopolitismo si irradia a partire da un polo di sviluppo che domina tutti gli altri: gli Stati Uniti, dove è nata la cultura di massa e dove si trova concentrato il suo massimo di potere e di energia. L’uomo medio è una sorta di anthropos universale. Il linguaggio che meglio gli si adatta è il linguaggio audiovisivo, linguaggio a quattro registri: immagine, suono musicale, parola, scrittura. È su questi fondamenti antropologici che la cultura di massa afferma la propria tendenza all’universalità. L’uomo universale non è soltanto l’uomo comune a tutti gli uomini, ma l’uomo nuovo sviluppato da una nuova civiltà: una civiltà che tende all’universale.
La produzione culturale crea il pubblico di massa, il pubblico universale. È anche vero che la produzione culturale è determinata dallo stesso mercato. Anche per questo aspetto essa differisce sostanzialmente dalle altre culture: anche queste utilizzano sempre più i mass-media ma hanno un carattere normativo: sono imposte, pedagogicamente o in modo autoritario, sotto forme di obblighi o di proibizioni. La cultura di massa passa sempre attraverso la mediazione del prodotto commerciale e perciò ne assume i caratteri, piegandosi alla legge del mercato, della domanda e dell’offerta. La sua legge fondamentale è quella del mercato. La cultura di massa è il prodotto di un dialogo tra produzione e consumo. Questo dialogo è ineguale. La produzione elargisce racconti, storie, si esprime attraverso un linguaggio. Il consumatore non risponde che con reazioni pavloviane che decretano il successo o l’insuccesso. Il consumatore non parla. Ascolta, vede, o rifiuta di ascoltare o di vedere. Il vero problema è quello della dialettica tra il sistema di produzione e i bisogni culturali dei consumatori. La cultura di massa è il prodotto di una dialettica produzione-consumo, nell’ambito di una dialettica globale che è quella della società considerata nella sua totalità.
Capitolo 4: L'arte e la media
La corrente principale di Hollywood mostra l’happy end, la felicità, il successo; la controcorrente presenta il fallimento, la follia, la degradazione. Le correnti negative sono sempre secondarie ma sempre presenti. In ciò vediamo una contraddizione fondamentale: il sistema tende di continuo a secernere i propri antidoti, e di continuo tende ad impedirne l’effetto. Questa contraddizione si neutralizza nella corrente media, che è al tempo stesso la corrente principale. C’è infine una terza corrente, la corrente nera, la corrente in cui fermentano gli atti d’accusa e le contestazioni fondamentali, che resta al di fuori dell’industria culturale.
Capitolo 5: La grande rottura
La democratizzazione della cultura è una delle correnti della cultura di massa ma non è la sua corrente principale, né quella più specifica. Questa democratizzazione, dovuta alla moltiplicazione delle opere, non intacca i privilegi dell’alta cultura, che invece mantiene, anche per le opere in cui agisce la democratizzazione, un settore riservato in cui detiene il monopolio dell’attualità e dell’originale. Coesiste, accanto alla democratizzazione propriamente detta (moltiplicazione pura e semplice) una volgarizzazione (trasformazione in vista della moltiplicazione). I processi elementari della volgarizzazione sono: semplificazione, manicheizzazione, attualizzazione, modernizzazione.
La semplificazione è stata studiata da Asheim tramite un’analisi comparativa di romanzi I miserabili, Les Hauts de Hurlevent ecc., e dei film che l’industria di Hollywood ne ha tratto: schematizzazione dell’intrigo, riduzione del numero dei personaggi, semplificazione dei caratteri in una psicologia chiara, eliminazione di quanto potrebbe essere difficilmente comprensibile per la massa degli spettatori (lo “spettatore medio ideale”). Questa tendenza semplificatrice non proviene dall’espressione cinematografica in quanto tale ma dalla natura attuale della cultura di massa. La tendenza alla semplificazione va di pari passo con la tendenza al manicheismo; la polarizzazione dell’antagonismo tra bene e male è più netta che nell’originale.
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